Marzo 7th, 2024 Riccardo Fucile
E ACCUSANO SALVINI: “RINNEGHI IL CONTRATTO SIGLATO NEL 2017 CON IL PARTITO DI PUTIN”
Chiedono al governo la revoca delle 33 onorificenze concesse a
personalità legate al Cremlino.
Per aumentare il peso della loro battaglia, i radicali hanno iniziato lo sciopero della fame. Igor Boni e Silvja Manzi sono al 9° giorno di digiuno. E hanno inviato una lettera aperta al ministro Matteo Salvini, nel settimo anniversario della firma dell’accordo tra la Lega e il partito di Putin. La richiesta è stata inviata per conoscenza anche alla premier Meloni e al ministro Tajani.
I riconoscimenti, concessi ad esempio al portavoce del Cremlino Dmitry Peskov, insignito a Mosca nel 2017 del titolo di Commendatore Ordine al Merito della Repubblica Italiana, o all’attuale ambasciatore russo in Italia, Aleksej Paramonov, dal 2020 Commendatore dell’Ordine della Stella d’Italia (già Stella della solidarietà italiana), coinvolgono anche altri personaggi della nomenklatura russa.
«Esattamente sette anni fa – dicono i radicali -, il 6 marzo 2017, a Mosca, Salvini firmava assieme a Sergei Zheleznyak, segretario di “Russia Unita”, il partito personale di Vladimir Putin, un accordo di collaborazione, ormai noto alle cronache. Ai sensi dell’articolo 8, l’accordo è stato rinnovato tacitamente il 6 marzo 2022 (dieci giorni dopo la seconda aggressione russa all’Ucraina), fino al 6 marzo 2027». Boni e Manzi chiedono a Salvini di «dire finalmente parole chiare su quel patto vergognoso, a maggior ragione dopo che la premier ha firmato con Zelensky un accordo di cooperazione in materia di sicurezza tra Ucraina e Italia»
(da La Stampa)
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Marzo 7th, 2024 Riccardo Fucile
HA AVUTO LA MEGLIO SU DUE “PESI DA NOVANTA” COME FRANCESCO VAIA E MARIA TERESA PALAMARA… UN’ASCESA RAPIDISSIMA PER LA 38ENNE, CHE DA OTTOBRE È A CAPO DELLA SEGRETERIA TECNICA DEL MINISTRO SCHILLACI
Tra i due sfidanti si è infilata una giovane candidata, che ha fatto una rapidissima carriera al ministero alla Salute e ha raggiunto un ambitissimo posto a sorpresa.
Sarà Maria Rosaria Campitiello a dirigere il dipartimento di prevenzione (l’unico dei quattro introdotti dalla riforma del ministero che non aveva ancora un capo), sotto il quale lavoreranno le tre direzioni generali che seguono il settore oltre a quella della ricerca scientifica.
Per giorni si è pensato che la battaglia per l’incarico riguardasse Francesco Vaia, già allo Spallanzani e ormai con poco futuro al ministero, e Maria Teresa Palamara, che guida le Malattie infettive dell’Istituto superiore di sanità.
E invece la spunta Campitiello, trentottenne e compagna di un nome importante di Fratelli d’Italia, cioè il viceministro degli Esteri Edmondo Cirielli. La rapidissima carriera della dottoressa per molti, dentro al ministero, è giustificata proprio da quel legame.
È successo tutto molto rapidamente, in effetti. La dottoressa da ottobre è a capo della segreteria tecnica del ministro alla Salute Orazio Schillaci. Prima era una dirigente dell’ufficio di Gabinetto e prima ancora, da dicembre 2022 era un medico della direzione generale della prevenzione del ministero.
Il suo curriculum ha una solida base di attività sanitaria privata e non di prevenzione, della quale ha iniziato a occuparsi arrivata a Roma.
Prima, infatti, si dedicava alla procreazione medicalmente assistita ed era direttore clinico nella casa di Cura Tortorella di Salerno. Attività che ha svolto mentre era medico alla Asl della stessa città.
Adesso sarà interessante capire cosa accadrà a Francesco Vaia, arrivato in pompa magna al ministero ma mai gradito a Schillaci.
(da agenzie)
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Marzo 7th, 2024 Riccardo Fucile
L’ULTIMO SONDAGGIO SUL VOTO EUROPEO DEL 9 GIUGNO SQUADERNA NUMERI SORPRENDENTI: MENTRE ELLY SCHLEIN RAGGIUNGE 21,5%, I FRATELLINI DELLA LA DUCETTA RINCULANO AL 25,7%, FORZA ITALIA SORPASSA LA LEGA CHE CROLLA SOTTO L’8%
Visto come si sono scapicollati a Pescara i capoccioni della
coalizione governativa, è lampante che il voto regionale in Abruzzo non è per nulla marginale, ma determinante per il pollaio di Palazzo Chigi.
Il vento della Sardegna, secondo le ultime rilevazioni pubblicabili, ha spinto il candidato del centrosinistra allargato Luciano D’Amico: la forchetta che divide il meloniano Marsilio e il rettore dell’Università di Teramo è fragilissima: 1,2%.
Ricordiamo che appena quattro mesi fa un sondaggio registrava un vantaggio di ben 20 punti di Marsilio che la Ducetta ha prelevato dai “gabbiani” di Colle Oppio e paracadutato in Abruzzo, pur essendo nato e cresciuto a Roma, dove continua a vivere e a lavorare (in smart working con L’Aquila).
Infatti, tra i Fratellini d’Abruzzo, a partire dal sindaco dell’Aquila, Pierluigi Biondi, per continuare con l’assessore regionale Guido Quintino Liris, c’è molta irritazione (eufemismo) nei confronti di colui che segue da cinque anni le sedute della Regione via Zoom dalla città di Totti e Andreotti.
Anche se a suo favore ha il vantaggio di non avere il voto disgiunto, che ha favorito il successo di stretta misura della Todde, fra i post-camerati l’entusiasmo per lo “Straniero” scarseggia. E in caso di sconfitta non ci sarebbero alibi come per Truzzu, perché Marsilio è il governatore uscente. Da una parte, dall’altra il mite e inclusivo D’Amico è ben conosciuto e stimato in Abruzzo
Insomma, domenica prossima tutto può succedere. E se per caso anche in Abruzzo andasse storta per il governo Ducioni, la vittoria del campo larghissimo avrebbe un peso politico nazionale. Oltre al fatto che le farmacie intorno a Palazzo Chigi e Via della Scrofa resterebbero senza un flacone di Xanax e Tavor.
Per contenere invece il friabile equilibrio mentale dell’attuale Matteo Salvini non si vede nessuno Basaglia in giro. La Lega, cinque anni fa, primeggiò in Abruzzo intascando il 25,96%.
Oggi, secondo l’ultimo sondaggio, è sprofondata all’8%. Eppure ieri sul palco pescarese il trionfatore di ieri è stato completamento oscurato dalla Melona “Fascio tutto io!”, tant’è che Salvini ha alzato i tacchi prima della fine della manifestazione.
Una disfatta, ma anche una vittoria di misura, porterebbe il capoccione leghista a riconsiderare la tenuta del governo. Una verifica che, in soldoni, vuol dire: voglio maggior potere per il Carroccio a Palazzo Chigi.
E così ripartirà la partita di poker tra i due galletti. Lui: se non ottengo posti nelle prossime nomine (Ferrovie, Cdp, Servizi, Rai), tolgo l’appoggio al governo. Lei: bene, accomodati: chiudo baracca e andiamo al voto.
Ovviamente se Meloni non vuole ripresentarsi alle urne, tantomeno Salvini vuole far cadere il governo. Anche perché l’ultimo sondaggio commissionato dal Pd, dopo il risultato sardo, sul voto europeo del 9 giugno squaderna i seguenti numeri: mentre il partito della Elly Schlein raggiunge il 21,5%, i post-fasci della Ducetta rinculano al 25,7%, mentre la Lega è boccheggiante al 7,8 sorpassata da Forza Italia con l’8%, i pentastellati si fermano al 14,5%.
Nella manica di “Io so’ Giorgia” è nascosta un carta per riportare la Lega all’ovile: il governatore del Friuli, Massimiliano Fedriga, con cui ha un ottimo rapporto. Tant’è che la Melona lo incontrerà l’8 marzo, in occasione della festa della donna, nel primo pomeriggio al Teatro Verdi di Pordenone.
A Fedriga, per riuscire a far cacciare a colpi di scopa Salvini, come successe all’epoca a Bossi, è sufficiente una mossa: mollare la Lega per la Liga Veneta, portandosi appresso Zaia, cui interessa solo la riconferma di presidente del Veneto.
A quel punto, a un Capitone svuotato, senza leadership, potrebbe anche partire l’embolo di un Papeete2
(da Dagoreport)
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Marzo 7th, 2024 Riccardo Fucile
“EVOCARE LO SPIONAGGIO SERVE A DELIGITTIMARE I GIORNALISTI D’INCHIESTA”… “LA CACCIA ALLE FONTI? SCORAGGIA CHI VUOLE DENUNCIARE LA CORRUZIONE”
Per difendere la libertà di stampa bisogna «restare uniti». Gli uomini di potere hanno mostrato in più occasioni di essere in grado di intimidire i giornalisti, sostiene il conduttore di Report Sigfrido Ranucci: per limitare la libertà dei giornalisti sono disposti anche a denunciare il dossieraggio dove non c’è.
Qual è lo stato di salute della libertà di stampa in Italia?
C’è un dato molto significativo: oggi sono 250 i giornalisti sotto tutela, ventidue sotto scorta. Abbiamo accumulato il numero più alto di querele e richieste di risarcimento danni fatte da politici o parenti dei politici ai danni dei giornalisti. A noi è arrivata una richiesta di risarcimento danni da parte di figli di La Russa, pendono su di noi le querele annunciate di Urso e quelle di Gasparri, quelle di Sgarbi, quella di Giorgetti, sua moglie e la sorella di sua moglie, una richiesta risarcimento danni da Fontana e da sua figlia. Quest’ultima settimana sono arrivate anche una richiesta di mediazione dalla famiglia Berlusconi e una da Marta Fascina.
C’è un disegno di legge che dovrebbe evitare le liti temerarie che giace nei cassetti: non è nell’agenda di questo parlamento né dei precedenti. Nessuno vuole occuparsene, nonostante il presidente della Repubblica Mattarella anche in questi giorni abbia ricordato l’importanza della libertà di stampa.
Mercoledì però avete portato a casa un successo: dopo la vostra inchiesta Maurizio Gasparri si è dimesso dalla presidenza di Cyber Realm.
Si potrebbe dire che gli imprenditori israeliani si sono dimostrati più seri di alcune parti delle istituzioni italiane, perché dopo che noi abbiamo sollevato il problema dell’incompatibilità sarebbe stato deciso a tavolino – come ci ha detto un importante esponente della Lega – di salvare Gasparri senza realizzare un solo supplemento di indagine su quella vicenda, prerogativa della Giunta per le elezioni. Il Consiglio di presidenza del Senato che avrebbe dovuto decidere su una sanzione a Gasparri per non aver ottemperato all’obbligo di informare il Senato del suo ruolo in questa società non si è ancora riunito a distanza di mesi. Gli israeliani, invece, lo hanno giudicato sostituibile.
Come giudica la vicenda dell’inchiesta di Perugia?
Colpisce sentire politici parlare di dossieraggio quando negli atti non ve n’è traccia. Gli accessi indebiti non sono stati commessi dai giornalisti che ne hanno beneficiato in fase di verifica delle informazioni: chi oggi grida allo scandalo si scorda di essere stato parte – come nel caso di Gasparri – di un governo sotto il quale ha operato Pio Pompa, che in via Nazionale alle dirette dipendenze di Pollari realizzava dossier su avversari politici, giornalisti, magistrati e sindacalisti. O il dossieraggio illegale operato dai responsabili della security Telecom e Pirelli. O il dossieraggio confezionato dalla struttura di Antonello Montante, numero due di Confindustria, con il quale ha condizionato politici e imprenditori.
Non mi ricordo all’epoca una denuncia così forte nei loro confronti da parte di chi oggi è al governo. Anzi qualche ministro era pure andato da Montante a ritirare le biciclette della legalità. È poi indubbio che ci sia da tempo scarsa tolleranza da parte della politica per le inchieste giornalistiche.
C’è l’impressione che evocare il dossieraggio anche dove non c’è sia un po’ un modo per chiudere il discorso.
Evocarlo serve per delegittimare i giornalisti. Quel che dispiace di più è che venga usata anche da cronisti per screditare il lavoro di altri colleghi. Mentre il valore di una notizia va difeso. Va valutata in base al fatto se è vera o falsa e se è di interesse pubblico. Non per il colore politico.
Per altro, parliamo di informazioni provenienti da una banca dati di operazioni giudicate sospette, non di operazioni caritatevoli. Ovviamente nessuno nega che ci sia stato un abuso, ma vedremo cosa uscirà dall’indagine.
Anche Report ha subìto in passato le attenzioni dei politici e della magistratura.
La ricerca dell’origine delle informazioni è un segnale ben chiaro alle fonti. Se tu dai l’impressione che la legge che tutela loro e gli archivi informatici dei giornalisti sia facilmente aggirabile, chi accetterà più di esporsi?
Colpendo la fonte si colpisce alla radice la possibilità di fare informazione. Sarebbe poi anche ora di aprire il vaso di pandora delle società che si occupano di gestire la comunicazione delle grandi aziende, imprenditori e politici: con che mezzi e modalità agiscono quando vengono incaricate di gestire un’inchiesta sui loro clienti? Secondo me uscirebbero notizie interessanti su come tengono d’occhio i giornalisti scomodi. Agli inviati di Report è capitato diverse volte di trovarsi sotto casa gli investigatori privati.
Non dobbiamo dimenticarci poi quello che è emerso dalle carte del caso Open: oggi Renzi grida al dossieraggio, ma mi ricordo le mail nelle quali si ipotizzava la creazione di una struttura per organizzare la character assassination finanziando strutture con giornalisti d’inchiesta e investigatori privati che raccogliessero informazioni sugli avversari politici. Oggi si accusa di dossieraggio chi ha dato conto di un’operazione sospetta?
I politici non esitano a presentare querele temerarie, che prendano iniziativa direttamente i magistrati non rappresenta un salto di qualità in termini di rischi per i giornalisti d’inchiesta?
Il potere non deve necessariamente uccidere un giornalista. È sufficiente che dia l’impressione di poterlo fare per ottenere il suo scopo: quello di limitare la sua libertà. Quando si colpisce con una querela temeraria o una richiesta di risarcimento danni è un segnale che si dà anche agli altri colleghi.
Noi alle spalle abbiamo la Rai che ci sostiene in tutti i modi, ma penso a tutti i colleghi delle testate locali che devono lavorare sopportando le pressioni dell’imprenditore del posto, che magari sponsorizza il giornale per cui scrivono. Questo quando i giornalisti locali dovrebbero essere i primi a essere tutelati perché sono i primi anticorpi periferici a vigilare su mala amministrazione, corruzione, criminalità.
(da agenzie)
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Marzo 7th, 2024 Riccardo Fucile
CALANO GLI ISCRITTI A GIURISPRUDENZA E ALL’ALBO DEGLI AVVOCATI
Quello dell’avvocato non è più un lavoro che attira. Calano,
infatti, i legali che si iscrivono all’albo di categoria, ma calano anche le immatricolazioni a Giurisprudenza e perfino i candidati per l’esame di abilitazione.
È una fotografia fatta di numeri, ma è anche una fotografia piena di storie, di giovani che al codice civile preferiscono (oramai) il posto fisso, di praticanti che praticamente non praticano più. Stipendi bassi, all’inizio quasi inesistenti, il colpo di coda del Covid, il “mercato” saturo.
E alla fine ci ritroviamo così.
Come nel foro di Firenze, dove nella bacheca del tribunale trovi una sfilza di annunci che fino a dieci anni fa non avresti manco pensato: aaa, collaboratori cercansi. È un po’ il cambio dei tempi, è un po’ che di possibilità (reali) ne son rimaste poche, è un po’ che in Toscana, per esempio, nel 2013 avevano provato l’esame professionale in 1.351 e l’anno scorso l’han sostenuto in meno di 400.
E non solo sull’Arno. Succede lo stesso a Milano, succede lo stesso a Roma, succede lo stesso in mezza Italia dove da una parte si registra una sforbiciata sugli iscritti all’albo, tra penalisti e civilisti e quel che è (secondo l’ultimo rapporto del Censis, il Centro di ricerca socio-economica italiana, nel 2022 i nuovi avvocati sono stati 8.257, però quelli che si sono cancellati dalle liste son stati 8.698: quindi con un saldo negativo per 441 unità), e dall’altra crollano pure gli studenti delle facoltà di Legge.
Negli ultimi anni atenei e aule magne hanno dovuto fare i conti su un ammanco di circa 120mila universitari, tanto per capirci: se nel 2000, in tutto il Paese, sceglievano le dispense di diritto internazionale, come per altro chi scrive, in 265.509 neo-diplomati, l’anno scorso han fatto lo stesso appena in 143.371, con una perdita annua intorno al 13%.
Non è detto, poi, che con la corona d’alloro in testa, un laureato in costituzionale o in legislazione del lavoro scelga di proseguire sulla strada del tribunale. Anzi. Molto più spesso si opta per un altro impiego, magari più sicuro, magari in un ambito diverso: Giurisprudenza come forma mentis, sì quella funziona, tutto sommato, ancora, ma giusto quella.
Anzitutto vale il discorso che in Italia esistono più avvocati che panettieri, e non è un modo di dire: gli avvocati iscritti all’albo di categoria sono poco più di 240mila (tra loro ci sono anche 14.506 professionisti pensionati contribuenti, cioè legali già in pensione che però qualche causa la seguono ancora), le attività di panetteria e di pasticceria dello Stivale sono appena 31mila. […] che un avvocato con dieci annidi carriera alle spalle riesce a mettere assieme circa 35mila euro all’anno, chi si è appena laureato e sta “testando il terreno” se la deve cavare con massimo 800 euro al mese.
Un portafoglio, non bastasse, che si è assottigliato con la pandemia, con perdite medie anche del 6%, e che pesa molto di più sulle donne (nel senso che un’avvocato donna conta, in media, su ricavi per 23.576 euro all’anno, mentre i colleghi maschi arrivano a sfiorare i 51mila).
Chi resiste con la toga appesa al gancio dietro la porta dell’ufficio non fa mistero del fatto che tra le maggiori difficoltà c’è proprio quella di farsi pagare.
Non è un caso, con queste premesse, che, e lo rileva ancora il Censis, il 28,4 dei giovani avvocati ritenga “molto critica” la propria situazione lavorativa e che addirittura il 32,8% (che quindi riguarda oltre tre professionisti su dieci) non nasconde il fatto che quell’idea, impensabile anche solo qualche decennio fa, quando dicevi “avvocato” e tutti si zittivano, di cambiare mestiere e di provare alternative alla difesa in giudizio, sia sulla scrivania. Proprio lì, accanto al compendio di procedura e al manuale di diritto societario.
(da Libero)
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