Settembre 12th, 2025 Riccardo Fucile
IL COSTITUZIONALISTA AINIS: “L’ITALIA E’ A UN BIVIO: DEMOCRAZIA LIBERALE O AUTORITARIA”
Una sirena sta stregando l’universo mondo: il decisionismo. L’autorità sovrana di un
uomo, d’una donna, o al limite un marziano che decida per tutti, togliendoci il fastidio di pensare, scrollandoci di dosso i dubbi, placando le paure. E liberandoci dalle lungaggini, dai riti democratici, che paralizzano qualsiasi scelta di governo, oppure la revocano un momento dopo averla assunta. In questi giorni ne è prova la Francia, dov’è andato in crisi il quarto esecutivo nel giro di un paio d’anni. Un gioco a eliminazione, di cui è rimasta vittima Élisabeth Borne, e dopo di lei Attal, Barnier, adesso Bayrou. Mentre in Giappone, sempre in questa settimana, è caduto il Premier Ishiba, dopo nemmeno un
anno di governo. Forse domani succederà anche in Spagna, dove Sánchez governa con un solo voto di scarto sulle opposizioni, e con il fiato sul collo della magistratura (altro fastidio delle democrazie) per un’inchiesta sulla corruzione. Ma certamente non può accadere in Russia, in Cina, o nella Turchia e nell’India ormai postdemocratiche, i cui leader sono in sella da un decennio e passa.
Alle nostre latitudini, quella sirena canta da gran tempo. Per primo fu Bettino Craxi, durante i remoti anni Ottanta, a fare del decisionismo uno stile di governo — maniere spicce, niente mediazioni, e il sogno d’una «grande riforma» per stabilizzare finalmente l’altalena degli esecutivi. Dopo d’allora quintali di libri e di convegni, think tank come italiadecide di Luciano Violante, e soprattutto due progetti di riforma costituzionale (timbrati da Berlusconi e poi da Renzi) all’insegna del decisionismo. Respinti ambedue dagli elettori, ma non c’è due senza tre. Giacché quella sirena ci irretisce, promette di semplificarci l’esistenza, se non di rivoltarla come un guanto, secondo lo slogan coniato dal People’s party — antesignano di tutti i movimenti populisti — nel 1894: «una vita più ricca, più felice, più piacevole e sicura per ogni cittadino».
Sicché adesso ci risiamo. Anche se il decisionismo all’italiana per il momento procede a fari spenti, e senza far rumore. Però procede, la linea è già tracciata. E sarà bene farsi trovare svegli quando suoneranno le campane. Perché in quel momento, come ha osservato Enzo Cheli di recente (Corriere della sera, 6 settembre), l’Italia starà davanti a un bivio: democrazia liberale o
autoritaria. Il primo modello è quello disegnato a suo tempo dai costituenti, con un sistema di governo armato di pesi e contrappesi e con una garanzia giuridica per le libertà dei singoli e dei gruppi. Dicono che questo modello abbia reso troppo precari i nostri esecutivi, e almeno in parte sarà pure vero; tuttavia è curioso che la critica provenga dal governo più stabile degli ultimi decenni. Il secondo modello concentra viceversa ogni potere nelle mani solitarie del premier, prosciugando il ruolo del capo dello Stato e sequestrando il Parlamento, cacciato via con nuove elezioni se si mette di traverso, se non è obbediente.
Premierato, è questo il suo nome di battesimo. Benché abbia assai poco a che fare con il premierato di stampo anglosassone, dove l’esecutivo dipende dalle Camere, anziché l’opposto. Negli ultimi tempi i nostri governanti hanno smesso di parlarne, ma intanto la riforma è già stata votata dal Senato. Così come nessuno apre bocca in pubblico sull’altra riforma decisionista che finirà per caderci sul groppone: una nuova legge elettorale. Però s’intessono conciliaboli, filtrano indiscrezioni. E a quanto pare circola l’idea d’introdurre l’indicazione del premier sulla scheda elettorale, blindandola con un bel premio di maggioranza. Un subpremierato, chiamiamolo così. Una riforma costituzionale varata con legge ordinaria. D’altronde la prima — il premierato — contiene già al suo interno la seconda, come noce nel mallo. Se verrà approvata, il nuovo articolo 92 della Costituzione renderà obbligatoria una legge elettorale con «un premio su base nazionale che garantisca una maggioranza» al premier. Il premio
del premier, parrebbe un gioco di parole. Ma non è un gioco, è una sfida.
(da repubblica.it)
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Settembre 12th, 2025 Riccardo Fucile
NO PREVENZIONI E CURE, PAZIENTI RASSEGNATI
“Tra poco in molte regioni ci sono le elezioni. Ma quando andiamo a votare non ricordiamo che l’80% del budget delle Regioni è destinato alla sanità. Sono questi enti che decidono come siamo curati, come sono i nostri ospedali, quanto personale deve essere assunto, il rapporto percentuale tra il numero dei cittadini e i posti letto”.
Esordisce così la giornalista Milena Gabanelli nel dibattito di ieri alla festa del Fatto: “Come sta la sanità”. Gabanelli affronta la questione con il suo stile, non solo indicando i mali, i numeri, ma anche quello che potremmo fare noi cittadini.
Accanto a lei ci sono altre figure che da anni si dedicano alla battaglia per salvare la sanità pubblica italiana: Nino Cartabellotta, presidente della fondazione Gimbe, che con le sue analisi e le sue proposte è stimolo e spina nel fianco di chi governa la salute. Poi Maria Rita Gismondo, nota microbiologa che ha lavorato al Sacco e all’Università di Milano. Infine Eleonora Daniele, giornalista tv, che alla salute psichiatrica ha appena dedicato un libro reportage.
Diversi di loro riprendono il testimone lasciato da Gabanelli: il ruolo che possono avere i cittadini di fronte a una politica che si è dimenticata della salute. Lo ricorda Cartabellotta: “L’Italia investe nel Sistema Sanitario Nazionale circa 135 miliardi. Facendo un calcolo è come se spendessimo oltre 50 miliardi in media in meno degli altri Paesi europei. E non parlo di Germania e Francia che giocano proprio in un altro campionato, ma di tutti gli stati dell’Unione. Per essere alla pari con gli altri dovremmo arrivare a 185 miliardi. Eppure i cittadini sembrano rassegnati, non si incazzano”. In che cosa si traduce tutto questo? “La perdita dell’universalismo. Cioè… abbiamo anche strutture di eccellenza, ma i cittadini non sono curati in modo uguale. Chi ha più mezzi ha cure migliori. E il livello di assistenza non è certo lo stesso in ogni parte del Paese”. Gismondi prova a indicare le tappe ‘della morte’ della sanità pubblica: “Tutto cominciò quando il ministro della Sanità, Francesco di Lorenzo, all’inizio degli anni Novanta, parlò di ‘aziende’ ospedaliere. Certo, gli ospedali devono avere i conti a posto, ma il loro scopo non è produrre profitto. È produrre salute”. Nel dibattito c’è un convitato di pietra: la politica. Quella che, ricordano gli ospiti, spesso sceglie dirigenti e medici in base alla appartenenza e non alle competenze. Ma la politica, anche, che lamenta di aver perso un ruolo, di non incidere più nella società, e poi non si occupa adeguatamente del tema che più incide sulla vita dei cittadini: la salute.
La politica che si è dimenticata quello che c’è scritto nella Costituzione all’articolo 32: “La salute è un diritto fondamentale”. Ma se poi la subordina a bilanci e conti, diventa
un diritto condizionato. Secondario.
Un dibattito serrato: si parla del personale insufficiente, del ruolo del medico di base, della mancanza di prevenzione, delle liste d’attesa interminabili, dei milioni di italiani che sono costretti a non curarsi più, semplicemente perché non hanno i mezzi. E poi ancora del rapporto con le multinazionali e dei prezzi dei nuovi farmaci.
Ed Eleonora Daniele racconta la sua esperienza di familiare di persona colpita da autismo e insieme di cittadina impegnata per cambiare le cose in un ambito, la psichiatria, troppo trascurato: “Sta passando la nuova legge sulla salute mentale”, racconta Daniele, “ma in Italia le destiniamo poco più del tre per cento delle risorse complessive per la salute. In altri Paesi europei siamo al sette per cento”. Siamo sempre lì, al confronto impietoso con i nostri vicini, con gli stati che fanno parte con noi dell’Unione europea. “Eppure”, conclude Daniele, “il disagio psichico e i suicidi sono la seconda causa di morte tra gli adolescenti”.
L’Italia negli anni 90 era al secondo posto al mondo nella classifica Oms (Organizzazione Mondiale della Sanità) della qualità della sanità pubblica. Oggi stiamo scivolando indietro, così come nelle classifiche sulla durata media della vita.
Ma come dicono Gabanelli e Cartabellotta. tocca anche a noi dire la nostra: con il voto, con tutte le forme di partecipazione.
(da ilfattoquotidiano.it)
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Settembre 12th, 2025 Riccardo Fucile
NON TUTTE LE VITTIME SONO UGUALI
Con ogni probabilità è un fanatico politico di sinistra ad avere ucciso il fanatico politico
di destra Charlie Kirk, megafono di quasi ogni abominevole idea oggi al potere in America (suprematismo bianco e culto delle armi da fuoco in primo luogo). Tutti diciamo e pensiamo (ed è sacrosanto pensarlo e dirlo) che ogni idea, anche la più detestabile, va discussa apertamente e lealmente; e che l’omicidio politico è un crimine orribile, e lo è tanto più in una nazione che ne ha fatto sempre uso abbondante per l’ovvia ragione che è il luogo più armato del mondo, e c’è una proporzione evidente tra il numero delle armi in circolazione e la probabilità che qualcuno le adoperi.
Ma se i killer politici sono tutti uguali e spregevoli, non sono così uguali tra loro le vittime.
Jo Cox, la deputata laburista inglese uccisa a pugnalate per la strada da un fascista, era in prima fila nella lotta alla discriminazione razziale. I settantasette adolescenti inermi massacrati da Breivik erano socialisti e pacifisti, e non una parola d’odio apparteneva al loro linguaggio. I due deputati dem del Minnesota assassinati in casa loro, nel giugno scorso, da un antiabortista che voleva “purificare l’America dai dem”, non volevano purificare l’America da nessuno. E, per rifarsi ai grandi delitti politici, Luther King, i due Kennedy, Olof Palme non sono
stati uccisi per avere incitato all’odio, ma perché si battevano per diritti e libertà. E Rabin venne ucciso da un fanatico ortodosso perché voleva negoziare con i palestinesi.
È ugualmente inaccettabile morire per le proprie idee, ma non è per niente uguale vivere esaltando la superiorità di una razza sulle altre, o di un popolo sugli altri, e vivere lavorando per l’uguaglianza e la pace tra gli esseri umani.
(da repubblica.it)
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Settembre 12th, 2025 Riccardo Fucile
IL PROGETTO È GIÀ PRONTO, PRIMA SERATA DI LUNEDÌ, SECONDE SERATE CON “REPORT-LAB”, COINVOLGENDO SITO, SOCIAL E L’EDITRICE SOLFERINO … CAIRO VUOLE RIPOSIZIONARE IL “CORRIERE DELLA SERA” (ESSERE LA GAZZETTA DI FAZZOLARI NON PORTA ALL’EDICOLA NUOVI LETTORI)
Ci sarà entro la fine del mese, secondo LaPresse, l’incontro decisivo tra Urbano Cairo e Sigfrido Ranucci per l’eventuale passaggio del conduttore di Report e di un suo programma a La7. L’editore ha più volte manifestato grande stima nei confronti del conduttore. Ma come stanno davvero le cose?
Se il passaggio andrà in porto, sarà la prossima stagione. Ranucci tornerà in onda con Report il 28 ottobre su Rai3, ma raccontano più fonti che il rapporto con Viale Mazzini sarebbe agli sgoccioli, una lenta erosione, la squadra di lavoro “demolita”. Una serie di problemi che avrebbero reso la vita del giornalista e della squadra che realizza il più importante programma di inchieste della Rai, impossibile.
Il primo nodo, la collocazione e il taglio delle puntate, determinate da chi ha gestito il palinsesto (Stefano Coletta, ndr) e la mancata difesa del taglio delle puntate da parte del direttore dell’Approfondimento Paolo Corsini. Poi la delusione per non aver valorizzato le competenze della redazione, il taglio delle repliche. Ranucci, che è rimasto uno dei pochi conduttori interni Rai, aveva protestato per difendere Report, alla presentazione dei palinsesti a Napoli. Il futuro è tutto da scrivere.
A quanto pare, Cairo offrirebbe invece un progetto editoriale a tutto tondo con impiego anche in altri programmi, libri, instant
book, un progetto “da factory”. Un piano ambizioso, ma ancora tutto da costruire e con tutte le incognite del caso. Certo La7, con la sua offerta, è molto forte sul piano dell’informazione. “Se davvero la Rai dovesse perdere Sigfrido Ranucci, saremmo di fronte a un segnale devastante: lo smantellamento progressivo del servizio pubblico e l’appiattimento totale dell’informazione ai desiderata del governo Meloni. Sarebbe la conferma di una deriva in cui la professionalità e l’indipendenza viene sacrificata sull’altare del controllo politico”, commenta la presidente della Commissione di Vigilanza Rai Barbara Floridia. “Non si può ignorare il clima soffocante in cui Ranucci e la sua redazione sono stati costretti a lavorare negli ultimi due anni: attacchi continui da ministri e esponenti di governo, nessuna parola di difesa da parte dei vertici Rai, totale silenzio istituzionale di fronte alle pressioni – prosegue – Addirittura, caso probabilmente unico al mondo, un intero partito come quello di Fratelli d’Italia ha querelato la trasmissione. Ma soprattutto in questi anni abbiamo dovuto assistere a uno stillicidio di azioni utili solo a mettere i bastoni tra le ruote a Ranucci e alla sua squadra: dalla riduzione del numero di puntate al taglio delle repliche, dai ritardi nell’emissione delle matricole alla controprogrammazione di chi cura i palinsesti, fino ad arrivare ai moniti disciplinari e alla questione della stabilizzazione dei precari che verranno mandati nelle sedi regionali svuotando proprio redazioni come quella di Report. Tutto questo, mentre il programma continuava a registrare ascolti altissimi, confermandosi non solo una punta di diamante del giornalismo di inchiesta Rai, ma uno dei
riferimenti più autorevoli e credibili di tutto il panorama mediatico italiano”. Anche il consigliere Roberto Natale lancia l’allarme: “Il servizio pubblico è da molti anni e deve continuare ad essere la casa di Sigfrido Ranucci. È impensabile che l’informazione Rai debba fare a meno di un’offerta apprezzata da milioni di cittadini, che tiene alta – pur in un contesto difficilissimo e sotto il fuoco di troppi attacchi politici – la migliore tradizione del giornalismo di inchiesta. Sono certo che Sigfrido, da sempre tifoso del servizio pubblico ancor prima che suo dipendente, non vorrà ammainare la bandiera di una vita e darla vinta a coloro che vorrebbero una Rai più spenta e più debole”. E in una nota, il Cdr del Tg3, fa un appello all’azienda perché metta Ranucci e la sua redazione in condizione di lavorare al meglio. “Le giornaliste e i giornalisti del Tg3” si legge nel documento “apprendono con preoccupazione del possibile addio di Sigfrido Ranucci alla Rai. Sarebbe l’ennesimo e gravissimo episodio di impoverimento della nostra azienda e, in particolare, della nostra Rete la cui identità è stata già ampiamente erosa negli ultimi anni. Pretendiamo dall’azienda che faccia tutto il possibile per dare al nostro collega e alla sua squadra le migliori condizioni di lavoro possibili, salvaguardando spazi di libertà e indipendenza, elementi essenziali della vita democratica del Paese”.
(da agenzie)
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Settembre 12th, 2025 Riccardo Fucile
L’INTERVISTA ALL’OPPOSITRICE IN ESILIO: “I BIELORUSSI VIVONO NEL TERRORE, MA RESISTONO. UN GIORNO IL MIO PAESE SARA’ LIBERO”
«L’Europa deve rimanere ferma e unita: quando i dittatori percepiscono un Occidente
debole e diviso, si sentono incoraggiati ad agire».
A lanciare il monito, in un’intervista a Open, è Sviatlana Tsikhanouskaya, leader dell’opposizione bielorussa al regime di Alexander Lukashenko, definito come “l’ultimo dittatore d’Europa”.
Un settantenne che da oltre trent’anni tiene sotto controllo il suo Paese grazie al sostegno di Vladimir Putin. Costretta all’esilio dal 2020 dopo le contestate elezioni presidenziali in Bielorussia e le proteste di massa, Tsikhanouskaya richiama l’attenzione sull’urgenza di un fronte compatto contro i regimi autoritari, e sottolinea la necessità di rafforzare la coesione europea e di sostenere sia l’Ucraina che la Bielorussia nella loro lotta per la libertà.
Un’esigenza resa ancora più urgente dagli ultimi sviluppi geopolitici: l’abbattimento di oltre dieci droni russi nello spazio aereo polacco riaccende l’attenzione sulla grande esercitazione militare “Zapad-2025”, che Mosca e Minsk condurranno vicino ai confini della Nato. «Ricordiamo bene cosa è successo l’ultima volta – avverte Tsikhanouskaya –: è iniziata con un’esercitazione e si è trasformata nell’invasione dell’Ucraina. Non possiamo permettere che la Bielorussia diventi il “premio di consolazione” per Putin».
Monito che Tsikhanouskaya lancerà questo fine settimana nel luogo-simbolo della rinascita europea dopo le dittature, alla prima Conferenza europea di Ventotene per la libertà e la democrazia. «Se vogliamo davvero difendere i valori su cui si
fonda l’Unione europea – sostiene Carlo Corazza, direttore dell’Ufficio del Parlamento europeo in Italia che organizza l’evento – dobbiamo sostenere chi nel mondo lotta per la libertà e la dignità umana, e portare avanti il percorso di riforme avviato dal Parlamento per rafforzare la nostra Unione».
Sig.ra Tsikhanouskaya qual è l’attuale situazione politica e sociale in Bielorussia sotto il regime di Lukashenko?
«La Bielorussia oggi è un paese tenuto in ostaggio da un dittatore. Non c’è libertà, né giustizia, né vere elezioni. Più di 1.300 prigionieri politici sono dietro le sbarre (Oggi Minsk ne ha rilasciati 52, ndr). Proprio questa settimana abbiamo appreso della morte di un altro detenuto. In totale, almeno nove prigionieri politici sono morti in custodia. Le repressioni continuano, o addirittura si intensificano. Anche se alcune persone sono state rilasciate, incluso mio marito, altri vengono ancora arrestati. Si può essere arrestati per un post sui social, per un commento, o anche solo per avere l’adesivo “sbagliato” sul telefono. Non si tratta di un conflitto civile: è il regime contro il suo stesso popolo. Forse non è più così visibile, ma non esiste alcuna libertà politica».
Perché continua a resistere il regime in Bielorussia?
«Il regime di Lukashenko è sopravvissuto al 2020 e fino a oggi solo grazie al sostegno di Putin. Da allora, si è completamente allineato al Cremlino, cedendo la nostra sovranità pezzo dopo pezzo, permettendo il dispiegamento di truppe, missili e perfino armi nucleari russe sul nostro territorio. Questo mese, il regime ospita le esercitazioni militari congiunte con la Russia, Zapad
2025. Ricordiamo bene come è andata l’ultima volta: con l’invasione dell’Ucraina. Ma anche sotto questo terrore, i bielorussi continuano a resistere. Il sogno della libertà è ancora vivo».
Suo marito è stato rilasciato dopo cinque anni di prigione. Come sta oggi? Cosa le ha raccontato della sua detenzione?
«Siarhei è un uomo forte. Questi cinque anni hanno avuto un impatto sulla sua salute, ma non hanno spezzato il suo spirito. Crede ancora, come me, che la Bielorussia sarà libera. Mi ha raccontato storie di coraggio e solidarietà anche nelle celle più buie. E queste storie rafforzano la mia determinazione. Non si è preso una pausa per riposare: vuole continuare la lotta e ora si trova negli Stati Uniti, dove sta raccogliendo sostegno per la nostra causa».
Quali sono i vostri piani politici per il futuro della Bielorussia?
«I nostri piani politici restano invariati: una transizione pacifica verso la democrazia. Elezioni libere. La liberazione e riabilitazione di tutti i prigionieri politici. Giustizia per le vittime. E il ritorno della Bielorussia in Europa. Abbiamo già costruito istituzioni democratiche in esilio e ci stiamo preparando per il giorno in cui la Bielorussia sarà libera. Perché quel giorno arriverà».
La mediazione di Trump nella guerra in Ucraina ha riabilitato la figura di Vladimir Putin. Qual è la sua opinione?
«Diciamolo chiaramente: Vladimir Putin è un criminale di guerra. Nessuna stretta di mano politica può cambiare questo fatto. La guerra che ha scatenato ha portato morte e distruzione
in Ucraina, e ha usato la Bielorussia come piattaforma per l’aggressione. Apprezzo profondamente gli sforzi del presidente Trump per porre fine alla guerra e per liberare i nostri prigionieri politici. Ha la possibilità di fare la storia. Ma la pace deve essere giusta e duratura».
E L’Europa cosa dovrebbe fare?
«L’Europa deve rimanere ferma e unita. Se i dittatori vedono che l’Occidente è debole e diviso, questo li incoraggia. Non possiamo permettere che la Bielorussia diventi un “premio di consolazione” per Putin. Una Bielorussia libera è la sanzione più potente contro il Cremlino. Non è il momento dell’accondiscendenza, ma della chiarezza, dell’unità e dell’azione».
La scorsa settimana Lukashenko ha partecipato alla parata di Xi Jinping insieme a Putin e ad altri dittatori. L’Occidente deve avere paura?
«Quello che abbiamo visto in Cina è stato un incontro tra dittatori che si sentono intoccabili. Stanno formando un’alleanza globale contro la democrazia. Si sostengono a vicenda, copiano i metodi gli uni degli altri, si proteggono reciprocamente dalla giustizia. Stanno costruendo un asse del male».
Quanto è pericolosa questa alleanza tra dittature?
«Sì, è pericoloso. Non solo per la Bielorussia o per l’Ucraina, ma per tutto il mondo democratico. Questi regimi sono uniti da un obiettivo comune: distruggere l’ordine mondiale basato sulle regole. Ecco perché anche le democrazie devono rimanere unite. Dobbiamo dimostrare che la solidarietà è più forte della
dittatura. E che la libertà vince sempre».
Questo week end ci sarà l’evento del Parlamento europeo a Ventotene. Quale messaggio porterà?
Porterò un messaggio chiaro: l’Europa non deve dimenticare la Bielorussia. Il futuro dell’Europa si decide non solo in Ucraina, ma anche in Bielorussia. Le nostre nazioni sono in prima linea nella lotta tra libertà e tirannia.
Cosa dovrebbe fare l’Europa per preservare libertà, unità e democrazia?
«Per preservare la democrazia, l’Europa deve agire con coraggio. Rafforzare il sostegno alle forze democratiche. Sostenere i nostri difensori dei diritti umani, i media indipendenti e la società civile. Bloccare ogni possibilità di aggirare le sanzioni. E assicurarsi che, quando arriverà il momento, la Bielorussia sia accolta di nuovo nella famiglia europea. Dobbiamo dimostrare ai bielorussi che esiste un’alternativa europea al mondo russo. La democrazia non è un dono: è una lotta. E questa lotta la combattiamo insieme».
(da Open)
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Settembre 12th, 2025 Riccardo Fucile
IL 38% DEI CITTADINI USA RITENGONO “GIUSTIFICABILE” L’ASSASSINIO DI TRUMP, LA PERCENTUALE SALE AL 55% TRA I PROGRESSISTI… IL 34% DEGLI STUDENTI UNIVERSITARI GIUSTIFICA LA VIOLENZA CONTRO GLI AVVERSARI POLITICI… BASTA IPOCRISIE: SE ELEGGETE UN ISTIGATORE ALL’ODIO E’ NORMALE CHE SI RISCHI LA GUERRA CIVILE
L’omicidio di Charlie Kirk, attivista conservatore e fondatore di Turning Point Usa, avvenuto nella serata italiana di mercoledì 11 settembre, ha riportato al centro dei dibattito il tema della violenza politica. Tutto il mondo ricorda ancora l’attentato del 13 luglio 2024, al quale Donald Trump – allora in corsa per la seconda presidenza – sfuggì per un soffio.
Ma la questione, come dimostra il recente attentato contro una politica dem del Minnesota, è evidentemente un problema bipartisan negli Stati Uniti ed è lecito chiedersi se la violenza politica debba ormai considerarsi parte di una tragica normalità
È di pochi mesi fa un report del Network Contagion Research Institute (Ncri), che metteva in luce dati impressionanti: 38 americani su 100 giudicavano “giustificabile” l’assassinio di Trump, 31 su 100 quello di Elon Musk.
Tra gli elettori progressisti, le percentuali salivano ulteriormente fino al 55% e al 48%.
Per una triste coincidenza, lo stesso Charlie Kirk aveva rilanciato recentemente il sondaggio, denunciando la diffusione di una vera e propria “assassination culture” e avvertendo che la sinistra americana stava normalizzando la violenza politica. All’indomani dell’omicidio un editoriale del New York Times cita un altro sondaggio, pubblicato dalla Foundation for Individual Rights and Expression, secondo cui il 34% degli studenti universitari americani ritiene accettabile usare la violenza per impedire un discorso pubblico con cui non è d’accordo. La percentuale è in crescita costante negli ultimi anni: nel 2021 il “sì” raggiungeva il 24%, una cifra «già inaccettabilmente elevata».
L’editoriale del New York Times – dal titolo “Il terribile omicidio di Charlie Kirk e il peggioramento della violenza politica in America” – sottolinea che la violenza politica ormai attraversa lo spettro ideologico: da Trump alla deputata democratica Nancy Pelosi, fino ai casi più recenti de
i parlamentari locali in Minnesota. Una spirale di violenza che rischia di travolgere la convivenza stessa, dimenticando il Primo emendamento della Costituzione, quello che sancisce la libertà di espressione.
(da Open)
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Settembre 12th, 2025 Riccardo Fucile
UN TENTATIVO ESTREMO DI SALVARE L’ESECUTIVO CHE RISCHIA SCATENARE UN NUOVO CONFLITTO A TRIPOLI CHE PUÒ TORNARE AD ACCENDERE IL MEDITERRANEO. E SAREBBERO CAZZI PER GIORGIA MELONI, CON UNA NUOVA ONDATA DI SBARCHI DI IMMIGRATI SULLE COSTE ITALIANE … L’APPOGGIO DI PUTIN AD HAFTAR
La Libia appare nuovamente sull’orlo di un conflitto armato, ennesima situazione al
limite di questo decennio che ha visto il Paese afflitto da un’instabilità ormai sistemica.
Tripoli è diventata in questi ultimi mesi il fulcro di una tensione crescente, alimentata dalla volontà del premier Abdul Hamid Dbeibah di consolidare il controllo sulle forze armate dell’ovest e ridimensionare le milizie rivali, in particolare il gruppo Rada (Dispositivo di Deterrenza Speciale).
Un tentativo estremo di salvare il suo esecutivo – il Governo di Unità Nazionale, GNU, precedentemente incaricato dall’Onu – da un destino ormai da tempo evidente: il capolinea di un’esperienza che ha visto Debeibah dapprima cercare di unire il Paese, per poi fallire nel tentativo di indire elezioni (già nel 2021) e infine alimentare divisioni e complessità interne.
Le mobilitazioni militari intorno alla capitale, i movimenti delle forze di Misurata e Gharyan, le esplosioni sospette a depositi di armi e i posti di blocco nelle strade visti in queste ultime settimane evocano scenari già vissuti, con il rischio concreto che il Paese ripiombi in una spirale di violenza.
Le Nazioni Unite hanno lanciato ripetuti allarmi, mettendo in guardia dal pericolo che un nuovo conflitto a Tripoli possa rapidamente estendersi ad altre regioni – innanzitutto il Mediterraneo, ossia il bacino geostrategico primario dell’Italia.
La Missione Onu (Unsmil) e il Comitato 5+5 (l’organismo militare congiunto istituito dopo il cessate il fuoco del 2020 per facilitare la de-escalation e monitorare le intese tra le parti) hanno chiesto a tutte le forze di rientrare nelle basi di
appartenenza e di astenersi da azioni unilaterali, sottolineando la necessità di proteggere i civili e di mantenere in vita il fragile processo politico.
Sono innanzitutto le tensioni interne a Tripoli a meritare un approfondimento specifico, perché è da qui che molto nasce. La milizia Rada, ad esempio, non è soltanto un gruppo armato ma controlla infrastrutture strategiche come l’aeroporto e il carcere di Mitiga (dove sono detenuti anche jihadisti di al-Qaeda e ISIS).
La sua forza deriva anche da alleanze fluide: contatti con Haftar, rapporti con il Consiglio Presidenziale e un legame ambiguo con la Turchia, che la rendono un attore ibrido e difficilmente incasellabile. In modo del tutto simile, altre milizie si sono fatte largo nel complesso mosaico libico.
Finché il GNU è riuscito a mantenere un equilibrio con esse – sostanzialmente foraggiando l’equilibrio di potere – l’instabilità è rimasta controllata. Ma attualmente Dbeibah ha difficoltà a gestire il bilancio, bloccato anche da una diatriba con la Banca Centrale Libica (connessa anche all’accesso ai proventi petroliferi). E quindi sicurezza, fondi, energia – tutto collegato in un caos sistemico.
Intanto la popolazione civile vive in una costante incertezza, tra posti di blocco, spari sporadici e timori di una nuova guerra urbana che aggraverebbe l’emergenza umanitaria.
A questo si somma la fragilità istituzionale del GNU, la cui legittimità è stata erosa dal mancato svolgimento delle elezioni del 2021, fattore che ha rafforzato il potere delle milizie come alternative allo Stato. Se le tensioni dovessero degenerare, il rischio è però anche legato alla possibilità che attori esterni – Russia, Egitto, Emirati o anche la stessa Turchia – possano sfruttare il caos per rafforzare la propria influenza.
Accanto alle tensioni interne, emergono infatti nuove manovre regionali. Ankara, storico sponsor del governo di Tripoli, mantiene uomini a Mitiga ma sembra riorientare parte della propria strategia verso un dialogo con Haftar e i suoi alleati.
Negli Emirati Arabi Uniti si susseguono incontri che vedono protagonisti Khalifa e Saddam Haftar, e si intensificano i contatti tra la milizia Rada e le forze di Bengasi, fino a ipotizzare un’integrazione sotto l’ombrello dell’LNA (Libyan National Army, la formazione guidata da Khalifa Haftar con base nella Cirenaica). Parallelamente, l’Egitto e gli Emirati rafforzano il loro sostegno agli Haftar, mentre la Russia, attraverso il ridispiegamento di risorse già presenti in Siria, torna a proiettare influenza a est.
In questo quadro instabile, si affacciano anche gli Stati Uniti: la scorsa settimana, a Roma, Massad Boulos, consigliere del presidente Donald Trump per gli Affari Africani, ha preso parte a un incontro senza precedenti tra Ibrahim Dabaiba (nipote e consigliere del premier del GUN di Tripoli) e Saddam Haftar (figlio di Khalifa e vicecomandante dell’LNA), reso possibile dalla mediazione congiunta di Italia e Stati Uniti – il che rappresenta un segnale politico rilevante.
Qui si apre lo spazio dell’Italia, che cerca di confermare la centralità in un dossier storicamente primario nella propria agenda. Il recente incontro a Roma tra il viceministro della
Difesa libico Abdulsalam Zoubi, i ministri Guido Crosetto e Matteo Piantedosi e i vertici dell’intelligence italiana, riflette la volontà di sostenere le capacità istituzionali del ministero della Difesa libico, fornendo addestramento e supporto tecnico.
Gli avvertimenti delle Nazioni Unite, i tentativi di mediazione – molti dei qualifacilitati anche dall’Italia – tra le fazioni libiche e gli sforzi di Ankara per dissuadere un’azione militare si scontrano con la determinazione del premier di Tripoli a rafforzare il proprio controllo sull’ovest del Paese.
In un recente intervento televisivo, Dbeibah ha sottolineato che il governo intende portare avanti il piano di sicurezza, non arretrare nello smantellamento delle milizie e riportare sotto l’autorità statale tutte le infrastrutture strategiche – porti, aeroporti e carceri. Ha definito le formazioni armate gruppi criminali che si rifiutano di integrarsi nelle istituzioni ufficiali, accusandole di agire come un vero e proprio colpo di mano contro lo Stato e di esercitare ricatti sulle strutture pubbliche – anche se proprio queste finora hanno garantito la prosecuzione delle attività governo.
A spiegare la durezza attuale di Dbeibah c’è anche un fattore politico-istituzionale: UNSMIL ha presentato una roadmap della durata di circa due mesi che punta a un’intesa tra Est e Ovest per rimodellare l’Alta Commissione elettorale (oggi incompleta) e creare un nuovo governo unificato di scopo, con l’obiettivo di accompagnare il Paese verso elezioni nazionali. Per il premier, mostrare fermezza contro le milizie diventa dunque una questione di sopravvivenza politica, in risposta all’agenda fissata
dalle Nazioni Unite.
(da agenzie)
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Settembre 12th, 2025 Riccardo Fucile
“L’ABORTO VA VIETATO. SE MIA FIGLIA DI DIECI ANNI VENISSE VIOLENTATA DOVREBBE PARTORIRE”… “MICHELLE OBAMA, DONNA DI COLORE, HA UN CERVELLO INFERIORE DI QUELLO DI UNA DONNA BIANCA”… “LE CONDANNE A MORTE DOVREBBERO ESSERE PUBBLICHE, VELOCI, TRASMESSE IN TELEVISIONE” … E’ STATO ACCONTENTATO
Razzista, antisemita, islamofobo, ostile ai trans, no vax, anti abortista, pro armi e pro pena di morte: Charlie Kirk, l’influente attivista di destra ucciso in un campus in Utah, era anche tutto questo, divisivo, provocatorio, incendiario.
Ecco alcune delle sue frasi shock, quelle con cui aveva infiammato il popolo Maga, pronunciate durante eventi pubblici o scritte sui social, quasi un manifesto dell’America bianca e rurale che rappresenta il bacino elettorale di Trump.
“Il prezzo che paghiamo per la libertà di possedere armi è che qualcuno talvolta sarà ucciso”.
“L’aborto va vietato. Se mia figlia di dieci anni venisse violentata dovrebbe partorire” un eventuale figlio concepito nello stupro.
“Michelle Obama, donna di colore, ha un cervello inferiore di quello di una donna bianca”. “Quando vedo un pilota nero su un aereo mi chiedo se è qualificato”.
“Dovrebbe essere legale bruciare una bandiera arcobaleno o di “Black Lives Matter” in pubblico”.
“Importare milioni di musulmani è un suicidio per la nostra civiltà”.
“Un uomo che si identifica come trans sta vestendo una maschera da donna esattamente come io potrei vestire una maschera da nero. E sta facendo qualcosa di malvagio, non importa che nella sua testa lui pensi di star facendo una cosa buona: anche i nazisti lo pensavano”.
“Tanti libri di testo non riescono a presentare agli studenti più
versioni dei fatti su un tema. Gli studenti vengono spinti verso un’educazione che demonizza la libera impresa ed elogia la lotta di classe”.
“Le condanne a morte dovrebbero essere pubbliche, veloci, trasmesse in televisione. Penso che a una certa età sarebbe anche un’iniziazione. A quale età si dovrebbe cominciare a vedere esecuzioni pubbliche?”.
(da Open)
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Settembre 12th, 2025 Riccardo Fucile
LA BOCCIATURA SENZA APPELLO DELLA RIFORMA DELLA GIUSTIZIA DEI SOVRANISTI: “LA COSTITUZIONE VIETA DI ISTITUIRE GIURISDIZIONI SPECIALI COME L’ALTA CORTE CHE DOVRÀ OCCUPARSI DEI PROFILI DISCIPLINARI DEL MAGISTRATI”
Margherita Cassano è appena uscita dall’organico della magistratura dopo una carriera
lunga e strepitosa. Prima donna ad essere stata Presidente della Cassazione. L’avevano accolta con grandi applausi forse perché qualcuno si aspettava in lei una figura malleabile, ma non è stato così.
«Non penso che quando si parla di una donna la si possa necessariamente identificare con un essere fragile e indifeso, no? Ognuno ha la sua formazione. Io devo ringraziare dei maestri che mi hanno insegnato non soltanto a tentare di esercitare al meglio la professione, ma anche che non basta declamare l’autonomia e l’indipendenza. Bisogna praticarle in concreto».
E lei, pur di formazione conservatrice, ha criticato severamente la riforma Nordio sulla separazione delle carriere. Non la convince la creazione di un corpo separato dei pubblici ministeri, né lo sdoppiamento dei Csm.
«Cercherò qui di semplificare al massimo il mio pensiero. Primo, è indubbia prerogativa esclusiva del legislatore fare le scelte di sua pertinenza. Secondo, quando queste scelte hanno ricadute sull’organizzazione giudiziaria o sul funzionamento della giustizia, il Consiglio superiore della magistratura non solo può, ma deve fornire il suo contributo.
Lo prevede l’articolo 10 della legge costituzionale istitutiva del Csm. Ebbene, in attuazione dell’articolo 10, il Consiglio superiore della magistratura ha formulato un parere che mette in luce talune criticità nell’adozione di questa riforma. È un parere che è stato adottato con la totalità del voto dei consiglieri togati, compreso il mio, e ha visto il voto dissenziente di alcuni togati laici, espressi dal Parlamento. Sulla base di queste premesse e riaffermando ciò che è già scritto in quel parere, ho ribadito quali possono essere i profili di criticità»
Il principale?
«La Costituzione vieta espressamente di istituire giurisdizioni speciali oltre quelle esistenti. Ma l’istituenda Alta corte (che dovrà occuparsi dei profili disciplinari del magistrati, ndr) è indubbiamente una nuova giurisdizione. Lo dice la Corte costituzionale, non io. La Corte in più occasioni ha riaffermato la natura giurisdizionale del procedimento a carico dei magistrati.
Quindi, in chiave propositiva e di apporto tecnico alle scelte esclusive del legislatore, noi poniamo questo interrogativo tecnico che non è stato molto ripreso nel dibattito: è possibile senza una modifica costituzionale prevedere un’ulteriore giurisdizione speciale?
E c’è un secondo problema. Sempre la Costituzione prevede come garanzia generalizzata per ogni cittadino, e quindi anche per il magistrato, che tutte le sentenze siano appellabili in Cassazione. Per i magistrati, invece, pare previsto solo un ricorso alla medesima Alta Corte. Insomma, sarebbe fondamentale capire se anche queste sentenze saranno suscettibili o meno di ricorso per Cassazione».
Eppure, a dispetto dei vostri argomenti, il governo e il centro-destra spingono in Parlamento per approvare al più presto la riforma con clamorosa accelerazione.
«Mi auguro che i contributi offerti dalle varie figure professionali mosse soltanto da uno spirito di collaborazione (perché le istituzioni devono cooperare, sa) possano essere prese in esame. Sicuramente la magistratura non è mossa da intento di polemica né di contrapposizione
Siccome la sua attività consiste quotidianamente nella interpretazione delle norme, forse noi abbiamo la possibilità, o meglio la fortuna di cogliere tecnicamente alcune aporie, alcune questioni, che, se affrontate preventivamente, consentono poi di evitare problemi in sede applicativa o interpretativa»
Si sono dimenticati della Cassazione, insomma, ma forse quella scelta va letta assieme alle polemiche che la maggioranza di recente ha rivolto alla Suprema corte per alcune sentenze non gradite. Lei trova normale che nell’anno di grazia 2025 si debba difendere il ruolo della Cassazione in Italia?
«Io mi auguro che le sentenze pronunciate dai magistrati in nome del popolo italiano possano essere studiate e anche essere oggetto di critiche, ma motivate, non contestate genericamente in maniera tale da arrivare a delegittimare una funzione sovrana dello Stato. Perché se arrivassimo a queste situazioni patologiche, noi incrineremmo i fondamenti dello Stato di diritto».
È però un periodo incandescente nei rapporti tra magistratura e politica.
«Come ho avuto modo di dire in altre occasioni, le sentenze di tutti i giudici, compresi quelli di legittimità, possono e devono essere oggetto di critica. La critica ci aiuta a crescere. Ma una critica che si trasformi in dileggio, in negazione stessa di una funzione dello Stato, non è più qualificabile come tale».
A proposito di carriere separate, lei ha ricordato che il Parlamento la vedeva molto diversamente qualche anno fa
«Accadeva nel 1999: con la legge 479, si previde che prima di
essere assegnati alle funzioni di pubblico ministero, obbligatoriamente i magistrati dovessero esercitare funzioni giudicanti collegiali.
Perché è nel Collegio che si stempera l’individualismo. È nel collegio che si impara a rimettere in discussione le proprie convinzioni e a confrontarsi con gli altri, e si affina la sensibilità della prova su cui si deve fondare l’esito del processo. Quindi sì, nel giro di poco tempo, si ha avuto un percorso esattamente opposto».
(da agenzie)
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