Settembre 1st, 2025 Riccardo Fucile
NEGLI STATI UNITI ASSISTIAMO A UNA RIVOLUZIONE A TUTTI GLI EFFETTI, SALVO NEL NOME
Gli Stati Uniti d’America stanno finalmente cambiando regime dopo aver passato la vita a cercare di cambiare gli altrui. Trump sta pilotando il congedo dalla democrazia liberale, canonico marchio da esportazione. Non certo di origine, vista la cura dei padri fondatori nello scoraggiare la partecipazione popolare alla politica, anche per carenza di domanda. La costituzione non verte tanto sul testo quanto sull’American way of life, leggi perseguimento della felicità individuale. Quindi sul precetto che il governo federale deve interferire il meno possibile nelle vite dei cittadini.
Nella storia moderna non si ricorda potenza così aliena alla politica. Tanto che il coma da cui non sembra riprendersi il Congresso, già cuore del sistema, non suscita speciali emozioni. A eccitare il pubblico sono le spaccature che incrinano la nazione.
Molti americani non si riconoscono reciprocamente tali. Clima che facilita la rivoluzione dall’alto condotta da Trump applicando ricette elaborate nei dettagli dai suoi think tank di riferimento, Heritage Foundation in testa. Cucinate e servite all’istante via ordini esecutivi modellati sugli ukaz del Cremlino.
Il pennarello nero agitato con gusto dal presidente è l’icona mediatica del Trump bis, che non esclude il ter. Sul quale l’ultima parola dirà eventualmente la Corte Suprema, unico contropotere capace di complicare i piani dello scatenato tycoon. Se, come pare, la sua componente destrorsa si dimostrerà meno corriva del previsto verso la Casa Bianca, la prospettiva di un duello all’ultimo sangue fra i due veri centri del potere americano si farà concreta.
Assistiamo a una rivoluzione a tutti gli effetti salvo nel nome. Non ascrivibile all’uomo solo al comando. Concentrarsi sulla psicologia di Trump, indubbiamente eccentrica, con tratti patologici, è il miglior modo per non capire il cambio di regime in corso. L’accentramento delle decisioni sul presidente e sulla sua squadra, tutt’altro che omogenea, deriva dalla crisi di legittimazione del sistema più di quanto la produca.
Se ci concentriamo troppo sulla superficie istituzionale perdiamo di vista l’ambizione antropologica della galassia trumpiana: creare il nuovo homo americanus, ossia reinventare quello dei ruggenti anni Cinquanta, riferimento biografico di Trump e socioculturale delle teste d’uovo che lo cavalcano — o tentano di farlo. Il presidente attinge alla grammatica razzista che vede nei bianchi una maggioranza oppressa, che rischia di scadere a minoranza entro il 2050 se il vantato scudo anti-migranti non si mostrerà effettivo.
Il nuovo/vecchio americano dei sogni trumpisti è inteso libero dai liberal. Nemici assoluti. Traditori della patria, colpevoli di aver dimenticato i “deplorevoli” lavoratori bianchi per favorire migranti e minoranze colorate. Per di più tendenti a esprimersi con arroganza, saccenteria fuori posto visto lo stato di crisi in cui versa il Paese conquistato dai “deplorevoli” di ceto basso e modesta cultura.
Lo scollamento domestico è visibile nello sfilacciamento delle legature sociali e delle regole istituzionali, nella crisi di famiglie e comunità che sfocia nella devastante diffusione di droghe pesanti. Sullo sfondo, il fallimento della globalizzazione cantata e suonata da Clinton e successori, sia sul fronte economico interno sia coltivando l’utopia di americanizzare il mondo a colpi di mercatismo. Missione fondata sull’esorbitante privilegio del dollaro e sul ruolo di compratore di ultima istanza del surplus universale esibito dall’America liberal-imperiale. Nell’impossibilità di gestire un impero senza limiti, la repubblica denuncia una forse irreversibile crisi d’identità.
A noi provinciali dell’impero in regressione, la rivoluzione trumpiana impone costi cui non siamo preparati. Non solo materiali, come quelli prodotti dai dazi o dal rifinanziamento delle spese militari acquistando di preferenza armi americane, a scapito di quel che residua dello Stato sociale. Soprattutto psicologici e culturali, perché il capocordata ha ormai altre priorità, esterne al perimetro atlantico.
Se poi, come temiamo probabile, la svolta trumpiana non guarirà l’America dai suoi mali ma li accentuerà, saremo chiamati a prendere con la nostra testa decisioni fino a ieri impensabili. Anche a rischio di irritare il distratto principale e di affrontare mischie fra europei più svelti di noi nell’adattarsi al ciascuno per sé nessuno per tutti. Non il nostro forte.
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Settembre 1st, 2025 Riccardo Fucile
NEGLI ULTIMI 25 ANNI HANNO ESPRESSO SETTE PRESIDENTI DEL CONSIGLIO
Nell’ultimo quarto di secolo, il connubio elettorale e parlamentare di post-comunisti e
post-democristiani (dall’Ulivo al Pd) ha espresso o sostenuto sette presidenti del Consiglio cattolici, in prevalenza praticanti: Romano Prodi, Mario Monti, Enrico Letta, Matteo Renzi, Paolo Gentiloni, Giuseppe Conte, Mario Draghi. Senza dimenticare, poi, l’elezione per due volte al Quirinale di Sergio Mattarella, proveniente dalla sinistra dc.
Risultato: oggi la fusione fredda del Pd (o “l’amalgama mal riuscito”, D’Alema dixit) è in prevalenza un arcipelago di correnti centriste o democristianizzate nonostante il movimentismo della sua leader Elly Schlein, che – teniamolo a mente – perse le primarie interne per la segreteria. Epperò tutto questo non impedisce ai notabili dc del Pd di rilanciare a fasi alterne la fatidica questione cattolica all’interno del loro partito. Stavolta la stura a questo dibattito stanco e ripetitivo l’ha data
l’intervento di Giorgia Meloni al Meeting ciellino di Rimini, mercoledì scorso, laddove la premier ha evocato un fatto più che noto: il cattolicesimo militante di Cl transitato nella destra berlusconiana dopo i fasti andreottian-sbardelliani.
Nulla di nuovo sotto il sole. La dimensione pubblica dei cattolici conservatori, complice il ruinismo, è sempre stata ritenuta agli antipodi del cattolicesimo adulto alla Prodi, in cui la coscienza del credente non sconfina nella laicità delle istituzioni. Ma l’ovazione ciellina riservata a Meloni ha fatto subito scattare i centristi del Pd che stavolta lamentano la linea relativista e troppo di sinistra della segretaria Schlein. In realtà questi alti lai sono l’ennesima conferma alla doppiezza dei moderati dem: democristiani quando devono trattare le poltrone, cattolici quando è il momento di rivendicare più peso con l’obiettivo dichiarato, in questo caso, di ottenere un candidato premier di centro. Insomma un nuovo Prodi di cui non si vede alcuna traccia (improbabili sia Gentiloni, sia il gettonatissimo Ernesto Ruffini).
Oggi i democristiani del Pd sono sparsi in almeno sei correnti ma i loro punti di riferimento sono sostanzialmente due: l’eterno Dario Franceschini, che sostiene Schlein, e il falco bellicista Lorenzo Guerini, vero capo della minoranza interna. I cattolici del Pd per tradizione sono più pragmatici che dogmatici (con la sola eccezione, in passato, dei teocon di Rutelli e Binetti) e lo dimostra finanche il loro doppiogiochismo: da un lato se ne stanno comodamente al riparo nel Pd per trattare candidature e posti, dall’altro allisciano il pelo a chiunque voglia dare vita a una gamba centrista che includa il benedetto federatore da mandare a Palazzo Chigi. Tutto già visto.
Post scriptum. Questo stucchevole dibattito ha fatto passare in secondo piano le parole di Leone XIV rivolte alla politica, giovedì scorso: “Il cristianesimo non si può ridurre a una semplice devozione privata, perché implica un modo di vivere in società improntato all’amore di Dio e del prossimo che, in Cristo, non è più un nemico ma un fratello”.
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Settembre 1st, 2025 Riccardo Fucile
BERLUSCONI LI DEFINI’ “DISTURBATI”, BOSSI AVVISO’ ABATE: “TI RADDRIZZIAMO”… ORA TOCCA A MELONI & C.
Dal governo è un susseguirsi di attacchi scomposti ai magistrati, da bravi allievi del fu maestro Silvio Berlusconi. L’ultima randellata verbale è quella del ministro della protezione civile e del mare, Nello Musumeci, che attacca pure i giornalisti: “Il magistrato ha il compito di fare il killer, la stampa ha il compito di darne notizia”. Appena cinque giorni fa la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, dal palco di Cl, aveva sciorinato la solita teoria delle toghe politicizzate: “Andremo avanti con la riforma della giustizia nonostante le invasioni di campo di una minoranza di giudici politicizzati che provano a sostituirsi al Parlamento e alla volontà popolare”.
Che il governo sia figlio del Berlusconi pensiero è confermato anche da altre dichiarazioni contro le toghe. In questo caso potremmo dire che si tratta quasi di “fuoco amico” dato che le accuse, senza prove, sono arrivate dal ministro della Giustizia Carlo Nordio, ex procuratore aggiunto di Venezia, che ha pure accusato i pm di essere “super poliziotti” che hanno “inventato” indagini e dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, ex consigliere di Cassazione. Al congresso del Consiglio nazionale forense di aprile si è lasciato andare a siluri che nulla hanno dello stile ecumenico a cui ci ha abituati: i magistrati attuali sono peggio delle “toghe rosse di cui aveva senso parlare trent’anni fa e ora è macchiettistico. È qualcosa di più complesso e grave. È un ormai cronico sviamento della funzione giudiziaria, perché quest’ultima deraglia dai propri confini e decide, insieme alle norme, le politiche sui temi più
sensibili”. È il caso, aggiunge, “di leggi sistematicamente disapplicate in materia di immigrazione”.
Mantovano ha citato le “toghe rosse” di berlusconiana memoria e a Berlusconi è impossibile non pensare quando, da leader di Forza Italia e da presidente del Consiglio, pluri processato, non solo si fece approvare dalla maggioranza di centro-destra leggi ad personam ma usò le tv a reti quasi unificate per attaccare quotidianamente i magistrati. Quello che pensava di loro lo disse nel 2003 a villa Certosa, in Sardegna, ai due giornalisti inglesi del settimanale The Spectator: “Questi giudici sono doppiamente matti! Per prima cosa perché lo sono politicamente; secondo, sono matti comunque. Per fare quel lavoro devi essere mentalmente disturbato, devi avere delle turbe psichiche. Se fanno quel lavoro è perché sono antropologicamente diversi dalla razza umana”. Un paio di mesi prima Berlusconi aveva definito la magistratura “un cancro da estirpare”. Oltre vent’anni dopo, a difendere la memoria di Berlusconi, scomparso da poco, ci ha pensato Matteo Renzi: “La procura di Firenze guidata da Luca Turco sostiene che le stragi di mafia del 1993 fossero finalizzare a sostenere Silvio Berlusconi. Siamo oltre il ridicolo… Mai vista una Procura più delegittimata e squalificata”, ha scritto nel giorno della perquisizione a casa di Marcello Dell’Utri. Tanti gli attacchi alla procura di Firenze nel periodo in cui i suoi genitori erano sotto processo e per l’inchiesta sulla fondazione Open che l’ha coinvolto. “Il processo Open è uno scandalo assoluto” e i pm sono responsabili di “violazione della costituzione e delle leggi”.
Anche l’omonimo Matteo, l’attuale ministro dei trasporti Salvini, se l’è presa con i magistrati palermitani che lo hanno indagato per la vicenda Open arms, e con i consiglieri di Cassazione per il risarcimento che deve il governo ai migranti bloccati sulla nave Diciotti, sette anni fa: “Sentenza vergognosa, li accolgano loro”. Nel 2016 il leghista, al congresso di Torino fu lapidario: “La
magistratura è una schifezza”. Non gli era andata giù l’inchiesta a carico dell’ex assessore ligure Edoardo Rixi per “Rimborsopoli”. Il suo ex mentore, Umberto Bossi, non fu da meno. Nel 1995 usò un linguaggio violento contro Agostino Abate, allora pm di Varese, che aveva messo sotto inchiesta il senatore leghista Giuseppe Leoni per finanziamento illecito dei partiti: “Ti raddrizzeremo la schiena” disse contro Abate che portava i segni di una poliomielite. Ora la storia si ripete.
(da ilfattoquotidiano.it)
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Settembre 1st, 2025 Riccardo Fucile
TUTTO È COMINCIATO A MAGGIO, CON L’UCCISIONE DI ABDEL GHANI AL-KIKLI (ALIAS GHENIWA), COMANDANTE DI UNA DELLE MILIZIE PIÙ POTENTI DELLA CAPITALE. DA QUEL GIORNO LA VIOLENZA È DILAGATA… LE TRAME DI HAFTAR, CHE PREPARA LA SUCCESSIONE E DIALOGA CON L’EX NEMICO ERDOGAN
Più di cento morti in tre mesi, sparatorie nei sobborghi della capitale, agguati contro i
capi milizia, riposizionamenti di gruppi armati che si muovono a seconda di dove si sposta lo scettro del potere. A Tripoli è tornata la spirale di violenza che riporta alla mente gli anni della guerra civile post uccisione del rais Muhammar Gheddafi.
Oltre il caso Osama Njeem Almasri, il torturatore libico scarcerato dalle autorità italiane nonostante il mandato di cattura per crimini di guerra, il paese è di nuovo nel caos. Da mesi in Tripolitania e Cirenaica, leader politici occidentali e arabi stanno portando avanti incontri diplomatici paralleli per scongiurare la guerra civile, tutelare i propri interessi economici ed energetici, e provare a portare il paese fuori dal pantano politico.
Il 21 agosto scorso l’Onu ha tracciato la sua roadmap per creare un governo ad interim e arrivare a nuove elezioni nei prossimi 12-18 mesi.
Sembra essere l’ultimo tentativo per riportare il paese sui binari della transizione politica iniziata anni fa ma mai conclusa.
L’area più calda è quella intorno a Tripoli, dove le forze militari governative, e le loro milizie alleate, sono in stato di massima allerta. La capitale è nelle mani del governo di unità nazionale (Gun) riconosciuto dalle Nazioni unite e guidato da Abdel Hamid Dbeibeh.
La situazione è esplosa a metà maggio con l’omicidio di Abdel Ghani al-Kikli (alias Gheniwa), comandante dello Stability support apparatus, una delle milizie più potenti nella capitale. Da quel giorno la violenza è dilagata.
Il gruppo di Gheniwa si è scontrato con la Brigata 444 (un’unità dell’esercito regolare ma anche una milizia). Risultato finale: circa 90 morti e la vittoria delle forze governative.
Secondo diverse fonti libiche da quel giorno parte delle milizie di Gheniwa sono confluite nelle Forze speciali di deterrenza (Rada), la nota milizia del leader Abdul Raouf Kara di cui Almasri è uno dei vertici.
Oggi le Rada controllano circa un quarto della capitale, tra cui lo snodo strategico dell’aeroporto di Mitiga. Sono diventate un avversario scomodo per Dbeibeh che, nelle ultime settimane, ha provato a fare terra bruciata intorno al gruppo. Ad Almasri è stata tolta l’autorità sulla polizia giudiziaria e la milizia è stata messa «fuori legge». Dbeibeh ha chiesto ai miliziani di sottomettersi alle regole dello stato e ai vertici di consegnarsi alle autorità. Appello rimasto inascoltato.
Dopo settimane di tensioni, dichiarazioni di fuoco e dispiegamento di forze in giro per Tripoli si è arrivati al 29 agosto, quando è stato lanciato un altro ultimatum. Questa volta da parte della Forza di imposizione della legge, affiliata al ministero della Difesa del Gun. In un comunicato la Forza ha chiesto la consegna dei latitanti della milizia di Gheniwa e la consegna delle nuove reclute della polizia giudiziaria e dei vertici coinvolti in stupri e torture. Se tutto questo non avverrà la risposta sarà «decisa e con i mezzi necessari».
Le forze militari governative si stanno posizionando a Tajoura, a est di Tripoli e a pochi chilometri di distanza dall’aeroporto di Mitiga (roccaforte delle Rada). Ma gli abitanti si sono opposti alla presenza di qualsiasi forza armata nei campi militari della città e hanno chiesto alla milizia dell’area di proteggerli da qualsiasi violazione. Il rischio che scoppi l’ennesimo scontro armato è più che reale.
Solo qualche giorno prima, il 24 agosto, almeno 12 persone sono rimaste uccise in una serie di scontri armati a ovest di Tripoli. La violenza è esplosa dopo il tentato assassinio di Muammar al-Dawi, influente comandante della 55ª Brigata. Al-Dawi, che opera nella periferia occidentale di Tripoli, è un altro uomo fedele a Dbeibeh. Finora nessun gruppo ha rivendicato la responsabilità del tentato omicidio.
Alla fine di luglio un altro leader militare di spicco, Ramzi al-Lafaa, è stato ucciso a sud-ovest Tripoli, e Al-Dawi era stato ritenuto responsabile di quella morte.
La violenza delle ultime settimane è il risultato inevitabile di un paese che da anni è diviso in due centri di potere con decine di milizie che tengono in piedi un fragile equilibrio. A spostare l’ago della bilancia sono i grandi attori internazionali, la Turchia fra tutte. Finora il premier Dbeibeh ha goduto della protezione del presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, ma Ankara ha da tempo iniziato un percorso per instaurare anche rapporti
diplomatici con i vertici della Cirenaica.
L’obiettivo è di garantirsi l’accordo marittimo approvato nel 2019 e poi mai ratificato, che tanto fa arrabbiare Grecia ed Egitto e favorisce gli interessi economici ed energetici dei turchi.
A Est, invece, il governo guidato da Osama Hammad, ha accolto con soddisfazione la nuova roadmap tracciata dall’Onu. Ma in realtà, nella Cirenaica il potere è nelle mani del potente generale dell’esercito nazionale libico Khalifa Haftar che, oramai anziano e acciaccato da diversi problemi di salute, sta portando a compimento la successione militare ai suoi figli.
La scorsa settimana Khaled Haftar è stato nominato capo di Stato maggiore dell’esercito, mentre il fratello Saddam Haftar – uno degli interlocutori principali del governo di Giorgia Meloni – guiderà lo Stato maggiore della difesa.
A Tripoli la notizia ha scatenato una dura reazione e l’Alto consiglio di stato libico, l’organo legislativo e consultivo di Tripoli, ha chiesto alla missione Onu in Libia (Unsmil) di disconoscere le nomine dei due fratelli.
La proposta dell’inviata Onu prevede: la formazione, entro due mesi, di un nuovo esecutivo ad interim attraverso un procedimento negoziato che porti il popolo alle urne; una riforma elettorale che consenta lo svolgimento di elezioni presidenziali e legislative; la creazione di una piattaforma di dialogo per far accrescere la partecipazione della cittadinanza libica al processo politico. E proprio mentre Tetteh stava presentando il piano, a Tripoli è stato sparato un razzo nelle vicinanze della sede Onu. Un segnale chiaro della «buona volontà» delle parti.
(da “Domani”)
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