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“SONO STATA ANIMATRICE IN UN VILLAGGIO TURISTICO PER 3 MESI: 15 ORE AL GIORNO PER 450 EURO, NON E’ SOSTENIBILE”

Agosto 28th, 2025 Riccardo Fucile

L’ITALIA REALE DI CUI IL GOVERNO MELONI SE NE FOTTE: GIOVANI PAGATI UN EURO ALL’ORA E CI SONO POLITICI INFAMI CHE NEGANO IL SALARIO MINIMO

“Ho lavorato come animatrice per tre mesi, poi avrei dovuto riprendere a settembre in uno stabilimento all’estero ma sono tornata in Italia poco dopo aver iniziato perché non mi trovavo bene”. A raccontare la sua esperienza da lavoratrice stagionale risalente al 2019 è Sara (nome di fantasia), che per 3 mesi ha lavorato come animatrice in un villaggio turistico di Jesolo. Dalle 8.30 del mattino alle 23.30 di sera per 450 euro al mese. Circa 15 ore al giorno per poco più di 1 euro all’ora.
“Vitto e alloggio erano compresi – ha spiegato Sara che all’epoca dei fatti aveva 25 anni – ma sono stata fortunata perché l’appartamento in cui vivevo era pulito e lo condividevo con altre tre persone. Una mia cara amica, invece, viveva in una struttura condivisa con altre 8 persone e senza aria condizionata”.
“Da animatore in questi villaggi fino a quando non hai finito di fare le prove non si va a dormire. Avevo il mio giorno di riposo e quello nel mio caso è sempre stato rispettato. Le ore di lavoro erano tante, ma in altri villaggi andava meglio ed erano spezzate diversamente. Il lavoro era davvero duro, quando si parte bisogna sapere che è una vita sottopagata ma molto divertente e formativa. Chiaramente è un ruolo ‘pensato’ per ragazzi giovani, quando ho deciso di fare quest’esperienza io ero già più grande rispetto alla media”.
“Dopo la prima esperienza di 3 mesi, da maggio a luglio, ci sarebbe stato uno scatto nella paga – ha spiegato Sara – ma di pochissimo, circa 50 euro. Non era sostenibile. A settembre avrei dovuto fare altri 6 mesi da animatrice a Fuerteventura e non più a Jesolo. Ho fatto solo un mese perché non mi trovavo bene e per 500 euro non avrei continuato”.
“A me il lavoro da animatrice piaceva molto, ho sempre pensato fosse un’esperienza da fare almeno una volta nella vita. Conosci tanta gente e ti rende indipendente, ma si può fare per una stagione e basta, soprattutto per la paga. Se fai carriera puoi anche pensare di fare questo lavoro più a lungo, ma mai per sempre. Il responsabile degli animatori guadagna un po’ di più, ma fa molti sacrifici. Conosco una coppia che ha viaggiato per anni per il mondo facendo questo lavoro, ovviamente sempre in luoghi separati, ma poi sono diventati genitori e hanno smesso. Non è una vita pensata per lavoratori che vogliono costruirsi una famiglia, a meno che tu non abbia la certezza di stare sempre nello stesso luogo e questa è una garanzia che in genere non hai. Si parla inoltre di contratti che possono estendersi per anni, ma che non sono ‘indeterminati'”.
“Le paghe sono la maggiore criticità. Se sei un ragazzo magari lo fai per divertirti e per fare esperienza più che per il denaro, ma le cose cambiano da caso a caso. Una persona che va a lavorare per la paga, invece, resta scontenta. Secondo la mia esperienza, bisogna partire con l’idea di andare in un bel posto, lavorare tanto ma divertirsi. Non è lo stesso per tutti, ovviamente, perché le esigenze sono diverse e le storie sono diverse”.
” Penso che buona parte del problema sia nella paga, perché il nostro Paese non tratta adeguatamente questi lavoratori – ha
sottolineato Sara nel corso dell’intervista telefonica -. L’agenzia che aveva assunto me, per esempio, lavorava anche in Germania. I ragazzi tedeschi che erano stati assunti venivano pagati molto di più di noi, anche sui 1000 euro per lo stesso lavoro che facevo anche io. Questo perché in Germania il mercato del lavoro è diverso e non parti per 450 euro. Preferisci restartene a casa e magari lavorare in un ristorante”.

(da Fanpage)

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“A GAZA È IN ATTO UN GENOCIDIO, È INNEGABILE. ISRAELE USA LA FAME COME UN’ARMA DI STERMINIO”: LA BORDATA A NETANYAHU DEL CARDINALE JEAN-PAUL VESCO, ARCIVESCOVO METROPOLITA DI ALGERI E CONSIGLIERE DI PAPA LEONE XIV

Agosto 28th, 2025 Riccardo Fucile

“IL PREMIER ISRAELIANO VUOLE COSTRINGERE CON LA SOPRAFFAZIONE I PALESTINESI AD ABBANDONARE LA LORO TERRA. MA QUANDO UN POPOLO NON È PIÙ SULLA TUA TERRA NON È PIÙ UN POPOLO”… L’OCCUPAZIONE RIENTRA IN UNA STRATEGIA DISUMANA, MIOPE. NON SI PUÒ ACCETTARE LA DEPORTAZIONE DI UN POPOLO” – “L’EUROPA CHE FA? A VOLTE VIENE DA CHIEDERSELO..”

«Ormai è evidente che a Gaza Benjamin Netanyahu vuole conquistare tutto il territorio e costringere con la sopraffazione i palestinesi ad abbandonare la loro terra. Ma quando un popolo non è più sulla tua terra non è più un popolo. L’occupazione rientra in una strategia disumana, miope e senza via di uscita. Non si può accettare la deportazione di un popolo», avverte il cardinale Jean-Paul Vesco, 63 anni, arcivescovo metropolita di Algeri, ascoltato consigliere per l’Islam in Curia, tra i protagonisti all’ultimo conclave. A Rimini, nelle sale del Meeting di Cl, il porporato originario di Lione, membro del dicastero vaticano per il Dialogo Interreligioso, ha commemorato i monaci trappisti martirizzati a Tibhirine trent’anni fa.
Prima della diocesi di Algeri ha guidato quella di Orano di cui
era stato vescovo Pierre Claverie, domenicano come lui, assassinato nel 1996 e beatificato nel 2018. Ponte nord-sud.
Nove mesi fa Francesco aveva chiesto di indagare se a Gaza fosse in atto un genocidio, lanciando un appello per salvare la dignità umana. E adesso?
«Purtroppo ora è tutto tragicamente chiaro, senza margini di dubbio. Nella Striscia è innegabilmente in atto un genocidio. La fame viene usata come arma di sterminio e massacra innocenti al pari delle bombe. L’Europa è inerte. Tutto il mondo ha ascoltato l’impressionante lettura da parte del cardinale Matteo Zuppi dei nomi dei 12 mila bambini che hanno perso la vita a Gaza, nessuno può fingere di non sapere, l’indifferenza è complicità con la politica di morte di Netanyahu.
La pace, testimonia Leone XIV, si costruisce nel cuore e a partire dal cuore, sradicando l’orgoglio e le rivendicazioni, e misurando il linguaggio, poiché si può ferire e uccidere anche con le parole, non solo con le armi».
Qual è la sua esperienza?
«Ho vissuto due anni in Terra Santa, sia a Gerusalemme sia nella Striscia, e l’oppressione insopportabile del più forte sul più debole era già soffocante prima del 7 ottobre. Se gli israeliani non fermano il massacro compiuto dal loro governo lo Stato ebraico ne sarà segnato per sempre. L’Onu ha rilevato che la fame a Gaza è un fenomeno volontario e indotto dal blocco degli aiuti alimentari.
L’emergenza umanitaria ha assunto proporzioni catastrofiche, oltre qualunque motivazione logica. Quindi bisogna chiamare le cose con il loro nome. Il genocidio è la volontà di annientare l’esistenza stessa di un popolo ed è esattamente ciò che sta avvenendo a Gaza. Non siamo di fronte a una tragica fatalità, ma, come dice la Caritas, al risultato di scelte deliberate e calcolate. Un intero popolo, privato di sostentamento, viene lasciato sprofondare».
Il dolore dell’impotenza?
«Fin da subito la Santa Sede e la Chiesa universale sono state vicine alle sofferenze di tutti condannando il terribile attacco di Hamas. Nel tempo trascorso l’uccisione sistematica di civili, i bombardamenti sui convogli di cibo, la distruzione di infrastrutture e la carestia procurata hanno calpestato la dignità umana e il diritto internazionale.
Oggi il mondo intero è ostaggio dell’orrore in corso nella Striscia e dei crimini di guerra commessi dal governo israeliano. A parte pregare e denunciare non riusciamo a fare nulla. Quindi ci sentiamo tutti impotenti».
E nelle comunità cristiane in terra d’Islam come la sua? Cosa comporta tutto questo?
«Fin dall’inizio della distruzione della Striscia abbiamo organizzato ad Algeri dei momenti di preghiera e di incontro ai quali sono intervenuti l’ambasciatore palestinese, quello statunitense e molti altri. Sono occasioni preziose e molto intense e profonde per raccoglierci e denunciare la tragedia di Gaza.
Abbiamo subito rimarcato l’ingiustizia in corso nella Striscia. Non è possibile la pace senza giustizia. Ed è evidente che i problemi non sono iniziati il 7 ottobre. Già vent’anni fa, quando vivevo lì, l’ingiustizia era impressionante: il potere del più forte sul più debole. Nethanyahu non ha voluto la soluzione dei due popoli e due Stati. Ha impedito che la Palestina diventasse uno Stato. Non si vede via di uscita. Siamo imprigionati in una strada chiusa»
Intanto l’Europa che fa?
«Viene spesso da chiederselo. Io sono nato in Francia ma sono algerino, vivo in Algeria. Penso, vivo e vedo le cose dall’Algeria ed è molto differente. Su immigrazione, politiche di pace, Ucraina l’Europa cosa fa? Quale voce ha? Quale posizione unitaria ha? La prossima settimana ad Algeri ci riuniremo per pregare e invocare la pace in Ucraina».
Leone XIV ha detto no a punizioni collettive e a rimozioni forzate di un popolo dalla sua terra. Quanto può incidere?
«Il Papa è rispettato da tutti e il suo messaggio non ha confini. Il richiamo alla coscienza non consente ambiguità. Lo ripeto: lo Stato d’Israele sta mettendo in pratica un’azione genocida. L’indifferenza è complicità mentre sotto gli occhi del mondo intero e della storia si compie l’uccisione di un popolo attraverso le armi e la fame. I grandi della terra assistono immobili e sembrano non avere alcun potere nel fermare la strage che tutta l’umanità vede compiersi. Civili, donne e bambini vittime della barbarie e del silenzio».
Chi può fermare la guerra?
«La teoria e la pratica sembrano opposte. Sulla carta i potenti del mondo e la comunità internazionale dispongono di modi e mezzi per agire, per intervenire sulla tragedia di Gaza.
Gli Stati Uniti, in particolare, avrebbero gli strumenti e la possibilità per fermare il governo israeliano, ma l’incapacità di far tacere le armi viene mostrata allo sguardo di tutti alla stregua di un alibi, come fosse un ineluttabile destino di morte e distruzione al quale non ci si può opporre».

(da Fanpage)

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A RIMINI LA STATISTA DELLA GARBATELLA NON CITA MAI LA POLEMICA DEL LEADER LEGHISTA CONTRO LA FRANCIA E EVITA L’INCONTRO CON IL CAPITONE

Agosto 28th, 2025 Riccardo Fucile

FONTI LEGHISTE RACCONTANO DI UN FALLITO TENTATIVO DEL VICEPREMIER DI CHIUDERE L’INCIDENTE. “CON GIORGIA CI SIAMO SENTITI AL TELEFONO”, ABBOZZA SALVINI, CHE PERO’ ARRIVA A RIMINI SOLO QUANDO LA PREMIER SE NE È GIÀ ANDATA

Fino a ieri mattina i vertici del Meeting avevano sperato in una visita più lunga di Giorgia Meloni: il protocollo di Palazzo Chigi aveva concordato una visita agli stand come avviene di norma
per gli ospiti di governo.
Ma per la premier c’era da evitare l’incontro a quattr’occhi con Matteo Salvini, anche lui ospite dell’ultimo giorno della kermesse di Comunione e Liberazione. L’oggetto della disputa le parole del vicepremier leghista, che – ormai in campagna elettorale per le Regionali – aveva invitato il presidente francese Emmanuel Macron ad «andare lui con l’elmetto» in Ucrain
Parole che Salvini ieri ha ribadito nonostante l’irritazione dell’Eliseo e la grana alla premier: dopo tre anni faticosi, i rapporti diplomatici con il francese erano tornati sereni. E così la visita di Meloni dura lo spazio del lungo intervento davanti ad un auditorium pieno e tutto a suo favore.
Voci raccolte fra i leghisti – ma non confermate – raccontano di un fallito tentativo del vicepremier di chiudere l’incidente. «Ci siamo sentiti al telefono tutto bene, ci vediamo domani a Roma», abbozza Salvini, che arriva a Rimini solo quando la premier se ne è già andata.
Meloni non cita mai la polemica con Salvini sulla Francia, anzi lo ringrazia per essere al lavoro ad un non meglio precisato «piano casa». Parla di «record» per l’occupazione femminile (il cui livello resta però fra i peggiori dell’Unione), invita a promuovere un cambiamento culturale «perché negli anni «troppi cattivi maestri» hanno smontato il ruolo della famiglia, arrivando a proporre «tesi deliranti» come il non mettere al mondo figli «perché inquinano».
Se la premier evita il bagno di folla, Salvini trasforma gli stand della fiera di Rimini nel suo personalissimo palcoscenico di fine estate. Fra un selfie e un test sul simulatore di volo dell’Enac, in cui cerca di farsi spiegare come avrebbe fatto uno dei due piloti del Boeing precipitato in India a spegnere entrambi i motori
poco dopo il decollo, il segretario della Lega prova a riempire il vuoto creato da Giorgia Meloni.
Prima rilancia il progetto del ponte sullo Stretto, «serviranno sette anni ma lo facciamo davvero questa volta, attacca di nuovo Macron – «Lo inviterò ad attraversare il ponte come prima auto, possibilmente un bel Euro 2 di quelli che schizzano con il fumo nero» – poi ribadisce i piani del Carroccio in vista della manovra
Approva il «pizzicotto» alle banche anticipato dal ministro Giancarlo Giorgetti perché «tutti dovranno fare la loro parte» e «dei soggetti che lo scorso anno hanno guadagnato 46 miliardi di euro». Promette l’ennesima rottamazione delle cartelle esattoriali, nonostante le conseguenze sui risultati della riscossione dell’Agenzia delle Entrate. Salvini parla anche di regionali, uno dei dossier più divisivi nella maggioranza, in particolare del Veneto dell’uscente Luca Zaia, e non arretrando di un millimetro sulla richiesta di un candidato leghista: «Abbiamo molti amministratori da proporre».
Ciò che colpisce di più della giornata di Salvini è il modo disinvolto con cui torna più volte a mettere il dito nella piaga dei rapporti con l’Eliseo, una faccenda che ha irritato anche il collega vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani. «Dire a una persona che io non ho intenzione che i figli degli italiani vadano a combattere in Ucraina e in Russia non è un insulto ma un ragionamento. Forse a Macron hanno tradotto male “taches al tram”, una versione simpatica per dire vai avanti tu che mi viene da ridere. Il governo non manderà mai un soldato italiano a combattere».
A chi gli chiede dell’ipotesi di mandare gli sminatori italiani in Ucraina chiosa: «Prima la pace, poi parliamo del resto». Ed è lo stesso Tajani in serata a precisare, in vista del vertice di oggi Palazzo Chigi: «Mandare soldati in Ucraina non è all’ordine del giorno». Disponibilità a partecipare alle operazioni di sminamento sì, ma «dopo la fine della guerra».

(da agenzie)

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È COMINCIATO IL “SECOLO DELL’UMILIAZIONE EUROPEA”. NEL 1842, LA DINASTIA CINESE QING FIRMÒ UN TRATTATO CON I BRITANNICI, ALLORA POTENZA TECNOLOGICA DOMINANTE: LONDRA IMPONEVA AI CINESI CONDIZIONI UNILATERALI NEL TENTATIVO DI RIDURRE IL SUO ENORME DEFICIT COMMERCIALE? SUONA FAMILIARE?

Agosto 28th, 2025 Riccardo Fucile

L’UE HA FIRMATO LA SUA RESA A DONALD TRUMP: DOPO DECENNI DI INAZIONE, MANCATI INVESTIMENTI E STALLO POLITICO, SI RITROVA POVERA E SENZA ARMI DI FRONTE ALLE GRANDI POTENZE. ED È SOLO L’INIZIO: L’ACCORDO CON TRUMP È SCRITTO SULLA SABBIA

Dopo la sconfitta subita dai britannici nella Prima guerra dell’oppio, la dinastia Qing firmò nel 1842 un trattato che condannò la Cina a oltre 100 anni di oppressione straniera e di controllo coloniale sulla politica commerciale.
Fu il primo di quelli che sarebbero diventati noti come i “trattati ineguali”, nei quali la potenza militare e tecnologica dominante del tempo imponeva condizioni unilaterali nel tentativo di ridurre il suo enorme deficit commerciale.
Vi suona familiare? Facciamo un salto avanti di quasi due secoli, e l’UE sta iniziando a capire esattamente cosa significa.
La corsa della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen al resort golfistico Turnberry di Donald Trump in Scozia, lo scorso mese, per siglare un accordo commerciale altamente sbilanciato ha sollevato timori tra politici e analisti che l’Europa abbia perso il potere negoziale che un tempo riteneva di avere come potenza commerciale globale di primo piano.
I critici della von der Leyen si sono affrettati ad affermare che accettare il dazio del 15% imposto da Trump sulla maggior parte dei beni europei equivalesse a un atto di “sottomissione”, a una “chiara sconfitta politica per l’UE” e a una “capitolazione ideologica e morale”.
Se aveva sperato che ciò potesse tenere a bada il presiden statunitense, la realtà è stata ben diversa. Con l’inchiostro dell’accordo commerciale appena asciutto, Trump ha rilanciato lunedì minacciando di imporre nuovi dazi all’UE per le normative digitali che colpirebbero i giganti tecnologici americani. Se l’UE non si fosse allineata, gli Stati Uniti avrebbero smesso di esportare tecnologie vitali di microchip, ha avvertito.
La sua diatriba è arrivata a meno di una settimana da quando Bruxelles credeva di aver ottenuto una garanzia scritta da Washington che il suo quadro normativo digitale — e la sua sovranità — fossero al sicuro.
Trump può esercitare questo vantaggio coercitivo perché — proprio come gli imperialisti britannici del XIX secolo — ha in mano le carte militari e tecnologiche, e sa bene che la sua controparte è molto indietro in entrambi i settori.
Sa che l’Europa non vuole affrontare il presidente russo Vladimir Putin senza il supporto militare degli Stati Uniti e non può farcela senza la tecnologia americana dei chip, quindi ritiene di poter dettare l’agenda commerciale.
Il commissario europeo al Commercio Maroš Šefcovic ha fortemente lasciato intendere il mese scorso che l’accordo con gli Stati Uniti fosse il riflesso della debolezza strategica dell’Europa e della sua necessità di sostegno americano. «Non si tratta solo di … commercio: si tratta di sicurezza, di Ucraina, della volatilità geopolitica attuale», ha spiegato.
L’accordo commerciale è una “funzione diretta della debolezza dell’Europa sul fronte della sicurezza, dell’incapacità di provvedere alla propria sicurezza militare e del mancato investimento, per 20 anni, nella propria sicurezza», ha detto Thorsten Benner, direttore del Global Public Policy Institute Berlino, che ha anche sottolineato i mancati investimenti nella “forza tecnologica” e nell’approfondimento del mercato unico.
Proprio come la leadership Qing, anche l’Europa ha disprezzato per anni i segnali di allarme.
«Stiamo pagando il prezzo del fatto che abbiamo ignorato la sveglia che ci era stata data durante la prima amministrazione Trump — e siamo tornati a dormire. E spero che non sia ciò che stiamo facendo adesso», ha detto Sabine Weyand, direttore generale per il commercio della Commissione europea, a un panel del Forum europeo di Alpbach lunedì. Parlava prima dell’ultima offensiva di Trump sulle regole digitali.
È chiaro che il gioco volatile delle tariffe di Trump è tutt’altro che finito, e il blocco dei 27 è destinato a subire ulteriori offese politiche e risultati negoziali ineguali questo autunno. Per evitare che l’umiliazione si radichi, l’UE si trova davanti al compito enorme di ridurre la propria dipendenza dagli Stati Uniti — in difesa, tecnologia e finanza.
Acque agitate
Il Trattato di Nanchino, firmato sotto costrizione nel 1842 a bordo della HMS Cornwallis, una nave da guerra britannica ancorata nel fiume Yangtze, obbligò i cinesi a cedere il territorio di Hong Kong ai colonizzatori britannici, a pagare loro un’indennità e ad accettare una tariffa “giusta e ragionevole”. Ai mercanti britannici fu autorizzato di commerciare in cinque “porti di trattato” — con chiunque volessero.
La guerra dell’oppio diede inizio a quello che la Cina avrebbe poi rimpianto come il suo “secolo di umiliazione”. I britannici costrinsero i cinesi ad aprirsi al devastante commercio dell’oppio per aiutare Londra a colmare il vasto deficit di argento con la Cina. È un’epoca che ancora perseguita il Paese e che guida la sua politica strategica, sia interna che internazionale.
Un fattore chiave che costrinse la dinastia Qing a sottomettersi fu il mancato investimento nel progresso militare e tecnologico. Celebre è la frase dell’imperatore Qianlong ai britannici nel 1793, secondo cui la Cina non aveva bisogno delle “manifatture barbare” delle altre nazioni.
Sebbene la polvere da sparo e le armi da fuoco fossero invenzioni cinesi, la mancanza di sperimentazione e innovazione ne rallentò lo sviluppo — al punto che le armi Qing erano indietro di circa 200 anni rispetto a quelle britanniche in termini di progettazione, fabbricazione e tecnologia.
Allo stesso modo, oggi l’UE viene punita per essere rimasta indietro di decenni rispetto agli Stati Uniti. I tagli alla spesa per la difesa dopo la Guerra fredda hanno mantenuto i Paesi europei dipendenti dall’esercito statunitense per la sicurezza; la compiacenza riguardo agli sviluppi tecnologici fa sì che l’UE sia oggi indietro rispetto ai suoi rivali globali in quasi tutte le tecnologie critiche.
Il rappresentante commerciale degli Stati Uniti, Jamieson Greer, da parte sua, ha dichiarato l’inizio di un nuovo ordine mondiale — che ha soprannominato il “sistema Turnberry” — paragonando l’accordo commerciale USA-UE al sistema finanziario postbellico ideato nel resort del New England di Bretton Woods nel 1944.
Con il suo attacco di lunedì, Trump ha dimostrato scarso riguardo per il desiderio dell’UE di escludere temi sensibili dalla dichiarazione congiunta non vincolante della settimana scorsa. La vaghezza del testo di quattro pagine, nel frattempo, gli lascia margine per avanzare nuove richieste o minacciare ritorsioni se ritiene che l’UE non stia rispettando la sua parte dell’accordo Altre umiliazioni potrebbero seguire mentre le due parti cercano di risolvere vari dettagli — da un sistema di quote tariffarie su acciaio e alluminio a esenzioni per determinati settori — che devono ancora essere definiti.
«Questo accordo è così vago che ci sono tanti punti in cui i conflitti potrebbero facilmente essere amplificati per poi essere usati come giustificazione del mancato rispetto di altre clausole», ha detto Niclas Poitiers, ricercatore del think tank Bruegel.
Alla domanda su cosa sarebbe successo se l’UE non avesse investito i 600 miliardi di dollari promessi negli Stati Uniti, Trump ha detto all’inizio di questo mese: «Beh, allora pagano dazi del 35%».
È un rischio di cui l’UE è pienamente consapevole. La Commissione europea sostiene che la cifra dei 600 miliardi rifletta semplicemente ampie intenzioni provenienti dal settore privato che non possono essere fatte rispettare dalla burocrazia di Bruxelles.Ma Trump potrebbe benissimo usare l’impegno sugli investimenti come punto di pressione per spingere verso dazi più alti.
«Ci aspettiamo ulteriori turbolenze», ha detto un alto funzionario dell’UE, che ha chiesto l’anonimato per poter parlare apertamente. Ma «sentiamo di avere un’assicurazione molto chiara».
Inoltre, accettando l’accordo, venduto dall’esecutivo UE come l’opzione “meno peggiore” di fronte alle minacce di dazi di Trump, Bruxelles ha anche dimostrato che il ricatto funziona. Pechino seguirà con interesse gli sviluppi — proprio mentre i rapporti tra UE e Cina hanno toccato un nuovo minimo e la dominanza di Pechino sui minerali di cui l’Occidente ha bisogno per le sue ambizioni verdi, digitali e di difesa le conferisce un
enorme potere geopolitico.
Sfuggire all’irrilevanza
Ma cosa può fare il blocco, se può fare qualcosa, per evitare di prolungare il proprio periodo di debolezza geopolitica?
Nella fase che ha preceduto l’accordo, la von der Leyen ha ripetutamente sottolineato che la strategia dell’UE nei confronti degli Stati Uniti dovrebbe basarsi su tre elementi: preparare misure di ritorsione, diversificare i partner commerciali e rafforzare il mercato unico del blocco.
Per alcuni, l’UE deve vedere l’accordo come una sveglia che imponga profondi cambiamenti e aumenti la competitività del blocco attraverso riforme istituzionali, come delineato lo scorso anno nei rapporti storici redatti dall’ex presidente della Banca centrale europea Mario Draghi e dall’ex premier italiano Enrico Letta.
In risposta all’accordo, Draghi ha lanciato un avvertimento molto duro: l’evidente capacità di Trump di costringere il blocco a fare la sua volontà è la prova conclusiva che rischia l’irrilevanza, o peggio, se non riuscirà a riorganizzarsi. Ha anche messo in risalto le carenze in materia di sicurezza: «L’Europa è mal attrezzata in un mondo in cui geoeconomia, sicurezza e stabilità delle fonti di approvvigionamento, piuttosto che efficienza, ispirano le relazioni commerciali internazionali», ha detto.
Eamon Drumm, analista del German Marshall Fund, ha ripreso lo stesso tema. «L’Europa deve considerare il suo ambiente imprenditoriale come un asset geopolitico da rafforzare», ha detto.
Per farlo, sono necessari investimenti nelle infrastrutture europee, nella domanda e nelle imprese, ha sostenuto Drumm:
«Questo significa abbassare i prezzi dell’energia, utilizzare meglio i risparmi europei per investimenti nelle imprese europee e completare l’integrazione dei mercati dei capitali».
Parlando a POLITICO, il ministro francese per l’Europa Benjamin Haddad ha invocato «massicci investimenti nell’intelligenza artificiale, nel calcolo quantistico e nelle tecnologie verdi, e la protezione delle nostre industrie sovrane, così come gli americani non esitano a fare».
Libero scambio
Per altri, la risposta sta nell’approfondire e diversificare i legami commerciali del blocco — Bruxelles insiste che la pubblicazione dell’accordo commerciale con il blocco Mercosur dei Paesi sudamericani sia ormai imminente, e sta guardando a intese con Indonesia, India e altri quest’anno. Ha anche segnalato apertura a intensificare i rapporti con il blocco CPTPP, a orientamento asiatico, che conta membri come Canada, Giappone, Messico, Australia e altri.
«Oltre a modernizzare l’[Organizzazione mondiale del commercio], l’UE deve infatti concentrarsi sul continuare a costruire la sua rete di accordi commerciali con partner affidabili», ha detto Bernd Lange, socialdemocratico tedesco che presiede la commissione commercio del Parlamento europeo.
«Per stabilizzare il sistema commerciale basato su regole, dovremmo trovare una posizione comune con Paesi democraticamente costituiti», ha aggiunto Lange.
L’Europa, ha detto Drumm, si trova davanti a una scelta.
«Vuole rafforzare la sua posizione di hub del libero scambio in un mondo in cui la globalizzazione si sta sgretolando?», ha chiesto. «O sarà semplicemente un campo di battaglia in cui si consumerà la crescente competizione tra Cina e Stati Uniti?»
(da politico.eu)

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“I MAGISTRATI APPLICANO LE LEGGI”:L’ANM NON INCASSA IN SILENZIO L’ENNESIMO ATTACCO DELLA MELONI AI “GIUDICI POLITICIZZATI”, COLPEVOLI DI IMPEDIRE AL GOVERNO DI PORTARE AVANTI LE PROPRIE POLITICHE DI CONTRASTO ALL’IMMIGRAZIONE CLANDESTINA

Agosto 28th, 2025 Riccardo Fucile

“NON C’È NESSUNA VOLONTÀ DA PARTE DELLA MAGISTRATURA ASSOCIATA DI SVOLGERE ATTIVITÀ DI OPPOSIZIONE POLITICA” … PIÙ DURO IL CONSIGLIERE LAICO DEL CSM, IL RENZIANO ERNESTO CARBONE: “ANCORA UNA VOLTA MELONI GIOCA SOLO A DELEGITTIMARE UN POTERE DELLO STATO. STRANO CONCETTO DI DEMOCRAZIA. QUALCUNO LE SPIEGHI COME FUNZIONA LO STATO”

Meloni sottoscrive il discorso di Mario Draghi sul rischio di «irrilevanza» dell’Unione europea, poi, con una prossemica significativa e un gesto nervoso per raccogliere la giacca,
si scaglia contro ogni «giudice, politico o burocrate» intenzionato a impedire all’esecutivo «di fare rispettare le leggi» sull’immigrazione illegale e a portare a termine la separazione delle carriere.
Poco dopo l’intervento della premier a Milano si spargerà la voce (smentita) di un’inchiesta a Milano per la scalata del Monte dei Paschi nei confronti di due anonimi esponenti di governo.
Vivisezionato. E contestato, punto per punto. Il discorso di Giorgia Meloni al Meeting di Rimini diventa il bersaglio delle critiche dei partiti di opposizione.
Anche se la replica più netta e immediata è quella
dell’Associazione nazionale magistrati, che non incassa in silenzio l’ennesimo attacco della premier ai «giudici politicizzati», colpevoli di impedire al governo di portare avanti le proprie politiche di contrasto all’immigrazione clandestina.
Per il presidente dell’Anm, Cesare Parodi, «non c’è nessuna volontà da parte della magistratura associata di svolgere attività di opposizione politica, né di ostacolare l’esercizio delle prerogative e dei poteri che spettano al potere esecutivo».
La nota serve a ribadire l’ovvio: «I magistrati applicano le leggi, tenendo necessariamente conto del quadro normativo generale, come prevedono le loro prerogative – spiega –. Le recenti decisioni della Corte europea confermano la correttezza di tale approccio, doverosamente rispettoso dei ruoli».
Più duro il consigliere laico del Csm Ernesto Carbone: «Ancora una volta Meloni attacca la magistratura in modo scomposto e giocando solo a delegittimare un potere dello Stato – dice –. Continua con la solita manfrina per cui i giudici devono rispettare la volontà popolare. Strano concetto di democrazia. Qualcuno le spieghi come funziona lo Stato».

(da agenzie)

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“A MELONI LA TELEVENDITA E’ SFUGGITA DI MANO”: GIUSEPPE CONTE LIQUIDA IL DISCORSO DI RIMINI DELLA DUCETTA (“TANTA FUMOSA PROPAGANDA E ZERO FATTI”) E NON LE PERDONA LA “DOPPIEZZA E SPREGIUDICATEZZA” DELLE SUE PAROLE SU GAZA, DOPO CHE “IL SUO GOVERNO HA PROTETTO ININTERROTTAMENTE IL CRIMINALE NETANYAHU

Agosto 28th, 2025 Riccardo Fucile

PER BONELLI DI AVS, LE ACCUSE AI GIUDICI ”VELANO IL VERO OBIETTIVO DI QUESTA DESTRA: PIEGARE LA GIUSTIZIA ALLA POLITICA, PRELUDIO DI UNA DERIVA AUTORITARIA” – RENZI: “DIECI IN RETORICA, ZERO IN CONCRETEZZA, È SOLO FUFFA”. UDITE UDITE, STAVOLTA E’ CRITICO ANCHE CARLO CALENDA, IL RUOTINO DI SCORTA DEL MELONISMO

Secondo il presidente del Movimento 5 stelle, Giuseppe Conte, a Meloni «la televendita è sfuggita di mano». L’intervento di Rimini è intriso di «tanta fumosa propaganda e zero fatti, è imbarazzante e preoccupante per chi governa non essere mai chiamata a fare i conti con la realtà», attacca l’ex premier. Non perdona a Meloni la «doppiezza e spregiudicatezza» delle sue parole su Gaza, dopo che «il suo governo ha protetto ininterrottamente il criminale Netanyahu».
Stesso giudizio da parte del capogruppo del Pd al Senato, Francesco Boccia, che definisce «vergognosa» la scelta di «limitare la critica sui conti della “proporzionalità” delle stragi rispetto al 7 ottobre, senza nessun accenno al fatto che il governo Netanyahu sta compiendo un vero genocidio».
Insomma, un concentrato di «pura propaganda», con la «solita foga contro i disperati che perdono la vita in mare: per questo governo sono loro la vera emergenza, e la colpa – ancora una volta – viene scaricata sulla magistratura o su presunti burocrati».
Per Angelo Bonelli di Avs, le accuse ai giudici «svelano il vero obiettivo di questa destra: piegare la giustizia alla politica, preludio di una deriva autoritaria». Mentre, secondo il collega Nicola Fratoianni, a Rimini Meloni «ha fatto una magia: come al solito sono spariti i problemi reali del nostro Paese».
Il leader di Italia viva la sfida a portare gli annunciati piani per la casa e per le imprese in Parlamento: «Che aspetti, cara Giorgia? Vieni in Senato e porta i due disegni di legge. Altrimenti è la solita fuffa». Stavolta è critico anche Carlo Calenda, che si concentra sui costi dell’energia: «Meloni ne parla come se venisse da Marte o fosse da ieri a Palazzo Chigi – scrive sui social il leader di Azione – Bisogna fare le cose e smettere di parlarne».

(da agenzie)

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MILEI E SUA SORELLA KARINA SONO DOVUTI SCAPPARE A BUENOS AIRES DA UNA FOLLA INFEROCITA CHE HA LANCIATO DELLE PIETRE CONTRO LA LORO AUTO

Agosto 28th, 2025 Riccardo Fucile

LO SCANDALO CHE HA COINVOLTO KARINA MILEI, ACCUSATA DI CORRUZIONE

Il presidente argentino Javier Milei ha dovuto lasciare sotto scorta un evento pubblico in provincia di Buenos Aires, dopo che manifestanti hanno tirato pietre e altri oggetti contro l’auto su cui viaggiava mettendo in pericolo la sua incolumità. Il modo affrettato e drammatico con cui le guardie del corpo hanno interrotto il corteo di veicoli e lo hanno dirottato verso un luogo sicuro ha fatto pensare in un primo momento a un attentato.
Più tardi Manuel Adorni, il portavoce del presidente, ha reso noto su X che l’aggressione non ha causato lesioni a nessuno dei membri del convoglio. Milei stava facendo campagna elettorale per l’imminente voto di medio termine con cui, come negli Stati Uniti, l’Argentina rinnova il Parlamento, quando un gruppo di dimostranti ha assalito il furgone scoperto dove era seduto, cominciando a lanciare sassi e bottiglie.
A provocare quelli che le autorità descrivono come «gravi disordini», scrive il quotidiano La Nacion, sarebbero stati militanti peronisti infiltrati tra i sostenitori di La Libertad Avanza, il partito conservatore alla cui testa Milei è stato eletto presidente nel 2023. Con lui a bordo dell’auto c’erano sua sorella Karina, un candidato del suo partito e un imprenditore. Maximiliano Bondarenko, un altro candidato del partito di Milei, è stato colpito da una pietra.
Dopo che l’auto di Milei e quelle della scorta si sono allontanate, sono scoppiati tafferugli fra gli attivisti dei due partiti.
Sua sorella Karina, considerata a Buenos Aires l’eminenza grigia del governo, è coinvolta in uno scandalo di corruzione con accuse di enormi tangenti. In registrazioni pubblicate dalla stampa, Diego Spagnuolo, capo dell’Agenzia per i disabili ed ex-avvocato personale di Milei, afferma che Karina ha intascato il 3 per cento di tutti i contratti firmati dall’ente da lui diretto per l’acquisto di medicinali.

(da agenzie)

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TRUMP STA TRASFORMANDO LA CASA BIANCA NELLA SUA REGGIA: ORO, MARMI E LA NUOVA SALA DA BALLO DA 200 MILIONI DI DOLLARI

Agosto 28th, 2025 Riccardo Fucile

SIAMO AL DELIRIO DI UN FOLLE: ORA PROGRAMMA INTERVENTI NELLA CAPITALE , DALLA STAZIONE ALLE STRADE E AI PARCHI “PER RENDERLI COME I SUOI CAMPI DA GOLF”

A Donald Trump non basta essere presidente degli Stati Uniti. Per lasciare un segno indelebile nella storia americana vuole plasmare la Casa Bianca e l’intera capitale Washington a sua immagine e somiglianza. E secondo la sua volontà. Per questo cogliendo a piene mani dal suo passato da immobiliarista, ha promesso e avviato una lunghissima lista di cantieri. Per restituire la città ai suoi fasti passati. E, nel frattempo, per trasformare la dimora dei presidenti a stelle e strisce in una vera e propria reggia, con tanto di sala da ballo.
I lavori nel Giardino delle rose e le casse per «Ymca»
«Il dittatore chic», così il britannico Peter York ha definito la verve costruttiva di Donald Trump. Per il leader americano, al contrario, si tratta di piccole modifiche per permettere una maggiore vivibilità degli ambienti interni alla Casa Bianca. Così, già nei mesi scorsi, è stato tutto un work in progress. Il celebre roseto è stato schiacciato sotto il peso di imponenti lastre di marmo bianco. Arredate con tavoli e sedie in ferro battuto chiaro e ombrelloni a strisce gialle e bianche. Un bruscolo per far sì che «le donne che indossano tacchi non affondino più nella terra». Ma che nella realtà dei fatti è una copia della sua dimora regale a Mar-a-Lago, in Florida. Non a caso il giardino viene spesso inondato di musica da nuove gigantesche casse che lanciano in aria a decibel record le note delle canzoni preferite di Trump. Su tutte, ovviamente, Ymca.
roseto casa bianca trumpIl Giardino delle rose, prima un rettangolo fiorito dietro la Casa Bianca, è stato ricoperto di marmo bianco e arredato in stile Mar-a-Lago
La nuova reggia di Trump, tra sala da ballo e decorazioni dorate
Ma gli interventi all’interno della Casa Bianca non erano certo terminati lì. Partiranno a breve lavori per far comparire dal nulla una gigantesca sala da ballo. Per ospitarci probabilmente i grandi banchetti e gli «inviti a corte da imperatore» che il tycoon è intenzionato a fare nei prossimi anni. Le cifre di cui si parla si aggirano intorno a 200 milioni, che Trump è disposto a estrarre dal suo portafoglio personale «solo se necessario». Ma la mano imprenditoriale del leader americano ha già lasciato il segno fin dentro lo Studio Ovale. Sui muri bianchi lievemente decorati da ghirigori e quadri sobri sono comparse cornici brillanti e disegni dorati. «Questa stanza ne aveva bisogno», ha spiegato Trump. Sui costi non circola neanche una voce, così come su come quegli interventi siano stati pagati.
Gli interventi a Washington: dalla stazione ai parchi «come i miei campi da golf»
Se la Casa Bianca è la sua dimora, Donald Trump ha intenzione di apportare miglioramenti a tutto il “suo” feudo: l’intera città di Washington D. C. Dopo aver disposto per le strade la Guardia Nazionale, il tycoon ha dato il via a numerosi progetti per «abbellire» la capitale. Dalle colonne bronzee del Kennedy Center al grande teatro cittadino, alla stazione centrale fino a più classici (e si spera sobri) interventi per sistemare l’asfalto delle strade. Il presidente americano ha anche promesso grandi investimenti per rifare e sistemare i parchi: «Sono molto bravo in tutto ciò che riguarda l’erba. Anche perché possiedo campi da golf un po’ ovunque. Ne so più di erba di chiunque altro». Un amore per il verde che, però, è pronto sempre a rivestire di marmo.

(da agenzie)

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COME PUTIN VUOLE LA PACE: 600 DRONI SU KIEV, UCCISE 12 PERSONE, COLPITA ANCHE LA SEDE UE

Agosto 28th, 2025 Riccardo Fucile

ZELENSKY:”IL MONDO CONTINUA A CHIUDERE GLI OCCHI. COSA DICONO ORA UNGHERIA E CINA?

Quasi 600 droni e 30 missili su Kiev e altre dodici località dell’Ucraina, sono i numeri del massiccio attacco che questa notte la Russia ha lanciato uccidendo almeno dodici persone. Tra i morti ci sarebbero anche tre minori di 2, 14 e 17 anni, mentre i feriti si contano a decine. È l’ultimo raid, il più violento dell’ultimo mese, condotto da Mosca per colpire la retroguardia militare ucraina e le infrastrutture del Paese, tanto da mandare in tilt il traffico ferroviario. Tra gli edifici colpiti ci sarebbe anche la sede della delegazione dell’Unione europea in Ucraina: «I miei pensieri sono rivolti alle vittime ucraine e anche al personale Ue in Ucraina, il cui edificio è stato danneggiato da questo deliberato attacco russo», ha fatto sapere il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa. «Questi missili sono oggi una chiara risposta a tutti coloro che, da settimane e mesi, chiedono un cessate il fuoco e una vera diplomazia», ha scritto il presidente ucraino Volodymyr Zelensky in un post su X. «La Russia sceglie la balistica invece del tavolo dei negoziati».
I raid su Kiev, 20 distretti colpiti: «Personale Ue al sicuro»
Centinaia di droni e missili sono piovuti alle prime ore di oggi, giovedì 28 agosto, sul cielo di Kiev. Sono venti i distretti della capitale rimasti dilaniati dalle armi del Cremlino: «Stanno colpendo cinicamente gli edifici residenziali», ha denunciato su Telegram il sindaco della città, Vitali Klitschko. «Una casa di cinque piani è stata colpita direttamente. Tutto, dal quinto al primo piano, è andato distrutto». Al momento le autorità chiedono ai cittadini di non abbandonare i rifugi: «La minaccia dell’uso di armi balistiche continua». Nel frattempo, per le strade, da ore sono già in corso i tentativi di soccorso. Resi ancor più complicati dalla presenza di detriti e dai crolli degli edifici residenziali. «Il personale della nostra delegazione è al sicuro. La Russia deve cessare immediatamente i suoi attacchi indiscriminati contro le infrastrutture civili e unirsi ai negoziati per una pace giusta e duratura», ha fatto sapere su X la presidente della Commissione Ursula von der Leyen.
La denuncia di Zelensky: «Il mondo chiude gli occhi, la Russia si sente impunita»
«La Russia preferisce continuare a uccidere piuttosto che porre fine alla guerra. Ciò significa che la Russia continua a non temere le conseguenze, continua ad approfittare del fatto che almeno una parte del mondo chiude gli occhi davanti all’uccisione di bambini e cerca scuse per Vladimir Putin». Così Zelensky, su X, ha duramente denunciato non solo l’attacco russo ma anche le titubanze dei potenti del mondo che a suo avviso non stanno stringendo a sufficienza la morsa attorno al collo del Cremlino. E il leader di Kiev cita i Paesi per nome: «Ci aspettiamo una reazione dalla Cina a quanto sta accadendo. La Cina ha ripetutamente chiesto di non espandere la guerra e di dichiarare un cessate il fuoco. Ci aspettiamo una reazione dall’Ungheria. Ci aspettiamo una risposta da tutti coloro che nel mondo hanno chiesto la pace, ma che ora più spesso rimangono in silenzio invece di prendere posizioni di principio».
Putin e l’invito a Pechino per la parata militare
Nel frattempo, però, la Cina non sembra aver fatto passi indietro per distanziarsi da Vladimir Putin. Anzi, il nome del presidente russo compare – al fianco di quello del dittatore nordcoreano Kim Jong-Un – tra gli invitati alla parata militare che si terrà a Pechino la prossima settimana. Rimane sempre sul tavolo l’offerta di un incontro faccia a faccia con Zelensky, un appuntamento che non sembra essere in cima alle priorità dello «zar».

(da agenzie)

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