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L’UE CHIEDE REGOLE COMUNI SULLA CANAPA: COSI’ LA STRETTA DEL GOVERNO MELONI SULLA CANNABIS LIGHT RISCHIA DI SALTARE

Luglio 14th, 2025 Riccardo Fucile

IL TESTO ADOTTATO DAL PARLAMENTO UE E’ STATO VOTATO ANCHE DAL PPE

Potrebbe arrivare dall’Unione europea la svolta normativa tanto attesa dagli operatori della filiera della canapa in Italia, alle prese con le restrizioni – a loro dire, illogiche e immotivate – introdotte con il decreto sicurezza. Nei giorni scorsi, la commissione Agricoltura del Parlamento europeo ha adottato la propria posizione sulla prossima Politica agricola comune, lo strumento attraverso cui l’Ue regola i sussidi destinati al settore. Nel testo votato la scorsa settimana, gli eurodeputati sollecitano la Commissione europea a stabilire una classificazione a livello europeo per la canapa industriale. Così facendo, si potrebbe superare una volta per tutte l’intricato mosaico di norme nazionali. E il governo Meloni, di conseguenza, potrebbe essere costretto a rimettere mano al decreto sicurezza, diventato legge lo scorso 4 giugno, che impatta anche su circa 3mila aziende e 15mila lavoratori del settore della canapa.
Il voto degli eurodeputati a Strasburgo
Il testo adottato a Strasburgo è un rapporto di iniziativa, perciò non ha alcun valore legislativo, ma invita comunque la Commissione europea ad armonizzare le diverse leggi nazionali e fissare una definizione europea di cosa sia la canapa legale. «Il rapporto dice che la canapa è una pianta interessante per l’agricoltura e bisogna sfruttare potenzialità che ha per gli usi agricoli, come materiale di costruzione e non solo. Bisogna chiudere questo dibattito inutile per cui si pensa sempre alla canapa come stupefacente. Le potenzialità della pianta vanno ben oltre», spiega a Open Herbert Dorfmann, eurodeputato del Südtiroler Volkspartei (Ppe) e membro della commissione Agricoltura del Parlamento europeo.
Sul rapporto che contiene i passaggi sulla canapa è stato raggiunto un compromesso ampio, che ha visto votare a favore la sinistra di The Left, Verdi, Socialisti, Liberali e i Popolari (di centrodestra). Tra le fila di questi ultimi siedono pure gli eurodeputati di Forza Italia, che ha dato il via libera a un’armonizzazione normativa della canapa a livello europeo ma che allo stesso tempo fa parte di un esecutivo, quello italiano, che ha introdotto una stretta sulla produzione e sul commercio. «Una definizione europea di legalità e non legalità della canapa sarebbe utile, ma poi spetterà sempre allo Stato membro definire le leggi per questo settore», continua ancora Dorfmann.
Le possibili conseguenze per il Decreto Sicurezza
Tra gli eurodeputati italiani dentro la commissione Agri c’è anche Cristina Guarda, ex agricoltrice eletta con i Verdi. Ed è stata proprio lei, insieme a Luke Ming Flanagan (The Left, Irlanda) e Barry Cowen (Renew, Irlanda) ad aver spinto perché nel testo adottato la scorsa settimana ci fosse un passaggio dedicato alla filiera della canapa. L’obiettivo: armonizzare le normative a livello europeo, fissando come limite legale per la canapa una concentrazione massima di 0,5% di Thc (la sostanza psicotropa prodotta dai fiori di cannabis).
«Il settore è vittima di pregiudizi politici, soprattutto in Italia», dice Guarda a Open. Se la Commissione europea dovesse raccogliere l’invito degli eurodeputati, spiega ancora l’eurodeputata dei Verdi, il governo potrebbe essere costretto a rimettere mano al Decreto Sicurezza, che stabilisce il divieto di «importazione, cessione, lavorazione, distribuzione, commercio, trasporto, invio, spedizione e consegna delle infiorescenze della canapa coltivata, anche in forma semilavorata, essiccata o triturata, nonché di prodotti contenenti o costituiti da tali infiorescenze, compresi gli estratti, le resine e gli oli da esse derivati».
La prossima Pac e la possibile “scorciatoia”
Ma cosa succede ora che la commissione Agricoltura del Parlamento europeo ha adottato la sua posizione sul tema della canapa? «Il prossimo passo è fare in modo che ci siano queste indicazioni nella prossima Pac, che dovrebbe arrivare nel 2028», spiega Guarda. Ma i tempi, ammette la stessa eurodeputata, sono troppo lunghi e la filiera italiana chiede risposte ben più urgenti. E così c’è un gruppo di eurodeputati che sta spingendo per avere una definizione europea di canapa legale in tempi ben più rapidi,
puntando su una altro provvedimento: il regolamento Ocm, che regola l’organizzazione comune dei mercati dei prodotti agricoli. «Ho proposto un emendamento che aiuterebbe a ribaltare l’aberrazione scientifica partorita dal governo Meloni con il Decreto Sicurezza. E quell’atto, a differenza della Pac, potrebbe essere approvato già nei prossimi mesi».
La denuncia delle imprese del settore e il rischio procedura d’infrazione
Se così fosse, le nuove norme approvate dal Parlamento italiano – che vietano la produzione e il commercio di qualunque prodotto contenga infiorescenze della canapa – potrebbero entrare in aperto contrasto con le leggi europee. Di conseguenza, il governo sarebbe costretto a rimettere mano ai decreti, che già devono fare i conti con la denuncia presentata in sede europea dalle associazioni di categoria. «La direzione agricoltura della Commissione europea sta valutando quella che a nostro avviso è un’evidente violazione delle norme Ue da parte del dl sicurezza. Potremmo andare incontro a procedure d’infrazione», spiega ancora Cristina Guarda. D’altronde, si tratta della stessa conclusione a cui era giunto il massimario della Corte di Cassazione, secondo cui «il divieto improvviso di raccolta delle infiorescenze di una coltura agricola autorizzata da anni, con ripercussioni su un mercato addirittura incentivato dall’UE, violerebbe il principio di libertà di iniziativa economica».
(da Open)

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IL MINISTERO DELLA GIUSTIZIA LIBICO HA ANNUNCIATO CHE NON ESTRADERÀ L’EX CAPO DELLA POLIZIA GIUDIZIARIA DI TRIPOLI ALLA CORTE PENALE INTERNAZIONALE, SOTTOLINENADO CHE IL SISTEMA GIUDIZIARIO NAZIONALE È L’UNICA AUTORITÀ COMPETENTE

Luglio 14th, 2025 Riccardo Fucile

PER IL GOVERNO DEL PREMIER ABDUL HAMID DBEIBAH TRATTENERE IL TORTURATORE ALMASRI SIGNIFICA MANTENERE IL CONTROLLO SU DI LUI E AVERE COSÌ UNA PEDINA DI SCAMBIO E DI RICATTO DA UTILIZZARE CON LA MILIZIA “RADA”, RIVALE DELL’ESECUTIVO DI TRIPOLI, DI CUI ALMASRI È UNO DEI LEADER

In Libia gli eventi politici si susseguono a grande velocità. Le cose cambiano repentinamente a seconda di alleanze, accordi e scontri violenti tra milizie. E così se fino a una settimana fa la tensione era in aumento a Tripoli, con il premier del governo di unità nazionale Abdel Hamid Dbeibeh che ha chiesto alle milizie rivali – soprattutto alla Rada, di cui il generale Osama Njeem Almasri è uno dei vertici – di arrendersi per evitare una guerra civile, oggi lo scenario è cambiato.
Domenica il ministero della Giustizia libico ha annunciato che non estraderà l’ex capo della polizia giudiziaria di Tripoli alla Corte penale internazionale. Il ministero non consegnerà alcun cittadino libico e ha sottolineato che il sistema giudiziario
nazionale è l’unica autorità competente a gestire tali casi.
L’annuncio è arrivato, come di consueto, tramite la pagina Facebook del ministero. Ma il post è stato successivamente rimosso. Nella sua dichiarazione, il dicastero ha anche rimarcato che «la Libia non è parte dello Statuto di Roma istitutivo della Corte penale internazionale e, pertanto, non è obbligata a consegnare i propri cittadini a tale corte».
Un clamoroso dietrofront dopo che il 15 maggio scorso il governo di Dbeibeh aveva affermato che «la Libia accetta la giurisdizione della corte sui presunti crimini commessi sul territorio libico».
Dietro il rifiuto del ministero della Giustizia c’è un elemento di analisi chiaro: nel caso in cui dovesse essere consegnato Almasri, anche altri imputati dovrebbero essere estradati verso la Corte dell’Aja.
Si tratta di persone con un alto consenso politico e militare, accusate di gravi crimini internazionali. Molti di loro sono vertici delle milizie che si contendono il potere intorno a Tripoli. Una situazione che mette in difficoltà Dbeibeh nella gestione dei rapporti interni.
Ma ci sono due ipotesi dietro l’apparente dietrofront libico. Trattenere il generale – accusato di crimini di guerra e crimini contro l’umanità commessi soprattutto a danno di migranti – affinché possa essere processato in Libia significa mantenere il controllo su di lui e avere così una pedina di scambio e di ricatto da utilizzare all’occorrenza con la milizia Rada.
L’altra ipotesi è quella che porta a un tentativo di distendere i rapporti con le milizie dopo le tensioni degli ultimi giorni che hanno riportato il paese sull’orlo della guerra civile.
Nel suo comunicato, infatti, il ministero ha detto che la Corte penale internazionale non ha fornito alla parte libica «prove dei fatti» di cui Almasri era accusato. Proprio per questo sono state revocate le restrizioni procedurali nei confronti del vertice di Rada.
La decisione del ministero della Giustizia tripolino è stata presa. Ma la sua pubblicazione, poi cancellata successivamente è diventata un mistero.
Il ritiro del comunicato viene interpretato come un segnale di forte tensione interna all’interno del governo di unità nazionale. C’è chi sarebbe propenso, infatti, a cooperare con la Corte penale internazionale per evitare ulteriori attriti con i governi europei.
La missione Onu
Il dietrofront su Almasri è arrivato nel giorno in cui Hanna Tetteh, a capo della Missione di sostegno delle Nazioni unite in Libia (Unsmil), ha avuto un incontro con il premier tripolino con l’obiettivo di evitare un’escalation nei pressi della capitale. Durante l’incontro, infatti, Tetteh ha espresso soddisfazione per il rilascio di diverse persone detenute arbitrariamente negli ultimi giorni dalle autorità libiche.
La speranza è che, dopo le tensioni degli ultimi due mesi, possa riprendere il processo di transizione politica nel paese.
(da agezie)

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“NON SONO ANDATO A WIMBLEDON, A VOLTE BISOGNA STARE CON LA FAMIGLIA”: L’INCREDIBILE AUTOGOL DI ANDREA ABODI DOPO AVER MARCATO VISITA A LONDRA. MA UN MINISTRO DELLO SPORT SE NON VA A VEDERE UN ITALIANO IN FINALE A WIMBLEDON CHE CI STA A FARE? PER ALCARAZ SI E’ SCOMODATO ADDIRITTURA RE FELIPE II

Luglio 14th, 2025 Riccardo Fucile

POI HA ANCHE IL CORAGGIO DI BOFONCHIARE: “DISPIACE PER L’ASSENZA DELLE ISTITUZIONI ITALIANE” (E LUI NON FA PARTE DELLE ISTITUZIONI?)

«Come ho vissuto la vittoria di Sinner a Wimbledon? Con l’emozione grande, a distanza, perché contrariamente a tante altre volte, questa volta non sono andato. Capita anche a un ministro a volte di fermarsi, di aver bisogno di fermarsi, di passare una giornata con la famiglia». Andrea Abodi, Ministro dello Sport, ha commentato così la vittoria di Jannik Sinner a Wimbledon, primo successo di un tennista italiano all’All England Club.
Abodi ha parlato a “La Politica del Pallone” su Gr Parlamento: «Io credo che la cosa più importante sia poter gioire comunque da presente o da diversamente presente, per un’impresa che riunisce tutti».
Inevitabile una battuta sul fatto che non ci fosse nessun rappresentante delle istituzioni italiane, mentre a seguire Carlos Alcaraz c’era anche il re Felipe II: «Può capitare ed è capitato in questa circostanza: ce ne dispiace perché sarebbe stato molto più bello essere lì presenti, ma a volte anche noi abbiamo circostanze della vita che ci impediscono di farlo e questo non penso che debba meritare un giudizio che, tutto sommato, distoglie dalla grande gioia che dovrebbe accomunarci. La cosa più importante è celebrare la vittoria di Jannik».
(da agenzie)

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LA LIBERTÀ DI STAMPA PER IL GOVERNO: CHI CRITICA, VA EPURATO. IL “CORRIERE DELLA SERA” RACCONTA COM’È ANDATA DAVVERO CON IL MINISTRO DELLA CULTURA, ALESSANDRO GIULI: “ABBIAMO OFFERTO LA POSSIBILITÀ DI REPLICARE ALLE CRITICHE POLITICHE E CULTURALI DI GALLI DELLA LOGGIA CON UN ARTICOLO DA PUBBLICARE SUL GIORNALE MA HA RIFIUTATO.

Luglio 14th, 2025 Riccardo Fucile

NESSUNA CENSURA, GLI INTERESSAVA SOLO ‘LICENZIARE’ IL PROFESSORE CHE AVEVA OSATO FARE DELLE CRITICHE” – “UN ATTEGGIAMENTO DAVVERO LIBERALE” – “STRANA IDEA DEL CONFRONTO CULTURALE: SE MI CRITICHI DEVI ESSERE MESSO ALLA PORTA, QUESTO L’UNICO CONTRIBUTO AL DIBATTITO CHE GIULI HA DATO”

Il Corriere della Sera aveva chiesto dieci giorni fa un’intervista su tutte le vicende che avevano interessato il suo ministero (da Cinecittà al conflitto con la sottosegretaria Bergonzoni), intervista che il ministro ha rinviato fino a ieri mattina quando ha dato la sua disponibilità.
Nelle risposte si è concentrato su un editoriale (che evidentemente non gli era piaciuto) del professor Galli della Loggia pubblicato sul Corriere.
La reazione del ministro è stata del seguente tenore: il prof Della Loggia ha un incarico culturale stabilito dal mio predecessore Sangiuliano e dopo le critiche deve dimettersi. Un atteggiamento davvero liberale.
Le sue considerazioni erano poi condite da falsità (“incarico di lusso” mentre l’incarico del professore a capo della Consulta dei comitati culturali è a titolo gratuito) e insulti: “perditempo”, “cameriere” (noi abbiamo grande rispetto di tutti i lavoratori, il ministro invece non sembra pensarla così e usa la citazione contenente la parola “cameriere” per offendere).
Al ministro la direzione ha offerto la possibilità di replicare alle critiche politiche e culturali di Galli della Loggia con un articolo da pubblicare sul giornale ma ha rifiutato. Nessuna censura, gli interessava solo “licenziare” il professore che aveva osato fare delle critiche. Quando vorrà siamo pienamente disponibili alla pubblicazione.
Visto che il ministro ha pubblicato il testo, ognuno potrà giudicare come neghi anche l’evidenza rispetto ai problemi e alle divisione nel suo ministero.
Ps. Alcuni esponenti di Fdi si lamentano che non sia stato possibile un dibattito tra due intellettuali come il prof. Galli della Loggia e il ministro Giuli. Una strana idea del confronto culturale: se mi critichi devi essere messo alla porta, questo l’unico contributo al dibattito che Giuli ha dato.

LA REPLICA DI ERNESTO GALLI DELLA LOGGIA AD ALESSANDRO GIULI
La “poltrona di lusso” di cui fantastica il ministro Giuli, assegnatami un anno fa dal suo predecessore, consiste in un incarico che mi ha tenuto impegnato insieme ad altri due colleghi, e a un manipolo di funzionari del suo e di altri
Ministeri nonché ad un incaricato della Presidenza del Consiglio, per non più di alcune mattinate. Incarico notoriamente e rigorosamente – e aggiungo: giustamente – non retribuito. Visto che ne ho l’occasione porto comunque alla conoscenza del Ministro che esso mi è costato centocinquanta- duecento euro di spese di taxi di cui peraltro ho fatto dono volentieri all’amministrazione del mio Paese.
Quanto alle delibere prese dalla Commissione a proposito di Boccaccio, Papini, Gentile esse sono state debitamente motivate nel verbale redatto dalla stessa e ovviamente prescindono per intero dal valore dei tre autori. Capisco che al ministro Giuli tali motivazioni non interessino e non ne parli, ma deve farsene una ragione: gli esperti e i giudici eravamo noi, non lui.
Ernesto Galli della Loggia

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NEGAZIONISTI E COMPLOTTARI, FATEVENE UNA RAGIONE: IL CAMBIAMENTO CLIMATICO ESISTE ED È UN PROBLEMA DI TUTTI

Luglio 14th, 2025 Riccardo Fucile

GHISLERI: “NEGLI ULTIMI ANNI, SEMPRE PIÙ ITALIANI SI SONO RESI CONTO CHE QUALCOSA STA CAMBIANDO: L’85% DELLA POPOLAZIONE PERCEPISCE UN AUMENTO DELLE TEMPERATURE. LA COMUNITÀ SCIENTIFICA INTERNAZIONALE È AMPIAMENTE CONCORDE NEL DEFINIRE REALE IL RISCALDAMENTO GLOBALE E CAUSATO IN GRAN PARTE DALLE ATTIVITÀ UMANE… LE PROVE SAREBBERO OVUNQUE: ESTATI ROVENTI, PIOGGE TORRENZIALI E SICCITÀ. EPPURE AGIAMO COME SE FOSSE TUTTO NORMALE

Negli ultimi anni, sempre più italiani si sono resi conto che qualcosa sta cambiando: secondo un recente sondaggio di Only Numbers, l’85% della popolazione percepisce un aumento delle temperature. Ma questa percezione ha una base reale? E, soprattutto, da cosa dipende? La scienza risponde con chiarezza: il cambiamento climatico esiste, è misurabile e in accelerazione.
È vero che il clima della Terra ha sempre attraversato fasi naturali di riscaldamento e raffreddamento, tuttavia l’attuale aumento delle temperature ci appare troppo rapido e intenso per essere spiegato solo da fenomeni naturali. I dati scientifici confermano -in modo inequivocabile- che il clima globale si sta scaldando. Le temperature medie sono aumentate in modo costante negli ultimi decenni, e anche gli eventi estremi come ondate di calore, incendi, alluvioni, stanno diventando sempre più frequenti.
L’idea che si tratti solo di allarmismo mediatico non trova conferma nei dati scientifici. Secondo l’Ipcc (Intergovernmental Panel on Climate Change – UN), il principale organismo internazionale che studia il clima, l’attività umana – in particolare l’uso di combustibili fossili, la deforestazione e l’eccessiva emissione di gas serra – è la causa principale del riscaldamento globale. L’aumento della CO2 nell’atmosfera sta alterando gli equilibri climatici del pianeta, portando conseguenze sempre più evidenti anche in Italia. […] I modelli climatici infatti mostrano che, senza l’influenza umana, non si spiegherebbe l’aumento registrato dagli Anni 50 in poi.
Negli ultimi giorni sono stati molti gli avvisi sul “clima rovente” e sugli eventi atmosferici fuori misura come piogge torrenziali, inondazioni, alluvioni, trombe d’aria. Un italiano su quattro è convinto che siano una casualità legata ad un’evoluzione naturale dei fatti (24,1%), mentre il 68,5% lo associa proprio ad un cambiamento climatico reale che sta accelerando. Sono i più giovani i sostenitori maggiormente convinti di questo passaggio.
La sfida ora è riconoscere le responsabilità e agire per limitarne i danni. Sempre un italiano su quattro (24,1%) ritiene che ci sia un certo livello di esagerazione nei toni usati da media e attivisti, mentre il 53,1% è convinto che le denunce mediatiche siano totalmente veritiere. Addirittura il 10,7% sostiene che intorno al fenomeno del clima oggi ci sia una certa minimizzazione.
La comunità scientifica internazionale è ampiamente concorde nel definire reale il riscaldamento globale e causato in gran parte dalle attività umane. Gli allarmi, quindi, non sembrerebbero
infondati anche se a volte possono essere comunicati in modo sensazionalistico con affermazioni ricche di iperboli linguistiche.
L’emergenza climatica non sembrerebbe più una previsione per il futuro, ma una realtà che stiamo vivendo. […] Secondo l’Onu, abbiamo meno di un decennio per ridurre drasticamente le emissioni di CO2 e contenere l’aumento della temperatura entro 1,5°C. Le prove sarebbero ovunque: estati roventi, piogge torrenziali e siccità. Eppure agiamo come se fosse tutto normale. Non si tratta di un solo problema ambientale, siamo in presenza di un fenomeno economico, sociale e umano. La sua portata trasversale richiede risposte che siano altrettanto globali e integrate.
Nel 2025, le temperature estive hanno toccato nuovi record. In risposta, il presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, ha firmato un’ordinanza urgente che vieta, dal 2 luglio al 15 settembre, le attività lavorative all’aperto tra le 12,30 e le 16 in cantieri, cave, aziende agricole e florovivaistiche nei giorni di rischio climatico elevato. Sono previste eccezioni per i lavori urgenti o di pubblica utilità, ma solo se vengono applicate rigorose misure di prevenzione. Una misura che ha trovato ampio consenso tra i cittadini: l’80,6% degli intervistati si è dichiarato favorevole, mentre solo il 10,1% si è detto contrario.
Più lenta e burocratica è stata invece la reazione del governo centrale. Il ministero del Lavoro e delle Politiche sociali ha avviato la firma di un protocollo per la protezione dei lavoratori dalle emergenze climatiche, che sarà presto recepito tramite
decreto ministeriale. Tra le misure previste: l’estensione della cassa integrazione per condizioni climatiche estreme e altre iniziative a tutela della salute dei lavoratori nei luoghi esposti a rischio.
Nonostante l’importanza del tema, le reazioni politiche si sono concentrate più sull’origine dell’iniziativa che sulla sua efficacia. Il 45,8% degli italiani approva il provvedimento, mentre un cittadino su tre (33,2%) lo critica. Il sostegno è massimo tra gli elettori dei partiti di governo (media oltre il 70,0%), ma scende drasticamente tra quelli dell’opposizione (media circa il 28,0%).
In conclusione, quando si parla di clima, sicurezza e salute sul lavoro, non ci si può limitare a giudicare le iniziative in base all’appartenenza politica di chi le propone. L’emergenza climatica impone risposte concrete, trasversali e condivise. Le soluzioni devono essere valutate per la loro efficacia reale, non per la bandiera che le accompagna. Il clima non fa distinzioni ideologiche, colpisce tutti.
(da agenzie)

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LA TERZA GUERRA MONDIALE E’ GIA’ INIZIATA, MA NON CE NE SIAMO ACCORTI: TRA IL 2023 E IL 2024, MOSCA HA ORCHESTRATO ALMENO 70 SABOTAGGI IN EUROPA, NEL MIRINO SONO FINITI DEPOSITI, STAZIONI E INFRASTRUTTURE (SU TERRITORIO NATO) UTILI AL RIFORNIMENTO DI ARMI A KIEV

Luglio 14th, 2025 Riccardo Fucile

I SERVIZI SEGRETI DI MOSCA RECLUTANO SU TELEGRAM PICCOLI CRIMINALI, NON CITTADINI RUSSI, PER FARE IL LAVORO SPORCO … LA RETE DI SABOTATORI “USA E GETTA” E’ GESTITA ANCHE DALLA BRIGATA WAGNER, CHE ASSOLDA PERSONE ANCHE PER FILMARE IL MOVIMENTO DEI CONVOGLI DELLA NATO

Era la notte del 20 marzo 2024 quando un camionista che dormiva nella sua cabina ha sentito il crepitio delle fiamme in un magazzino di Leyton, zona Est di Londra, dove erano stoccate attrezzature satellitari destinate all’Ucraina. Ha preso il piccolo estintore che teneva a bordo ed è corso verso il rogo, ma si è subito reso conto che era ormai troppo esteso e ha chiamato i soccorsi.
Trenta minuti dopo lo scoppio dell’incendio, un giovane britannico, Dylan Earl, ha ricevuto un messaggio da un uomo: «Eccellente», in russo. Lo scorso martedì un tribunale di Londra lo ha condannato, assieme ad altri due complici, per l’incendio che, secondo i pubblici ministeri, è stato orchestrato dai servizi segreti russi e portato avanti da membri della Wagner, e che fa parte di una campagna di sabotaggi in tutta Europa.
Una stazione ferroviaria polacca in fiamme, il magazzino britannico distrutto, un soldato tedesco avvelenato da una mano
sconosciuta. E poi blackout improvvisi, mail istituzionali violate, deepfake virali, campagne di disinformazione durante le elezioni in Romania e Moldavia. Sono questi gli strumenti della guerra ibrida russa in Europa: silenziosa, sistematica, sempre più diffusa.
Sono almeno 70 gli “incidenti” di cui governi europei, procuratori, servizi segreti o altri funzionari occidentali hanno accusato la Russia, gruppi legati alla Russia o al suo alleato Bielorussia a partire dal 24 febbraio 2022: si tratta di attacchi informatici, diffusione di propaganda, pianificazione di omicidi o atti di vandalismo, incendi dolosi, sabotaggi o spionaggio. Nel mirino di Mosca i Paesi europei sostenitori dell’Ucraina.
Secondo il think tank Csis, il numero complessivo di attacchi russi in Europa «è quasi triplicato fra il 2023 e il 2024», da 18 a 70 (dopo essere già quadruplicato fra il 2022 e il 2023). Queste azioni mirano a indebolire la coesione occidentale, seminare incertezza e ridurre il sostegno all’Ucraina.
Nel solo 2024 si sono verificati almeno 12 casi di sabotaggio riconducibili a Mosca – sei volte più del 2022. Il 17 aprile, un incendio doloso ha distrutto un deposito ferroviario a Varsavia: secondo le autorità polacche, era un nodo logistico per il trasporto di armamenti verso l’Ucraina. Un mese prima, un cittadino russo è stato arrestato a Colonia per aver tentato di incendiare un deposito della Bundeswehr.
Poi c’è il magazzino alla periferia di Londra e un attacco a un impianto elettrico vicino Vilnius, Lituania. Mosca, dicono gli analisti, affida spesso questi sabotaggi a intermediari reclutati
via Telegram, offrendo denaro a piccoli criminali, migranti o ignari simpatizzanti, dopo che, nel 2018, centinaia di spie di Mosca erano state espulse dai Paesi occidentali a seguito di un’operazione per avvelenare l’ex ufficiale dell’intelligence russa Sergey Skripal nel Regno Unito.
Secondo un rapporto Nato-Ue nei primi mesi del 2025 gli attacchi di guerra ibrida russi hanno subito un’ulteriore escalation. Il Paese più colpito è la Polonia, seguita da Paesi baltici, Germania, Lituania, Regno Unito e anche Francia, che sta diventando obiettivo di operazioni sofisticate, soprattutto nel cyber e nella disinformazione.
La Repubblica Ceca ha scoperto una rete di spionaggio a Praga, connessa al gruppo paramilitare Wagner. L’obiettivo era raccogliere informazioni su traffici di armi e militari ucraini in congedo. Un cittadino serbo è stato arrestato a Varsavia per aver tentato di filmare le rotte dei convogli Nato. Secondo il Bis, il controspionaggio ceco, i servizi russi oggi reclutano spesso cittadini di Paesi terzi, anche richiedenti asilo, per sfuggire ai controlli e creare reti “usa e getta”.
Ma non solo: il 2025 è iniziato con nuovo slancio e nuovi obiettivi, con incendi a infrastrutture polacche, incendi in Lituania, sospetti di attacchi a Heathrow. Anche il “vecchio” spionaggio torna in auge con operazioni del Gru in Repubblica Ceca, infiltrazioni monitorate in Polonia e Norvegia.
(da agenzie)

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LA PROCURA DI MILANO HA CHIESTO L’AMMINISTRAZIONE GIUDIZIARIA PER LORO PIANA: “AVREBBE AGEVOLATO COLPOSAMENTE LO SFRUTTAMENTO DEI LAVORATORI DELLE AZIENDE APPALTATRICI”

Luglio 14th, 2025 Riccardo Fucile

IL MARCHIO, DI PROPRIETÀ DEL GRUPPO LOUIS VUITTON, AVREBBE AFFIDATO LA REALIZZAZIONE DI CAPI MOLTO COSTOSI, TRA CUI GIACCHE IN CASHMERE, A SOCIETÀ ESTERNE CHE SUB-APPALTAVANO A OPIFICI CINESI CHE SFRUTTAVANO MANODOPERA IRREGOLARE E CLANDESTINA

La Procura della Repubblica di Milano ha chiesto l’amministrazione giudiziaria per la casa di alta moda Loro Piana, attualmente presieduta dal figlio del magnate francese Bernard Arnault, Antoine.
Il brand di lusso sarebbe stato “incapace di prevenire e arginare fenomeni di sfruttamento lavorativo nell’ambito del ciclo produttivo” della merce destinata al mercato, “non avendo verificato le condizioni di lavoro delle persone impiegate ne’ le effettive capacita’ tecniche delle aziende appaltatrici” “tanto da agevolare colposamente” condotte ascrivibili al reato di caporalato.
Sono stati arrestati 2 cittadini cinesi titolari di aziende inserite nella catena di sfruttamento, 7 lavoratori non in regola con la permanenza e il soggiorno sul territorio italiano, 2 titolari di un’azienda sub-affidataria, composta da cittadini italiani, per
gravi violazioni della normativa in materia di sicurezza e per utilizzo di lavoro nero. Loro Piana avrebbe affidato la realizzazione di capi molto costosi, tra cui giacche in cashmere, a una societa’ che esternalizzava la produzione a opifici cinesi attivi in provincia di Milano.
Le attivita’ di controllo del Nucleo Ispettorato del Lavoro del Comando dei Carabinieri di Milano, legate a una indagine del pm Paolo Storari, presso opifici a conduzione cinese, hanno permesso di riscontrare ricorrenti utilizzi e sfruttamento di manodopera irregolare e clandestina; transito, in molteplici casi, di soggetti irregolari da un opificio all’altro; presenza dello stesso committente della produzione in subappalto.
Le indagini sono scaturite da una denuncia per lesioni e sfruttamento da parte di un cittadino cinese che, nel maggio scorso, ha riferito, tra l’altro, di vivere, dal 2015, in un dormitorio vicino alla fabbrica – una condizione che riguarda anche altri lavoratori e di non ricevere lo stipendio dal 2024. Sono state comminate anche sanzioni per oltre 181mila euro e sanzioni amministrative pari a oltre 59mila euro.
(da agenzie)

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GERSHON BASKIN, IL NEGOZIATORE ISRAELIANO CHE RIPORTÒ A CASA IL SOLDATO SHALIT, SPIEGA LA SUPERCAZZOLA DI NETANYAHU PER CONTINUARE LA GUERRA: “HA FATTO IN MODO CHE I COLLOQUI DERAGLIASSERO. NETANYAHU STA PRENDENDO TEMPO FINO AL 28 LUGLIO, QUANDO IL PARLAMENTO ANDRÀ IN PAUSA PER TRE MESI. A QUEL PUNTO IL GOVERNO NON POTRÀ PIÙ CADERE, E ALLORA FIRMERANNO UN CESSATE IL FUOCO DI 60 GIORNI

Luglio 14th, 2025 Riccardo Fucile

“TRUMP? NETANYAHU LO HA PERSUASO CHE L’ACCORDO COMPLETO È IMPOSSIBILE, È CADUTO NELLA SUA TRAPPOLA”

Un’altra strage di bambini, di affamati e assetati, uccisi dalle forze armate israeliane mentre la loro delegazione tratta il cessate il fuoco a Doha. «Israele prende solo tempo», dice Gershon Baskin, il negoziatore israeliano che riportò a casa il soldato Shalit e che è in contatto con il capo delegazione di Hamas. Per ora la carneficina continuerà, dice, ma il cessate il fuoco arriverà «entro la fine del mese».
L’Idf definisce la strage “errore tecnico”. È così, o è strategico?
«Gli israeliani dicono che la strategia e gli ordini non sono di uccidere intenzionalmente i civili, ma ucciderli è esattamente quello che stanno facendo. E quello che stanno cercando di fare è impossibile: cercano di far arrendere Hamas, ma Hamas non si arrenderà. Questa strategia significa solo che altre persone verranno uccise. Hanno preso la decisione di svuotare il nord di Gaza: Khan Yunis e Beit Lahia. Non vogliono che ci siano palestinesi, lì. E stanno distruggendo tutto, stanno radendo tutto al suolo. Stanno spianando con i bulldozer, stanno bombardando per far spostare tutti dal nord di Gaza verso sud».
A Doha è più vicina la firma o la rottura?
«Intorno a fine mese credo verrà firmato l’accordo per un cessate il fuoco di 60 giorni, anche se è un cattivo accordo. La maggior parte degli israeliani vuole un accordo completo per porre fine alla guerra e riportare tutti a casa, ma non è ciò che vuole il premier Benjamin Netanyahu».
C’è una strage quotidiana, perché aspettare fine mese?
«Israele ha fatto in modo che i colloqui deragliassero presentando mappe di ridispiegamento dell’Idf che Hamas avrebbe sicuramente rifiutato. Netanyahu sta prendendo tempo fino al 28 luglio, quando la Knesset (il parlamento, ndr) andrà in pausa per tre mesi. A quel punto il governo non potrà più cadere, e allora firmeranno».
Uno dei nodi è il controllo del Corridoio Morag: non è decisivo?
«Dire che Hamas non verrà sconfitta se non ne mantengono il controllo è una bugia, la stessa che Netanyahu ha detto sul Filadelfia, Rafah o Khan Yunis. Hamas è pronta per un accordo completo sul rilascio di tutti gli ostaggi, e per porre fine alla guerra; e che è pronta per un governo a Gaza che non li includa».
Cosa le ha scritto esattamente?
«Che “Israele ha ripetutamente respinto la nostra proposta di rilasciare tutti gli ostaggi israeliani in una sola volta in cambio della fine della guerra. Hanno preferito una soluzione parziale, e ciò indica chiaramente la loro intenzione di continuare la guerra, e che non considerano gli ostaggi la questione principale”».
Davvero sono disposti a restare fuori dal futuro governo di Gaza?
«Il capo delegazione dice che per loro “la questione è totalmente risolta, e abbiamo chiarito la nostra posizione: vogliamo un comitato indipendente e professionale per governare Gaza con piena autorità, e Hamas non ne farà parte”».
Se fosse ancora il capo negoziatore israeliano, lei con queste
premesse firmerebbe?
«Spingerei per un accordo completo, per porre fine alla guerra e riportare a casa tutti gli ostaggi. E lo avrei fatto già da più di un anno».
Non pensa che Hamas stia bluffando?
«Hamas firmerebbe. Ma un grande problema è anche Abu Mazen, il presidente palestinese, che nel frattempo non ha creato un governo per Gaza. Se Hamas è pronto a farsi da parte e i palestinesi vogliono che la guerra finisca, devono rispondere alla domanda: chi governerà?».
Ma Trump vuole che si firmi?
«Netanyahu lo ha persuaso che l’accordo completo è impossibile, perché se l’Idf si ritira da Gaza Hamas ruberà gli aiuti umanitari e si ricostruirà. Trump è caduto nella trappola narrativa di Netanyahu».
La distribuzione degli aiuti è una trappola mortale?
«Gli israeliani hanno detto agli americani che la “Fondazione Umanitaria di Gaza” che li distribuisce funziona con efficienza Ma è una bugia. Stanno cercando di convincerli della fattibilità del campo umanitario, che in realtà è un campo di concentramento, sulle rovine di Khan Yunis».
(da La Repubblica)

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SCANDALO CORRUZIONE SICILIA SI ALLARGA, INDAGATO ANCHE IL DEPUTATO REGIONALE VITRANO (FORZA ITALIA)

Luglio 14th, 2025 Riccardo Fucile

L’AUDIO DELLE PRESSIONI AL MEDICO: “PRENDI MALATTIA O PERDIAMO LA FACCIA”

Dopo lo scandalo corruzione all’Ars, che vede indagati il presidente dell’Ars Galvagno e l’assessora regionale al Turismo Amata, entrambi di Fdi, un nuovo caso si è aperto in Sicilia, e questa volta è coinvolto un deputato regionale di Forza Italia, Gaspare Vitrano, indagato insieme all’ex direttore sanitario
dell’ospedale Di Cristina di Palermo, Gaetano Buccheri, per tentata violenza privata nei confronti dell’allora dirigente del presidio Desiree Farinella, che è stata poi rimossa dall’incarico.
I fatti risalgono a gennaio 2024, dopo una lettera inviata alla redazione di Repubblica Palermo dalla madre di un bambino ricoverato alla Nefrologia pediatrica dell’ospedale Di Cristina, che segnalava “gravi disservizi” nel reparto. Da lì la reazione del presidente della Regione, Renato Schifani, che, dopo essersi scusato con la donna, chiese ai vertici dell’azienda Civico, da cui l’ospedale Di Cristina dipende, di verificare cosa fosse accaduto e adottare i provvedimenti necessari.
Qualche giorno dopo il neo commissario Messina con uno dei suoi primi atti decise di trasferire e demansionare Farinella, ora in servizio al Policlinico, suscitando la protesta di colleghi e dei sindacati. L’inchiesta è partita da un esposto della dottoressa Farinella che, assistita dall’avvocato Massimo Motisi, ha denunciato di avere subito da Vitrano e Buccheri pressioni esplicite affinché si facesse da parte. A sostegno della sua tesi la professionista ha depositato in Procura l’audio della conversazione avuta con i due, che aveva registrato e che Fanpage.it ha avuto modo di ascoltare.
L’intento della Regione sarebbe stato quello di indicare la dirigente come unica responsabile delle carenze denunciate, un capro espiatorio su cui far ricadere le colpe, ripulendo l’immagine dell’istituzione: Schifani doveva dare una risposta immediata alla stampa, invece di affrontare i problemi del sistema
Cosa c’è negli audio della conversazione tra Buccheri, Vitrano e Farinella
“Il Presidente deve dare una risposta a Repubblica”, si sente distintamente dire dall’ex direttore sanitario Buccheri. “Ma sulla pelle mia?”, risponde Farinella. “Io difendo la verità e la verità è che non c’entri un cazzo…il tuo presidente ci ha fatto una figura di merda”, è la risposta. L’onorevole Vitrano quindi spiega: “Se ai giornali non diamo da mangiare, qualcuno non ci darà pace”.
“Me lo chiede l’assessore (l’assessora alla Salute della Regione Siciliana, Giovanna Volo, che ha rassegnato le dimissioni a gennaio di quest’anno, ndr) una sostituzione per un mese mi ha chiesto, dice ‘glielo farò dire che non ce l’abbiamo con lei'”, dice ancora Buccheri. L’ex dirigente allora prova a difendersi: “La faccia sporca deve essere di qualcun altro, non la mia”.
“Rifletti, la faccia sporca è del presidente te lo dico io, vai serena, perché parlò senza sapere le cose. Tutti d’accordo siamo…tutti d’accordo siamo”, insiste per convincerla a prendersi una pausa. “Non ti puoi prendere 15 giorni di malattia o 15 giorni di ferie? E chiudiamo il discorso? Perché ci perdiamo la faccia tutti, pure io”. In pratica Buccheri chiede a Farinelli di allontanarsi per un po’, in attesa che l’attenzione mediatica si sposti su altro. “Secondo me la malattia è meglio delle ferie. Se ti pigli le ferie sembrano indotte, per questo è meglio la malattia”.
Vitrano dice che Schifani avrebbe capito di aver fatto “una minchiata”, perché avrebbe potuto prima di allontanare la dottoressa, aspettare l’ispezione dei Nas.
Le giustificazioni di Vitrano: “Sono turbato”
Oggi in un’intervista a La Repubblica, Vitrano ha detto di essere “turbato, ero convinto di avere aiutato una persona sofferente”. A una domanda del giornalista, su cosa facesse nella stanza di Buccheri, durante la conversazione con Farinella, il deputato ha sostenuti di essere lì “per caso”: “Ero passato dall’ufficio personale e sono andato a salutare. Il direttore riceve con la porta aperta, c’era questa signora che non sapevo chi fosse. E Buccheri mi ha chiamato: ‘Entra entra…’.
Negli audio Vitrano ammette che “Schifani ha fatto una minchiata”, ma nell’intervista rilasciata oggi cerca di correggersi: “Nel senso che forse è stato precipitoso, si poteva aspettare il risultato dell’indagine avviata, ma il presidente ha sulle spalle la sanità di tutta la regione”.
Vitrano comunque nega che vi sia stata un’indebita pressione nei confronti della dottoressa, e dice che rifarebbe tutto: “I miei toni non erano minacciosi. Anche perché lei tremava e aveva le lacrime agli occhi”, ma non per la situazione, sostiene il deputato, ma a causa dei giornali. E insiste spiegando che alla dottoressa è stato solo chiesto di andare in ferie 15 giorni “non mi pare un atto di colpevolezza”.
Le reazioni
“Anche Vitrano sotto indagine, questa volta però si tratta del caso della dottoressa Farinella. Una situazione assurda che mostra come la politica debba trovare a tutti i costi un agnello sacrificale quando i media sollevano delle problematiche. E bene, la Farinella è una di questa. Tutti hanno provato a
convincerla a prendersi malattia senza che lei stesse realmente male e tra questi c’era anche l’onorevole Vitrano”, ha commentato il deputato regionale Ismaele La Vardera.
“L’obiettivo – ha aggiunto – era sgonfiare il clamore mediatico sul caso dell’ospedale dei bambini ma con la faccia della dottoressa Farinella. Mi chiedo perché un deputato non pensa al bene della collettività e si mischia all’interno della sanità? Credo che Schifani debba delle scuse alla dottoressa che dopo aver subito minacce, mobbing ed essere uscita sui giornali è stata abbandonata dalle istituzioni. Io non ci sto e chiederò formalmente che la Farinella torni al suo posto. La seguo da tempo e sono stato uno dei pochi in aula a difenderla, la ringrazio per il coraggio di avermi consegnato anche gli audio”.
(da Fanpage)

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