Luglio 8th, 2022 Riccardo Fucile
COSI’ LA RUSSIA AGGIRA LE SANZIONI ALL’OCCIDENTE
La Russia sta aggirando le sanzioni dell’Occidente per la guerra in Ucraina. E
lo sta facendo attraverso una triangolazione di marchi e l’import parallelo.
Grazie a un decreto firmato da Vladimir Putin il 28 giugno scorso. Con il quale la Russia ha dato il via all’importazione nella Federazione di centinaia di prodotti e di marchi. Anche in assenza di un’autorizzazione del produttore o del detentore della proprietà intellettuale.
Il meccanismo, di cui parla oggi Il Sole 24 Ore, ha permesso il ritorno di iPhone e altri prodotti Apple nei negozi russi. La stessa cosa sta succedendo con Samsung. Mentre la Russia si prepara a un’invasione: quella dei marchi cinesi. Che copriranno per il 90% le richieste di mercato secondo un report di Marvel, uno dei distributori di elettronica più importanti della Russia.
L’aggiramento e l’uso degli intermediari
Le merci vengono messe regolarmente in circolazione nei paesi di origine. E poi importate in Russia. Anche attraverso la triangolazione con altri paesi che fanno da intermediari. Per le autorità russe in questo modo pur non avendo seguito i consueti canali di distribuzione saranno esentati da responsabilità civili o penali. Purché, sottolinea il ministero, non si tratti di merce contraffatta.
Lo schema dell’import parallelo, che tra l’altro è autorizzata in paesi come Stati Uniti e Regno Unito, non riuscirà a coprire del tutto il fabbisogno di importazioni tecnologiche della Russia. Anche perché i tempi e i tragitti di consegna si amplieranno.
(da agenzie)
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Luglio 8th, 2022 Riccardo Fucile
SE SI CONSIDERANO ANCHE LE SOCIETÀ VULNERABILI, CHE NEL TRIENNIO 2019-2022 SONO PASSATE DAL 29,3% (181.000) AL 32,6% (201.000), I DEBITI FINANZIARI CRESCONO DI ALTRI 195,8 MILIARDI DI EURO (+28 MILIARDI)
Dopo la ripresa post-Covid, peggiora nuovamente lo stato di salute del tessuto imprenditoriale italiano.
L’analisi aggiornata dell’Osservatorio rischio imprese di Cerved, secondo quanto emerge da un comunicato, rileva che tra il 2021 e il 2022 le società a rischio di default sono cresciute quasi del 2%, passando dal 14,4% al 16,1% e raggiungendo le 99.000 unità (+11.000), con 11 miliardi di euro in più di debiti finanziari ora pari a 107 miliardi (10,7% del totale).
Restano lontani i picchi del 2020, quando le aziende potenzialmente rischiose erano addirittura 134.000 (21,7%).
«Eppure, l’inversione del trend preoccupa gli analisti», afferma Cerved. Se poi si considerano anche le società cosiddette vulnerabili, che nel triennio 2019-2022 sono passate dal 29,3% (181.000) al 32,6% (201.000), i debiti finanziari crescono di altri 195,8 miliardi di euro (+28 miliardi), pari al 19,5% del totale
Sul fronte dell’occupazione, Cerved quantifica in oltre 3 milioni i lavoratori, quasi 1 su 3 (30,5%), impiegati in società fragili: infatti, agli 831.000 addetti delle imprese a maggior rischio (l’8,5%, +129.000 persone rispetto al 2021), vanno aggiunti gli oltre 2,1 milioni che lavorano in società considerate vulnerabili (21,9%, +228.000).
Le imprese fragili si trovano soprattutto al Sud, dove costituiscono addirittura il 60,1% del totale, aggravando il già ampio gap con il Nord del Paese: le province con i peggioramenti più significativi sono infatti Isernia, il Sud della Sardegna, Matera, Foggia e Cagliari (ma anche Roma), mentre quelle con la maggiore quota di aziende a rischio sono Crotone, Terni, la stessa Isernia, Reggio Calabria, Messina, Siracusa e Cosenza.
I macro-comparti più impattati risultano le costruzioni (dal 15,2 al 17,6% di società a rischio) e i servizi (dal 14,9 al 16,7%); a livello più disaggregato, i settori più colpiti rientrano nei servizi non finanziari (in particolare ristorazione e alberghi), nei trasporti e nell’industria pesante (siderurgia).
(da Verità & Affari)
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Luglio 8th, 2022 Riccardo Fucile
UN MILIONE DI PERSONE “SALVATE” DAI SUSSIDI
Le persone che vivono in condizioni di povertà assoluta sono tre volte di più
oggi, rispetto al 2005: sono passate da 1,9 milioni 17 anni fa, a 5,6 milioni nel 2021.
Secondo il Rapporto annuale dell’Istat diffuso oggi 8 luglio, si tratta in termini relativi del 9,4% della popolazione italiana.
La situazione è ancor più nera per i giovani tra i 18 e i 34 anni, gruppo demografico nel quale l’incidenza della povertà è addirittura quadruplicata, dal 3,1% del 2005 all’11,1% di un anno fa.
In termini assoluti si parla di 1,1 milioni di persone.
Il dato si riflette nel numero di famiglie in povertà assoluta, che arrivano a 1,96 milioni (il 7,5% del totale), rispetto agli 1,9 milioni del 2005. La variazione nei minori si estende dal 3,9% al 14,2% nel periodo di riferimento.
Gli anziani nelle stesse condizioni sono, invece, 734 mila, il 5,3%. Il rapporto sottolinea anche che circa 1 milione di lavoratori del settore privato guadagna meno di 8,41 euro l’ora, per un totale di meno di 12 mila euro l’anno.
Nel complesso, il fenomeno tocca ora il 2,5% di individui in più rispetto al 2019, mettendo in evidenza le difficoltà emerse dall’insorgenza del Covid-19.
Secondo il presidente dell’Istat Gian Carlo Blangiardo, nonostante «l’acuirsi di diverse forme di disuguaglianza che purtroppo rappresentano una pesante eredità del passato biennio» la recessione socio-economica del periodo pandemico è comunque stata oggetto di misure «puntuali e mirate» da parte del governo. Nello specifico, dal rapporto su apprende che sussidi quali il Reddito di Emergenza, il Reddito di Inclusione, e in maggior misura il Reddito di Cittadinanza sono stati fondamentali per ridurre l’incidenza della povertà. Nel documento si legge:
“In assenza di sussidi, l’incidenza di povertà assoluta a livello individuale sarebbe stata dell’11,1 per cento (anziché del 9,4 per cento) e avrebbe coinvolto 6 milioni 600 mila persone, anziché 5 milioni 600 mila». Una differenza di 1 milione di individui. Blangiardo ha anche evidenziato che ai problemi della pandemia si sono sommati «il prolungarsi della guerra, la crescente inflazione [che a giugno ha toccato l’8%, ndr] e gli effetti dei cambiamenti climatici”
(da agenzie)
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Luglio 8th, 2022 Riccardo Fucile
AL PROCESSO ESIBISCE UN CARTELLO: “AVETE ANCORA BISOGNO DI QUESTA GUERRA?”… E GLI SGHERRI DI PUTIN TENTANO DI COPRIRLO, METTENDOSI DAVANTI
L’oppositore russo Alexei Gorinov è stato condannato a sette anni di carcere per aver criticato le operazioni militari in Ucraina.
L’accusa è di aver diffuso «notizie false» con particolare riferimento a quando si era espresso contro la proposta di organizzare un concorso di disegno per bambini e un festival di danza dicendo: «In questo momento i bambini stanno morendo».
Gorinov è avvocato e deputato del consiglio del distretto di Krasnoselsky (Mosca). Ad aprile venne arrestato dall’esercito russo per aver «diffuso falsità in modo consapevole».
La condanna di Gorinov è la prima inflitta sulla base della nuova “legge bavaglio” che prevede fino a 15 anni di reclusione in caso di diffusione di informazioni considerate false sulle truppe russe.
Al momento, altre 50 persone rischiano il carcere per lo stesso motivo, e circa 2.000 hanno ricevuto multe minori per aver mosso critiche contro l’operazione russa in Ucraina.
La condanna non ha fermato Alexei Gorinov che, durante il processo, ha tirato fuori un cartello con scritto: «Avete ancora bisogno di questa guerra?». La polizia ha tentato di coprirlo mettendosi davanti.
Non è la prima volta che accade. Durante un’altra udienza di giugno Gorinov aveva mostrato un cartello con scritto: «Sono contro la guerra». L’imputato si è dichiarato innocente e ha ribadito più volte la sua ferma opposizione alla «vile» guerra in Ucraina.
(da agenzie)
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Luglio 8th, 2022 Riccardo Fucile
ANCHE ALLA LUCE DEI TAGLI ALLA SPESA PUBBLICA CHE COLPISCONO INFLUENTI GRUPPI DI OLIGARCHI
«In Ucraina non abbiamo ancora nemmeno iniziato»: Vladimir Putin torna
dopo una pausa nello spazio mediatico per annunciare quello che «tutti devono sapere». All’incontro con i capigruppo della Duma – seduto, come ormai da tradizione del Cremlino, da solo, con gli interlocutori all’altro capo di un enorme tavolo – il presidente russo vorrebbe ostentare sicurezza, quando legge da un foglietto il testo della sua dichiarazione estremamente aggressiva.
La guerra in Ucraina è «colpa dell’Occidente collettivo», che cerca lo scontro con la Russia per “contenerla”, ma «gli occidentali dovrebbero ormai aver capito di aver perso fin dall’inizio»: la retorica bellicosa di Putin è tutta diretta verso la comunità internazionale, che accusa esplicitamente di aver scatenato la guerra e di volerla combattere «fino all’ultimo ucraino».
«Vogliono sconfiggerci sul campo di battaglia, ci provino pure», è la minaccia lanciata dal capo del Cremlino. Una svolta nella retorica della propaganda russa: non più “nazisti” ucraini, ma una guerra tra Mosca e resto del mondo, una sfida globale.
Sono toni che vari esponenti politici mediatici del regime avevano già utilizzato, ma Putin finora non era mai stato così esplicito nel considerare l’Ucraina una nozione geografica, scagliandosi contro «l’Occidente collettivo».
Che, secondo il presidente russo, è già stato sconfitto nel momento in cui è stata lanciata la “operazione militare speciale”, il 24 febbraio scorso, perché «è una rottura cardinale dell’ordine mondiale all’americana, l’inizio della transizione verso un mondo davvero multipolare».
Le invocazioni del diritto internazionale e della «autentica sovranità» suonano surreali nel contesto dei missili che anche ieri sono piovuti sulle città ucraine, ma Putin insiste che la «guerra per il Donbass» come lui la chiama sia stata voluta dagli occidentali già nel 2014, ripetendo la solita propaganda sul «golpe a Kiev».
La guerra ha «consolidato la sovranità russa», le sanzioni «creano difficoltà, ma non quelle in cui speravano gli occidentali», e «più si andrà avanti più sarà difficile negoziare con noi»: il presidente russo parla come se non fosse lui il leader più sanzionato e isolato del mondo, e come se le difficoltà del suo esercito, della sua economia e anche della sua stessa nomenclatura non esistessero.ù
Non è chiaro se questa apparizione sia stata pensata dal Cremlino più a beneficio dell’opinione pubblica interna – dopo che perfino nei talk show della propaganda qualcuno ha fatto dichiarazioni critiche sulla “operazione militare speciale” – e dei parlamentari, o se i leader della Duma fossero stati usati soltanto come comparse per un messaggio intimidatorio da indirizzare all’Occidente.
L’ondata di arresti di potenti tra Pietroburgo e Mosca negli ultimi giorni fa pensare a uno scontro tra vari gruppi al Cremlino, anche alla luce dei tagli alla spesa pubblica che colpiscono influenti gruppi di oligarchi. E ieri il sito Dossier ha rivelato che l’ex presidente Dmitry Medvedev, diventato negli ultimi mesi il più radicale portavoce del regime, sarebbe stato lasciato da sua moglie Svetlana: «Il divorzio potrebbe essere stato provocato dal suo stato psichico instabile rispecchiato dai suoi post», dicono le fonti dei giornalisti russi.
(da la Stampa)
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Luglio 8th, 2022 Riccardo Fucile
IN CONSIGLIO DEI MINISTRI CI SONO DUE SCUOLE DI PENSIERO: LA PRIMA TEORIZZA CHE DRAGHI STIA LAVORANDO PER SUCCEDERE A SE STESSO NELLA PROSSIMA LEGISLATURA; LA SECONDA CHE VOGLIA ACCORCIARE LA SUA PERMANENZA A PALAZZO CHIGI
In Consiglio dei ministri albergano due scuole di pensiero: la prima teorizza che Draghi stia lavorando per succedere a se stesso nella prossima legislatura; la seconda che Draghi voglia accorciare la sua permanenza a Palazzo Chigi nel finale di legislatura.
Queste tesi divergenti sono frutto di analisi soggettive dei rappresentati del governo, si basano sullo studio della mimica facciale del premier, sull’interpretazione di alcune sue battute, sui cambiamenti riscontrati nell’approccio metodologico dei problemi e nelle relazioni con i leader della maggioranza.
Come fossero profiler, i ministri provano a dare fondamento alle loro sensazioni, senza però avere certezze: «Perché Draghi è una sfinge».La discussione nell’esecutivo si è accesa in questa fase tumultuosa, innescata dalla scissione di Di Maio dal M5S. Un elemento elevato al rango di indizio da chi pensa che Draghi voglia continuare a far politica.
Ma la mossa del ministro degli Esteri — come aveva subito previsto un ministro del Pd — «invece di stabilizzare il quadro produrrà instabilità e si scaricherà su palazzo Chigi».
La reazione di Conte lo testimonia. Tuttavia la causa delle fibrillazioni è legata anche ad altri fattori: più si avvicina la scadenza delle urne, più i partiti avvertono la necessità di differenziarsi.
Perciò il compito del premier di tenere unita la sua larga maggioranza si è complicato: a fronte delle richieste presentate dal capo dei grillini — che il centrista Lupi definisce «un programma elettorale» — si è contrapposto per reazione il pacchetto di provvedimenti della Lega.
Il presidente del Consiglio, dopo l’incontro con Conte, è convinto di poter raggiungere un’intesa con il Movimento su una parte delle questioni che gli sono state sollevate. Mentre è preoccupato per i progetti avanzati dal Carroccio, siccome nel loro complesso avrebbero un impatto economico pesante.
A suo giudizio insostenibile per i conti pubblici. Non proprio un buon viatico in vista dell’elaborazione della Finanziaria, che rappresenterà il passaggio più complesso. A quell’appuntamento, se fosse possibile, ogni partito di governo vorrebbe arrivare con le mani libere, perché nessuno è propenso a mediare a ridosso del voto. Il fatto è che il premier non accetterebbe mai di cedere all’assalto alla diligenza. E questo accredita la teoria di chi suppone che Draghi voglia mollare.
Il paradosso è che, mentre il M5S minaccia l’immediata rottura con Palazzo Chigi, il Carroccio si limita per ora ad assediarlo con proposte molto invasive. E c’è un motivo se ha adottato questa linea. «I problemi sono nei Cinque Stelle, non nella Lega», ha sottolineato ieri il ministro Giorgetti.
Tradotto dal politichese vuol dire che Salvini non ha interesse a togliere le castagne dal fuoco a Letta, messo in difficoltà dalle manovre di Conte e impossibilitato così a costruire un’alleanza di centrosinistra competitiva. Ecco perché il segretario del Pd invoca «un governo nel pieno della sua forza per affrontare una situazione di crisi che sta peggiorando». È un modo per rivolgersi a Conte ma anche a Draghi, ed è l’unica strada per uscire dalle secche.
Lo sfrenato tatticismo di Palazzo finisce infatti per incidere sull’esecutivo. «E in questo frangente — commenta la capogruppo forzista Bernini — l’Italia ha bisogno di tutto meno che trasformare l’unità nazionale in un governo balneare». Avrà ragione Renzi quando avvisa che «la crisi non è alle porte», che «il problema è la confusione», che «tutti ma proprio tutti navigano a vista».
osì però finisce indirettamente per avvalorare la tesi di chi ritiene che Draghi si prepari a salutare. È impossibile ottenere delle prove. Ma l’altro ieri — fatto strano — il ministro Franceschini ha chiesto ai suoi uffici di verificare se i parlamentari avessero già maturato il vitalizio, ultimo ostacolo al voto anticipato: chissà se anche lui appartiene alla seconda scuola di pensiero e teme il botto.
(da il Corriere della Sera”)
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Luglio 8th, 2022 Riccardo Fucile
“E’ UN NARCISISTA. LA SUA AVVENTURA POLITICA È SEMPRE STATA SOLO UN PROGETTO PERSONALE. NON HA MAI PROVATO ALCUN RISPETTO PER L’ELETTORATO CONSERVATORE. HA MANIPOLATO LA GENTE”… “HA FATTO DANNI IRREPARABILI. PRIMA DI TUTTO LA BREXIT”
Boris Johnson? «Un opportunista che non crede in nulla, che è privo di
ideologia e che al massimo ha qualche debole preferenza».
Simon Kuper, scrittore e giornalista del Financial Times, ha studiato la vita, la carriera e l’ambiente in cui il premier si è formato per il libro Chums (Come una piccola casta di conservatori di Oxford ha conquistato il Regno Unito, il sottotitolo del volume): ha inquadrato il privilegio e l’indistruttibile autostima di una rete di giovani e ricchi rampolli sicuri che prima o poi sarebbero arrivati al potere.
«L’avventura politica del primo ministro – racconta – è sempre stata solo un progetto personale. Non aveva un obiettivo se non fosse quello che arrivando a Downing Street qualcuno prima o poi gli avrebbe fatto un monumento. È un narcisista».
Johnson ha caro il confronto con Winston Churchill: c’è nel Regno Unito un politico a cui è paragonabile?
«Ho letto con interesse ciò che ha scritto su Twitter Petronella Wyatt, sua ex compagna: che Boris non ha mai provato alcun rispetto per l’elettorato conservatore. Ha manipolato la gente, intenzionalmente, con la spavalderia di chi si crede superiore. Non si è curato di niente e di nessuno. In questo non esiste nella storia di questo Paese un politico paragonabile a lui».
Crede che abbia cambiato il Paese e il panorama politico per sempre?
«Ha fatto danni irreparabili. Prima di tutto la Brexit. Johnson si ostina a citarla come un traguardo ma i numeri parlano chiaro. Non ci sono vantaggi e il costo sta diventando chiaro a tutti. Johnson lo sa. Non parla più di opportunità o di Gran Bretagna globale. Servono regole più severe su chi mente al Parlamento e sui finanziamenti. Sinora ci siamo affidati a un sistema basato sul buon senso e l’onestà. Johnson ha dimostrato che non funziona».
Quali sono le sue armi segrete?
«Qui la gente prova ancora deferenza verso uomini bianchi che parlano come Boris, che hanno studiato a Eton e Oxford e che sembrano nati per comandare. Ha conquistato la gente con il senso dell’umorismo – sa essere spiritoso – e il suo ottimismo. Il premier è un uomo che in tutto ciò che fa esprime la certezza che tutto andrà bene. Se la gente ha votato per la Brexit è stato anche perché il progetto nella retorica di Johnson era accompagnato da una visione positiva del futuro, anche se falsa».
Ha fatto qualcosa di buono, secondo lei? Per cosa sarà ricordato?
«Sarà ricordato per la Brexit, ma no, non credo che abbia fatto qualcosa di positivo. Il vaccino e la pandemia? Il governo ha sprecato 37 miliardi di sterline con un sistema di tracciamento che non ha mai funzionato e che Johnson, come suo solito, ha messo in mano a una compagna di università, Dido Harding. Il vaccino lo abbiamo avuto grazie a Kate Bingham, non a lui. Il sostegno all’Ucraina? L’avrebbe fatto qualsiasi premier britannico».
Cosa farà ora Johnson?
«È nato per essere un intrattenitore. Tornerà a dedicarsi al progetto che gli sta più caro: il suo successo. È un narcisista. Non lo immagino felice in campagna con moglie e figli. Non ha mai prestato grande attenzione alla famiglia. Credo che con le sue dimissioni sia finita l’epoca degli etoniani».
(da il Corriere della Sera)
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Luglio 8th, 2022 Riccardo Fucile
NELL’INCHIESTA C’E’ ANCHE UN ALTRO INDAGATO
La procura di Firenze ha chiesto il rinvio a giudizio per Andrea Serrani, che molestò la giornalista Greta Beccaglia mentre era in diretta dall’esterno dello stadio di Empoli.
I fatti risalgono al 27 novembre 2021 e si giocava Empoli-Fiorentina. Serrani di mestiere fa il ristoratore ed abita nelle Marche.
Per i pm, come riporta oggi il Corriere Fiorentino, che ha chiuso le indagini, quella di Serrani non fu una semplice bravata e per questo ne ha chiesto il rinvio a giudizio. Beccaglia , 27 anni, assistita dall’avvocato Leonardo Masi, si costituirà parte civile nell’eventuale processo.
Nell’inchiesta c’è anche un altro indagato: un tifoso toscano di 45 anni, che, sempre quella sera avrebbe importunato verbalmente la giornalista. È stato identificato grazie alle telecamere interne dello stadio e per lui è già scattato il Daspo: non potrà entrare allo stadio per due anni.
Gli investigatori della Digos, incrociando il video della molestia con i filmati delle telecamere di sorveglianza dello stadio e dei tornelli, riuscirono a individuare Serrani. «Avevamo perso e ho fatto quel gesto per stizza e per goliardia. Non è un atto di sessismo», si giustificò il ristoratore. Poi anche per lui, il questore di Firenze firmò un Daspo. Ora rischia anche il processo.
(da agenzie)
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Luglio 8th, 2022 Riccardo Fucile
IL 22% DELL’AREA COLTIVABILE UCRAINA È IN MANI RUSSE. UN CONTROLLO CHE SI AGGIUNGE A QUELLO DELLA FASCIA COSTIERA CON IL BLOCCO ALL’EXPORT DI GRANO
Per la prima volta, dopo settimane, Zelensky afferma che le nuove armi inviate
dalla Nato hanno un impatto maggiore sul terreno. Ne sono arrivate di più e di qualità, a cominciare da una decina di lanciarazzi a lungo raggio Himars.
Con questi sistemi le sue truppe hanno bersagliato con successo ferrovie, linee di comunicazioni, ma soprattutto depositi.
E, secondo fonti dell’intelligence, nella regione di Zaporizhzhia i timori degli invasori come dei loro simpatizzanti sarebbero aumentati proprio per l’effetto dei colpi subiti.
Se sia merito solo degli Himars – sempre pochi rispetto ai 300 chiesti – o dell’artiglieria è difficile dirlo, di sicuro Kiev vuol ribadire che la disponibilità di materiale bellico adeguato può incidere.
Gli esperti riconosco l’importanza degli apparati, evidenziano come la resistenza abbia dovuto affrontare guai logistici giganteschi perché ha ottenuto mezzi di origine e tipo diversi (sette modelli solo per i cannoni), e altri che richiedevano un training specifico da condurre mentre la Russia premeva nel Donbass.
Ora gli ucraini si stanno adattando, hanno bisogno di tempo e anche gli alleati devono coordinarsi meglio per garantire scorte sufficienti. Gli aiuti devono essere sempre più mirati in modo da poter sostenere le prossime sfide.
Le unità di Mosca, forse, hanno deciso di prendere respiro dopo i successi sull’asse Severodonetsk-Lysychansk. Analisti occidentali hanno annotato una possibile pausa operativa: ci sono blindati da riparare, plotoni da ricostituire, rimpiazzi da aggiungere.
Dove è possibile lo Stato Maggiore si affida ai treni – insostituibili per l’Armata – alla mobilitazione parallela, allo spostamento di qualche battaglione. Tutto ciò non significa certo una tregua.
Ci sono state operazioni – alcune stoppate dai difensori – possibili manovre per preparare un assalto massiccio a Sloviansk, i bombardamenti da lontano, gli attacchi con missili e caccia.
È stata presa di mira l’Isola dei Serpenti dopo che gli ucraini hanno issato la loro bandiera con un messaggio di sfida rivolto all’avversario.
A chiudere una notizia strategica. Uno studio della Nasa ha stabilito che il 22 per cento dell’area coltivabile ucraina è oggi nelle mani della Russia. Un controllo che si aggiunge a quello esercitato lungo la fascia costiera bloccando l’export di grano così fondamentale per l’economia di Kiev.
(da il Corriere della Sera)
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