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CHI AVEVA UN OBIETTIVO INTERESSE DI BRUCIARE IL DESIDERIO DI GIORGIA MELONI DI ARRUOLARE L’INGOMBRANTE GIAN MARCO CHIOCCI COME PORTAVOCE?

Settembre 6th, 2025 Riccardo Fucile

NEL CASO, SEMPRE PIÙ LONTANO, DI VEDERE CHIOCCI A PALAZZO CHIGI, ALLORA VORRÀ DIRE CHE L’EQUILIBRIO DI POTERI ALL’INTERNO DELLA FIAMMA MAGICA È FINITO DAVVERO IN FRANTUMI

Chi aveva un obiettivo interesse di bruciare il desiderio di Giorgia Meloni, più volte confidato ai suoi più stretti collaboratori, di arruolare l’ingombrante Gian Marco Chiocci come portavoce della premier?
Del resto, in barba alla diffidenza dei vari Scurti, Fazzolari e Mantovano, fu l’Underdog de’ noantri a imporre
fortissimamente (“di lui mi fido”), come direttore del Tg1 l’intraprendente Chiocci, dotato di una rete relazionale radicata in tutte le direzioni, dal mondo della sinistra all’intelligence di destra.
L’idea alla Ducetta di averlo al fianco come suo portavoce è balenata dalla necessità di rafforzare la sua figura politica in vista delle politiche del 2027, dove è ormai assodata la presenza di un’opposizione non più tafazzianamente divisa ma ben ricompattata nel campo largo.
Quindi la litigiosissima coalizione del governo si troverà a duellare con una alternativa pericolosa e vincente, come si è già visto con l’elezione della renziana camuffata da civica di Silvia Salis a sindaco di Genova (mentre Andrea Orlando fallì la conquista della presidenza della Regione ligure per lo sciagurato rifiuto a trovare un compromesso con i 5Stelle di Conte).
Di sicuro, un eventuale sbarco del direttore del Tg1, un tipino tosto apertamente di destra ma col peccato originale di essere del tutto estraneo alla confraternita dei ”gabbiani” di Colle Oppio e dei militanti dalla storica sede romana di via Sommacampagna del Fronte della Gioventù. Un profilo che ha allarmato la trincea della Fiamma Magica di Palazzo Chigi, dove la comunicazione del governo, fatto fuori Mario Sechi, è gestita saldamente dalle mani di Giovanbattista Fazzolari.
Ben conoscendo il caratterino ruvido dell’ex direttore de “Il Tempo” e dell’AdnKronos, un tipino ben lontano dalla disponibilità ad accettare ordini e dinieghi, occorreva correre ai
ripari prima che la Statista della Sgarbatella procedesse all’infelice nomina. Detto fatto. Per bruciarlo è stato sufficiente spifferare la voce del trasloco di Chiocci, dalla direzione del Tg1 a braccio mediatico della premier.
Tra la pletora di guerre intestine che non potevano non scombussolare un partito che dal 4% è volato al 28/29%, si registra il lungo duello di potere che divide in Rai Chiocci e l’Ad Giampaolo Rossi. Alla fine Meloni e camerati hanno incoronato l’affidabilità di Rossi, consolidato anche dalla sua militanza nel Fronte della Gioventù insieme con le sorelle Meloni.
Nel caso, sempre più lontano, di vedere Chiocci a Palazzo Chigi, allora vorrà dire che l’equilibrio di poteri all’interno della Fiamma Magica è davvero finito in frantumi. (Anche Rossi preferisce di sicuro averlo alla direzione del primo telegiornale meloniano che nel ruolo ben più pericoloso di portavoce armato della premier).
(da Dagoreport)

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TESORETTO? QUALE TESORETTO? POVERO GIORGETTI: GLI ULTIMI DATI SULLE ENTRATE FISCALI GELANO IL GOVERNO IN VISTA DI UNA MANOVRA GIÀ COMPLICATA

Settembre 6th, 2025 Riccardo Fucile

A LUGLIO FRENANO GLI INCASSI PER L’ERARIO: +2,3% RISPETTO AL +7,3% DI GIUGNO – LA COPERTA SI FA SEMPRE PIÙ CORTA E ACCONTENTARE TUTTI I PARTITI, TRA TAGLI ALL’IRPEF E ROTTAMAZIONE DELLE CARTELLE, NON SARÀ POSSIBILE – L’ISTAT CERTIFICA IL CALO DEI CONSUMI DEGLI ITALIANI, NONOSTANTE LA NARRAZIONE TRIONFALISTICA DI GIORGIA MELONI

Il dato era atteso: governo e maggioranza aspettavano l’aggiornamento sulle entrate fiscali per capire con quale traiettoria saremmo entrati nel 2026 e quindi su quali risorse ovviamente in più, si sarebbe potuto contare in vista della prossima legge di bilancio.
Il bollettino del Dipartimento delle finanze relativo al mese di luglio diramato ieri sera raffredda certamente le attese: nel periodo gennaio-luglio 2025 le entrate tributarie erariali ammontano infatti a 336,76 miliardi di euro con un aumento di 8,4 miliardi, ovvero il 2,6% in più rispetto allo stesso periodo del 2024.
Nulla a che vedere col +7,3% che si era registrato a giugno, a dire il vero per effetto di una serie di disomogeneità di calendario che avevano suggerito ai tecnici del Dipartimento delle entrate di attendere appunto i dati di luglio «per una valutazione più precisa» della situazione.
E’ un dato di fatto però che la curva di crescita delle entrate, tolto il dato anomalo di giugno, mese dopo mese tenda a calare: si è infatti passati dal +5,9% di marzo al +4,1% di aprile al +3 % di maggio.
Ben peggio vanno invece i consumi interni: a luglio stando ai dati diffusi sempre ieri dall’Istat, infatti, le vendite al dettaglio sono risultate ferme rispetto a giugno in termini di valore, mentre il volume cala dello 0,2%. A pesare è soprattutto il calo delle vendite di generi alimentari, e non poteva essere altrimenti visto il continuo aumento dei prezzi di frutta, verdura e carne sceso dello -0,4% in valore e dello 0,9% in volumi.
Quanto al gettito fiscale nel solo mese di luglio le entrate tributarie sono diminuite di 10,5 miliardi (-14,8%) per effetto della contrazione delle imposte dirette, pari a 13,3 miliardi (-26,1%) rispetto allo stesso mese dell’anno precedente.
I numeri complessivi suggeriscono come sempre cautela, che poi è quella che predica da sempre anche il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, dal cui intervento di domani al forum Ambrosetti di Cernobbio ci si aspetta qualche indicazione più precisa sulla prossima legge di bilancio dopo il florilegio di proposte di ogni tipo prodotto fino ad oggi in seno alla maggioranza.
Ancora ieri il ministro degli Esteri e vicepremier Antonio Tajani è tornato a bocciare la proposta avanzata dalla Lega di tassare il buyback delle banche. «Sono assolutamente contrario, non serve a niente, spaventa gli investitori, non è questo il modo per intervenire, serve un dialogo, serve un confronto» ha dichiarato il segretario di Forza Italia.
«Io quando sento parlare di tasse, sono come il toro quando vedo la muleta rossa, meno tasse si infliggono e meglio è» ha poi aggiunto, rilevando che «il principio virtuoso è quello di ridurre le tasse. Se si riducono le tasse aumenta la capacità di acquisto da parte dei lavoratori, quindi si consuma di più, e se si consuma di più si produce anche le imprese producono di più».
(da agenzie)

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VANNACCI, L’ARMA DI SALVINI PER SCIPPARE A FDI LO “ZOCCOLO FASCIO”: IN TOSCANA GIORGIA MELONI HA VOLUTO IL SINDACO DI PISTOIA, ALESSANDRO TOMASI, COME CANDIDATO. E TRA I VERTICI DI FRATELLI D’ITALIA C’È UNA CONVINZIONE: “CON VANNACCI IN CAMPO, TOMASI È GIÀ POLITICAMENTE SCONFITTO PRIMA ANCORA DI COMINCIARE”

Settembre 6th, 2025 Riccardo Fucile

IL GENERALE, RESPONSABILE DEL CARROCCIO PER LA CAMPAGNA ELETTORALE, MOBILITA LA “PACCOTTIGLIA DA X MAS”, DRENANDO VOTI A DESTRA

C’è una convinzione che gira tra i vertici di Fratelli d’Italia: “Con Vannacci in campo, Tomasi è già politicamente sconfitto prima ancora di cominciare”. Una frase che, riferita da un dirigente toscano del partito della premier, riassume lo stato d’animo con cui Giorgia Meloni osserva le manovre di Matteo Salvini in vista delle regionali del 2025.
Non tanto in chiave locale, quanto per ciò che quelle scelte
raccontano della guerra a bassa intensità — ma tutt’altro che conclusa — tra i due leader del centrodestra.
Il generale Roberto Vannacci, politicamente sempre più centrale nella strategia di Salvini, è il perno attorno a cui ruota un disegno che molti leggono come una provocazione.
Perché per Fratelli d’Italia quella di Vannacci è “paccottiglia da X Mas”, utile a galvanizzare Facebook, ma letale sul campo. In Toscana, si vince al centro. E con un candidato così, si perde prima ancora di cominciare. Lo sa bene anche Salvini. E proprio per questo — si mormora — non intende cambiare linea.
“La verità — racconta una fonte parlamentare di peso nella Lega — è che a Matteo interessa molto di più cosa succede a Verona che non a Firenze. La Toscana può essere sacrificata, se in cambio otteniamo il Veneto”. Il ragionamento che circola al piano alto del Carroccio è freddo, quasi cinico.
Salvini, in difficoltà nei sondaggi, ha bisogno di consolidare il suo controllo sul partito e lo può fare solo rafforzando la componente “vannacciana”, che oggi rappresenta una fetta consistente — e rumorosa — dell’elettorato leghista. Far pesare Vannacci nelle regionali toscane, anche a costo di perdere, serve a blindare il profilo identitario della Lega. E a mettere un freno alla spinta accentratrice di Meloni, che già guarda al Veneto come obiettivo “naturale” di espansione.
Il nodo vero si chiama listino bloccato. Un meccanismo previsto dalla legge elettorale regionale toscana, che consente di blindare candidati scelti direttamente dai partiti. È qui che si consuma il
braccio di ferro. Vannacci, raccontano fonti interne, vuole piazzare nel listino il suo fedelissimo Massimiliano Simoni.
A criticare apertamente è Susanna Ceccardi, ex europarlamentare e anima della Lega toscana storica: “Non possiamo ridurci a un fan club del generale. Dobbiamo parlare ai territori, non ai nostalgici”. Il riferimento è proprio a quella “X Mas politics” — fatta di provocazioni simboliche, slogan muscolari, foto in mimetica — che allarma gli amministratori locali.
Tomasi in primis, che rivendica una destra pragmatica, fatta di riqualificazione urbana e attenzione al sociale. “Io ho vinto con le mamme, non con gli elmetti”, avrebbe detto in una riunione interna, ricordando il suo approccio alla sicurezza a Pistoia: più che telecamere e ronde, centri estivi e giardini ripuliti.
Il timore, in Fratelli d’Italia, è che qualcuno voglia indebolire la candidatura di Tomasi. “Salvini sa che con Vannacci perde, ma intanto mette una bandierina. E manda un messaggio alla Meloni: non comandi solo tu”, riflette un dirigente nazionale di FdI.
Per ora, il partito della premier non ha alzato i toni, ma nei prossimi giorni è atteso un vertice tra i tre leader del centrodestra proprio per discutere le candidature regionali. Il dossier Toscana sarà sul tavolo. E la sensazione, tra gli alleati, è che Salvini voglia usarlo come merce di scambio. Cedere la Toscana per tenersi stretto il Veneto. “Un’offerta che non possiamo accettare”, dicono da FdI.
Intanto, nel centrodestra toscano cresce il nervosismo. La sensazione è che si stia preparando un suicidio politico collettivo. “Abbiamo capoluoghi che votano a destra da anni — osserva un consigliere comunale — ma se ci presentiamo in questo modo perdiamo tutto”. Perché la Toscana non è l’Emilia, né la Lombardia. Qui, per vincere, serve equilibrio. E gli elettori, anche quelli di destra, sanno distinguere un candidato da un provocatore. E questo, Salvini lo sa fin troppo bene.
(da lespresso.i)

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L’UNIONE EUROPEA HA FINALMENTE CAPITO CHE, PER FARE MALE A TRUMP, BISOGNA COLPIRE IL SETTORE HI-TECH AMERICANO. LA MULTA DA QUASI TRE MILIARDI DI EURO INFLITTA DALLA COMMISSIONE A GOOGLE PER PUBBLICITÀ SLEALE FA INFURIARE IL COATTO DELLA CASA BIANCA

Settembre 6th, 2025 Riccardo Fucile

“L’UE HA COMPIUTO UN’AZIONE DISCRIMINATORIA, È FOLLIA. SIAMO PRONTI A INTERVENIRE CON DAZI O ALTRE MISURE”

Nonostante il pressing dell’amministrazione Trump che aveva cercato fino all’ultimo di bloccare la procedura, la Commissione europea ha deciso di sanzionare Google con una maxi-multa da 2,95 miliardi di euro per violazione delle norme antitrust Ue.
Il caso si riferisce a un’indagine che Bruxelles aveva aperto nel 2021 e che riguarda il mercato della pubblicità online, dove il colosso del Web avrebbe distorto la concorrenza favorendo i propri servizi a scapito di quelli dei fornitori concorrenti, degli inserzionisti e anche degli editori online. Una violazione che andrebbe avanti dal 2014.
L’amministrazione americana aveva fatto pressioni su Palazzo Berlaymont ed era riuscita in qualche modo a congelare l’annuncio della multa proposta dall’Antitrust Ue guidato dalla vicepresidente Teresa Ribera.
A intervenire sarebbe stato il commissario al Commercio, Maros Sefcovic, vale a dire l’uomo che ha negoziato l’accordo sui dazi con Washington, paventando il rischio di reazioni da parte della Casa Bianca che potrebbero mettere a rischio l’intesa siglata in Scozia a fine luglio.
Donald Trump – che l’altra sera ha riunito alla Casa Bianca tutti i
big della Silicon Valley per una tavola rotonda, alla quale spiccava l’assenza di Elon Musk – ieri sera ha reagito duramente: «L’Unione europea ha compiuto un’azione discriminatoria, siamo pronti a intervenire con dazi o altre misure».
Dopo questa minaccia, ieri sera Trump ha continuato ad attaccare Bruxelles, chiedendo lo stop alle sue azioni sanzionatorie contro le aziende americane: «Google ha anche pagato, in passato, 13 miliardi di dollari in false richieste e addebiti per un totale di 16,5 miliardi di dollari. Quanto è folle questo? L’Unione europea deve fermare questa pratica contro le aziende americane, immediatamente».
Dopo cinque giorni dallo stop, però, la Commissione ha deciso di andare avanti e di multare Google con la seconda sanzione più alta di sempre nell’ambito della concorrenza (la stessa azienda aveva ricevuto nel 2018 una multa da 4 miliardi per il servizio Google Android e una da 2,4 miliardi per Google Shopping). Nel calcolo dell’importo ha influito anche la recidiva.
L’azienda ha ora 60 giorni di tempo per comunicare alla Commissione europea le misure che intende intraprendere: per essere in linea con le norme Ue, potrebbe essere costretta a vendere parte del suo business nel campo della pubblicità online.
Google ha subito reagito dicendo che si tratta di una «decisione errata» e ha preannunciato un ricorso.
(da agenzie)

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IL PARADOSSO DI “THE DONALD”: VUOLE IL NOBEL PER LA PACE, MA TRASFORMA IL PENTAGONO NEL “MINISTERO DELLA GUERRA”

Settembre 6th, 2025 Riccardo Fucile

LA MOSSA DI TRUMP RIPORTA GLI STATI UNITI INDIETRO NEL TEMPO: DA OGGI IL DIPARTIMENTO DELLA DIFESA VA IN PENSIONE PER LASCIARE SPAZIO A QUELLO DELLA GUERRA, CON A CAPO LO SVEGLISSIMO PETE HEGSETH CHE FARNETICA DI UNA NECESSARIA CAMPAGNA DI “ETICA GUERRIERA”

Harry Truman, l’uomo che decise di sganciare l’atomica su Nagasaki e Hiroshima per chiudere la Seconda Guerra Mondiale, immaginava un mondo dove i difensori della pace avrebbero avuto più forza e peso e fortuna dei propugnatori di guerra. Nel 1947 dissolse il Dipartimento della Guerra in due unità. Nel 1949 tutto – Army, Navy, Air Force – finì sotto il neonato Dipartimento della Difesa.
Il cambio di nome rifletteva l’ampliamento dei compiti del dipartimento, che comprendevano non solo la guerra, ma anche
la politica estera, l’intelligence e, soprattutto, la sicurezza nazionale. E aveva come obiettivo ridurre le tensioni con l’Unione Sovietica. Non vinse il Premio Nobel per la Pace per aver depennato la parola guerra dagli uffici della capitale.
Donald Trump invece, che al Nobel ci pensa e che colleziona proposte di candidature da leader amici e questuanti, ieri ha cancellato con un colpo di penna la scelta di Truman. Si torna al passato. A George Washington, primo presidente americano, generale, patriota padre della Nazione che la Guerra d’Indipendenza la combatté e creò poi il Dipartimento della Guerra. Ma erano anni in cui l’America si espandeva e al contempo combatteva nemici esterni, i sempre presenti britannici nel 1812, e ancora la guerra civile.
Trump si è presentato all’America come colui che le guerre, in giro per il mondo, le vuole fermare. Da sette mesi sbandiera i successi diplomatici nel porre fine ai conflitti – Congo, Thailandia, India, Sudan, Etiopia – anche se quello in Ucraina è ancora lì a porgergli ogni giorno il conto e dei sette ultimatum a Putin nessuno ha portato conseguenze.
In una cerimonia alla Casa Bianca, Trump aspirante Nobel per la Pace ha ufficialmente cambiato il nome del Dipartimento della Difesa, ora si chiamerà – in alternativa al sempreverde Pentagono (il nome dell’edificio) – Dipartimento della Guerra.
Trump manda un messaggio al mondo: vuole dimostrare che gli Stati Uniti sono ancora una superpotenza come ai tempi della Guerra Fredda, in grado di fronteggiare qualsiasi nemico globale
e di usare le maniere forti quando serva.
In un momento in cui la deterrenza è più critica che mai Trump sostiene che la risposta è muscolare. Pazienza se per ora “a parole”. D’altronde che in Trump vi fosse un sentimento di grandeur non è certo una novità, basti pensare che uno dei primi provvedimenti è stato quello di cambiare nome al Golfo del Messico, per gli statunitensi è ormai Golfo d’America. E anche la Delta Airlines – nelle sue mappe – si è adeguata.
Pete Hegseth diventerà adesso “Il Segretario della Guerra”.
L’ex presentatore di Fox News, un passato da soldato, medaglia al collo al valor militare, ha promosso con entusiasmo il cambiamento come parte di una necessaria campagna di «etica guerriera» all’interno del suo dipartimento. Che ha una missione: rieducare i soldati americani e fargli comprendere che la loro priorità rimane la guerra. Basta wokismo, politiche Dei, o bandi per carri armati e mezzi militari green.
Qualche brivido lo desta anche il tempismo di questa scelta che arriva mentre il Pentagono dà priorità alla sicurezza domestica rispetto alla preparazione per una potenziale guerra con la Cina e sta espandendo drasticamente il mandato dell’esercito per le strade delle città americane – luoghi dove, almeno ufficialmente, non si è in “guerra”.
«Solo qualcuno che ha evitato la leva vorrebbe rinominare il Dipartimento della Difesa in Dipartimento della Guerra», ha
dichiarato il senatore – ed ex pilota della Marina – Mark Kelly, criticando Trump per aver evitato di prestare servizio durante la guerra del Vietnam.
(da agenzie)

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“L’EUROPA NON HA MAI SCATENATO UN CONFLITTO O UNO SCONTRO COMMERCIALE”: MATTARELLA MANDA UN MESSAGGIO IN VIDEO AL FORUM DI CERNOBBIO E RIFILA UNO SCHIAFFONE A TRUMP

Settembre 6th, 2025 Riccardo Fucile

“COM’È POSSIBILE CHE L’EUROPA VENGA CONSIDERATA UN OSTACOLO, UN AVVERSARIO, SE NON UN NEMICO? DOBBIAMO RISPONDERE A CHI ACCUSA L’EUROPA DI IRRILEVANZA E PUNTA ALLA REGRESSIONE SUGLI OBIETTIVI RAGGIUNTI”

Sergio Mattarella ha mandato questa mattina un messaggio un video molto forte al Forum Teha di Cernobbio. Quella del Capo dello Stato non è stata semplicemente una decisa difesa del progetto europeo, ma anche una critica non troppo velata all’aggressività dell’amministrazione americana e alle aziende del Big Tech definite «nuove Compagnie delle Indie».
Si è chiesto il presidente Mattarella: «È la pace o la guerra, la cooperazione o un mondo di contrapposizioni in nome di artefatti interessi nazionali? A prevalere devono essere il benessere, la dignità, una prospettiva di futuro, non l’ebbrezza di potere delle classi dirigenti».
La posizione europea
L’Europa – così Mattarella – «non ha mai scatenato un conflitto o uno scontro commerciale, ha elevato gli standard di vita, la difesa del pianeta, ha perseguito l’eguaglianza di diritti fra
popoli e Stati». E poi una frecciata diretta a Trump: «Com’è possibile che su queste basi venga considerata un ostacolo, un avversario, se non un nemico?».
Continua Mattarella sottolineando i «valori (dell’Unione europea, ndr.) che qualcuno considera disvalori» e aggiunge – con un riferimento al sovranismo trumpiano e chi lo sostiene in Europa – che «dobbiamo rispondere» a chi accusa l’Europa di «irrilevanza» e punta alla “regressione sugli obiettivi raggiunti».
L’accusa a Big Tech
Il Capo dello Stato ha poi aggiunto un atto di accusa sul Big Tech, parlando di «nuovo corporativismo globale» da parte di quelle che sono «nuove Compagnie delle Indie» impegnate in un progetto di influenza e sfruttamento coloniale. Mattarella ha parlato di «impulso di dominio di impronta neo-imperialista, letale per il futuro dell’umanità».
L’invito a Cernobbio
«Non dobbiamo soccombere alla favola della superiorità dei regimi autocratici” che ci vogliono ridurre a “nemici, avversari, vassalli o clientes». Questo è chiaramente un altro riferimento all’approccio dell’amministrazione Trump sui dazi e non solo. il capo dello Stato dice che all’Unione europea serve «un salto in avanti verso l’unità».
(da agenzie)
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CI VOLEVA UN GOVERNO DI “PATRIOTI” PER REGALARE BANCO BPM AI FRANCESI: DOPO IL RITIRO DELL’OPS DI UNICREDIT, FERMATA DAL MURO DEL GOLDEN POWER ERETTO DA PALAZZO CHIGI, CREDIT AGRICOLE HA CAMPO LIBERO PER SCALARE L’ISTITUTO GUIDATO DA GIUSEPPE CASTAGNA, DI CUI CONTROLLA GIÀ IL 20,1%

Settembre 6th, 2025 Riccardo Fucile

IL QUOTIDIANO “LES ECHO” RILANCIA IL PIANO DELLA FUSIONE, CON UNA QUOTA NON SUPERIONE AL 35% AI TRASALPINI… PER AVERE L’OK DELL’ESECUTIVO: “UN’IPOTESI È DI LASCIARE CASTAGNA ALLA GUIDA DELLA FUTURA ENTITÀ, MENTRE IL CDA LASCEREBBE SPAZIO IN GRAN PARTE A RAPPRESENTANTI DI CRÉDIT AGRICOLE

I riflettori stanno tornando a illuminare il Banco Bpm, per otto mesi ingabbiato dall’Ops di Unicredit e ora libero di prendere altre direzioni.
Una pista sempre più accreditata in queste ore è quella che guarda in Francia, al Crédit Agricole, già azionista industriale di
Banco Bpm sopra il 20% e con in pancia il 76% di Crédit Agricole Italia (CAI)
Il 7 agosto scorso, in un’intervista a Class Cnbc, l’ad Giuseppe Castagna, dichiarava: «Non ci sono operazioni in corso. Se mai si dovesse ipotizzare una fusione con Crédit Agricole Italia, penso sarebbe ipotizzabile un’operazione tra due banche italiane, non un’acquisizione francese. E l’azionista sarebbe di minoranza, anche se con una quota rilevante».
Poi, il 29 agosto, è il quotidiano transalpino Les Echo a rilanciare l’ipotesi della fusione citando alcune fonti vicine al dossier che indicano Castagna come motore dell’operazione.
«Il piano del patron di Banco Bpm è piuttosto sofisticato – sostiene la fonte anonima di Les Echo – Un’ipotesi al vaglio sarebbe quella di lasciare Giuseppe Castagna alla guida della futura entità, mentre il consiglio di amministrazione lascerebbe spazio in gran parte a rappresentanti di Crédit Agricole».
Il problema è quale sarà la quota del Crédit Agricole nel nuovo gruppo e cosa ne penserà il governo. Secondo gli analisti che stanno esamindando la possibile aggregazione Banco Bpm- CAI, infatti, difficilmente questa quota potrà essere compressa sotto il 35%.
A questa soglia si arriverebbe partendo da una valutazione di CAI di 5,5 miliardi (il gruppo ex Cariparma ha circa 6 miliardi di valore di libro). Il Crédit Agricole ne possiede il 76%, quindi i Banco dovrebbe pagare 4,2 miliardi per comprare CAI. Un miliardo potrebbe avere come contropartita il 39% di Agos
Ducato che la banca italiana possiede (il 61% è già dei francesi).Mentre un altro miliardo potrebbe arrivare dalla cessione, sempre ai francesi, di un 39% di Anima eccedente il 51% che Banco Bpm manterrebbe in portafoglio. I restanti 2,3 miliardi verrebbero pagati in azioni Banco Bpm e così il pacchetto della banca italiana in mano al Crédit Agricole salirebbe dal 20 al 35%. Una quota che equivale al controllo del gruppo.
Potrà il governo Meloni, dopo aver respinto l’attacco di Andrea Orcel a colpi di Golden power, consegnare ai francesi il controllo del gruppo bancario che opera nelle aree più ricche d’Italia? Si vedrà, intanto per fine mese è attesa la decisione finale della Commissione Ue sul Golden power italiano in base al dettato dell’art. 21, già anticipata con lettera del 14 luglio.
(da agenzie)

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VALDITARA, TANTO FUMO E NIENTE ARROSTO

Settembre 6th, 2025 Riccardo Fucile

CAOS SUPPLENZE IN TUTTA ITALIA, NOMINE REVOCATE E DOCENTI LASCIATI A CASA DOPO 24 ORE

Il racconto di una docente precaria a Open: «Sono passata da due scuole assegnate a sparire dalle graduatorie»
Bari, Benevento, Arezzo, Prato, Lecce, Terni. Sono solo alcune delle province in cui i docenti supplenti, che a inizio settembre avrebbero dovuto ricevere l’assegnazione della scuola in cui lavorare, si sono invece trovati catapultati in un vero e proprio caos. A gestire le nomine, come ormai accade da qualche anno, è il celebre algoritmo che, ancora una volta, sembra scricchiolare sotto il peso delle aspettative. Così, tanti insegnanti si sono ritrovati senza nomine nei tempi previsti, con incarichi revocati subito dopo la presa di servizio o con trasferimenti improvvisi in una sede diversa da quella inizialmente assegnata. «Il 1° settembre ho preso servizio in due scuole della provincia di Brindisi come insegnante di sostegno. Ho firmato, ho partecipato al primo collegio docenti per l’assegnazione dello studente che avrei dovuto seguire… e poi, pochi giorni dopo, la referente ci comunica che ci sono stati degli errori», racconta una docente precaria a Open. «Abbiamo continuato a scuola, tutto sembrava procedere normalmente. Pensavo che, al massimo, mi avrebbero assegnato a una sola scuola. Poi, al pomeriggio, rientrando a casa, esce un bollettino con delle rettifiche: ero sparita. Il mio nome non c’era più».
Il racconto di una docente a Open
Il giorno successivo, recatasi all’Ufficio scolastico regionale per chiedere spiegazioni, alla docente viene comunicato che
l’algoritmo aveva commesso diversi errori e che, di conseguenza, erano state necessarie rettifiche. «Alcune colleghe con punteggio più alto non erano state nominate inizialmente. Sono state inserite successivamente e noi siamo scese in graduatoria. Ora mi trovo senza lavoro da un giorno all’altro: da avere la nomina in due scuole e un alunno assegnato, sono passata a restare a casa», racconta la docente. Come lei, numerosi altri insegnanti hanno subito lo stesso destino. I decreti di rettifica degli uffici scolastici regionali si stanno moltiplicando in questi giorni e parlano chiaro: sbalzati da incarichi assegnati a causa di – si legge – «mero errore materiale».
«Non si può giocare con la vita di noi docenti precari
C’è chi è stato nominato e pochi giorni dopo ha perso tutto, come già successo a un gruppo di docenti con il diritto alla riserva dei posti a metà agosto, chi è stato trasferito in una sede per poi ritrovarsi in un’altra, e chi ha visto saltare tutto a causa delle rinunce. A Lecce, ad esempio, l’Ufficio scolastico ha annullato l’intero primo turno di nomine a causa del «consistente numero di rinunce pervenute». Ma le province coinvolte sono numerose, e il problema, in gran parte dei casi, è da imputare a errori del sistema. «Non si può giocare così con noi docenti precari», denuncia la docente di sostegno a Open. «Sono agitata, ansiosa e profondamente delusa. Insegnare è la mia passione, iL lavoro che ho sempre desiderato, e non ho intenzione di cambiare mestiere. Ma ora sono costretta a rivolgermi alla giustizia amministrativa», chiosa.
Il sindacato Uil: «Bisogna tornare alle nomine in presenza»
Sul piede di guerra ci sono anche i sindacati. «Gli errori dell’algoritmo sulle supplenze riguardano diversi territori – Liguria, Bari, Benevento, Prato, Lecce – e confermano tutte le storture di un sistema informatico che evidentemente non funziona», denuncia Giuseppe D’Aprile, Segretario generale della Uil Scuola Rua. Secondo il sindacalista, il problema potrebbe essere risolto tornando alle nomine in presenza, almeno fino a quando il sistema informatico non sarà perfezionato. «Altrimenti, il risultato è sempre lo stesso: docenti che ricevono un incarico e se lo vedono revocare all’improvviso. Docenti nominati su posti inesistenti. Procedure di nomina espletate e annullate dopo appena 24 ore», sottolinea. «Ogni rettifica non pesa soltanto sul singolo docente, ma mina la continuità didattica e crea disagi enormi alle scuole. Il sistema di reclutamento va rivisto: la scuola ha bisogno di tempi certi, procedure efficienti e chiare, e di personale stabile», conclude.
(da agenzie)

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“NON UN ATTENTATO, MA UN PIANO PER FAR EVADERE IL BOSS BOYUN”

Settembre 6th, 2025 Riccardo Fucile

ROBERTO SAVIANO RIBALTA LA TESI FATTA CIRCOLARE PER DUE GIORNI DAI MEDIA SULL’ARRESTO DEI DUE TURCHI A VITERBO

Per gli inquirenti italiani, una delle ipotesi più accreditate è che il commando turco fermato a Viterbo fosse pronto a colpire durante la tradizionale sfilata della Macchina di Santa Rosa. Armi semiautomatiche pronte all’uso, due fermi e poi altri cinque arresti hanno fatto ipotizzare un piano di attentato in pieno centro, con ministri e migliaia di persone presenti. Roberto Saviano, però, offre una chiave di lettura diversa. Secondo lo scrittore, quel gruppo non aveva come obiettivo i politici o la folla, ma era parte di un progetto di evasione del boss turco Boris Boyun, detenuto al 41 bis nel carcere di Mammagialla, casa circondariale nella periferia Nord di Viterbo.
«Poco probabile l’attentato terroristico»
«Gli arrestati del 3 settembre erano li, con le mitragliatrici, per sparare sui politici che dovevano partecipare all’evento a Viterbo? Poco probabile. Avrebbe un attentato velocizzato l’estradizione del boss turco? Avrebbe permesso una maggiore gestione della sua esfiltrazione per farlo tornare in Turchia? No». Sono tutte ipotesi che il giornalista e scrittore non ritiene attendibili, poiché secondo lui quel commando era lì con un obiettivo preciso: assaltare il carcere di Mammagialla e far evadere il loro boss. Per sostenere la sua tesi, Saviano ricostruisce il profilo del 40enne considerato uno dei capi criminali più feroci di Istanbul: trafficante di droga, investitore in Europa, abile a diversificare gli affari tra cocaina, tratta di esseri umani e locali di lusso.
La Dalton Gang e i rapporti con Viterbo
Fondatore della Dalton Gang, come i protagonisti del cartone animato, Boyun ha costruito un impero grazie a omicidi su commissione e affiliazioni precoci tramite social network. Per questo la scelta di Viterbo non sarebbe casuale: «Le mafie italiane sono alleate da mezzo secolo delle organizzazioni turche. A Viterbo i Mammoliti hanno un ruolo e le famiglie ‘ndranghetiste stanno investendo nel turismo viterbese. Difficile che Boyun abbia scelto da solo di venire a stare in provincia Viterbo» sostenendo che il boss turco ha scelto la provincia
laziale per nascondersi fuori dai radar. «Incredibile che pur sapendo che c’è questa cellula di mafia turca abbiano messo Boyun proprio in carcere lì» afferma Saviano.
I rapporti di Boyun con Erdogan
Un’altra ipotesi rilanciata da Saviano è quella secondo la quale Boyun tema l’estradizione in Turchia per le possibili ritorsioni dal presidente Erdogan: «Boyun fa finta di essere curdo per evitare di essere estradato. Nonostante i rapporti con Erdogan sembrino buoni, è tipico dei regimi punire i mafiosi che si sono fatti beccare all’estero per mostrarsi nemici del crimine. Un’estradizione sarebbe problematica perché Erdogan dovrebbe punirlo e tenerlo in prigione» conclude Saviano.
(da agenzie)

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