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ALLARME DEL SOCCORSO ALPINO: AUMENTO RECORD DELLE VITTIME: 83 MORTI E 5 DISPERSI IN UN MESE

Luglio 27th, 2025 Riccardo Fucile

UNA MASSA DI IMBECILLI SI AVVENTURA IN ESCURSIONI NON ALLA LORO PORTATA E SENZA EQUIPAGGIAMENTO ADATTO

«Io, un’estate così, con tanti morti in montagna, non me la ricordo. Siamo oltre ogni limite». È l’amaro bilancio tracciato da Maurizio Dellantonio, presidente del Soccorso Alpino Nazionale (CNSAS), davanti a numeri che parlano da soli: 83 decessi e 5 dispersi in appena un mese, dal 21 giugno al 23 luglio, praticamente quasi tre incidenti mortali al giorno. «Siamo al +20% rispetto alla media degli interventi. Una situazione mai vista», ha spiegato in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera Dellantonio, che continua a partecipare attivamente alle missioni di salvataggio, soprattutto in Val di Fassa, dove il ritmo è serrato: fino a 6-8 interventi al giorno.
Gente ovunque, sentieri pieni, zero preparazione
Con l’arrivo delle ferie estive e l’aria irrespirabile delle città, la montagna si è trasformata in rifugio e meta di massa. Ma la folla ha portato anche superficialità. «La gente sale senza esperienza, senza equipaggiamento, senza consapevolezza dei propri limiti», denuncia Dellantonio. Le vittime? Per il 60% escursionisti, spesso colpiti da malori o scivoloni fatali. Il restante 40% è costituito da alpinisti, biker, paracadutisti: «Troppi non conoscono i propri limiti. Vediamo certe cose…». Come il caso di un giovane cuoco trentenne, soccorso pochi giorni fa in Val
Senales, dopo aver tentato di salire a Cima Palla Bianca (3.600 metri) in scarpe da ginnastica, partendo alle 22 di sera dopo il turno in cucina. «A 3.100 metri ci ha chiamati perché stava congelando».
I numeri dei soccorsi e il nodo dei costi
Il Soccorso Alpino, in collaborazione con il 118 e la Guardia di Finanza, riesce ancora a reggere l’impatto, ma la pressione è enorme. «Molti non sanno nemmeno che il salvataggio può essere a pagamento», spiega Dellantonio. «In Trentino si paga 750 euro, in Veneto si può arrivare a 1.000 euro se vieni recuperato illeso. Ma metà delle persone salvate si rifiuta di pagare, anche quando si è evitato il peggio».
Il problema dei social
Dellantonio punta anche il dito contro i social: «Uno fa una foto in vetta, il giorno dopo qualcun altro vuole emularlo. Ma senza prepararsi. Sembra quasi umiliante ammettere di non essere pronti». Il risultato? Gente in quota senza mantella, senza ricambi, senza acqua. Solo un escursionista su due si porta un guscio antipioggia nello zaino. «Serve almeno un cellulare carico con l’app GeoResQ, che funziona benissimo», raccomanda il capo del CNSAS. Dellantonio cita anche il caso del 15enne trovato morto in Valle d’Aosta dopo essersi perso: «Non si va mai da soli in montagna. E in quel caso ci saranno conseguenze anche per i genitori. Bisogna essere severi». Anche perché poi succede che le storie tragiche si moltiplicano: «L’anno scorso un uomo ha affrontato una ferrata con la figlia in braccio. Non era neppure legato. L’ho chiamato il giorno dopo: “Ti è andata bene, sei vivo per miracolo”».
(da agenzie)

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EFFETTO TRUMP: NEW YORK HA PERSO 2 MILIONI DI VISITATORI E 4 MILIARDI DI DOLLARI

Luglio 27th, 2025 Riccardo Fucile

SE GENERI UN CLIMA DI CHIUSURA, CONTROLLI AGGRESSIVI E TENSIONI DIPLOMATICHE E’ NORMALE CHE LA GENTE NORMALE TI SCHIFI

«Effetto Trump»: è come lo definiscono molti operatori del settore. Non si tratta di un’attrazione, ma del contrario: clima di chiusura, tensioni diplomatiche, controlli aggressivi su immigrati e turisti, e una narrativa generale che ha fatto percepire agli stranieri un’America meno aperta
A Times Square ci sono stanze d’albergo insolitamente disponibili, i voli dall’Europa atterrano con decine di posti liberi, e i commessi dei negozi di souvenir aspettano i clienti sull’uscio. Secondo i dati ufficiali diffusi da NYC Tourism + Conventions, l’agenzia che promuove la città nel mondo, nel 2025 New York perderà almeno due milioni di turisti rispetto all’anno scorso. Il calo equivale a un ammanco di quattro miliardi di dollari di entrate per l’economia cittadina. Nonostante un dollaro più debole – che teoricamente avrebbe dovuto attirare più turisti stranieri – la frenata è netta: -14% rispetto al 2024, anno in cui si erano finalmente superati i livelli pre-pandemia.
L’effetto (negativo) Trump
«Effetto Trump», lo chiamano ora con una punta di sarcasmo molti operatori del settore. Non si tratta di un’attrazione, ma del contrario: clima di chiusura, tensioni diplomatiche, controlli aggressivi su immigrati e turisti, e una narrativa generale che ha fatto percepire agli stranieri un’America meno aperta. A peggiorare la situazione, la nuova tassa da 250 dollari per i visti non immigrati, che pur non toccando l’Europa, invia un chiaro segnale: chi arriva da fuori, ora, è meno gradito.
I numeri del crollo del turismo
I dati sono inequivocabili. I visitatori internazionali, che rappresentano solo il 20% dei flussi ma valgono il 50% della spesa complessiva, caleranno da 11,2 milioni nel 2024 a 9,2 milioni nel 2025. E non è solo New York a soffrire: le grandi città a guida democratica – come Philadelphia, Boston, Washington e Los Angeles – registrano lo stesso trend. Ma il calo riguarda anche mete turistiche più “amiche” dei repubblicani, come la Florida e Las Vegas.
Diminuisce anche la spesa
Secondo la World Travel & Tourism Council, la spesa dei turisti internazionali negli Stati Uniti è scesa del 7%, da 181 miliardi nel 2024 a meno di 169 nel 2025, con una perdita netta di 12,5 miliardi di dollari. La società Tourism Economics, del gruppo Oxford Economics, prevede un calo complessivo dell’8,5-8,7% delle presenze internazionali, pari a quasi 9 miliardi di entrate mancate.
Marzo ha segnato la svolta
Già a marzo, quando la retorica protezionista e isolazionista dell’amministrazione Trump è diventata più esplicita, gli effetti si sono visti: -14% negli ingressi di turisti stranieri. Gli arrivi dal Canada sono crollati del 26% (ora stimati al -35/40%), dall’Europa del 17%, e cali simili si registrano da Asia e Sud America. Il presidente Trump continua a ripetere che «gli Stati
Uniti sono il Paese più in voga del momento», ma il flusso turistico racconta un’altra storia.
(da agenzie)

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IN UNA LETTERA APERTA A MELONI, 34 AMBASCIATORI IN PENSIONE CHIEDONO “L’IMMEDIATO RICONOSCIMENTO DELLO STATO DI PALESTINA” E DI “SOSPENDERE OGNI RAPPORTO” NEL SETTORE MILITARE E DELLA DIFESA CON ISRAELE

Luglio 27th, 2025 Riccardo Fucile

UN TESTO CHE IMBARAZZA NON POCO LA DUCETTA ANCHE PERCHÉ SOTTOSCRITTO DA DIPLOMATICI CHE HANNO RICOPERTO INCARICHI MOLTO DELICATI AL SERVIZIO DELLA REPUBBLICA

“L’iniziativa da assumere con urgenza è l’immediato riconoscimento nazionale dello Stato di Palestina”. E’ quanto chiedono 34 ambasciatori italiani in pensione – tra i quali Pasquale Ferrara, Pasquale Quito Terracciano, Ferdinando Nelli Feroci, Stefano Stefanini, Rocco Cangelosi – in una lettera aperta alla premier Giorgia Meloni.
I firmatari chiedono di “sospendere ogni rapporto e cooperazione” nel settore militare e della difesa con Israele; “sostenere in sede Ue ogni iniziativa che preveda sanzioni individuali”; “unirsi al consenso europeo” per la sospensione temporanea dell’accordo Israele-Ue
Sono 35 ex ambasciatori che hanno ricoperto incarichi molto delicati al servizio della Repubblica in diverse stagioni. Ecco perché il loro appello alla Presidente del Consiglio ha un importante significato politico.
I diplomatici chiedono a Giorgia Meloni di riconoscere lo Stato di Palestina e, inoltre, di adottare subito alcune misure concrete. Per esempio, interrompere ogni collaborazione militare con Israele.
Tra i firmatari, qui elencati in ordine alfabetico, figurano Pasquale Ferrara, che ha appena lasciato l’incarico di direttore generale per gli Affari politici e di Sicurezza alla Farnesina; Piero Benassi, che tra l’altro, è stato consigliere diplomatico di Giuseppe Conte quando era a Palazzo Chigi; Rocco Cangelosi, già consigliere del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano; Ferdinando Nelli Feroci, tra l’altro, ex Commissario europeo per l’industria e l’imprenditoria; Pasquale Quito Terracciano, già ambasciatore a Madrid, Londra e Mosca; Alberto Bradanini, ambasciatore a Pechino e a Teheran;
Stefano Stefanini, anche lui consigliere di Giorgio Napolitano e rappresentante italiano alla Nato; Antonio Armellini, figura storica della diplomazia italiana, con una carriera iniziata come consigliere di Aldo Moro.
(da agenzie)

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LA CULTURA IN MANO AI SOVRANISTI? CAOS E AMICHETTISMO PATRIOTTICO: IL SINDACATO DEI DIRIGENTI “CIDA” HA DIFFUSO UN DURISSIMO COMUNICATO, TRASMESSO ANCHE ALLA CORTE DEI CONTI

Luglio 27th, 2025 Riccardo Fucile

NEL MIRINO L’ASSEGNAZIONE DI 175 “INCARICHI DIRIGENZIALI DI SECONDA FASCIA” COMPIUTI IN BARBA AL MERITO, ALLE QUALIFICHE O ALLE COMPETENZE… MOLTE SEDI PRESTIGIOSE, FRA LE QUALI IL PANTHEON E CASTEL SANT’ANGELO A ROMA, SONO RIMASTE VACANTI: SOTTO L’ILLUMINATA GESTIONE DI GIULI DECINE DI UFFICI STRATEGICI SONO RIMASTI A LUNGO PARALIZZATI

«In queste ore al ministero della Cultura la confusione regna sovrana». Esordisce così il comunicato diffuso il 25 luglio dalla Confederazione italiana dirigenti e alte professionalità (Cida). D’altra parte, la sigla sindacale fondata nel 1946 non ha esitato a
intitolare il testo (indirizzato ai dirigenti del medesimo dicastero e, per conoscenza, anche alla premier Meloni, al ministro Giuli e alla Corte dei Conti) «l’8 settembre del ministero della Cultura».
Il documento del Cida concerne l’assegnazione, tramite un recente interpello, di 175 incarichi dirigenziali di seconda fascia (di livello non generale, ndr) nell’ambito del Dipartimento per l’amministrazione generale, del Dipartimento per la tutela del patrimonio culturale, del Dipartimento per la valorizzazione del patrimonio culturale e del Dipartimento per le attività culturali del Mic, ovvero le 4 nuove strutture create con la Riforma Sangiuliano.
Il malcontento scaturisce dalla pubblicazione, il 18 luglio, del decreto ministeriale 250 con le nomine di 128 risorse dirigenziali. Tali designazioni, con la conferma dell’incarico a dirigenti «intoccabili» e trasferimenti discutibili, hanno messo in evidenza i vizi della procedura, la quale implicava che ciascun candidato indicasse obbligatoriamente 5 posizioni dirigenziali, senza esprimere un ordine di gradimento.
Per i promotori del comunicato si è trattato fin dall’inizio di una strategia mirata a facilitare l’attribuzione di cariche a soggetti graditi dalla più alta e ora foltissima gerarchia ministeriale, seppur privi della qualifica dirigenziale e non idonei a prevalere per merito in una valutazione comparativa oggettiva (i criteri metodologici della quale, peraltro, restano ignoti).
Su questi presupposti deliberatamente ambigui, i dirigenti di ruolo che, costretti dalla procedura informatizzata, avevano dovuto indicare mansioni non realmente desiderate, sono stati adibiti proprio a queste, mentre le loro preferenze reali sono state
conferite anche a funzionari di nomina fiduciaria (cosiddetti «comma 6»).
Molte sedi prestigiose, fra le quali il Pantheon e Castel Sant’Angelo a Roma, sono rimaste vacanti e non desterebbe sorpresa se fossero prossimamente aggiudicate con nomine fiduciarie.
D’altronde, suscita sconcerto il caso della Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per il comune di Venezia e Laguna, anch’essa «scoperta» malgrado alcune candidature di rilievo. Per il momento, continuerà a essere retta dall’ex soprintendente Fabrizio Magani, promosso a giugno direttore generale Archeologia, Belle Arti e Paesaggio del Mic.
Insomma, più che un rinnovamento del ministero sulla base delle competenze, le nomine di seconda fascia richiamano lo spoil system (pur annunciato con toni vagamente minacciosi sia dal ministro dimissionario Sangiuliano che dall’attuale responsabile del dicastero Giuli), trasformatosi – in mancanza di leve dirigenziali vicine ai partiti di governo – in un grossolano «tetris».
Tra conferme, spostamenti paradossali e financo punitivi, a essere danneggiata è la gestione e soprattutto la conservazione del patrimonio del paese. La logica appare la stessa della riforma Franceschini: demolire la tutela, avvantaggiare i privati, «fare cassa».
(da agenzie)

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FREEDOM FLOTILLA, LO SCONTRO VIA RADIO TRA GLI ATTIVISTI E LA MARINA DI ISRAELE

Luglio 27th, 2025 Riccardo Fucile

COSA E’ SUCCESSO NEGLI ISTANTI PRIMA DELL’ABBORDAGGIO ARBITRARIO… LA DURA RISPOSTA DELLA RESPONSABILE A BORDO: “STAtE VIOLANDO IL DIRITTO INTERNAZIONALE E COMPIENDO UN CRIMINE DI GUERRA, NON AVETE ALCUNA AUTORITA’ LEGALE”

«Siete gli unici responsabili delle vostre azioni e delle vostre conseguenze». È questo l’avvertimento lanciato via radio dalla marina israeliana agli attivisti a bordo della Handala, la nave umanitaria della Freedom Flotilla, pochi istanti prima dell’abbordaggio di ieri sera al largo della costa di Gaza. Il momento è stato ripreso in un video registrato dagli stessi attivisti, che documenta anche la risposta di Huwaida Arraf, l’attivista della Freedom Flotilla che gestiva le comunicazioni via radio.
«Marina israeliana, questa è una nave civile, l’Handala. Permettetemi di darvi una lezione di diritto internazionale: qualsiasi blocco che deliberatamente affami una popolazione civile è una violazione del diritto internazionale. Non solo, è un crimine di guerra», ha dichiarato Arraf prima dell’abbordaggio. E ha aggiunto: «Non avete l’autorità legale per imporre un blocco illegale e, in quanto tale, non avete l’autorità di usare la forza per far rispettare un blocco illegale. Pertanto, vi chiediamo di ritirarvi».
La missione interrotta dell’Handala
A bordo della Handala, protagonista della 37ª missione del gruppo Freedom Flotilla, si trovavano 21 attivisti provenienti da dieci Paesi, inclusi due cittadini italiani. La missione aveva come obiettivo portare aiuti umanitari a Gaza e sollecitare l’attenzione internazionale alla crisi umanitaria nella Striscia. Dopo essere stata bloccata, la nave è stata condotta nel porto israeliano di Ashdod. Secondo quanto riferito dalla Farnesina, i due attivisti italiani fermati sono arrivati a destinazione e saranno seguiti dal
personale dell’ambasciata italiana a Tel Aviv. Israele ha chiarito che le opzioni all’orizzonte per gli attivisti sono due: firmare una dichiarazione e lasciare subito il Paese tramite l’aeroporto o essere trattenuti in una struttura detentiva in attesa di rimpatrio forzato entro tre giorni.
(da agenzie)

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MUSK ORDINO’ LA CHIUSURA DEL SERVIZIO SATELLITARE STARLINK MENTRE L’UCRAINA AVANZAVA CONTRO I RUSSI

Luglio 27th, 2025 Riccardo Fucile

LA RIVELAZIONE DELL’AGENZIA REUTERS: MISE IN DIFFICOLTA’ L’ESERCITO UCRAINO PROPRO MENTRE A KHERSON I RUSSI BATTEVANO IN RITIRATA

A fine settembre 2022, durante un’azione decisiva dell’Ucraina Elon Musk diede ordine di spegnere Starlink, il servizio Internet satellitare che il miliardario fornì all’inizio della guerra a Kiev per aiutarla contro l’avanzata di Mosca. Lo riportano Joey Roulette , Cassell Bryan-Low e Tom Balmforth per Reuters. Un episodio, quello raccontato, che ha intaccato la fiducia dei soldati (e non solo) nei confronti del multimiliardario.
«Dobbiamo farlo»
Secondo tre persone a conoscenza del comando, Musk avrebbe ordinato a un ingegnere senior degli uffici californiani di SpaceX, la joint venture di Musk che controlla Starlink, di ridurre la copertura in aree come Cherson, zona strategica a nord del Mar Nero che l’Ucraina stava cercando di riconquistare. «Dobbiamo farlo», avrebbe detto ai colleghi Michael Nicolls, l’ingegnere di Starlink, dopo aver ricevuto l’ordine. L’indicazione, riporta Reuters, è stata eseguita disattivando almeno un centinaio di terminali. La mossa ha interessato anche altre aree sotto il controllo russo, tra cui alcune zone della provincia di Donetsk più a est. Su ordine di Musk, le truppe ucraine hanno improvvisamente dovuto affrontare un blackout nelle comunicazioni, secondo quanto riferito dall’agenzia da un ufficiale militare ucraino, un consigliere delle forze armate e altre due persone che hanno vissuto il “guasto” Starlink vicino alle linee del fronte.
Droni spenti, artiglieria che non sapeva dove mirare
In quel momento i droni che sorvegliavano le forze russe si sono spenti e le unità di artiglieria a lungo raggio hanno avuto difficoltà: perché Starlink aiutava loro a sapere dove dirigere il fuoco. Le conseguenze? Secondo quanto raccontato da un
funzionario militare ucraino le forze di Kiev non sono riuscite a circondare una posizione russa nella città di Beryslav, a est di Cherson, capoluogo dell’omonima regione. Solo temporaneamente, perché alla fine gli ucraini riuscirono a riconquistare Beryslav, la città di Cherson e altri territori occupati dai russi.
Le informazioni fornite da Reuters su cui finora Musk stesso non è intervenuto sono destinate a far discutere: perché è il primo caso noto in cui il miliardario ha interrotto attivamente la copertura di Starlink su un campo di battaglia durante il conflitto. La decisione, tra l’altro, avrebbe scioccato alcuni dipendenti di Starlink perché di fatto ha rimodellato la prima linea dei combattimenti, consentendo a Musk di prendere «l’esito di una guerra nelle sue mani». A marzo, in un post su X, il suo social media, Musk aveva scritto: «Non faremmo mai una cosa del genere». Ma finora sia Musk che l’ingegnere senior della sede californiana di SpaceX Michael Nicolls non hanno risposto alle richieste di commento di Reuters.
(da agenzie)

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DIETRO LA MOSSA DEL RICONOSCIMENTO DELLO STATO DI PALESTINA DA PARTE DI MACRON, C’E’ UN PIANO CON L’ARABIA SAUDITA PER ARRIVARE A UNA CONFERENZA INTERNAZIONALE CHE SANCISCA LA SOLUZIONE DEI “2 STATI” NEL CONFLITTO MEDIORIENTALE

Luglio 27th, 2025 Riccardo Fucile

L’ELISEO PUNTA A COINVOLGERE REGNO UNITO E CANADA ENTRO L’ASSEMBLEA ONU DI SETTEMBRE, DOVE ANNUNCERÀ IL RICONOSCIMENTO FORMALE DELLA PALESTINA, E A OTTENERE IL RICONOSCIMENTO DI ISRAELE DA ALCUNI PAESI ARABI (TRA CUI ARABIA SAUDITA, KUWAIT E QATAR)

La svolta annunciata da Emmanuel Macron è il frutto di scambi diplomatici intensi condotti insieme all’Arabia Saudita. È nell’asse strategico con Riad che il leader francese vuole tentare di creare un movimento reciproco: il riconoscimento dello Stato di Palestina da parte di diverse nazioni occidentali, in cambio del riconoscimento dello Stato di Israele da alcuni leader del mondo arabo.
Parigi e Riad lavorano da mesi all’organizzazione di una conferenza internazionale per la messa in opera della “soluzione dei due Stati” nel conflitto mediorientale.
Previsto inizialmente a metà giugno, il summit è stato rinviato a causa dei raid israeliani contro l’Iran ma anche perché i tempi non sembravano maturi. L’aggravarsi della crisi umanitaria a Gaza insieme allo stallo nei tentativi di mediazione degli Usa con Israele, hanno invece convinto Macron a compiere il passo.
Il leader francese è per ora da solo tra i grandi del G7, ma spera di coinvolgere Regno Unito e Canada entro l’Assemblea generale dell’Onu di settembre, dove annuncerà il riconoscimento formale. Ed è in quel momento che si svolgerà anche la conferenza che Francia e Arabia Saudita preparano da mesi.
A maggio Regno Unito, Canada e Francia avevano aperto la strada a un possibile riconoscimento in una dichiarazione congiunta che denunciava le «azioni scandalose» del governo Netanyahu nella Striscia assediata e affamata. Tutto si è fermato, anche per l’opposizione degli Usa.
I ministri britannico e canadese degli Esteri saranno già questa
settimana a New York insieme al collega francese, Jean-Noël Barrot, per una riunione che dovrebbe consolidare gli obiettivi del piano franco-saudita. Secondo l’Eliseo, una quindicina di Stati sono pronti a sostenere una «road map per la pace» che, nella visione di Macron, punta a isolare Hamas, ottenere la liberazione degli ostaggi, proporre una missione internazionale di stabilizzazione nella Striscia e porre le fondamenta di uno Stato palestinese con una governance credibile e inclusiva.
Un documento comune dovrebbe essere diffuso a breve e si aggancia a una lettera di Mahmoud Abbas in cui il presidente dell’autorità palestinese promette, tra l’altro, di organizzare nuove elezioni e avviare riforme. Per evitare di ripetere lo scenario del 2006 — quando il voto dei palestinesi consegnò il potere a Hamas — Parigi vuole definire un quadro normativo che escluda ogni forza politica che non riconosca Israele o non rinunci esplicitamente alla violenza.
Nel piano di cui discutono Parigi e Riad ci sarebbe anche il possibile riconoscimento dello Stato di Israele da parte di alcuni paesi del Golfo, tra cui appunto l’Arabia Saudita, ma anche Kuwait e Qatar. Si tratterebbe di una contropartita diplomatica di grande portata. Ma Benjamin Netanyahu, sempre più isolato a livello internazionale, potrebbe rifiutare. Quel riconoscimento arabo sarebbe infatti subordinato alla creazione di uno Stato palestinese, opzione che il premier israeliano continua a respingere categoricamente.
Un alto diplomatico francese che partecipa agli scambi di queste settimane confida a Repubblica che la svolta di Macron risponde a tre sollecitazioni: l’orrore a Gaza documentato sul terreno, la
pressione dell’opinione pubblica e la perdita di influenza nel Sud globale dove viene denunciato il “doppio standard” occidentale tra conflitto mediorientale e l’aggressione russa in Ucraina.
Le ambasciate francesi segnalano da mesi al Quai d’Orsay una perdita di credibilità in India, Brasile e Sudafrica. Macron si sente forte del suo rapporto con Mohammed bin Salman. Il leader saudita, che prima del 7 ottobre sembrava pronto a firmare gli Accordi di Abramo, spinge adesso per la creazione di uno Stato palestinese, ma è comunque prudente per non rompere con l’alleato americano. «Lascia che sia la Francia a esporsi in prima linea, a incassare le critiche, mantenendosi sullo sfondo».
La Francia, confida il diplomatico con lucidità, resta un attore rispettato nello scacchiere mediorientale, ma ormai secondario. «Non può più, da sola, cambiare il corso degli eventi, anche se conserva una particolare credibilità in Medio Oriente, soprattutto agli occhi di Riad».
(da La Repubblica)

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VINO ITALIANO IN CRISI: DAZI, CALO DEI CONSUMI E ROSSI CHE NON SI BEVONO PIU’

Luglio 27th, 2025 Riccardo Fucile

CAMBIO DELLE ABITUDINI E GIACENZE DI MILIONI DI ETTOLITRI

Un calice di vino sorseggiato in una città d’arte o in un piccolo borgo medievale, in riva al mare o sullo sfondo di un paesaggio rigato dai vigneti: è una delle immagini più iconiche dell’Italia, eppure il settore vitivinicolo sta attraversando una fase molto delicata, forse una delle più complesse degli ultimi decenni. Dietro la patina luccicante dell'”italianità in bottiglia” si celano infatti tensioni che rischiano di lasciare il segno e minare migliaia di posti di lavoro.
Da una parte, la preoccupazione per un presunto surplus produttivo: 40 milioni di ettolitri di vino in giacenza, una cifra che ha fatto rapidamente il giro delle cronache, evocando l’idea di un settore ingolfato, incapace di vendere quanto produce. Dall’altra, un cambiamento profondo nei consumi: si beve meno vino, soprattutto rosso, e le abitudini dei consumatori – sempre più attenti alla salute e influenzati da normative più rigide sul consumo di alcol – si stanno trasformando rapidamente.
Ma non basta. Sulla filiera del vino pende una minaccia ancora più pesante e arriva dall’altra parte dell’Atlantico: la possibile introduzione dei dazi americani, già paventati da Donald Trump. Una prospettiva che, se dovesse concretizzarsi, potrebbe
compromettere pesantemente uno dei principali mercati di sbocco del vino italiano, con conseguenze economiche e occupazionali disastrose, specie per le piccole e medie imprese, quelle con le spalle meno larghe, magari già minacciate anche dagli effetti della crisi climatica sull’agricoltura.
In questo scenario incerto abbiamo interpellato Cristiano Fini, presidente nazionale di CIA – Agricoltori Italiani, una delle maggiori organizzazioni di categoria in Italia e in Europa. Con il leader sindacale abbiamo fatto il punto sulla reale portata dei problemi, sulle risposte finora messe in campo e sulle prospettive future, con una sola certezza: nel breve termine niente come i dazi della Casa Bianca rischia di mandare all’aria i sacrifici di produttori e lavoratori. Per questo il governo ha un mandato chiaro: trattare ad oltranza per difendere un settore strategico che dà lavoro a migliaia di persone, dai campi alle cantine, dalla logistica al commercio.
Presidente Fini, si parla molto in questi mesi di una crisi del vino italiano, alimentata da dati preoccupanti: si parla di circa 40 milioni di ettolitri di vino in giacenza. Ci conferma questo dato? Ed è davvero così allarmante?
In realtà vorrei subito fare una precisazione importante. I 40 milioni di ettolitri in giacenza sono un dato che si ripresenta praticamente ogni anno. Fa parte della fisiologia del nostro comparto. Quando inizia una nuova campagna vendemmiale, non si parte mai da zero: abbiamo sempre una quota di prodotto già in cantina che serve per affrontare i mesi prima dell’uscita del vino nuovo, che non è disponibile da un giorno all’altro. Per questo, quei numeri non devono allarmare: sono in linea con gli
anni precedenti. Il problema, semmai, è altrove.
E qual è?
I segnali più preoccupanti arrivano dai cambiamenti strutturali nel mercato: il calo e la trasformazione dei consumi. Stiamo assistendo a una contrazione del consumo di vino, spinta da diversi fattori. Penso alle restrizioni sul consumo di alcol per chi guida, al crescente orientamento salutista dei consumatori, ai cambiamenti nelle abitudini quotidiane. Ma anche alla modifica della domanda: il vino rosso è in netto calo, mentre bianchi e spumanti tengono meglio. Questo cambiamento va capito e affrontato.
Quindi, da un lato meno vino consumato, dall’altro anche uno spostamento di preferenze da parte del consumatore?
Esattamente. Non si tratta solo di una riduzione quantitativa, ma anche qualitativa. I gusti cambiano, e con essi anche i mercati. È una dinamica che richiede una risposta strategica.In questo scenario entra un ulteriore fattore di incertezza: i dazi. Quanto potrebbero pesare?
Moltissimo. Oggi si parla con insistenza di possibili nuovi dazi con gli Stati Uniti, uno dei nostri mercati più rilevanti. Anche un dazio del 10% avrebbe un impatto significativo: per le grandi aziende è un fastidio, per le piccole e medie imprese può essere un ostacolo difficilissimo da superare. Un dazio del 20% o 30% sarebbe un disastro. Vorrebbe dire lavorare in perdita, perdere competitività e subire un crollo dell’export.
Un dazio del 10% però, diceva, si può forse assorbire?
Fino a un certo punto. È sostenibile solo perché significa rinunciare alla marginalità. Nessuno può permettersi di assorbire
per lungo tempo un dazio senza intaccare i conti aziendali. Al 10% magari si regge. Al 20-30%, semplicemente, non si lavora più. E a pagare sarebbero soprattutto le aziende più fragili, quelle che non hanno le spalle larghe per diversificare mercati o ammortizzare l’urto.
Il consumatore americano come reagirebbe a un aumento di prezzo dovuto ai dazi?
Con una scelta molto chiara: smettere di comprare. Il mercato USA è altamente competitivo. Se il vino italiano diventa più caro, il consumatore passa ad altro, magari a un prodotto locale o di un altro Paese che non subisce dazi. A quel punto l’esportazione cala, e con essa anche la produzione e l’occupazione nel nostro settore.
A proposito di occupazione: qual è l’impatto potenziale, se i dazi davvero entrassero in vigore?
Fare una stima oggi è difficile, perché non abbiamo certezze sull’entità delle misure. Ma è chiaro che se l’export rallenta, le aziende si trovano costrette a rivedere i volumi, con inevitabili conseguenze sui posti di lavoro. Il vino dà occupazione lungo tutta la filiera, dalla campagna alla cantina, fino alla logistica e alla commercializzazione. L’impatto sarebbe forte, soprattutto se i dazi si traducessero in una contrazione strutturale delle vendite. Per questo pretendiamo che la politica tratti a oltranza: l’introduzioni dei dazi da parte di Trump sarebbe comunque una batosta per chi lavora nel comparto vitivinicolo, ma c’è differenza tra dazi al 10% e dazi al 30%.
C’è un altro fronte che agita il mondo del vino: le campagne contro il consumo di alcol. Il settore agricolo è pronto ad
affrontare questa nuova sensibilità sociale?
Il settore è sicuramente pronto dal punto di vista della qualità del prodotto, della promozione e della capacità di stare sul mercato. Dove invece siamo ancora indietro è nella programmazione. C’è bisogno di una visione strategica che ci aiuti a interpretare e anticipare i cambiamenti dei consumi. Non possiamo più limitarci a reagire, dobbiamo cominciare a pianificare.
Di fronte a una possibile crisi del settore c’è chi propone soluzioni drastiche: espianti, distillazioni d’emergenza. Possono essere strumenti utili?
In questo momento credo sia prematuro parlare di misure così drastiche. La vera fotografia della situazione l’avremo a fine anno, solo allora potremo valutare se intervenire e come. Certamente dobbiamo iniziare a ragionare già adesso su possibili contromisure, per non arrivare impreparati. Penso a misure tampone, come il blocco delle autorizzazioni o distillazioni mirate su alcune denominazioni, ma anche a interventi strutturali
se il problema si confermasse profondo e duraturo.
Che tipo di misure potrebbe mettere in campo il Governo per
tutelare il comparto in caso di crisi?
Ci sono vari strumenti possibili. La cassa integrazione, per far fronte all’impatto occupazionale, è certamente uno. Ma è altrettanto importante sostenere la promozione e l’internazionalizzazione. Se un mercato come quello americano si chiude o diventa meno accessibile, dobbiamo avere risorse per puntare su altri sbocchi commerciali. La promozione può fare la differenza, e lì serve l’aiuto pubblico.
Ci sono mercati esteri su cui il settore potrebbe puntare per compensare un calo in USA?
Direi che il vino italiano è già molto presente in tanti mercati. Detto questo, ci sono aree che offrono ancora grandi margini di crescita: il mercato asiatico, l’India, la Cina, certi altri Paesi dell’Est. Sono bacini importanti, ma non possiamo permetterci di trascurare nessun mercato. Dobbiamo puntare sulla qualità e sulla capacità di raccontare il nostro prodotto ovunque, senza porci limiti.
In sintesi, presidente, qual è il messaggio che vuole lanciare al settore in questo momento?
Serve un approccio responsabile e strategico. Non siamo ancora in crisi nera, ma i segnali sono chiari: calo dei consumi, rischio dazi, cambiamento delle abitudini. Serve un piano. E bisogna costruirlo insieme: istituzioni, mondo agricolo e imprese. Nessuno può permettersi di restare a guardare. Se ci muoviamo adesso, possiamo ancora invertire la rotta. Se aspettiamo, rischiamo di arrivare tardi.
(da agenzie)

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HA 5 DITA IN MENO MA NON CERCA FACILI ALIBI: “NON SONO SVANTAGGIATA”. LA MERAVIGLIOSA STORIA DI FRANCESCA JONES, LA TENNISTA INGLESE CHE SARÀ NELLE PRIME 100 DEL MONDO DA LUNEDÌ

Luglio 27th, 2025 Riccardo Fucile

HA CINQUE DITA IN MENO TRA MANI E PIEDI A CAUSA DI UNA RARA MALATTIA GENETICA DETTA “SINDROME EEC” … HA ADEGUATO IMPUGNATURA E RACCHETTA, HA SUBITO INNUMEREVOLI INTERVENTI CHIRURGICI MA NON HA MAI MOLLATO

Il manico della racchetta va stretto talmente forte che, spesso, un’unghia salta. E l’equilibrio sul piede dominante – il destro – è precario, con solamente tre dita su cui potersi stabilizzare. Eppure, si può vincere anche così. Con cinque dita in meno tra mani e piedi a causa di una condizione genetica rara: l’ectrodattilia-displasia ectodermica-labiopalatoschisi, detta anche sindrome EEC.
Il suo nome è Francesca Jones, con bandiera britannica (è nata a Bradford nel settembre 2000) e tanti anni trascorsi in Spagna, a Barcellona, lontana dai genitori, perché lì era giusto stare se si voleva inseguire il sogno di vivere di tennis, contro il parere di esperti che dicevano che sarebbe stato tutto inutile.
Francesca, da lunedì, sarà tra le prime 100 giocatrici del mondo. Traguardo raggiunto grazie alla semifinale conquistata in Italia, nel Palermo Ladies Open: stasera giocherà contro la russa Tatiana Prozorova con il sogno di spingersi fino alla finale. Ma a prescindere da come andrà oggi, per la 24enne inglese da settimana prossima ci sarà un ranking a due cifre.
Traguardo a cui solo lei credeva, trovando dentro di sé una speranza impossibile. Jones ha perso il conto delle volte in cui è dovuta finire sotto i ferri, subendo interventi chirurgici per gestire una situazione di vita – non solo di sport – debilitante. Jones ha quattro dita nella mano destra, quattro nella sinistra, tre nel piede destro e quattro nel piede sinistro. Da sempre, da quando è nata.
Per Francesca, il tennis è sempre stato lo sfogo per dire innanzitutto a sé stessa che no, non è impossibile sognare come gli altri.
Ha preso per la prima volta in mano una racchetta perché si sentiva «cicciottella» (parole sue), eppure i colpi uscivano piuttosto bene. L’impugnatura è stata adeguata alla sua situazione, la racchetta alleggerita, e c’era chi, vedendola giocare così, in modo «strano», non perdeva occasione di schernirla, bullizzarla.
Lei andava avanti, iniziava a raccogliere risultati, entrava e
usciva dall’ospedale, per poi prendere una decisione: me ne vado, sogno con il tennis. Barcellona (nell’accademia Sánchez-Casals) è diventata la sua nuova casa, a migliaia di chilometri da mamma e papà, consulenti finanziari.
Il Jones-pensiero è tutto in queste parole: «Sto solo giocando con un set di carte diverso, ma ciò non significa che quelle carte non possano comunque vincere la partita». Con questo approccio, si è trovata a 14 anni a essere numero 4 del ranking di categoria. E ancora: «Molte persone direbbero che è uno svantaggio, ma io non sono d’accordo: ho sempre pensato che fosse un vantaggio. Sento che questa condizione mi pone un passo avanti a loro sotto molti aspetti e ho imparato a essere indipendente, imparando molto su me stessa e sulla vita».
Francesca ha lavorato molto sull’equilibrio, per ovviare alla mancanza di due dita sul piede forte. Ma la terra sotto i piedi non sempre è stabile, la vita di Jones resta debilitata. Solamente pochi mesi fa, ad aprile, l’inglese collassava in campo a Bogotà, messa a dura prova dall’aria rarefatta dell’altura colombiana. Ha lasciato lo stadio in sedia a rotelle, ma non si è mai messa in discussione. Da lunedì sarà tra le prime 100 giocatrici del mondo ed è la numero 4 di Gran Bretagna. «Voglio che la mia storia sia di ispirazione ai ragazzi più giovani». Lo sarà sicuramente.
(da agenzie)

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