Gennaio 19th, 2024 Riccardo Fucile
PUTIN HA LANCIATO MESSAGGI MINACCIOSI NEI CONFRONTI DELLA LETTONIA. GLI STATI UNITI E DIVERSI GOVERNI EUROPEI TEMONO UN ATTACCO “ENTRO IL 2025” O “NEI PROSSIMI 3-5 ANNI”
«Una minaccia diretta alla nostra sicurezza»: a due anni dall’invasione russa dell’Ucraina, Vladimir Putin punta il dito sui Paesi Baltici, proprio mentre i militari di Berlino confermano di non escludere i piani di un nuovo attacco di Mosca. Che il presidente russo non solo non tenta di smentire, ma sembra quasi confermare, utilizzando un linguaggio minaccioso nei confronti della Lettonia, colpevole di «buttare fuori i cittadini russi».
Non si tratta di minacce esplicitamente militari: per ora Putin ha dato incarico di «proporre misure» al suo ministero degli Esteri. L’Istituto per lo studio della guerra di Washington non ha dubbi: il presidente russo «sta cercando di creare un pretesto per un possibile attacco contro gli Stati Baltici».
Il pretesto formale per ora appare più che fragile: la deportazione, dalla Lettonia, di Boris Katkov, 82enne pensionato militare con passaporto russo, e che faceva l’attivista filo-Mosca. Riga ha annunciato qualche giorno fa di aver inviato un secondo sollecito a 985 cittadini russi residenti in Lettonia, che non hanno voluto adeguarsi alle nuove regole per il permesso di soggiorno, tra cui il superamento dell’esame di lingua lettone.
Una potenziale “quinta colonna”, esattamente secondo lo scenario che il quotidiano tedesco Bild ha pubblicato qualche giorno fa, citando fonti dell’intelligence tedesca, secondo la quale Mosca cercherà di incitare una «rivolta» delle minoranze russofone nei Paesi Baltici. L’invasione, o una «operazione militare speciale», si realizzerebbe nel 2025 o forse addirittura in pochi mesi, e punterebbe in particolare a creare un ponte di terra con l’enclave russa di Kaliningrad.
Ieri, il ministero della Difesa tedesco non solo non ha smentito le rivelazioni di Bild, ma ha confermato di stare prendendo in esame «tutti gli scenari, anche quelli poco probabili, è il nostro lavoro». Sulla probabilità, diversi governi e comandi militari dell’Europa del Nord sono piuttosto pessimisti. Kaja Kallas, la premier estone, ha dichiarato che i Paesi europei «hanno 3-5 anni per prepararsi a un conflitto con la Russia», citando le analisi dello spionaggio di Tallinn.
Il ministro della Difesa tedesco Boris Pistorius vede un orizzonte appena più ampio, «5-8 anni per portare la produzione militare europea al livello di sufficienza», e invita a «prendere sul serio le minacce di Putin ai Baltici, alla Moldova e alla Georgia». Anche l’ex comandante delle forze armate dei Paesi Bassi Martin Wijnen ritiene che bisogna «essere pronti alla guerra contro la Russia». La Svezia, entrata nella Nato dopo l’invasione dell’Ucraina, è ancora più catastrofista: il suo ministro della Difesa Carl-Oskar Bohlin ha sconvolto gli svedesi dicendo che «la guerra può cominciare», e il comandante delle forze armate Micael Byden ha invitato i cittadini a «prepararsi moralmente, e a chiedersi cosa devono fare se anche qui accadrà quello che è accaduto in Ucraina».
Il punto è proprio quello: è improbabile che il Cremlino lanci un altro attacco, meno che mai ai membri europei della Nato, prima di aver chiuso con l’Ucraina. Non solo perché non possiede il potenziale militare per farlo, ma soprattutto per motivi politici. Un’eventuale caduta di Kyiv sarebbe possibile soltanto nel caso in cui l’Occidente smettesse di aiutarla militarmente e diplomaticamente, dando quindi a Putin un chiaro segnale di debolezza e indifferenza. Il fatto che i leader occidentali parlino esplicitamente di un avanzamento di Putin a Ovest – «punta ai Paesi della Nato», ha dichiarato il segretario di Stato americano Anthony Blinken a Davos – è anche un messaggio di deterrenza a Mosca.
Come ha dichiarato qualche giorno fa il presidente ceco Petr Pavel, «tutti gli eserciti europei stanno prendono sul serio la minaccia, tutti si stanno preparando all’ipotesi di un conflitto ad alta intensità in Europa».
(da agenzie)
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Gennaio 19th, 2024 Riccardo Fucile
LA SODDISFAZIONE DI ETTORE, SILVIA E MIDA: “QUELLA DI OGGI E’ COMUNQUE UNA VITTORIA”
Sono stati condannati a sei mesi i tre attivisti di Ultima
Generazione che vennero arrestati a Bologna lo scorso 2 novembre per aver bloccato la Tangenziale per circa un’ora.
Il gup del Tribunale di Bologna ha condannato i tre ambientalisti per i reati di violenza privata e interruzione di pubblico servizio, mentre li ha assolti dalle accuse di danneggiamento, manifestazione non autorizzata e inottemperanza al foglio di vita.
Dopo l’arresto, a Ettore, Silvia e Mida – questi i nomi dei tre esponenti di Ultima Generazione – erano stato imposti il divieto di dimora e l’obbligo di firma, poi revocati.
Nel corso del processo, gli attivisti hanno rilasciato dichiarazioni spontanee in cui hanno ribadito la loro preoccupazione per i problemi legati ai cambiamenti climatici e hanno spiegato che la loro protesta non ha messo a rischio né la loro incolumità né quella degli automobilisti.
Per loro, la procura aveva chiesto un anno di carcere. Alla fine la condanna è arrivata, ma il gup ha concesso sia le attenuanti generiche che le attenuanti per aver agito per particolari motivi di ordine morale e sociale.
Ed è proprio per il riconoscimento del valore morale dell’azione che Ultima Generazione ha accolto la sentenza di condanna con abbracci e applausi. «Faremo appello per i due reati per cui sono stati condannati, ma da un certo punto di vista siamo già soddisfatti, perché rispetto all’inizio la situazione è sicuramente cambiata, c’è già stato un parziale riconoscimento delle ragioni degli imputati», ha spiegato Elia De Caro, uno dei legali dei tre ambientalisti.
Pur dovendo scontare una condanna di sei mesi, i tre attivisti sentono di aver ottenuto una piccola vittoria in tribunale. E mettono in chiaro fin da subito che le loro azioni di protesta non si fermeranno.
«Oggi hanno condannato noi tre – ha detto Silvia, uno dei tre attivisti a processo – ma domani saremo in 100 o in mille a rifare la stessa azione. È molto importante che la giudice abbia riconosciuto le nostre motivazioni nobili rispetto all’atto compiuto».
(da agenzie)
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Gennaio 19th, 2024 Riccardo Fucile
PIU’ POTERI ALLE REGIONI AUMENTEREBBE IL DIVARIO TRA NORD E SUD
Si scrive «autonomia differenziata» ma si legge «frattura del Paese», sicuramente in sanità. Ecco perché, con l’avvio della discussione parlamentare del ddl Calderoli, è cruciale ribadire che la tutela della salute deve essere espunta dalle materie su cui le Regioni possono richiedere maggiori autonomie. Perché in caso contrario si finirebbe per legittimare normativamente il divario tra Nord e Sud, violando il principio costituzionale di uguaglianza dei cittadini nell’esercizio del diritto alla tutela della salute. Ed esistono almeno sei buone ragioni per farlo.
Primo. Il Servizio sanitario nazionale attraversa una gravissima crisi di sostenibilità e il sotto-finanziamento costringe anche le Regioni virtuose del Nord a tagliare i servizi e/o ad aumentare le imposte per scampare al piano di rientro. E guardando alla crescita economica del Paese, all’impatto atteso del nuovo Patto di Stabilità e all’assenza di misure concrete per ridurre evasione fiscale e debito pubblico, non ci sono risorse né per rilanciare il finanziamento pubblico della sanità, né tantomeno per colmare le diseguaglianze regionali. Inoltre, con l’autonomia differenziata le Regioni potranno trattenere il gettito fiscale, che non sarebbe più redistribuito su base nazionale, impoverendo ulteriormente il Mezzogiorno.
Secondo. Il Comitato istituito per definire i livelli essenziali delle prestazioni (Lep) ha ritenuto che non sia necessario assolvere tale compito in materia di salute, perché esistono già i livelli essenziali di assistenza (Lea). Una pericolosa scorciatoia, visto che il ddl Calderoli rimane molto vago sul finanziamento oltreché sulla garanzia dei Lep secondo quanto previsto dalla Carta costituzionale. Ed è evidente che senza definire, finanziare e garantire in maniera uniforme i Lep in tutto il territorio nazionale è impossibile ridurre le diseguaglianze regionali.
Terzo. In sanità il gap tra Nord e Sud è sempre più ampio, al punto da configurare una vera e propria «frattura strutturale», come dimostrano sia i dati sugli adempimenti ai Lea sia quelli sulla mobilità sanitaria. Il monitoraggio 2021 dei Lea documenta infatti che delle 14 Regioni adempienti solo 3 sono del Sud (Abruzzo, Puglia e Basilicata) e tutte a fondo classifica: alla maggior parte dei residenti al Sud non sono dunque garantiti nemmeno i Lea. E queste diseguaglianze alimentano il fenomeno della mobilità sanitaria: nel 2021 4,25 miliardi scorrono prevalentemente dalle Regioni meridionali verso Emilia-Romagna, Lombardia, Veneto, le Regioni che hanno già sottoscritto i pre-accordi per le maggiori autonomie e che complessivamente raccolgono il 93,3% dei saldi attivi. Di conseguenza, l’attuazione di maggiori autonomie in sanità nelle Regioni con le migliori performance sanitarie e maggior capacità di attrazione inevitabilmente amplificherà le diseguaglianze già esistenti.
Quarto. Le maggiori autonomie già richieste da Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto ne potenzieranno le performance sanitarie e, al tempo stesso, indeboliranno ulteriormente quelle delle Regioni del Sud, incluse quelle a statuto speciale. In tal senso risulta ai limiti del grottesco la posizione dei presidenti delle Regioni meridionali governate dal centrodestra, favorevoli all’autonomia differenziata. Una posizione autolesionistica che dimostra come gli accordi di coalizione partitica prevalgano sulla salute delle persone. Alcuni esempi: la maggiore autonomia in termini di contrattazione del personale provocherà una fuga dei professionisti sanitari verso le Regioni più ricche, in grado di offrire condizioni economiche più vantaggiose, impoverendo ulteriormente quelle del Sud; così come l’autonomia nella determinazione del numero di borse di studio per scuole di specializzazione e medici di medicina generale determinerà una dotazione asimmetrica di specialisti e medici di famiglia. Ancora, le maggiori autonomie sul sistema tariffario, di rimborso, remunerazione e compartecipazione rischiano di rendere i sistemi sanitari regionali delle entità con regole proprie, sganciate anche da un monitoraggio nazionale, agevolando anche l’avanzata del privato.
Quinto. Nonostante gli entusiastici proclami sui vantaggi delle maggiori autonomie anche per le Regioni del Sud, in sanità è certo che non ne esistono affatto per una ragione molto semplice. Essendo tutte, Basilicata a parte, in piano di rientro o addirittura commissariate (Calabria e Molise), non si trovano nelle condizioni di poter avanzare la richiesta, visto che i piani di rientro di fatto «paralizzano» dal punto di vista organizzativo i sistemi sanitari regionali.
Sesto. Il Pnrr, sottoscritto dall’Italia e per il quale abbiamo indebitato le future generazioni, persegue il riequilibrio territoriale e il rilancio del Sud come priorità trasversale a tutte le missioni. Ovvero, l’intero impianto normativo del ddl Calderoli contrasta il fine ultimo del Pnrr, che dovrebbe costituire un’occasione per il rilanciare il Mezzogiorno, accompagnando il processo di convergenza tra Sud e Centro-Nord quale obiettivo di crescita economica, come più volte ribadito nelle raccomandazioni della Commissione europea.
Ecco perché è fondamentale espungere la tutela della salute dalle materie su cui le Regioni possono richiedere maggiori autonomie. Se così non fosse, saremmo di fronte a una legittimazione normativa della «frattura strutturale» Nord-Sud che comprometterebbe l’uguaglianza dei cittadini nell’esercizio del diritto costituzionale alla tutela della salute, rendendo le Regioni meridionali sempre più «clienti» dei servizi prodotti dalle Regioni del Nord e assestando il colpo di grazia al Servizio sanitario nazionale. Un disastro sanitario, economico e sociale senza precedenti, che viene oscurato dallo «scambio di favori» tra i fautori dell’autonomia differenziata e quelli del presidenzialismo.
(da lastampa.it)
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Gennaio 19th, 2024 Riccardo Fucile
CON IL NUOVO REDDITO DI INCLUSIONE ABBANDONATE A SE STESSE 600.000 FAMIGLIE POVERE
L’assegno di inclusione (Adi), introdotto dalla riforma del Rdc, ha
prodotto fino ad ora numeri deludenti, circa 450mila domande, inferiore anche alle attese del Governo (che aveva annunciato circa 737 mila famiglie nel programma Adi), e soprattutto inferiore al numero di famiglie con il Rdc nello stesso mese dell’anno scorso, pari a circa 1,2 milioni.
Alle 450mila domande Adi arrivate bisognerebbe aggiungere i beneficiari dello Strumento formazione e lavoro (Sfl), pari a circa 55mila con solo 23mila pagati. Anche questo numero è di gran lunga inferiore rispetto alle attese, che sono, secondo la stima degli “occupabili” pari a circa 400mila, ed anche inferiore al numero di soggetti dichiarati decaduti da parte di Inps con un messaggino la scorsa estate, pari a circa 240 mila
In totale abbiamo circa 500mila domande, tra Adi e Sfl, rispetto a 1,2 milioni di famiglie beneficiarie un anno fa, il 42%.
Considerando che questa cifra possa di poco crescere, si può raggiungere, come somma delle due misure, 600mila famiglie, ovvero circa il 50% di quanto si raggiungeva con il Rdc. E le famiglie povere sono oltre 2 milioni, pari a 5,6 milioni di persone.
Ma perché i numeri delle nuove misure che hanno sostituito il Rdc sono così bassi, lasciando senza sostegni circa 600mila famiglie?
Le ragioni sono diverse ed attengono ai criteri economici più restrittivi, alle soglie più basse di Isee per Sfl, alla scala di equivalenza più bassa in Adi per le famiglie con figli, alle condizioni di contesto sociale e alla mancata informazione, alle discriminazioni che le nuove misure operano sulla base dell’età, e infine anche all’inflazione. Vediamo tutti questi fattori, che sintetizziamo in cinque punti, a partire dall’inflazione.
1. L’inflazione ha generato dei fenomeni di cattiva calibrazione perché le soglie di entrata nella misura non sono state adeguate, conformemente all’inflazione. Per l’Adi si è mantenuto lo stesso Isee di accesso del 2019, pari a 9360 euro e la stessa soglia di reddito di entrata, pari a 6000 euro. Per Sfl l’Isee di accesso è stato pure ridotto da 9360 a 6000 euro. Al contempo i redditi nominali di coloro che all’interno dei nuclei ex beneficiari di Rdc percepiscono redditi da lavoro o prestazioni pensionistiche o assegni di invalidità o altro, sono aumentati, ma non essendo stati adeguati, incomprensibilmente, anche le soglie di accesso a Adi e Sfl, molte di queste persone oggi stanno fuori dal nuovo programma, anche se le loro condizioni reali non sono cambiate, e anzi sono peggiorate. I soggetti coinvolti in questa trappola di esclusione sono oltre 200mila, e sono coloro che prendevano la pensione di cittadinanza o avevano lavoretti, pur rimanendo sotto le soglie del Rdc. Soltanto gli anziani che escono dal programma del Rdc e non entrano in Adi, secondo l’Ufficio Parlamentare di Bilancio (Upb) sono il 14,8%, quindi circa 160mila persone.
2. Una seconda ragione riguarda la scala di equivalenza, dentro Adi, che è stata abbassata da 0,2 (o 200 euro per figlio) a 0,15 e 0,10 (150 euro per il primo figlio e 100 euro dal secondo figlio). Questo comporta un abbassamento della soglia di entrata, soprattutto per le famiglie più numerose. Inoltre, i genitori nel nucleo, fanno parte della scala di equivalenza solo se i minori hanno una età inferiore ai 3 anni. Se i minori hanno una età compresa tra 3 e 17 anni, i genitori non prendono l’Adi. Ciò causa l’esclusione di circa 120 mila persone, il 13,7% secondo il rapporto Upb. Mentre il 33,7% dei beneficiari (circa 350 mila) peggiora il beneficio con una riduzione di 140 euro. Quindi contrariamente a ciò che ha annunciato il Governo, che avrebbe protetto le famiglie con figli e gli anziani, quasi la metà dei nuclei con minori (il 47,4%) ha visto cancellato o ridotto l’Adi rispetto al Rdc.
3. La terza categoria di esclusi, la più nota nella narrazione del Governo, sono gli “occupabili”, coloro che non sono tutelati dalla nuova misura, pur essendo poveri, perché discriminati sulla base dell’età. Questa platea è stimata da Upb in circa 400mila nuclei. Questi sarebbero dovuti transitare, secondo il Governo, verso Sfl. Ma ad oggi solo una piccola parte di essi beneficia di questo strumento.
4.Una quarta ragione attiene a Sfl, dove è necessaria la presenza di corsi di formazione per attivare la misura, ma non c’è stata una analisi dei fabbisogni formativi, e i corsi compaiono sulla piattaforma alla rinfusa, in settori non di interesse per i percettori potenziali, e rimangono comunque scarsi.
5. Infine, c’è un fenomeno che ostacola l’espansione della misura ed è il forte ostracismo da parte degli autori della riforma al Governo e non solo, che indicano i percettori come colpevoli del loro stato di povertà. Un atteggiamento colpevolizzante, che crea vergogna nei poveri, e che spesso non fanno domanda pur avendo i requisiti. Questo fenomeno, in una certa percentuale, esiste in tutti i paesi, è la stigma che molti economisti, a partire da Amartya Sen, hanno spiegato bene. Da noi si accompagna anche ad una scarsa trasparenza sui numeri, alla mancanza di osservatori che Inps ha sempre avuto per tutte le misure, alla assenza di una informazione istituzionale da parte del Governo sulla nuova misura, ed anzi ad una continua disinformazione politica che porta anche a credere erroneamente che il Rdc sia stato abolito completamente.
La somma degli esclusi dalle due nuove misure quindi, considerando i beneficiari anche in prospettiva di Sfl e un ulteriore incremento di Adi, è di circa 600mila nuclei, la metà di coloro che prendevano il Rdc. Questo comporta un risparmio di 4 miliardi di euro per il Governo, rispetto al budget destinato al Rdc. Un ritorno al passato, e un risparmio fatto, letteralmente, sulla pelle degli ultimi.
(da La Repubblica)
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