Luglio 6th, 2022 Riccardo Fucile
IL MINISTRO LEGHISTA ATTACCA I CATTIVI CONSIGLIERI ESTERNI AL CARROCCIO E MINACCIA DI “TOGLIERE IL DISTURBO” – ANCHE I SINDACI BERGAMASCHI CRITICANO IL CAPITONE: BASTA NOMINE DALL’ALTO
Il segretario a discutere con i senatori delle condizioni necessarie per rimanere nel governo, il vice segretario e ministro dello Sviluppo economico a lavorare per portare avanti le proposte dell’esecutivo, lanciando un fondo da 45 milioni per imprese e centri di ricerca che vorranno investire in intelligenza artificiale, blockchain e internet delle cose, e presentandosi all’assemblea dell’Ania per chiedere al settore assicurativo di «restituire un minimo di certezze alle famiglie e alle imprese disorientate».
La distanza fra Matteo Salvini e Giancarlo Giorgetti è apparsa evidente anche ieri mattina, quando entrambi erano impegnati a Roma nei rispettivi ruoli di possibile incendiario (se non otterrà da Draghi risultati entro settembre su lavoro, pensioni, salari, pace fiscale, legge quadro sull’autonomia, revisione del reddito di cittadinanza) e di pompiere in servizio permanente effettivo.
Ma, come ha ripetuto più volte lunedì durante la «segreteria allargata» in via Bellerio, Giorgetti è pronto a tutto pur di farsi ascoltare. Anche a rimanere isolato. Da cattolico abituato alle omelie domenicali, infatti, conosce bene le fatiche di San Giovanni Battista, e l’importanza di incarnare, quando serve, «la voce di colui che grida nel deserto».
«Io parlo a un certo mondo – ha detto Giorgetti davanti agli altri colonnelli del Carroccio, impietriti dalla durezza e dalla fermezza del suo intervento -. Se vi fa schifo, se non serve e se non è utile, amen. Io tolgo il disturbo».
Ma chi pensa che dietro queste parole ci sia una sfida aperta a Salvini, un «o me o lui», è sulla cattiva strada. E non solo perché l’idea di trasformarsi in un frontman è estranea alla psicologia di Giorgetti, da vent’ anni orgogliosamente numero due del Carroccio .
Il tema è soprattutto di strategia e di linea politica, di riflessioni sul ruolo della Lega. Sulla direzione da inserire nel navigatore prima di riaccendere l’auto più che sull’autista. Anzi, chi li conosce entrambi, al netto dei dissidi degli ultimi mesi, giura che Giancarlo voglia bene a Matteo e che lo consideri «decisamente avanti rispetto a tanti altri che lo circondano».
L’obiettivo dunque non sarebbe quello di sostituire il leader, ma di aiutare lui e tutto il partito a prendere coscienza dell’attuale situazione politica, economica e sociale. «Per ripartire servono responsabilità, umiltà e dialogo – questo il succo del ragionamento di Giorgetti -. La politica non è filosofia, è l’arte del possibile. Se volete fare la rivoluzione, auguri».
Messaggi rivolti a Salvini, certo, ma anche al suo «cerchio magico» e ai suoi «cattivi consiglieri» fuori dalla Lega.
E infatti pare che alla fine fosse proprio Salvini il più sollevato davanti a tanta franchezza. Fatte le debite proporzioni, del resto, queste sono più o meno le stesse cose che hanno portato una decina di amministratori e dirigenti locali bergamaschi della Lega a lanciare una raccolta firme per sottoporre al segretario una «critica costruttiva».
La protesta è partita dalla zona di Isola, dalla Valle Imagna e dalla Val Brembana, ma i ribelli giurano che le adesioni stanno crescendo in tutta la provincia. «Il mio nome sul documento ci sarà – conferma Andrea Previtali, 52 anni, ex sindaco di Cisano bergamasco, il comune in cui vive l’ex ministro Roberto Castelli e dove la Lega ha appena perso le amministrative -. Noi abbiamo a che fare tutti i giorni con i problemi reali dei cittadini e i vertici devono ascoltarci. Se abbiamo perso, a Cisano, è anche perché il simbolo del partito non tira più come prima. È ora di finirla con i commissari nominati dall’alto che fanno orecchie da mercante e con i parlamentari che vengono qui, inaugurano quello che c’è da inaugurare, e poi se ne tornano a Roma. Stasera (ieri, ndr) ci vedremo davanti a una birra e decideremo cosa organizzare. Meglio fare tre passi indietro e riprendere la strada giusta, piuttosto che andare avanti così».
(da agenzie)
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Luglio 6th, 2022 Riccardo Fucile
“È UN MOMENTO PARTICOLARE CHE TRAVAGLIA IMPRESE E FAMIGLIE. OCCORRE SAPER COGLIERE IL SENSO STORICO DEL MOMENTO”…“ALLE MIE SPALLE MI ACCUSATE DI ESSERE UNA SORTA DI INCROCIO FRA RASPUTIN E ANDREOTTI. BENISSIMO, BASTA CHE LO DICIATE”
Il giorno dopo lo show down a via Bellerio – il primo vero confronto interno alla
Lega dopo la sconfitta alle amministrative – Giancarlo Giorgetti è volato ad Ankara con Mario Draghi per il vertice con Erdogan e mezzo governo turco.
Aerei diversi, poi chissà se c’è stato il tempo di approfondire con il premier la situazione di “pre-crisi” che nel frattempo stava deflagrando a Roma. Eppure Giorgetti, il leghista più vicino a Draghi, prima di partire aveva lanciato un avviso chiaro a tutti i naviganti, a partire da quei «rivoluzionari della scuola Radio Elettra» (in privato ha preso a chiamarli così) che spingono Salvini a rompere con il governo.
Nell’intervento a braccio fatto ieri mattina davanti agli assicuratori di Ania, il ministro aveva mandato il suo warning: «È un momento molto particolare, di incertezza, che travaglia imprese e famiglie. A queste bisogna restituire un minimo di garanzie». E ancora, parlando a nuora perché suocera intenda: «Occorre saper cogliere il senso storico del momento. Ed essere all’altezza». Esattamente il contrario cioè di quella rotta sfascia-tutto verso cui il “cerchio magico” salviniano – l’irrefrenabile Claudio Borghi insieme a tanti altri – sta indirizzando la corazzata leghista.
Giorgetti non ce l’ha con il segretario, anzi tende a separarlo da coloro che lo consigliano per il tanto peggio tanto meglio. «Matteo – dice in queste ore a chi lo raggiunge per saggiarne l’umore – è decisamente avanti rispetto a tanti altri che lo circondano». Sa tuttavia che la politica ha le sue regole e ha paura che Salvini possa cedere al richiamo della foresta. Se una volta la regola del Pci era pas d’ennemis à gauche , per una parte della Lega in questi anni la norma è stata la continua rincorsa del populismo, fosse quello a cinque stelle oppure quello sovranista di Fratelli d’Italia. Mai farsi scavalcare
Così il salire dello scontro tra Giuseppe Conte e Mario Draghi ha provocato una speculare tensione tra la Lega e il governo, come testimoniato dalla giornata di ieri. Mentre l’ala barricadera della Lega spinge per rompere subito, mettendosi in scia con i grillini, la tesi di Giorgetti è opposta. Dovrebbe essere proprio il Carroccio il più coerente nel puntellare il governo dell’ex presidente della Bce, per raccogliere finalmente i frutti di questa «scelta di responsabilità».
Invece il ministro ha la sgradevole sensazione che il suo partito si vergogni dell’appartenenza al gabinetto Draghi e non rivendichi mai con orgoglio i provvedimenti conquistati.
Cose concrete, come gli incentivi alla filiera dell’automotive, la cabina per gli investimenti che permette il re-shoring, ovvero il ritorno delle produzioni in Italia, il potenziamento dei contratti di sviluppo che, saltando mille pastoie burocratiche, adesso permettono di realizzare progetti innovativi con aziende importanti. Tutto questo e tanto altro (le mille cose fatte passare in Consiglio dei ministri) non è mai finito nella comunicazione leghista.
Nasce anche da qui il malessere di Giorgetti, che due giorni fa è sfociato nel redde rationem a porte chiuse con l’ala dei Borghi&Bagnai. Toni accesi, sguardi duri. Un clima molto diverso dalla parte recitata di fronte alle telecamere dallo stesso Giorgetti all’uscita da via Bellerio. «La politica non è filosofia, è l’arte del possibile. Se volete fare la rivoluzione, auguri».
E ancora, rispondendo alle critiche sull’eccesso di pragmatismo: «Io parlo in un certo modo. Se vi fa schifo, se non serve e pensate non sia utile, amen. Tolgo il disturbo ». A quel punto, di fronte a una platea ammutolita e spaventata dalla possibilità che la riunione potesse concludersi con le dimissioni del ministro più prestigioso della Lega, Giorgetti ha piazzato l’ultima mina: «Voi pensate che io sia parte del problema. Alle mie spalle mi accusate di essere una sorta di incrocio fra Rasputin e Andreotti. Benissimo, basta che lo diciate. Mi è già successo in passato con Umberto Bossi di non essere considerato “in linea”: sono stato a casa qualche mese e mi sono riposato. Che problema c’è?».
Un fiume in piena, Giorgetti: «E gli alleati del centrodestra? Forza Italia e centristi, ci avete pensato? Sono tutte merde? Ma che dite? Come pensate di avere la maggioranza dopo le elezioni, con Conte e Letta?». La reazione a queste parole è stata di gelo assoluto, occhi persi, sguardi in alto per non incrociare quelli del ministro, mentre Salvini, a centro del tavolo, increspava le labbra in un impercettibile sorriso.
Che a Giorgetti è parso nascondere un moto di soddisfazione del segretario per la sfuriata contro «i rivoluzionari della scuola Radio Elettra», quasi fosse sollevato dal fatto che finalmente qualcuno li obbligasse a un confronto brutale con la realtà. E la “realtà”, nel mondo del ministro, è fatta di una situazione di crisi impressionante, a cui la politica è chiamata a far fronte. I cittadini, «vanno rassicurati, non spaventati, agitando paure e pericoli inesistenti».
Ci sono invece situazioni reali a cui dare risposte: l’inflazione, i salari al palo, i mercati impazziti. Ce n’è abbastanza per far sbandare Paesi molto più solidi del nostro, figuriamoci l’Italia. Per questo, ora, l’ultima cosa da fare è aggiungere l’instabilità politica all’instabilità economica e finanziaria che stiamo subendo.
E se i Cinque Stelle andranno avanti nella loro strategia di sganciamento, per Giorgetti la Lega dovrebbe comportarsi in maniera opposta: essere l’ultimo baluardo a difesa del premier e del governo. Contro i grillini, ma anche contro il Pd che «prova a piantare le sue bandiere come lo ius scholae e la cannabis, sapendo benissimo che non andranno da nessuna parte». Chissà se nella Lega gli daranno ascolto. Giorgetti tuttavia è convinto che, stavolta, nessuno potrà dire di non aver capito.
(da la Repubblica)
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Luglio 6th, 2022 Riccardo Fucile
IL MAGISTRATO HA DATO IL MINIMO DELLA PENA PERCHÉ “NON C’È STATO ACCANIMENTO”, SCATENANDO LA RABBIA DEL PAPÀ DELLA VITTIMA: “SIETE LA VERGOGNA DI UN MONDO CIVILE”
Quanto vale la vita di un ragazzo di 22 anni, ucciso a calci e pugni, per la giustizia spagnola? È di ieri la sentenza del tribunale di Girona per l’omicidio volontario di Niccolò Ciatti, ucciso in una discoteca da un calcio sferrato con tutta la violenza possibile su un corpo inerme. Ebbene, sono 15 anni.
Questa la sentenza a carico del cittadino ceceno Rassoul Bissoultanov, che ha lo status di rifugiato politico. E il padre di Niccolò, il signor Luigi Ciatti, da Scandicci in provincia di Firenze, non ci sta. Non ci può stare. «Ci troviamo di fronte persone – si sfoga – che dovrebbero essere dalla nostra parte, ma che invece sono al fianco degli assassini. Siete la vergogna di un mondo civile. Quando tornate a casa, avete il coraggio di guardare negli occhi i vostri figli?». Dice: «Continueremo a lottare. Agli assassini si dà l’ergastolo».
È lo sfogo di un padre che in Spagna ha visto snodarsi un processo con lentezza esasperante, poi incomprensibili favoritismi per l’imputato (scarcerato nonostante tutto, e subito fuggito in Germania), e che ora, quando finalmente una giuria popolare ha stabilito che si tratta di omicidio volontario e non di semplice leggerezza come s’ è difeso Bissoultanov, vede applicare la pena minima. «Incomprensibile. Quali sarebbero le attenuanti per non dare il massimo?».
La procura ne aveva chiesti ventiquattro, considerando che in Spagna non esiste ergastolo e il massimo possibile sono 25 anni. «Ed era quanto ci aspettavamo», dice il giovane Alessandro Marconi, che quella sera del 2017 era in discoteca con Niccolò, e non si capacita di come siano andate le cose. Invece no. Il presidente del tribunale di Girona ha deciso per il minimo.
Da quel che trapela della sentenza, ha deciso che non si poteva applicare il massimo della pena perché Niccolò è morto per un solo calcio e quindi non ci sarebbe stato accanimento. Per il babbo di Niccolò, però, una pena così lieve è inaccettabile.
«Penso che questo Presidente del Tribunale dovrebbe studiare la parola Giustizia. Giustificare una sentenza del genere con “per quanto possa sembrare duro ai parenti”… credo che veramente dovrebbe cambiare lavoro». È perfino ovvio che il signor Ciatti faccia un confronto con il processo ai due fratelli Bianchi che hanno ucciso di botte il povero Willy Montero. «Hanno preso due ergastoli. Eppure i fatti sono gli stessi».
Tra Girona e Colleferro, i due casi si somigliano per tanti aspetti.
Vent’ anni la vittima, picchiatori di professione i carnefici. Simili le dinamiche processuali.
«Quando sono andato a Girona a testimoniare – racconta l’amico Alessandro – vedere in aula Bissoultanov, impassibile, mi ha dato i brividi». «Siamo dispiaciuti, amareggiati, arrabbiati: sono cinque anni che chiediamo giustizia, non capisco come i giudici non siano riusciti a vedere la gravità dell’omicidio», commenta anche Filippo Verniani, un altro amico. Parenti e amici si attendono molto dal processo parallelo che si tiene a Roma, istruito dal pm Erminio Amelio: venerdì inizia l’istruttoria, la sentenza di primo grado è attesa per l’inizio di autunno.
Ha sempre detto il papà: «Le indagini in Italia sono state serie e potrebbero portare a una condanna davvero giusta». Tra le due giustizie s’ è innescata una gara a chi arriverà per primo alla sentenza definitiva. E la famiglia ha tutto l’interesse a tenere aperto il processo in Spagna per permettere l’avanzamento di quello italiano. Perciò faranno ricorso. «Nel giro di 10 giorni valuteremo l’impugnazione», commenta Agnese Usai, legale dei Ciatti.
(da La Stampa)
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Luglio 6th, 2022 Riccardo Fucile
GABRIELE RESTERA’ A REBIBBIA, MARCO ANDRA’ ALTROVE: SARANNO COSTRETTI A FARE I CONTI CON GLI ALTRI DETENUTI SENZA POTERSI SPALLEGGIARE UNO CON L’ALTRO … MINACCIATI E INSULTATI DAGLI ALTRI RECLUSI: ALCUNI GLI AVREBBERO SPUTATO ADDOSSO, ALTRI GLI HANNO MESSO UN CHIODO DENTRO IL DENTIFRICIO
Separati. I fratelli Bianchi, condannati all’ergastolo per l’omicidio di Willy Duarte
Monteiro, non sono più una sola entità. Solo Gabriele resta nel carcere romano di Rebibbia. Il fratello minore, Marco, è già in via di trasferimento in altra sede. Dopo la condanna all’ergastolo ciascuno sconterà la pena singolarmente.
Ventisette anni Gabriele, ventisei Marco, i «gemelli» esperti di Mma, l’arte marziale mista portata alle estreme conseguenze, che venivano chiamati per spedizioni punitive, ora saranno costretti a fare i conti con gli altri detenuti senza potersi spalleggiare uno con l’altro. Gabriele ha iniziato a lavorare come volontario come «aiuto scrivano spesa». Figura di sostegno all’amministrazione. Dal carcere riferiscono un comportamento corretto.
Erano scattati i flash venerdì al loro abbraccio lungo, commosso, vigoroso, nella gabbia degli imputati appena pronunciata la sentenza che li ha ritenuti i maggiori colpevoli di quel pestaggio brutale che ha lasciato Willy a terra con il cuore spaccato a metà. Un primo istante di umanità mostrata da bulli tatuati, palestrati e violenti, da sempre mobilitati a dare di sé un’immagine minacciosa e arrogante.
Poi le grida e le imprecazioni che avevano fatto scattare l’allarme nel personale penitenziario. Almeno per ora quell’abbraccio sarà l’ultimo. Subito dopo l’arresto i due fratelli sono stati minacciati e insultati dagli altri reclusi. Sono state le stesse intercettazioni depositate dall’accusa durante il processo a rivelarlo. Gabriele lo racconta al terzo fratello che è andato a trovarlo: «Marco sta sempre da solo, si fa i capelli da solo, cucina da solo, lava da solo. Lo chiamano “infame”».
Secondo quanto poi ricostruito alcuni avrebbero sputato addosso, altri gli avrebbero messo un chiodo dentro il dentifricio, altri ancora gli avrebbe sputato nella pasta, come aveva scritto «Frosinone Today».
(da il Corriere della Sera)
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Luglio 6th, 2022 Riccardo Fucile
IL TIMES: “PER IL BENE DEL PAESE DOVREBBE ANDARSENE”
Game over per Boris Johnson? Dopo che Rishi Sunak si è dimesso da Cancelliere dello Scacchiere (l’equivalente del ministro delle Finanze) e Sajid Javid ha lasciato l’incarico di segretario alla Salute anche Bim Afolami, uno dei vicepresidenti dei Tory, ha deciso di rinunciare al posto in polemica con lui.
E oggi il Times apre proprio con “Game over” l’articolo in cui racconta la crisi strisciante del governo di BoJo.
Per il quotidiano non c’è nessuna chance che Johnson, il quale non è riuscito ad assicurarsi il sostegno di 148 parlamentari nel voto di fiducia del mese scorso, possa recuperare la leadership.
«Per il bene del paese dovrebbe andarsene», aggiunge il Times. Mentre il columnist Iain Martin spiega il caos che regna nel governo: Johnson rischia di trascinare giù con sé il partito e il governo e altri ministri starebbero pensando all’addio.
Per la successione ci sono l’ex segretario alla Salute Jeremy Hunt e il segretario alla Difesa Ben Wallace.
Intanto sette britannici su 10 ritengono che il premier britannico debba lasciare: è il risultato di un sondaggio realizzato da YouGov su oltre 3 mila persone. Ma il premier appare intenzionato a resistere e lo avrebbe anche detto ai suoi uomini.
(da agenzie)
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Luglio 6th, 2022 Riccardo Fucile
NEI LUOGHI CHIUSI DOVREBBE ESSERE OBBLIGATORIA LA MASCHERINA MA C’E’ UNA MASSA DI IMBECILLI CHE SALE SUI BUS SENZA PROTEZIONE E I CONTROLLI NON CI SONO
La nuova ondata di Omicron 5 fa toccare il record dei contagi estivi da
Coronavirus. Mentre una nuova sottovariante “indiana” è in arrivo. E se il picco è previsto tra il 10 e il 15 luglio, 30 milioni di italiani sono a rischio. Ovvero i non vaccinati, che ammontano a 3,4 milioni. Quelli che hanno fatto la seconda dose da più di sei mesi, che sono 5,3 milioni. I bambini con meno di due anni (2,2 milioni). E infine i 19,7 milioni che hanno ricevuto la terza dose da più di sei mesi.
Intanto gli ospedali cominciano a dare segnali di sofferenza. E i medici si appellano ai Maneskin per fermare il concerto del Circo Massimo, previsto proprio alla vigilia del picco.
Intanto il ministro della Salute Roberto Speranza annuncia un ampliamento della platea delle persone vaccinabili con il secondo booster in autunno. Tra le ipotesi ci sarebbe quella di un’estensione del richiamo agli over60. Ma la chiamata potrebbe includere anche i cinquantenni.
I contagi come a febbraio e il plateau
Con ordine. Ieri il bollettino del ministero sull’emergenza Coronavirus ha contato 132.274 casi e 94 morti. Con un tasso di positività che ha sfiorato il 29%. Negli ospedali il tasso di occupazione medio dei reparti ordinari è al 12%. Nelle terapie intensive siamo ancora al 3%.
E secondo la Fiaso (Federazione di Asl e ospedali) citati oggi da La Stampa sono 30 milioni gli italiani a rischio contagio. Mentre cinque regioni sono oltre la soglia di allerta: Basilicata, Calabria, Liguria, Sicilia e Umbria. Quest’ultima, con la soglia d’allerta ben oltre il 15%, con le vecchie regole sarebbe precipitata in zona arancione.
Il plateau è previsto per il 15 luglio. «In vista dell’autunno abbiamo bisogno di una popolazione protetta, anche se solo per 2 o 3 mesi, in attesa dell’arrivo di vaccini più specifici contro Omicron», ha spiegato Giovanni Migliore della Fiaso.
«Per questo, chi non lo ha fatto dovrebbe completare il ciclo vaccinale con la terza dose dei vaccini oggi disponibili, che comunque evitano molti ricoveri e rianimazione. Ma auspichiamo si preveda la possibilità di somministrare la quarta dose o secondo richiamo, anche a tutti gli over 60», ha proposto. Nel frattempo aumentano i vaccini anti-Covid disponibili per i più giovani.
L’azienda Novavax ha annunciato che la Commissione Europea ha approvato l’autorizzazione all’Immissione in commercio condizionata estesa per Nuvaxovid negli adolescenti in Europa di età compresa tra i 12 e i 17 anni, dopo il parere positivo dell’Agenzia europea per i medicinali (Ema).
La nuova variante indiana
Nel frattempo in India è stata individuata una nuova sottovariante di Omicron, la BA.2.75. Comunemente chiamata “variante indiana”. Il genetista Massimo Zollo, coordinatore della Task force Covid-19 del Ceinge, ha detto ieri all’agenzia di stampa Ansa che non è stata ancora rilevata in Italia. Ma la nuova sottovariante ha già una piccola famiglia, con le sorelle BA.2.74 e BA.2.76, identificate in India. Tutte e tre starebbero spingendo verso l’alto la curva dei contagi nel paese, con una rapidità considerata del 18% superiore rispetto a quella delle varianti finora note.
Delle nove mutazioni, sono due quelle che al momento attirano un’attenzione maggiore: si chiamano G446S e R493Q e sembrerebbero entrambe legate alla capacità di sfuggire agli anticorpi, sia quelli acquisiti con l’infezione sia quelli generati dal vaccino. Anche questa pare più contagiosa ma meno pericolosa. Anche se per il virologo del Cnr Giovanni Maga «la tendenza del Sars- Cov-2 è di aumentare la propria capacità nel diffondersi senza generare patologie più gravi. Non per questo il virus diventa meno patogeno, la differenza la fa essere ben vaccinati oppure no».
Come proteggersi dal virus in vacanza
Intanto Carlo Signorelli, docente di igiene e sanità pubblica al San Raffaele di Milano, racconta quali strumenti ci sono per evitare il contagio anche nei luoghi di vacanza dove le positività sono in crescita. I luoghi chiusi, spiega oggi l’esperto a Repubblica, andrebbero evitati il più possibile. Bar, ristoranti e locali da ballo sono i preferiti per lo sviluppo dei focolai. Poi, è meglio stare all’aperto. Mentre nei luoghi chiusi è necessario indossare la mascherina Ffp2. Con una postilla: quando si sale a bordo dei treni o degli aerei è facile trovarsi a contatto con gli altri.
«La mascherina Ffp2 blocca in teoria il 95% dei virus che potrebbero essere attorno a noi. Quando tutti la indossano, lo scudo è doppio. Chi è positivo non diffonde il virus e chi è negativo non lo respira». Se invece la portiamo solo noi, la barriera non è più insuperabile: «Su un treno affollato dove gli altri passeggeri hanno bocca e naso scoperti corriamo qualche rischio in più. Ma una mascherina ben indossata, nuova e stretta sul naso resta un’ottima barriera». Mentre si mangia o si beve però di solito la mascherina si toglie. Quello è un rischio. A salvare dal contagio dovrebbero essere gli impianti di aerazione dei mezzi.
(da agenzie)
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Luglio 6th, 2022 Riccardo Fucile
GRAZIE ANCHE ALLA ONLUS SOLETERRE I BAMBINI VENGONO PORTATI IN ITALIA PER CURARSI
Un aereo Gulfstream G-550 immatricolato I-Gmp che fa avanti e indietro dall’aeroporto da Milano Linate a Resovia in Polonia.
Di proprietà della Alba Servizi Aerotrasporti, società di Fininvest.
E una missione della ong Soleterre in collaborazione con Regione Lombardia. Che prevede l’evacuazione di bambini malati di cancro dagli ospedali di Kiev all’Italia per venire a curarsi insieme ai genitori.
Ci sono tutti gli elementi per raccontare una storia e oggi lo fa il Fatto Quotidiano in un articolo a firma di Giampiero Calapà.
Ovvero la storia dell’aereo di Silvio Berlusconi usato per salvare i bambini ucraini. Il “Berlusconi Force One” è volato da Linate a Resovia l’8, il 14, il 16, il 18 e il 20 marzo. E poi ancora il 14, il 17 e il 24 maggio.
La missione a Resovia
L’ultima missione il 4 luglio, con partenza da Linate alle 15 e 24. Dal momento della partenza a quello dell’atterraggio non passa mai più di un’ora. Nello stesso aeroporto in cui le forze Nato inviano regolarmente le armi a Kiev. Fondazione Soleterre è una Ong che dal 2003, insieme alla Fondazione Zaporuka, lavora in Ucraina da prima della guerra.
Il Fatto ha raccontato subito dopo lo scoppio del conflitto che l’Ong ha realizzato interventi strutturali, garantito strumentazione medica e forniture di farmaci nei reparti dell’Istituto del Cancro e dell’Istituto di Neurochirurgia di Kiev. Infine, ha aperto una casa d’accoglienza per ospitare gratuitamente i tanti bambini malati in cura a Kiev, ma che provengono da zone remote del paese.
Le nove missioni compiute servono esattamente a evacuare i bambini malati di cancro dell’Ucraina. Una fonte spiega al quotidiano che la famiglia di Berlusconi ha mantenuto il più stretto riserbo «per evitare strumentalizzazioni di qualsiasi tipo».
Il direttore Marco Travaglio ha detto che la fondazione del Fatto ha raccolto con Soleterre 250 mila euro per i bambini malati di Kiev.
(da agenzie)
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Luglio 6th, 2022 Riccardo Fucile
IL RACCONTO DI NATALIA NEI LUOGHI DELL’ECCIDIO
Gli otto uomini camminano rapidi in fila indiana, il corpo piegato in avanti. Con
una mano tengono coperti i loro volti, l’altra è agganciata al compagno di fronte. Sono comandati dai loro aguzzini che li precedono, in due, e li seguono con i fucili spianati.
La telecamera di un’abitazione privata piazzata sulla via Yablunska ulica riprende quel passaggio quasi di corsa, pochi secondi poi quel gruppo di ostaggi scompare dal frame.
Il breve video è stato pubblicato lo scorso aprile dal New York Times e ha rappresentato l’ennesima prova schiacciante, se ce ne fosse bisogno, dei crimini di guerra commessi dall’esercito russo a marzo, durante il mese dell’occupazione della cittadina di Bucha, a nord di Kiev.
Natalia Verboviyna, in quel video, ha individuato suo marito Andreij: è il secondo uomo in fila indiana. In realtà la donna aveva già vissuto l’orrore qualche giorno prima: “L’ho riconosciuto dal sopra della tuta, in parte rosa, era la sua tenuta sportiva. A inizio aprile un sito web del posto ha pubblicato una foto del massacro commesso alla sede della Agrobudpostach, al civico 144 di Yablunska ulica. Nel cortile posteriore c’erano dei corpi a terra e in mezzo a quell’orrore ho visto quello insanguinato di Andreij. Così ho preso coscienza che era morto, visto che non rispondeva più al telefono da settimane. Il video nel New York Times? In pratica è stata l’ultima volta che ho visto mio marito vivo. Una volta usciti dall’inquadratura della telecamera lui e i compagni della squadra di Difesa Civile sono stati portati nell’area della Agrobudpostach, torturati e poi uccisi. È stata un’esecuzione di massa, il sangue a terra, i segni dei proiettili sulle pareti dell’edificio e sugli scalini. I corpi abbandonati in quel cortile per settimane, fino a quando i russi non sono scappati e la forza ucraina non li ha trovati”.
Yablunska ulica, la via della morte, diventata tristemente famosa per le immagini delle esecuzioni di civili compiute dall’esercito occupante. Sulla stessa strada, lunga svariati chilometri, c’è anche il sito dove Andreij Verboviy e gli altri sono stati uccisi, un edificio su tre piani diventato il quartier generale dei russi durante l’occupazione: “Al piano terra c’erano i prigionieri, al primo il ricovero per i soldati feriti e nei due superiori gli alloggi degli occupanti”, continua Natalia Verboviyna al Fatto.it davanti alla Agrobudpostach. “Mio marito e gli altri sette uccisi a inizio marzo sono rimasti prigionieri poche ore, il tempo delle torture barbare e poi le esecuzioni, in un punto nascosto – il cortile appunto – che dà verso terreni e case basse di campagna. Il giorno in cui i russi hanno invaso l’Ucraina e sono arrivati da nord verso Bucha è stato uno choc per la popolazione. Io, Andreij e nostro figlio abbiamo preparato gli effetti personali e ci siamo preparati a partire. Io e mio figlio siamo fuggiti a Kiev e poi verso la regione dei Carpazi il giorno successivo, la notte tra il 25 e il 26 febbraio. Andreij ha promesso che ci avrebbe raggiunto i giorni successivi, voleva impacchettare le ultime cose, ma quando ci siamo salutati a Bucha quel giorno è stata l’ultima volta che lo abbiamo visto vivo. Andreij la città invasa dai russi non l’ha mai lasciata, da vivo e da morto. Lui si è unito alla Difesa Civile di Bucha”, aggiunge Natalia Verboviyna, “per dare una mano all’esercito che si stava organizzando in difesa della capitale. Non sapeva combattere, non aveva mai maneggiato armi, la sua arte era quella di rigenerare vecchi oggetti abbandonati e logori. Un lavoro il suo, restauratore e falegname, che era al tempo stesso una passione. In città lo cercavano tutti per sistemare un mobile, rigenerarne un altro, aveva le mani d’oro. La sua squadra di Difesa Civile ha organizzato delle trappole e dei blocchi per impedire l’avanzata nemica, ma non avevano forze per opporsi, solo le molotov artigianali, qualche coltello e neppure un’arma. La prima settimana di marzo i russi, entrati a Bucha coi carri armati, li hanno fatti prigionieri tutti e l’epilogo lo conosciamo”.
Tre mesi dopo la fuga degli invasori, ricacciati in Bielorussia, la Agrobudpostach, una società multi servizi, sta tornando operativa. Le macerie lasciate dagli occupanti sono state rimosse e il cortile degli orrori ripulito.
Ora a terra i parenti delle vittime hanno piantato o appoggiato dei vasi pieni di fiori che periodicamente vengono a cambiare. “Io ci vengo quasi tutti i giorni, mi faccio un bel pianto, accendo il lumino, tolgo l’acqua vecchia e sostituisco i fiori rinsecchiti dal caldo. Presto qui io e i familiari delle altre vittime erigeremo un sito a ricordo dell’eccidio. Il proprietario della società e dell’edificio non ha opposto alcuna resistenza. Deve restare a futura memoria. Intanto io aspetto che la giustizia faccia il suo corso. Voglio guardare i carnefici di mio marito negli occhi e trasmettere loro la mia rabbia e il mio dolore”.
In fila indiana in quel drammatico video del New York Times c’è anche Sviatoslav Turowski, 35 anni, la seconda vittima più giovane del gruppo. Il suo corpo è caduto vicino al muro del palazzo e in quel punto suo padre Oleksandr ha appoggiato un mazzo di splendidi fiori gialli. Si china per sistemarli dentro il vaso e poi scoppia in lacrime, un pianto disperato.
Quando si riprende Oleksandr, 72 anni, ci racconta un dettaglio terrificante: “Prima di ucciderlo i ceceni gli hanno strappato gli occhi dalle orbite e poi gli hanno sparato. I soldati che hanno seminato terrore a Bucha erano tutti ceceni e buriati (abitanti di una piccola repubblica russa nella zona siberiana di Ulan-Ude, ndr), dei selvaggi e degli assassini. Non avrò pace fino a quando non verrà fatta giustizia”.
(da agenzie)
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Luglio 5th, 2022 Riccardo Fucile
OSSESSIONATO DALLA SUA SALUTE “MAD VLAD” IMPONE A CHI LO VUOLE INCONTRARE DI SOTTOPORSI QUATTRO VOLTE AL TAMPONE MOLECOLARE E DUE VOLTE AL TEST DEGLI ANTICORPI COVID-19, A ESAMI SU SARS, INFLUENZA, STAFILOCOCCO AUREO, VERMI E A PRELIEVO DI SANGUE E FECI … UN SISTEMA DI CONTROLLI CHE COSTA AL CREMLINO 6,8 MILIONI DI EURO
Per due anni Vladimir Putin ha vissuto in stretto isolamento. Niente viaggi, solo riunioni di lavoro in remoto, massime precauzioni anti- Covid. Ora che ha ripreso a muoversi e a incontrare gente, la “bolla” in cui viveva non è esplosa. Si sposta con lui. E costerebbe al bilancio russo almeno quattro miliardi di rubli, 6,8 milioni di euro al cambio attuale.
Né le sue quattro dosi di vaccino contro il coronavirus, né l’operazione militare speciale in Ucraina, né l’allentamento delle restrizioni in vigore dal primo luglio in tutta la Russia hanno allentato le misure a cui è costretto a sottoporsi chiunque entri in contatto con il leader del Cremlino, rivela un’inchiesta di Bbc Russia , testata bloccata nella Federazione.
E lo conferma a Repubblica un uomo d’affari vicino al presidente: «Incontrare Putin? Chi ha voglia di stare chiuso da qualche parte tra quattro mura per due settimane?».
Funzionari, piloti e medici sono costretti a snervanti e continue quarantene. Per accedere alla cosiddetta “zona pulita”, vale a dire al cospetto del presidente russo, bisogna sottoporsi quattro volte al tampone molecolare e due volte al test degli anticorpi Covid-19, nonché a esami su Sars, influenza, stafilococco aureo, vermi e a prelievo di sangue e feci.
«Quando è arrivato il mio turno, lo ho salutato. Ha sorriso e mi ha stretto la mano», così il generale Akhat Julashev di Kazan ha raccontato a un media locale il suo effimero incontro con Putin in occasione della parata del 9 maggio in Piazza Rossa.
Pochi secondi costati al 94enne veterano della guerra in Afghanistan due settimane in isolamento. Certo: «con tutti gli onori» e «in un lussuoso hotel di Mosca», ha raccontato lo stesso Julashev. Ma pur sempre in totale solitudine.
Stesso trattamento riservato ad altre 400 persone solo per potersi sedere vicino o stringere la mano a Putin in occasione della Giornata della Vittoria. Come Julashev, tutti trattati al meglio. Due gli hotel riservati nel centro di Mosca: il President a 4 stelle e il Golden Ring a 5 stelle. Mentre cinque veterani sono stati alloggiati in un sanatorio militare nei pressi di Mosca.
Alcuni dipendenti del Cremlino sono costretti a trascorrere quasi tutto l’anno in quarantena in decine di sanatori – oramai chiusi ai vacanzieri – nei pressi delle residenze presidenziali nella regione di Mosca, Sochi e Valdai per una spesa dall’inizio della pandemia che Bbc Russia avrebbe quantificato intorno ai 2 miliardi di rubli, oltre a 1,7 miliardi di sussidi alle strutture nel solo 2020.
Secondo il canale Telegram Baza , alcuni hanno trascorso chiusi in stanze singole più di 150 giorni nel 2021. Tanto che c’è chi ha detto “Basta”
Come il cameraman personale di Putin Ilja Filatov che – stando al sito investigativo Proekt – si è dimesso subito dopo aver filmato il discorso del presidente sull’inizio dell’offensiva in Ucraina: «Sono stufo di star seduto mesi in quarantena».
Come già rivelato dal Proekt lo scorso aprile, un’equipe di medici dell’Ospedale centrale clinico al servizio di Putin e dell’amministrazione presidenziale segue il capo di Stato nei suoi soggiorni in dacia o viaggi. Anche loro sono costretti a stare in isolamento prima di visitare il leader del Cremlino.§
Secondo Bbc Russia , alloggerebbero in diversi sanatori in tutto il Paese. Come la Casa di Riposo Valdai nella regione di Novgorod, chiusa al pubblico “a tempo indeterminato” dal 6 novembre 2020, che ospiterebbe regolarmente da uno a quattro medici.
Quest’ anno, dal 1° gennaio al 15 aprile, i dottori avrebbero visitato Putin a Valdai almeno 9 volte. Mentre a febbraio, poco prima dell’inizio dell’offensiva russa in Ucraina, 20 medici si sono trasferiti per circa 15 giorni nell’Hotel Arbat di Mosca.
La quarantena però non basta. Bisogna sottoporsi anche a esami di laboratorio «a fini sanitari ed epidemiologici ». Innanzitutto, già due giorni prima dell’inizio dell’isolamento, un esame degli anticorpi. Durante la quarantena, quattro tamponi molecolari e, il dodicesimo giorno, un secondo esame degli anticorpi. Se è tutto ok, al 14° giorno si viene ammessi nella «zona pulita».
Dall’inizio della pandemia, calcola Bbc Russia , l’amministrazione presidenziale e le strutture annesse hanno commissionato 1.500 tamponi, ma anche esami per Sars, influenza, stafilococco aureo e prelievo del sangue e delle feci. Test che, secondo Baza , i funzionari più vicini al presidente devono effettuare «più volte a settimane».
L’equipaggio dei voli presidenziali, nel solo maggio, si è dovuto sottoporre a un totale di 1.376 test, 98 esami delle feci, 447 esami del sangue alla ricerca degli anticorpi e 32 di patologie. Oltre a stare in perenne isolamento.
Per lo specialista israeliano Konstantin Balonov, interpellato da Bbc Russia , dietro a tanta ossessione ci sarebbero solo due motivazioni possibili: «paranoia o vera paura dal punto di vista medico».
(da la Repubblica)
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