Gennaio 3rd, 2024 Riccardo Fucile
LE DUE DEBOLEZZE CEMENTANO LA MAGGIORANZA
Sembrava un perfetto allineamento degli astri quello prima della conferenza stampa di fine – o anche di inizio – anno di Giorgia Meloni, riprogrammata il 4 gennaio. Passati i problemi di salute, messi alle spalle gli affanni della manovra, la presidente del Consiglio era pronta a rispondere alle preventivabili domande sul caso-Verdini, che tirano in ballo il leader leghista, l’alleato-avversario Matteo Salvini. Problemi di altri, insomma. Buoni per portare a casa qualche voto in più. Tra qualche mese ci sono pur sempre le Europee.
E invece è esploso il caso della pistola, a Rosazza, portata dal deputato di Fratelli d’Italia, Emanuele Pozzolo, ora indagato per lesioni colpose, accensioni ed esplosioni pericolose aggravate ed omessa custodia di armi, dopo il ferimento di un uomo nella notte di Capodanno. Si tratta comunque di un atto dovuto della procura di Biella che ha aperto un’inchiesta: il diretto interessato ha ribadito di aver esploso il colpo. Il fatto si estende, seppur fortuitamente, al sottosegretario alla Giustizia, Andrea Delmastro. L’uomo dei pasticci di Fratelli d’Italia. Con il caso-Cospito si è infilato da solo in una brutta situazione, a San Silvestro è riuscito a trovarsi al posto sbagliato al momento sbagliato. Suo malgrado. E così la tentazione di cavalcare i guai altrui, seppur con toni felpati, è stata stoppata da Meloni: bisogna affrontare prima di tutto gli scivoloni. Di una classe dirigente che manifesta la «totale inadeguatezza di questa classe dirigente», per usare le parole di Raffaella Paita, capogruppo di Italia viva al Senato.
LA PISTOLA FUMANTE
Il “pistolagate” di Rosazza è una brutta storia. Gestita anche peggio dal punto di vista della comunicazione. Prima il giallo su chi ha sparato e poi il caos sul presunto rifiuto da parte di Pozzolo della perquisizione, facendo appello all’immunità parlamentare. La procura ha poi confermato che il test è stato effettuato subito dopo i fatti, allontanando i dubbi addensati in giornata. Al netto della cronaca caotica delle ultime ore, c’è una questione politica e di immagine di non secondario conto. La premier deve pensare a come uscire da questo imbuto in cui è finita a causa dei “suoi”. Un peccato. Perché c’era in primo piano l’inchiesta sugli appalti Anas, una questione di relativo impatto per Palazzo Chigi. Riguarda Salvini, sia nella veste di ministro delle Infrastrutture che di compagno di Francesca Verdini, non coinvolta nell’inchiesta ma pur sempre sorella di Tommaso Verdini, finito ai domiciliari, e figlia di Denis.
La presidente del Consiglio avrebbe potuto parlare della vicenda senza temere conseguenze. Fratelli d’Italia ha fatto il suo, diffondendo la nota a difesa di Salvini. Almeno in attesa di approfondimenti. Ora quella presa formale di posizione, al fianco del segretario leghista, è diventata un’ancora di salvezza a cui aggrapparsi dopo i fatti del Capodanno di Rosazza. Per un caso-Verdini che si abbatte sulla Lega, ecco il “pistolagate” che investe in pieno Fratelli d’Italia. La linea dettata dal partito è quella della minimizzazione, di non dare un senso politico alla vicenda dell’arma portata, la notte di San Silvestro, da Pozzolo. Derubricare a fatto di cronaca e sopire la polemica, dunque.
PACE FORZATA
Il risultato è che, volente o nolente, Meloni deve evitare lo scontro frontale, siglare una pace, o quantomeno una tregua, nonostante contenda a Salvini lo stesso elettorato. Percentuali ghiotte in vista di giugno, mese del voto. Le disgrazie altrui non possono essere sfruttate per accrescere il consenso. E lo stesso vale per la Lega di Salvini. Le indagini sulla famiglia Verdini cancellano la possibilità di punzecchiare Fdi sulla situazione dalla ministra del Turismo, Daniela Santanchè, o sul processo Delmastro per le rivelazioni fatte al deputato e amico di partito Giovanni Donzelli sul caso-Cospito. E tantomeno, visto il momento, danno spazio di azione sul pistolagate. Sono due debolezze parallele che uniscono i leader del centrodestra, si tengono per paura che l’altro possa affondare il colpo (politico) sui guai propri.
Resta che la premier non ha potuto quindi rilassarsi nemmeno a Capodanno. Ha pagato ancora una volta il conto alle intemperanze del suo gruppo dirigente, che dimostra quantomeno una certa superficialità nella gestione del potere. Il dilettantismo evidenziato dalle opposizioni. «Fdi come seleziona i suoi dirigenti?», chiede la senatrice del Pd, Anna Rossomando: «Anche nei film western le armi venivano lasciate fuori dai saloon». Ma c’è una valutazione di visione culturale e politica, che non può sfuggire al netto della follia di Capodanno. «Nella vicenda del deputato Pozzolo e in quel nel tragicomico e fantozziano capodanno con Delmastro, c’è tutta la responsabilità politica di Fratelli d’Italia che rincorre l’incubo di un Paese a mano armata di giustizieri fai da te», ha sottolineato il segretario e deputato di +Europa, Riccardo Magi. Del resto una certa passione per le armi, in Fdi come nella Lega, non è un mistero.
(da editorialedomani.it)
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Gennaio 3rd, 2024 Riccardo Fucile
“ABBIAMO AVUTO TUTTI PAURA, C’ERANO DEI BAMBINI”
C’è un altro testimone del caso di Emanuele Pozzolo, il deputato di
Fratelli d’Italia protagonista della sparatoria a Capodanno nell’ex asilo di Rosazza in provincia di Biella. Un uomo delle forze dell’ordine, intervistato da la Repubblica, smentisce la versione dell’onorevole. «Abbiamo avuto tutti paura, c’erano dei bambini. Pozzolo è arrivato a fine serata, stavamo andando via: era allegro, ha tirato fuori la pistola senza che nessuno glielo avesse chiesto e all’improvviso è partito lo sparo», dice l’uomo. Che poi spiega di aver visto tutto: «Era circa l’una e mezza. La cena era finita. Avevamo già sparecchiato quando è arrivato Pozzolo.Stavamo andando via tutti, perché eravamo tutte famiglie ed era già tardi. C’erano diverse persone che il giorno dopo dovevano lavorare».
La follia
Il testimone spiega che Pozzolo «è entrato nella sala per salutare alcuni amici. Eravamo in piedi, stavamo rassettando. La tavola era sparecchiata. Stavamo rimettendo gli avanzi nei contenitori per riportare a casa il cibo avanzato». Poi si è consumato tutto «in un attimo. Pozzolo era allegro. Ha tirato fuori la pistola dal taschino per mostrarla ai presenti. Un gesto superficiale, assolutamente immotivato».
Si è sentito il colpo dello sparo mentre a poca distanza c’erano bambini ancora svegli. Pozzolo ha iniziato a mostrare la pistola ai parenti, «come se io tirassi fuori l’arma di ordinanza. Una follia». È partito il colpo «che ha colpito il ragazzo alla coscia».
Infine, il testimone smentisce la versione del deputato: «È successo sotto i miei occhi, come me l’hanno visto anche altre persone presenti. Abbiamo tutti rilasciato le nostre dichiarazioni ai carabinieri. È stata una leggerezza: poteva costare davvero cara a quel ragazzo, che è un gran lavoratore, un padre di famiglia con due bambini piccoli».
(da Open)
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Gennaio 3rd, 2024 Riccardo Fucile
LA VERSIONE DEL DEPUTATO DI FDI FA ACQUA DA TUTTE LE PARTI… UN NUOVO TESTIMONE DELLE FORZE DELL’ORDINE: “HA SPARATO LUI”
Si chiama Luca Campana, ha 31 anni e fa l’elettricista l’uomo ferito dal colpo di pistola sparato dal deputato di Fratelli d’Italia Emanuele Pozzolo a Capodanno. Il colpo partito dalla pistola North American Arms LR22 lo ha colpito alla gamba nell’ex asilo di di Rosazza in provincia di Biella oggi sede della Pro Loco affittata dalla sindaca Francesca Delmastro, sorella del sottosegretario Andrea Delmastro. All’ospedale di Ponderano gli è stato estratto dalla parte posteriore della coscia il proiettile. Poi le dimissioni con una prognosi di 10 giorni. Campana non ha ancora presentato querela per lesioni personali, e il reato non è procedibile d’ufficio senza 20 giorni di prognosi. Ma il suo avvocato Marco Romanello fa sapere che «abbiamo sessanta giorni di tempo, decideremo insieme quando si sarà ripreso».
Luca Campana
Campana dice oggi a La Stampa che al momento non se la sente di parlare: «Sono ancora a letto e sento molto dolore. Per qualche giorno voglio dimenticare quello che è successo».
Un testimone ha detto all’agenzia di stampa Ansa che l’onorevole «era allegro» e «mostrava l’arma tenendola nel palmo».
Un uomo delle forze dell’ordine presente alla festa spiega oggi a la Repubblica invece che quando è partito il colpo l’arma la impugnava proprio Pozzolo. Anche lui conferma «l’allegria» del deputato.
L’altro testimone
Aggiunge altri dettagli e particolari: la pistola era nel taschino e lui l’ha tirata fuori per mostrarla ai presenti. E la impugnava quando è partito il colpo: «In un attimo si è sentito il botto dello sparo, e ha rimbombato. C’erano anche bambini presenti».
Il testimone parla di gesto «superficiale e sconsiderato: come se io tirassi fuori l’arma di ordinanza per fare lo stesso, una follia». E quando gli ricordano la versione di Pozzolo sul colpo partito mentre la pistola era in mano a Campana è categorico: «È successo sotto i miei occhi. Come me l’hanno visto altri presenti. Abbiamo tutti rilasciato le nostre testimonianze ai carabinieri».
Pozzolo si è sottoposto alle 7,25 del primo gennaio al test dello Stub, che serve a rilevare la presenza di polvere da sparo sulle mani. Avrebbe invece rifiutato di consegnare i suoi abiti, secondo quanto confermato dalla procuratrice di Biella Teresa Angela Camelio.
Il proiettile in canna
Opponendo l’immunità parlamentare. Pozzolo aveva un regolare porto d’armi che ora gli è stato tolto mentre la pistola è stata sequestrata. È iscritto nel registro degli indagati per lesioni aggravate, in attesa della decisione di Campana sulla querela. Poi c’è il reato di omessa custodia di armi prevede l’arresto fino a un anno o l’ammenda fino a mille euro. Rimane da spiegare il giallo del proiettile in canna: quel tipo di arma, dicono gli esperti, rende poco probabile uno sparo involontario.
Ma le ipotesi alternative, spiega oggi il Corriere della Sera, presuppongono che qualcuno abbia allora caricato l’arma. Ma chi? Nella sua versione dei fatti ai carabinieri Campana avrebbe detto che era l’onorevole ad impugnare la pistola quando è partito il colpo. Intanto sono anche in corso accertamenti sul porto d’armi rilasciato al deputato.
Il metal detector e Giorgia Meloni
Pozzolo è indagato anche per il reato di accensioni ed esplosioni pericolose. Le indagini sono condotte dalla pm Paola Francesca Ranieri. Pozzolo ha nominato come avvocato Andrea Corsaro, che è anche sindaco di Vercelli. il Fatto Quotidiano spiega che il ritardo nel test dello Stub sarebbe dipeso da fattori tecnici: il test dà i migliori risultati nell’immediatezza dei fatti. Le analisi le faranno i carabinieri del Ris. Intanto ieri un dubbio ha angosciato i parlamentari: Pozzolo portava la pistola anche alla Camera? Il divieto di portare armi in parlamento c’è, mentre a Montecitorio c’è un metal detector che escluderebbe la possibilità di questa evenienza. Intanto la premier Giorgia Meloni più che arrabbiata è furiosa. Al suo inner circle ha parlato di «follia» da parte del suo deputato. La sospensione dal partito per Pozzolo potrebbe arrivare già oggi.
La sospensione
Per essere poi annunciata durante la conferenza stampa che la attende. «In tanti lavorano come muli, danno tutto quello che hanno. Ma c’è una parte di deputati e senatori che pensa di stare in vacanza. Non hanno minimamente capito il ruolo che hanno. E fanno danni, ci fanno sembrare inaffidabili», avrebbe detto Meloni secondo il Corriere. E ancora: «Qui c’è gente che non ha capito il ruolo che ha. Pensa che basti venire in Parlamento, schiacciare un bottone e il compitino è finito e lo stipendio meritato. Beh, non è così».
Per questo si preannuncia una stretta sugli eletti. Meloni darà indicazioni molto chiare ai capigruppo: controllate deputati e senatori, usate la frusta se necessario. Poi sarà lei a dare la linea su chi punire. Perché le elezioni europee sono alle porte ed errori del genere non possono più essere tollerati.
(da Open)
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Gennaio 3rd, 2024 Riccardo Fucile
UN PARTITO AL SERVIZIO DELLA LOBBY DELLE ARMI
“Non ho mai visto una pistola sparare da sola”, scriveva, nel lontano
2015 Emanuele Pozzolo, deputato di FdI proprietario dell’arma dalla quale è stato sparato un colpo che ha ferito il genero dell’agente di scorta del sottosegretario Andrea Delmastro Delle Vedove, durante una festa di Capodanno in un paesino del Biellese. Amministrato, neanche a dirlo, da Francesca Delmastro, “sorella di”. Ma se lo sventurato sottosegretario di FdI alla giustizia è uno che sostiene di non amare le armi – “mi fanno paura”, ha detto oggi a Repubblica – non si può dire lo stesso del deputato Pozzolo. Al quale, peraltro, sarà revocato il porto d’armi. Quel tweet gli è ripiombato addosso come un boomerang: Pozzolo, infatti, sostiene che la pistola di Capodanno è sua, ma non ha sparato lui.
Versione più che legittima, bisognerebbe però capire come è partito il colpo, visto che – Pozzolo dixit – le pistole non sparano da sole.
Origine vercellese, con un passato da amministratore locale per la Lega, sempre sui social si fregiava del titolo di #progun, favorevole alle pistole. Più che l’hashtag di dubbio gusto, al giovane deputato potrebbe costare cara – almeno in termini politici – l’idea di portarsi una piccola pistola alla festa di Capodanno, verosimilmente con il colpo in canna, e di mostrarla a chiunque gli capitasse davanti.
Per amore di verità, però, bisogna ammettere che Pozzolo non è il solo progun nelle schiere dei meloniani. Tra chi sponsorizza la caccia indiscriminata e chi mette più armi in mano alle forze dell’ordine, tra chi si fa fotografare con i bossoli e chi non vorrebbe mettere un freno alle armi da collezione, l’elenco è lungo.
Ricorderanno tutti il caso che si era creato intorno al sottosegretario Giovanbattista Fazzolari. Secondo un articolo de La Stampa, stava valutando l’idea di proporre dei corsi di tiro a segno in alcune scuole. La ricostruzione, poi, era stata smentita con forza dal diretto interessato e la notizia bollata come falsa. Il caso, dunque, si era sgonfiato, sebbene lui non abbia mai fatto misterio di essre un appassionato di armi e frequentatore di poligoni. Il sottosegretario definito da Giorgia Meloni “l’uomo più intelligente che abbia mai conosciuto” qualche anno fa aveva condotto, però, un’altra battaglia sulle armi. Nel 2021 si era scagliato contro il questore di Padova che aveva posto un limite alle armi da collezione. Potevano esserne detenute al massimo cento. Mica bruscolini, se si considera che alcune armi da collezione possono ben essere funzionanti, ma per Fazzolari era troppo poco. Così, l’allora parlamentare d’opposizione aveva presentato un’interrogazione, molto celebrata dai siti che si occupano di armi.
In Parlamento europeo poi, sempre negli scranni di FdI, siede poi Pietro Fiocchi, al secolo “padre di famiglia, cacciatore, imprenditore”, L’impresa di famiglia, celebrata sul profilo Facebook di Fiocchi, produce munizioni. L’eurodeputato ha suscitato non poche polemiche a Lecco e nel Bresciano per un sobrissimo cartellone con il quale faceva gli auguri di Natale con alle spalle un albero di Natale decorato con dei bossoli al posto delle palline. “Il messaggio è rivolto al mondo venatorio”, si era difeso l’eurodeputato. Messaggio un tantinello ambiguo, verrebbe da dire. Era rivolta al mondo venatorio anche la proposta di legge arrivata in Parlamento pochi giorni fa, sempre a firma FdI. L’obiettivo era quello di dare una specie di foglio rosa ai sedicenni, così da consentire loro di imbracciare il fucile da caccia, con il via libera dei genitori. Il testo puntava poi a estendere la stagione della caccia, con la possibilità di esercitare l’attività anche di notte. La proposta, firmata dal senatore Bartolomeo Amidei, è stata ritirata su sollecitazione del ministro Francesco Lollobrigida, perché “non era stata condivisa con il governo”.
Puntava al favore del mondo della caccia – uno dei bacini elettorali del melonismo – anche un provvedimento della manovra dell’anno scorso che dava il via libera alla caccia ai cinghiali anche nelle città. Un modo estremo – e per molti anche pericoloso – per provare a debellare un problema serio e annoso. Anche in quel caso si era levato il coro di protesta delle opposizioni.
Tra i personaggi progun, come dimenticare Joe Formaggio, consigliere regionale del Veneto, che si è fatto fotografare con una mitraglietta in mano a un evento pubblico nel quale rappresentava la Regione. Sollecitato sul punto, Formaggio si era detto “a favore della legittima difesa e delle aziende che producendo armi e munizioni contribuiscono con più di mezzo punto di Pil all’economia del Paese”. Peccato che a suscitare indignazione fosse stato l’entusiasmo con cui imbracciava l’arma, non la sua inclinazione verso quel mondo.
Arrivando a tempi recenti, possiamo ricordare che riguarda le armi uno dei punti fondamentali dell’ultimo pacchetto sicurezza del governo, quello che manda in carcere le donne autrici di reato incinte, per intenderci. In quel testo viene previsto il via libera all’acquisto di altre armi oltre a quella d’ordinanza, per gli appartenenti alle forze dell’ordine. Parliamo di un potenziale di centinaia di migliaia armi in più, che potranno essere portate in giro liberamente, anche quando l’agente è in borghese o fuori servizio. Una norma, questa, che ha avuto una lunga gestazione. Nell’attuale legislatura l’aveva proposta la parlamentare romagnola Domenica Spinelli, soprannominata “sceriffo” dall’opposizione del Comune che amministra. Nella scorsa legislatura una norma che andava in questo senso era stata proposta da Edmondo Cirielli, oggi viceministro degli Esteri, prima parlamentare di minoranza. Da sempre – sin da quando era nel Pdl – attento alla possibilità di estendere l’uso delle armi.
Il parterre dei Fratelli d’Italia amanti delle armi, insomma, è variegato e nella gara a chi sponsorizza di più le armi insidia pericolosamente la vetta. Il primo gradino del podio, però, per il momento resta in mano alla Lega, primo sponsor di un allargamento sconfinato della legittima difesa, della diffusione delle armi e della caccia. La sortita di Pozzolo, bisogna ammetterlo, acuisce la sfida tra il partito di Matteo Salvini e quello di Giorgia Meloni. Ma a pagarne il prezzo potrebbe essere lo stesso deputato meloniano.
(da Huffingtonpost)
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Gennaio 3rd, 2024 Riccardo Fucile
LA RAI HA VINTO CON IL DOPPIO DI SHARE… PAGATO DA REGIONE E COMUNE SOVRANISTI, E’ STATO AGGIUDICATO SENZA UNA GARA… MEDIASET HA PURE PERSO 300.000 TELESPETTATORI RISPETTO ALL’ANNO SCORSO
Quanto è costato il Capodanno di Genova? Esattamente un milione e 280mila euro
È quanto emerge dai documenti pubblicati dal Comune subito dopo l’evento di San Silvestro in piazza De Ferrari prodotto da Mediaset e trasmesso in diretta su Canale 5.
Una cifra grossomodo in linea con quella annunciata dal governatore Giovanni Toti nella prima conferenza stampa di presentazione dell’iniziativa e superiore rispetto allo stanziamento dell’anno scorso che superava di poco i 700mila euro.
Poco lusinghieri sono tuttavia i dati ufficiali Auditel degli ascolti nella notte del 31 dicembre. Il Capodanno in Musica condotto da Federica Panicucci abbia totalizzato oltre 2,6 milioni di spettatori con uno share del 18,14% nella fascia della prima serata (fino all’una),
L’anno che verrà su Rai1 ha vinto a mani basse registrando 6,2 milioni di telespettatori e uno share del 40,06%. L’evento della tv pubblica è stato trasmesso da Crotone con la guida di Amadeus.
L’anno scorso l’affidamento era finito sotto la lente della magistratura, anche se l’inchiesta dopo il clamore mediatico si era arenata. Anche quest’anno l’aggiudicazione a Mediaset è avvenuta senza una vera e propria gara. Il Comune di Genova, tramite un accordo quadro stipulato con l’agenzia regionale InLiguria, ha indetto una procedura negoziata senza bando sulla piattaforma Maggioli ai sensi dell’articolo 76 del nuovo codice degli appalti, che prevede questa possibilità nei casi in cui “lo scopo dell’appalto consiste nella creazione o nell’acquisizione di un’opera d’arte o rappresentazione artistica unica”.
L’intero pacchetto è stato quindi assegnato a Radiomediaset per un milione e 50mila euro più Iva, per la cifra complessiva finale di 1,281 milioni equamente suddivisi tra Comune di Genova e agenzia InLiguria.
(da Genova24)
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Gennaio 3rd, 2024 Riccardo Fucile
QUANDO UNA DONNA DIVENTA MADRE IN UN CASO SU CINQUE SMETTE DI LAVORARE. E VA AD AGGIUNGERSI A QUEL TERZO DI DONNE CHE NON LAVORAVA NEANCHE PRIMA…IL 18% DELLE MAMME CHE LASCIA IL LAVORO LO FA PER LA SCARSITÀ DEGLI ASILI NIDO E PER IL COSTO ECCESSIVO DI UNA BABY SITTER
Dopo la fuga dei cervelli, la fuga delle mamme. Quando la donna
diventa madre, in un caso su cinque smette di lavorare. E si unisce a quel terzo di donne che non lavoravano neanche prima.
L’Italia è tra i pochi Paesi Ue, se non l’unico, in cui chi non è maschio deve scegliere: o lavora o mette su famiglia.
Come se il figlio fosse un ostacolo alla piena indipendenza professionale ed economica della donna. Lo è alle nostre latitudini. Non il solo, ben inteso. Ce lo ricorda il recente dossier del Servizio studi della Camera dedicato all’occupazione femminile.
L’Italia annovera il tasso di occupazione femminile più basso d’Europa.
Nonostante impegni Onu e Pnrr, strategie europee e nazionali. Alla fine del 2022 l’Italia contava il 55% di occupate contro il 69% della media Ue. Quattordici punti di divario. Il 18% poi delle (poche) lavoratrici lascia il posto quando arriva un figlio.
Oltre la metà lo fa perché non riesce a conciliare la vita a casa con quella al lavoro. Il 19% per considerazioni economiche, visto il costo della babysitter e la scarsità degli asili nido. Ce ne sono 13.518 in Italia per 350 mila posti, il 28% sul totale dei bimbi sotto i tre anni. L’obiettivo europeo fissato per il 2010 era il 33%. Quello per il 2030 al 45%. Lontani anni luce.
Dice il rapporto, citando i dati Istat, che dopo la pandemia l’offerta nei nidi è cresciuta di 1.780 posti. Ma «le richieste di iscrizione sono in gran parte insoddisfatte, soprattutto al Sud: 66,4% nel pubblico, 48,7% nel privato».
Il divario tra uomini e donne, quanto ad occupazione, pare un fossato: 17,5 punti che in presenza di figli lievita al 34%. Quello tra donne è però il più eloquente: le occupate tra 25 e 49 anni con un figlio sotto i 6 anni sono il 55,5%, quelle senza figli e nella stessa fascia di età arrivano al 76,6%.
(da agenzie)
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Gennaio 3rd, 2024 Riccardo Fucile
SECONDO GIOVANNI DIAMANTI DI “YOUTREND”: “A LORO LA POLITICA SEMBRA QUALCOSA DI LONTANO, FATTA DA PERSONE CHE PARLANO UN LINGUAGGIO DIVERSO DAL LORO E DI ARGOMENTI CHE NON GLI INTERESSANO”
Senza partecipazione, la democrazia diventa più debole. Senza giovani, non c’è speranza di futuro. È un grido di dolore quello che il presidente Sergio Mattarella ha rivolto dallo studio alla Vetrata alla GenZ che ormai vota sempre meno, ma anche alla politica tutta che resta indifferente, se non addirittura sorda, alle istanze e al linguaggio delle giovani generazioni ormai propense a disertare le urne e le istituzioni repubblicane.
Già i “ragazzi” sono pochi: appena 4,7 milioni (dati Istat) ha tra i 18 e i 25 anni, pari a meno del 10% dell’elettorato complessivo. Se poi non vanno neppure a votare, ecco che i partiti se ne disinteressano per concentrarsi, nei programmi e nell’attività di governo, sui temi più cari — pensioni e tasse — ai cinquantenni e oltre, i cosiddetti boomers, che invece le cabine elettorali ancora le frequentano.
Mentre, se si presentassero in massa, potrebbero fungere «da sprone». È quanto sostiene il costituzionalista Stefano Ceccanti, la cui percezione è confermata dai numeri, sempre più allarmanti. Nel 1992 si era astenuto appena il 9% dei 18-34enni, nel 2018 il 38%, nel 2022 il 42,7%. Un autentico record. Il dato più alto rispetto alle altre classi d’età.
«Mattarella ha ragione, i dati parlano chiaro, c’è un calo dell’affluenza generalizzato e preoccupante e a spingerla verso il basso sono proprio i giovani», ragiona Giovanni Diamanti, presidente di YouTrend.
Inquietante perché «la partecipazione politica non è solo affluenza, ma associazionismo, volontariato, attivismo, ossia il motore e il traino della società civile: un paese che partecipa ha una democrazia più forte e sana, all’inverso ne produce una più fiacca e manovrabile».
È la ragione per cui «il Capo dello Stato ha fatto benissimo a richiamare l’attenzione su questo tema, specie in vista delle prossime Europee », aggiunge Antonio Noto. «Nel 2019 si espresse il 54,5%, di questo passo il 9 giugno rischiamo di scendere sotto al 50. Ed è un problema perché un’affluenza così bassa, simile a quella registrata alle ultime regionali, rende poco rappresentativo chi è eletto».
«Da molti anni, ormai, gli esecutivi sono espressione di una minoranza. Incluso quest’ultimo: a dispetto di numeri schiaccianti in Parlamento, i partiti di centrodestra non arrivano, tutti insieme, al 26-27% della popolazione reale», fa di conto il professor Paolo Natale, docente di Sociologia generale alla Statale di Milano. Più si vota, dunque, più si ha la possibilità di mutare un destino che appare al momento ineluttabile. [..
«La gente vede che i governi si alternano senza produrre cambiamenti reali e disertano le urne». Specie i giovani, per i quali «la politica sembra qualcosa di lontano, fatta da persone lontane, che parlano un linguaggio diverso dal loro e di argomenti che non gli interessano», incalza Diamanti di YouTrend. Occorre dunque suonare un altro spartito. Anche se qualche timido segnale di inversione si intravede.
(da agenzie)
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