Agosto 21st, 2025 Riccardo Fucile
“LA RUSSIA VUOLE NEGOZIATI SOLO SE PUÒ CONTINUARE LE OPERAZIONI MILITARI E NON SUBISCE SANZIONI”… “NON ACCETTIAMO LO SCAMBIO DI TERRITORI, ESTENDERE L’ARTICOLO 5 NATO NON BASTA” … IL RUOLO DELLA CINA: “LA RUSSIA DIPENDE MOLTISSIMO DA PECHINO, NON SOLO IN SENSO ECONOMICO”
Per la prima volta dopo i vertici in Alaska e Washington sull’Ucraina, Mikhailo
Podolyak, consigliere principe del presidente Zelensky, accetta di parlare con Repubblica a tutto campo dei colloqui in corso, delle linee rosse e dei possibili
approdi nei negoziati.
Podolyak, quali sono le sue impressioni dopo i vertici tra Putin e Trump ad Anchorage e i colloqui alla Casa Bianca tra Zelensky, Trump e i Volenterosi?
“Prima dell’incontro ad Anchorage avevo aspettative basse. E penso che Putin abbia cercato di realizzare il minimo obiettivo che si era prefissato per l’incontro con Trump: guadagnare tempo. La Russia vuole negoziati solo se può continuare le
operazioni militari e non subisce sanzioni.
Mentre a Washington ho visto un lavoro di squadra molto buono e coordinato tra Europa e Ucraina. E non c’è stato alcun tentativo di fare pressioni su Zelensky. C’è stata, invece, la disponibilità degli Usa a discutere in modo costruttivo le garanzie per la sicurezza. E quest’ampia discussione ha già cambiato in parte la retorica dei russi, li ha impressionati”.
Pensa che Putin sia seriamente intenzionato a porre fine alla
guerra?
“E’ una bella domanda: dimostra la sua profondità della comprensione della Russia. Perché Mosca non è affatto pronta a uscire dalla guerra. Finché c’è aggressione, c’è guerra. Ed è chiaro che la strategia di Putin è la seguente: condurre lunghi negoziati senza mai arrivare al cessate il fuoco. Perché non vuole rinunciare agli strumenti di pressione, cioè ai missili contro la popolazione civile.
E il secondo elemento, che pochi comprendono fino in fondo, è il ruolo della Cina. La Russia dipende moltissimo dalla Cina, non solo in senso economico. Ritengo che attualmente la Russia si trovi al punto più basso della sua sovranità e della sua indipendenza. Quindi per Putin è estremamente pericoloso entrare in conflitto con gli Stati Uniti.
Perché dipende fortemente dalla Cina e non può gestire entrambe. L’unica cosa dà potere a Putin è la guerra in Ucraina.
E quindi è prevedibile che continuerà la guerra, ritenendo di avere risorse per il fronte, rallenterà i negoziati, cercherà di giocare sui conflitti tra gli interessi tra Cina, Europa e Stati Uniti e porrà condizioni negoziali irrealistiche. Già ora lo sta facendo”.
Come Lavrov che dice che la Russia deve far parte delle condizioni per la sicurezza dell’Ucraina.
“Esatto. Ma anche le rivendicazioni territoriali sono importanti. Per Putin è importante lo status giuridico di queste zone;
riconoscergliele annullerebbe il reato di crimine di guerra. Perché non sussisterebbe più il reato di aggressione. Inoltre Putin deve avere almeno un conflitto congelato: così la Russia rimarrà comunque un paese militarizzato e autoritario”.
Perché per l’Ucraina e l’Europa è così importante anteporre a qualsiasi negoziato un cessate il fuoco? E, una volta ottenuto, accettereste di parlare di cessioni territoriali?
“Per la Russia, il cessate il fuoco è, in sostanza, una condizione
molto sfavorevole. Si priverebbe di strumenti chiave per esercitare pressione sull’Ucraina. Ma quale pace può essere stabile quando ci sono combattimenti in corso? L’Ucraina ha proposto una soluzione logica. Un cessate il fuoco, che può essere di breve durata. Ci si siede al tavolo dei negoziati, si discutono le questioni politiche.
E se i russi acconsentissero a un cessate il fuoco? Voi accettereste di parlare di cessioni territoriali?
“A quel punto sul tavolo potrebbe esserci qualsiasi tipo di questione, territoriale o politica. Lo ha detto lo stesso presidente Zelensky. Ma partendo da una posizione chiaramente basata sul diritto internazionale. Il problema di Putin è che non è uscito dalla mentalità dell’Unione Sovietica. E ritiene che questo territorio sia suo, della sua sfera d’influenza. Putin considera il crollo dell’Unione Sovietica la più grande tragedia del XX secolo. E vive in questo paradigma”.
Anche Trump ha ripetuto varie volte che alla fine dovrete accettare degli “scambi” di territori.
“Non capisco bene come le concessioni all’aggressore possano portare alla fine della guerra. In questo modo l’aggressore non paga il prezzo dell’aggressione, anzi. E allora: perché dovrebbe fermarsi? Così lo incoraggiamo. Inoltre il presidente Zelensky lo ha detto molto chiaramente la cessione di territori alla Russia è vietata”. Non è solo una questione costituzionale. Qui si chiede
di violare il divieto internazionale. Non si può cedere unilateralmente il territorio a un aggressore. Bisogna porre la questione in modo leggermente diverso”.
Possiamo dire, allora, che sarebbe un riconoscimento di fatto ma non de iure di territori occupati dalla Russia?
“Sì, esattamente. De iure nessuno riconoscerebbe quei territori alla Russia”.
Voi chiedete delle serie condizioni di sicurezza ma Trump ha escluso truppe americane in Ucraina e ha solo paventato la possibilità di uno scudo aereo.
“In questo caso è tutto più complicato e più semplice allo stesso tempo. Più semplice perché non si tratta solo di garanzie di sicurezza per l’Ucraina. Stiamo parlando di un programma di contenimento della Russia ai confini orientali dell’Europa. Attraverso l’Ucraina inizierà una ristrutturazione dell’architettura di sicurezza dell’Europa”.
Quindi un esercito ucraino rafforzato sarà la prima linea di difesa.
“Esatto. Ma l’Ucraina deve avere anche un’alleanza, una rete di relazioni. Non la Nato, ma comunque un’alleanza. Attualmente si discute di contingenti di diversi paesi, si parla di 10 paesi, e anche la Francia è in discussione. E Giorgia Meloni propone di ricorrere all’articolo 5 della Nato, estendendolo all’Ucraina senza che questa entri nella Nato. Ma l’articolo 5 non sarebbe
automatico, vincolate. E quindi bisogna ripensarlo. Perché se è solo consultivo gli alleati si potrebbero riunire e qualcuno potrebbe dire: ‘non possiamo partecipare direttamente al vostro scontro con la Russia’”.
E come va rafforzata la difesa ucraina?
“Primo: l’esercito ucraino va irrobustito e bisogna capire se arriveranno dei contingenti stranieri. Secondo: la produzione militare va aumentata, tra l’altro con joint venture tra stranieri e
l’Ucraina – anche grazie al fatto che l’Europa sta aumentando i bilanci militari. Il terzo elemento è: in che modo gli Stati Uniti sono disposti a partecipare? A Washington se ne è parlato, e ora c’è qualcosa che prima non c’era: la difesa aerea dell’Ucraina.
E la Gran Bretagna e la Francia hanno detto: saremo pronti a inviare contingenti se gli americani forniranno la copertura aerea. E il quarto elemento, a mio avviso, è l’elemento più importante. Si tratta dell’installazione di missili sul territorio
dell’Ucraina capaci di raggiungere la parte europea della Russia.
La Russia deve sapere che qui non ci sono solo missili a corto raggio, ma anche a a medio e medio-lungo raggio. Che possano colpire a 2000 chilometri. È come nella Guerra Fredda, quando la Nato e il Patto di Varsavia erano rivali: allora tutti capivano l’importanza dei missili a medio e lungo raggio”.
E Trump? Ha detto che è riuscito a ottenere cinque o sei accordi di pace senza cessate il fuoco – dopo aver parlato con Putin.
Secondo lei un’idea chiara dell’Ucraina?
“Sì, ce l’ha. Trump è stato efficace nell’accelerare molti processi difficili. E sa che la guerra deve essere fermata ora. Cioè stiamo iniziando ad andare verso una sorta di conclusione. E’ pronto ad ascoltare entrambe le parti come un intermediario globale. Un’altra cosa che mi piace molto è la posizione dei leader europei
Stanno cercando attivamente delle soluzioni. Si stanno
assumendo le loro responsabilità. E stanno spiegando attivamente a Trump: guarda, queste sono minacce che riguardano anche te, non solo per l’Ucraina”.
(da La Repubblica)
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Agosto 21st, 2025 Riccardo Fucile
LE 3500 ABITAZIONI DI COLONI DIVIDERANNO LA PARTE ARABA DI GERUSALEMME DAL RESTO DELLA CISGIORDANIA CHE SARÀ TRANCIATA IN DUE
Era stato Ariel Sharon ad archiviare le mappe catastali del progetto che pure risaliva a tanti dei suoi predecessori fino al laburista Yitzhak Rabin. I governi israeliani erano convinti della necessità di una continuità urbanistica tra Gerusalemme a est e la grande colonia di Ma’ale Adumim per poi raggiungere il Mar Morto e il confine con la Giordania: ideologia e strategia espansionistica, una Gerusalemme che si ingrandisce a metropoli nei territori palestinesi.
Nel 2005 «Bulldozer» Sharon, che pure era considerato il capo cantiere degli insediamenti, deve piegarsi alle pressioni di George W. Bush: i presidenti americani credono ancora nella nascita di uno Stato palestinese e quel blocco di 3.500 abitazioni […] in due a colate di cemento la Cisgiordania, soprattutto la divide dalla parte araba di Gerusalemme, quella che dovrebbe costituire la capitale della futura nazione. Dalle colline semidesertiche verrebbero cacciati almeno 2 mila beduini, già trasferiti qui a forza dal Negev per far posto ai villaggi e alle cittadine israeliane.
Il Donald Trump del primo mandato si è lasciato convincere da Benjamin Netanyahu che uno Stato palestinese sia irrealizzabile. Come ha proclamato Bezalel Smotrich, il ministro delle Finanze e leader dei coloni, l’approvazione del piano E1 «seppellisce la possibilità di uno Stato palestinese non con gli slogan ma con i fatti».
Il premier si tiene stretti gli estremisti che gli permettono di restare al potere, allo stesso tempo le pressioni internazionali potrebbero spingerlo a rallentare il processo burocratico dalla pubblicazione delle gare d’appalto ai permessi di costruire.
Già nel 2012 aveva proclamato — in campagna elettorale — di essere pronto a procedere con l’edificazione e ancora l’aveva annunciato otto anni dopo sempre per raccogliere voti a destra.
In passato il premier israeliano si era sempre fermat
consapevole che i 12 mila chilometri quadrati indicati dalla sigla E1 avrebbero potuto infiammare una terza intifada tra i palestinesi. Ma il Netanyahu della guerra perpetua Gaza, della postura offensiva ovunque nella regione, non è più quello considerato cauto e avverso ai conflitti.
(da “Corriere della Sera”)
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Agosto 21st, 2025 Riccardo Fucile
E POI MANDA UN AVVISO ALL’EUROPA: “ESTENDERE L’ARTICOLO 5 DELLA NATO ALL’UCRAINA È UNA STRADA CHE NON PORTA A NULLA”… KIRILL DMITRIEV, “L’AMERICANO DEL CREMLINO”: I LEADER DEI PAESI EUROPEI STANNO CERCANDO IN OGNI MODO POSSIBILE DI IMPEDIRE I NEGOZIATI DI PACE E IL RIPRISTINO DELLE RELAZIONI RUSSO-AMERICANE
L’incontro è ancora lontano. Parla Lavrov, anche perché tutti gli altri tacciono. A
cominciare da Vladimir Putin, che come sempre quando è davanti a un bivio importante, si prende tempo per riflettere. E intanto delega al ministro degli Esteri, in questa fase tornato a un ruolo attivo, il compito di rispondere alle ultime mosse dell’Europa. In maniera abbastanza netta, come nello stile del personaggio.
A farla breve, la Russia non mostra per ora alcun interesse a un vertice a due tra il suo presidente e Volodymyr Zelensky nei prossimi giorni, e forse neanche in futuro, se non sotto la tutela di Donald Trump.
Nel corso di una conferenza stampa congiunta con il suo collega
giordano, Lavrov ha ribadito che non ci sono ancora le condizioni per un vertice tra i due grandi nemici. «Siamo pronti per qualsiasi formato, ma quando si tratta di incontri ad alto livello, è necessario prepararli con la massima attenzione in tutte le fasi precedenti, in modo che questo evento non comporti un peggioramento della situazione, ma metta davvero fine ai negoziati che siamo pronti a continuare». Ha anche affermato che lo stesso Putin «ha suggerito di valutare l’innalzamento del livello dei capi delegazione» durante la sua ultima conversazione con il presidente degli Stati Uniti. Quando si parla di innalzare, nel gergo della diplomazia russa non significa certo giungere subito alla vetta, ovvero al capo assoluto.
Ma il messaggio più importante è un altro. Tenendo conto della discussione sulle garanzie di sicurezza all’Ucraina, Lavrov ha detto che gli sforzi dell’Unione europea per sviluppare con gli Stati Uniti intese simili all’Articolo 5 dello statuto Nato sono
«una strada che porta al nulla».
Mosca accetterà soltanto se potrà disporre del diritto di veto su questo tema, aggiungendo che oltre agli europei, devono partecipare su base paritaria gli Usa e la Cina, riproducendo in pratica la struttura del Consiglio di sicurezza dell’Onu, dove vige il principio di unanimità. «Occorre porre in primo piano la sicurezza collettiva in concerto con la Russia, la quale non esagera i propri interessi, ma propugnerà in modo duro e deciso i propri interessi legittimi».
È la riproposizione del punto sul quale, secondo la versione ucraina, nella primavera del 2022 saltò il negoziato di Istanbul. «Bisogna concentrarsi sugli sviluppi raggiunti a quel tavolo», a dirla con il ministro degli Esteri russo.
Per molti osservatori anche la prova che tutto sommato, nonostante Trump e gli abbracci in Alaska, la Russia non si è poi spostata di molto dalle sue posizioni, e che non è molto interessata a chiudere un accordo in tempi brevi, perché appare evidente che Kiev non potrà mai accettare un diritto di veto del Cremlino sulla propria sorte.
Per carità, Lavrov ha ribadito la disponibilità a lavorare in qualunque formato. «A patto però che il lavoro sia onesto e non si riduca, come fanno dirigenti europei, a tentativi di coinvolgere gli Usa nella loro campagna bellicosa e aggressiva per rafforzare l’Ucraina come strumento di deterrenza della Russia». C’è aria
di stallo…
A suffragare la seconda ipotesi c’è lo sfogo del solitamente misurato Kirill Dmitriev, «l’americano del Cremlino» rappresentante speciale del presidente e amico personale di Steve Witkoff. «I leader dei Paesi europei stanno cercando in ogni modo possibile di impedire i negoziati di pace e il ripristino delle relazioni russo-americane» ha scritto sul suo canale Telegram. Al momento, per i vertici russi, la vera lotta per guadagnarsi la
benevolenza di Trump non è contro Kiev, ma contro Bruxelles.
(da corriere.it)
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Agosto 21st, 2025 Riccardo Fucile
STIPENDI E TUTELE TAGLIATI, MA PER IL GOVERNO L’ILLEGALITA’ E’ IL LEONCAVALLO
Un cuoco che firma da lavapiatti. Un direttore di sala che, almeno sulla carta, risulta semplice cameriere. Nel mondo della ristorazione i contratti “pirata” rappresentano un fenomeno diffuso. Secondo le analisi di Confcommercio, un lavoratore su tre, infatti, verrebbe assunto con qualifiche e retribuzioni inferiori rispetto al ruolo effettivamente svolto. Dietro ci sono contratti proposti da organizzazioni minori, paralleli a quello firmato da Fipe (la Federazione Italiana Pubblici Esercizi) e dalle principali sigle di categoria.
Una giungla contrattuale che metterebbe in difficoltà i dipendenti, spesso ignari dei diritti e delle tutele cui potrebbero accedere. In questo modo, non si ha solo una minore motivazione da parte del personale, ma anche una perdita di professionalità e qualità del servizio che ricade sull’esperienza del cliente, come sottolinea Il Messaggero.
Migliaia di euro di differenza tra i contratti
Gli effetti sul piano economico sono pesanti. Il differenziale retributivo oscilla tra i 3mila e gli 8mila euro lordi annui a seconda della mansione. Un cuoco professionista può arrivare a perdere fino a 4mila euro all’anno, un macellaio 5.800, un magazziniere quasi 8mila, un salumiere circa 5mila. Sul fronte previdenziale, la mancata contribuzione può superare i 1.500
euro annui. Roma è l’epicentro di questo fenomeno: la ristorazione nella Capitale rappresenta il 10% delle attività nazionali con almeno 20mila pubblici esercizi. Ma l’effetto si estende a tutto il Paese.
I contratti pirata? «Tra le prime cause di insoddisfazione dei dipendenti»
C’è poi la concorrenza sleale. Due ristoranti identici, con lo stesso personale e lo stesso flusso di clienti, possono registrare
guadagni diversi proprio a causa dei contratti applicati. «I contratti pirata sono una delle prime cause di insoddisfazione dei dipendenti» avverte Sergio Paolantoni, presidente di Fipe Roma Confcommercio. «Noi applichiamo il contratto nazionale della ristorazione, già firmato da quasi un milione di lavoratori in Italia. Ma non è accettabile che accanto a questo ci siano quattordici contratti a ribasso, che non garantiscono né i dipendenti né gli imprenditori»
Si abbassa la qualità e aumenta il rischio di riciclaggio
Il problema si riflette anche sulla qualità del settore. Nel centro di Roma – e non solo – si moltiplicano locali che aprono e chiudono rapidamente, spesso con un’offerta di cibo e servizio che non raggiunge la soglia minima di sufficienza. In parallelo, le indagini della magistratura hanno più volte accertato come alcuni ristoranti siano diventati veicoli per il riciclaggio di denaro da attività criminali, con società intestate a prestanome
usate come vere e proprie “lavatrici”. Secondo Confcommercio, la strada da seguire è un’unica regola valida per tutti. «Stesso mercato, stesse regole», ribadisce e auspica Paolantoni.
(da agenzie)
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Agosto 21st, 2025 Riccardo Fucile
LE PRESENZE DEGLI ITALIANI SONO ADDIRITTURA MENO DI QUELLE DEL 2011
Ormai la linea a Chigi è chiara: negare la frenata del turismo che si sta registrando nel
2025 aggrappandosi al dato degli “arrivi”. La banca dati del Viminale – ha fatto sapere ieri il ministero con una nota, la seconda in dieci giorni –, confermerebbe infatti il trend positivo per il turismo nel Paese. “Dal primo al 18 agosto gli arrivi sono stati 15.663.336, in crescita del 9,3% rispetto ai 14.332.458 dell’analogo periodo del 2024” (7,3 milioni italiani e 8,3 stranieri).
Quanto basta per far ripetere a Fratelli d’Italia il mantra lanciato
da Giorgia Meloni una settimana fa: la crisi del turismo è una bufala della sinistra. “Se qualcosa non può essere espresso in numeri non è scienza: è opinione. Come quella della sinistra, sempre catastrofista e apocalittica, ma priva di fondamento”, dice il responsabile turismo di FdI, Gianluca Caramanna.
Ma i numeri vanno letti e capiti: intanto cosa sono gli “arrivi”? Sono il numero di persone che hanno pernottato per una notte in un dato luogo. Per capirci: se una famiglia di quattro persone in
un viaggio di cinque giorni si sposta in cinque bnb diversi, vale 20 “arrivi”. Se invece rimane in villeggiatura per un mese nello stesso posto, vale quattro “arrivi” nonostante le 30 notti pernottate.
Per questo è curioso – per usare un eufemismo – che il governo continui ad attaccarsi a quel dato, invece di utilizzare quello delle “presenze”, che è poi il dato sul numero di pernottamenti: chi si ferma 30 giorni nello stesso posto, vale un arrivo, ma 30 presenze. Sono le presenze, i pernottamenti, quelli di cui si parla da mesi, dato che gli italiani (non da oggi, ma da 15 anni circa) hanno contratto la durata delle vacanze per spendere meno.
Non solo. Un boom degli “arrivi” ad agosto, e in particolare a Ferragosto, è un dato che potrebbe essere anche controproducente: in attesa dei dati sui pernottamenti, che arriveranno tra due o tre mesi, potrebbe anche segnalare che gli italiani stanno concentrando sempre più le ferie in pochi giorni. Sono le “presenze” degli italiani a essere addirittura meno di quelle del 2011, mentre in questi anni il turismo macinava record grazie alla domanda estera, un trend globale. E infatti gli stranieri, e qui citiamo i dati del Viminale, risultano essere arrivati in tanti, in un mese in cui, soprattutto per le città d’arte (che il turismo lo trainano), non si registrano di norma numeri significativi.
Federalberghi, peraltro, getta acqua sul fuoco, perché non pare
registrare nessun boom d’agosto: “La nostra sensazione – fa sapere la federazione – è che il trend segnalato dal ministero dell’Interno sia in buona parte attribuibile all’emersione dei tanti abusivi ed evasori che sono stati finalmente stanati” grazie al Codice identificativo nazionale per gli affitti brevi imposto dal 1º gennaio 2025: “L’emersione di milioni di posti letto che lo scorso anno non erano rilevati è cosa buona e va salutata con favore” ma potrebbe falsare la lettura dei dati per un po’.
La verità è però che il dato sugli arrivi d’agosto, fuor di propaganda, è piuttosto irrilevante. I pernottamenti degli italiani ad agosto del 2009 (quando il turismo in Italia e nel mondo valeva molto meno di oggi) erano 53 milioni, nel 2024 “record” erano 46 milioni. Anche il mese centrale dell’estate conta sempre meno, anche se continua a essere il più turistico dell’anno. Gli stranieri ne scelgono altri: luglio, settembre, ottobre, giugno. Settembre, in particolare, dopo una crescita continua nel 2024 è arrivato a 50 milioni di presenze (soprattutto straniere).
L’inizio del 2025 è andato male, molto male data l’attesa giubilare, ma già a giugno c’è stato un rimbalzo, il 2024 aveva fatto numeri sorprendenti, e fino alla fine dell’anno ci sarà tempo per trarre bilanci e analizzare i dati su un turismo che cambia, non solo contraendosi. Ma il governo preferisce agganciarsi agli unici segni positivi: non un gran modo per trovare soluzioni.
(da ilfattoquotidiano.it))
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Agosto 21st, 2025 Riccardo Fucile
16 ANNI FA “NESSUN EURO A CARICO DELLO STATO”, ORA PAGA TUTTO LO STATO… IL PROGETTO ESECUTIVO NON ESISTE? “LO FAREMO A TRANCHE”… E SALVINI DECIDE CHE IL PREZZO DEL PASSAGGIO SARA’ DI 10 EURO SENZA CHE CHI DI DOVERE L’ABBIA MAI FISSATO
“Sono partiti oggi i lavori del primo cantiere per la realizzazione del ponte sullo Stretto di Messina. L’amministratore delegato Pietro Ciucci ha ricordato che è stato un anno decisivo per la ripartenza del ponte, in cui sono stati superati i problemi relativi al blocco dell’opera ed è stato approvato l’aumento di capitale della società”.
Non è questo, come si potrebbe immaginare, un anticipo del futuro prossimo. Bensì un salto nel passato. È un dispaccio dell’Ansa del 23 dicembre 2009. Sedici anni fa.
Quel giorno il ministro delle Infrastrutture Altero Matteoli inaugurò in pompa magna il cantiere dei lavori per la deviazione della linea ferroviaria che sulla costa calabrese avrebbe interferito con la costruzione del pilone di cemento armato alto 400 metri. Il clima, nel centrodestra allora al governo, come oggi, ma con una distribuzione dei pesi diversa, era euforico. Tranne che dalle parti della Lega, che nella migliore delle ipotesi giudicava il ponte «inutile».
Nella peggiore (della quale si incaricavano i peones del Carroccio), addirittura un affronto, in quanto toglieva risorse al Nord che aveva un bisogno drammatico di infrastrutture. L’opposizione era furiosa e batteva sempre sullo stesso tasto, condiviso anche dalla Lega: perché spendere tanti soldi per un’opera così costosa quando in Calabria le strade sono mulattiere e la Sicilia ha tutte le ferrovie a binario unico.
Senza parlare del fatto che il ponte era un progetto solo sulla carta, visto che non esisteva ancora un progetto definitivo (sarebbe arrivato nel 2011). E il progetto esecutivo, che consente l’effettiva esecuzione dei lavori, era ancora ben al di là da venire.
Sappiamo poi com’è andata. Ma è utile ricordarlo.
L’apertura del cantiere di Cannitello fu un’iniziativa quasi del tutto simbolica. Per due anni non successe praticamente nulla. Finché un bel giorno di ottobre del 2011, nemmeno tre settimane prima del tracollo dell’ultimo governo di Silvio Berlusconi, l’Italia del Valori presentò alla Camera una mozione che impegnava il governo che voleva il ponte a tutti i costi a eliminare i finanziamenti per il ponte.
E la mozione, incredibilmente appoggiata dallo stesso governo del ponte, per bocca dell’allora viceministro delle Infrastrutture Aurelio Misiti, per giunta calabrese a quattro ruote motrici, fu approvata. Passò alla grande, in un’assemblea controllata dal centrodestra, ovviamente Lega compresa.
E a nulla servì l’indignazione del ministro ex missino Matteoli, che livido di rabbia si scagliò contro il suo viceministro («il suo parere favorevole era a titolo personale»). La frittata era fatta. Per la serie: mai dire mai. Tutto può accadere, anche nelle migliori famiglie.
Sedici anni dopo, riecco il sequel del film. Gli sceneggiatori de
“Il Ponte che non c’è 2”, identici. Perfino il regista è lo stesso: Ciucci, ad della Stretto di Messina, ora come sedici anni fa.
Solo il regista, Matteo Salvini, è diverso, come si conviene a un sequel che meriti rispetto. Con la differenza che il leader della Lega, lo stesso che nel 2016 manifestava pubblicamente contro l’opera, garantendo che secondo certi ingegneri non stava in piedi, ora ha cambiato idea.
E siccome il saggio dice che solo i morti e gli stolti non cambiano mai idea, nessuno nel suo partito (anche se molti, moltissimi elettori storcono il naso) osa contraddirlo. Idem il resto del governo, a causa di ragioni per ognuno diverse.
Il ponte era un cavallo di battaglia di Berlusconi e in Forza Italia (da cui pure nell’ottobre 2011 scoccò la scintilla che spedì l’opera in un cassetto per tre lustri) è un dogma. Mentre in
Fratelli d’Italia l’evidente mancanza di entusiasmo è compensata dalla necessità di non turbare gli equilibri della maggioranza se ancora si pensa di condurre in porto la riforma del premierato tanto cara a Giorgia Meloni. Questo è il solo cemento del ponte capace di nascondere le crepe, enormi, che evidenzia la sceneggiatura del film
Prima crepa: i soldi. E non perché i soldi non ci siano. Anzi. Pur di racimolarli li hanno tolti ad altre opere. Poi, non contenti di aver già speso circa 350 milioni di risorse pubbliche per studi e progetti nonché mantenere in vita per 45 anni la società concessionaria del ponte che non c’è, e che ora ha una novantina di dipendenti con una ventina di dirigenti assai ben pagati più un discreto stuolo di consulenti, ne hanno tirati fuori altri 370.
Sono serviti per assicurare al Tesoro la maggioranza del capitale della Stretto di Messina spa, evitando rogne che con altri soci pubblici possono sempre capitare e gestire la partita dalla tribuna centrale senza interferenze. I soldi, dicevamo, ci sono. Almeno è quel che dicono le ultime finanziarie. Si era partiti con 3 miliardi. Poi si è arrivati a 6. Quindi a 9. Adesso sono 13 e mezzo. Ma più realisticamente, considerando anche il generoso contributo per gli espropri, si andrebbe verso i 15. Anche se
girano già in ambienti non lontani dal ministero, stime ancora più sbalorditive: c’è chi non ritiene irrealistico un conto finale, considerando gli anni di lavori e i probabili intoppi, di 22 miliardi. Tutti pagati dallo Stato, questa volta. Non come quando, sempre sedici anni fa, il ministro Matteoli garantiva: «Nemmeno un euro dai contribuenti, sarà tutto a carico dei privati». Proprio così.
Ma il problema dei soldi non è solo nella dimensione enorme della spesa. Il consorzio Eurolink che dovrebbe realizzare l’opera si è aggiudicato la gara nel 2005. Vent’anni fa, con un’offerta di 3,88 miliardi di euro e una composizione azionaria diversa. Ora, a parte il fatto che sono passati 11 governi e sono stati partoriti tre diversi codici degli appalti, ci sono pur sempre le norme europee. Che abbiamo contribuito a fare anche noi e non possono venire eluse. Secondo queste, nel caso in cui l’importo dell’appalto lieviti di oltre il 50 per cento prima dell’esecuzione, la gara va rifatta. Difficile girarci intorno, a meno di non riuscire a dimostrare che l’aumento a 13,5 miliardi non eccede di oltre il 50 per cento l’importo dell’aggiudicazione del 2005.
Seconda crepa: il progetto. Vent’anni nei lavori pubblici non sono come vent’anni nell’informatica. Ma se nel 2005 non esistevano nemmeno gli smartphone, impossibile affermare che le tecniche costruttive da allora non abbiano fatto passi da gigante. Per di più, come nel 2011 quando il ponte finì nel dimenticatoio, c’è il progetto definitivo ma non quello esecutivo. Per correre il più possibile si è ipotizzato (fonte Ciucci) di farlo a tranche, il progetto esecutivo. Un pezzo per volta. Possibile, in qualche caso è già stato fatto. Ma questo potrebbe comportare anche seri problemi tecnici e questioni economiche mica da ridere. Niente paura, dice il governo: alle controversie ci penserà un Collegio consultivo tecnico che sarebbe una specie di collegio arbitrale permanente profumatamente retribuito, magari con un consigliere di Stato alla presidenza. Consapevoli dell’enormità del compenso spettante ai suoi componenti (chissà quale lotta si sarà già scatenata per accaparrarsi quegli incarichi) gli autori del decreto infrastrutture hanno previsto una decurtazione del 50 per cento. Ma anche così l’Anac ha stimato un conto di 25 milioni.
Infine, la terza crepa: una forzatura acrobatica delle regole.
C’è una norma, introdotta nel decreto infrastrutture, che conferma il potere dell’Authority dei trasporti sulla definizione dei pedaggi autostradali, estendendolo a tutte le concessionarie: comprese quelle regionali. La disposizione è spuntata dopo che
si era ventilata l’ipotesi di far rientrare in ambito regionale la concessione del ponte sottraendola al controllo dell’Autorità. Dunque non si scappa: siccome chi lo attraverserà con auto, pullman o tir dovrà pagare una tariffa, anche il ponte è come un’autostrada a pedaggio. E questo dev’essere stabilito dall’Authority. Ciononostante, qualche giorno fa il ponte è stato varato dal governo con la delibera Cipess senza il parere, dovuto, dell’autorità. I suoi componenti hanno potuto leggere sui giornali che per Salvini gli automobilisti pagheranno meno di dieci euro. Senza che nessuno si sia chiesto come aveva fatto il ministro delle Infrastrutture a rendere noto un pedaggio che l’organismo competente a fissarlo non aveva mai fissato. “Il Ponte che non c’è 2” è cominciato. Buona visione a tutti.
(da lespresso.it)
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Agosto 21st, 2025 Riccardo Fucile
IL PIL PRO CAPITE AUMENTA PIÙ RAPIDAMENTE, POICHÉ LA PRODUZIONE È DISTRIBUITA TRA UN NUMERO MINORE DI PERSONE
Il Pil pro capite italiano supera quello britannico. Per la prima volta dal 2001 — ha
riportato ieri il Telegraph — il livello medio di benessere economico in Italia ha superato quello del Regno Unito segnando un momento significativo per entrambi i Paesi, ha commentato Tim Wallace, vicedirettore della sezione economia. Secondo la Banca Mondiale, lo scorso anno il Pil pro capite dell’Italia è salito a 60.847 dollari (44.835 sterline), superando i 60.620 dollari della Gran Bretagna.
Anche la popolazione britannica sta aumentando, il che significa che il Pil è distribuito su un numero maggiore di persone.
Al contrario, la popolazione in Italia sta diminuendo per via del calo demografico.
Di conseguenza, anche se l’economia cresce più o meno allo stesso ritmo di quella del Regno Unito, il Pil pro capite aumenta più rapidamente, poiché la produzione è distribuita tra un numero minore di persone.
(da agenzie)
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Agosto 21st, 2025 Riccardo Fucile
“VISTO CHE SI E’ RAVVEDUTIO SU QUELLE NOMINE INDEGNE, ORA DIFENDA IL SERVIZIO SANITARIO NAZIONALE CHIEDENDO I FONDI PER FARLO FUNZIONARE”
“Perché non alza la testa anche quando il governo taglia le risorse per la sanità pubblica?”. Così la segretaria del Pd Elly Schlein si rivolge duramente al ministro della Salute Orazio Schillaci, al centro delle polemiche per le nomine no vax nella commissione tecnica sui vaccini, Nitag, poi azzerata.
“Assunzioni di medici e infermieri ancora bloccate, liste di attesa che si allungano sempre di più e il rapporto tra spesa sanitaria e Pil ai minimi storici degli ultimi 15 anni – attacca la segretaria dem – . Questo governo si occupa di sanità solo per provare a nominare gli amici no vax nelle commissioni che si occupano di vaccini”.
Continua Schlein: “Al ministro Schillaci che ha azzerato la commissione che lui stesso aveva nominato, beccandosi pure gli strali di Salvini e degli ambienti antiscientifici, facciamo una domanda semplice: perché non alza la testa anche quando il governo taglia le risorse per la sanità pubblica?”.
“Visto che si è ravveduto su quelle nomine indegne, ora inizi coi fatti a difendere il servizio sanitario nazionale chiedendo i fondi necessari a farlo funzionare e non accetti di fare la foglia di fico di un governo che non crede né alla sanità pubblica, né pare troppo convinto sulla scienza”, conclude la segretaria del Partito democratico.
(da agenzie)
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Agosto 21st, 2025 Riccardo Fucile
COSA RISCHIANO I GESTORI DEI LIDI
In Sicilia l’accesso alle spiagge dovrà essere libero. Lo ha ribadito a stagione quasi
finita la giunta regionale, intimando a tutti gli stabilimenti di abbattere tutte le staccionate e i tornelli
che regolano l’ingresso delle persone alla battigia. Se entro dieci giorni questi ostacoli non saranno rimossi, scatterà la decadenza della concessione balneare: «Nessun recinto che possa ostacolare o limitare l’accesso dei bagnanti alla battigia sarà più autorizzata e quelle esistenti andranno rimosse», ha commentato il presidente della Regione Renato Schifani.
La mossa dell’amministrazione sicula: «Il mare sia libero e gratuito», Se ne sono accorti ora dopo le proteste?
La decisione dell’assessora al Territorio e all’Ambiente, Giusy Savarino, ha seguito a stretto giro una ispezione della Guardia di finanza e della Guardia costiera che ha evidenziato un alto tasso di abusivismo lungo le spiagge dell’isola e la presenza di staccionate che speso andavano ben oltre lo spazio concesso agli imprenditori balneari.
«I cittadini devono avere sempre la possibilità di accedere al mare liberamente e gratuitamente», ha ribadito il presidente della Sicilia.
Nel mirino dell’amministrazione in particolare la spiaggia di Mondello, quasi tutta in mano alla società Italo-Belga che nei prossimi giorni sarà tenuta a rimuovere i tornelli per il controllo degli accessi pedonali all’ingresso dei lidi “Valdesi”, “Sirenetta”, “Onde Beach” e “Stabilimento”. Insieme a questi, dovranno essere abbattute tutte le staccionate e le strutture rigide alternative usate per delimitare l’arenile pur senza autorizzazione. Queste – fa sapere comunque la Regione – potranno essere sostituite con dispositivi non rigidi e mobili, come corde o cime.
(da agenzie)
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