Settembre 23rd, 2025 Riccardo Fucile
ALBERTO MATTIOLI SULLA NOMINA DELLA “BACCHETTA NERA” A DIRETTORE MUSICALE DEL TEATRO “LA FENICE” DOVE “CURIOSAMENTE, NON HA MAI DIRETTO UN’OPERA” … “PARE CHE NON CI SIA STATA ALCUNA CONSULTAZIONE PREVENTIVA CON L’ORCHESTRA”…FIGLIA DI UN GERARCA DI FORZA NUOVA, “BEATROCE” È PIÙ NOTA PER LA CELEBRE PUBBLICITÀ BIOSCALIN…LA CONSULENZA CON SANGIULIANO
Ieri, finalmente, nero (è il caso di dirlo) su bianco, l’ufficialità: «La Fondazione Teatro La Fenice è lieta di annunciare la nomina del Maestro Beatrice Venezi come nuovo Direttore Musicale».
Meglio precisare che maiuscole e maschili (Venezi vuol essere chiamata «maestro», e tanto peggio per l’italiano) sono originali. Seguono i prevedibili commenti, con la precisazione che chi commenta di regola non distingue un basso profondo da un soprano di coloratura.
L’allineamento a destra di Comune di Venezia, Regione Veneto e Governo nazionale è perfetto. E dunque il sindaco della città, Luigi Brugnaro, che è anche presidente della Fondazione, esprime «grande soddisfazione per la scelta», evidenziando «il rilievo di questa designazione, che vede una delle poche figure femminili assumere un ruolo apicale nel panorama dei grandi teatri lirici internazionali».
Festeggia anche il governatore del Veneto, Luca Zaia (dove c’è Zaia c’è gioia!), che fa notare come «la sua giovane età costituisce anche un grande esempio per i ragazzi e le ragazze che abbiano un’aspirazione nella vita: l’impegno e le qualità personali pagano sempre». E infine il ministro, Alessandro Giuli, «accoglie con favore la nomina» e fa i complimenti a Colabianchi «per la scelta lungimirante».
Fra gli squilli di tromba della destra, stecca ovviamente la sinistra. Il capogruppo del Pd al Consiglio comunale di Venezia, Giuseppe Saccà, parla di «decisioni calate dall’alto», «di percorso sbagliato» e di «nessun confronto con l’Orchestra e con il Coro».
La diretta interessata accoglie «con emozione e gratitudine la scelta» e si dice «profondamente onorata».
Intanto sui social si scatenano i commenti, con prevalenza di quelli negativi (come, per la verità, avviene per qualsiasi nomina).
Venezi, 35 anni, lucchese, figlia di un gerarca di Forza Nuova, diventa improvvisamente famosa sul finire degli anni Dieci, ben prima di aver fatto nulla di musicalmente rilevante.
È più nota per le sue prese di posizione a favore della destra in generale e di Giorgia Meloni in particolare, con post sui social addirittura lirici per Dio, Patria e Famiglia, o per la celebre pubblicità dove invitava a «tirare fuori il proprio lato Bioscalin».
Il curriculum più strettamente direttoriale è però modesto, senza orchestre o teatri davvero importanti, e il Bolshoi in cui notifica di aver diretto si rivela, a un più attento esame, quello di Minsk: come se uno dicesse di essere salito sul podio della Scala, ma non quella di Milano.
Però nel ’21 Venezi è al festival di Amadeus (Sanremo, non Salisburgo), i giornali d’area decidono che «è un direttore d’orchestra di fama mondiale» e il ministro Gennaro Sangiuliano la nomina sua consulente per la musica, a 30 mila euro all’anno,
preferendola a, poniamo, Riccardo Muti o Riccardo Chailly o Daniele Gatti. Intanto, a proposito di direttrici che sfondano il soffitto di cristallo, Mirga Grazinyte-Tyla diventa direttrice della City of Birmingham, Joana Mallwitz è la prima donna a dirigere un’opera a Salisburgo e Speranza Scappucci alla Scala, oltre a essere nominata prima direttrice ospite al Covent Garden.
Nel frattempo, Venezi dirige la Sinfonica siciliana dove però viene contestata da alcune prime parti («Sarebbe stato più facile suonare senza di lei») che dopo aver parlato con i giornali vengono sospese dalla direzione.
Gli avversari, politici o musicali, coniano il soprannome «bacchetta nera».
Adesso, con un curriculum che nel frattempo si è un po’ irrobustito, per Venezi arriva nientemeno che la Fenice. Dove, curiosamente, non ha mai diretto un’opera.
E pare che non ci sia stata alcuna consultazione preventiva con l’Orchestra, che pure sulla nomina del direttore musicale avrebbe molto da dire, ultima parola compresa, come si è visto con l’affaire Gatti alla Scala.
Molti fanno notare che la Fenice non aveva un direttore musicale «ufficiale», ma che in pratica svolgeva questa funzione Myung-whun Chung, passato poi alla Scala. Anche i tifosi più sfegatati devono ammettere che il salto da Chung a Venezi è decisamente considerevole.
A proposito di giovani italiani che si affermano davvero a livello internazionale, una curiosa coincidenza. Ieri è stata annunciata
anche la nomina di Michele Spotti, 32 anni, a direttore ospite principale della Deutsche Oper di Berlino.
Alberto Mattioli
per “la Stampa”
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Settembre 23rd, 2025 Riccardo Fucile
“IL CREMLINO STA RIVERSANDO CENTINAIA DI MILIONI DI EURO PER COMPRARE I VOTI. CENTINAIA DI INDIVIDUI VENGONO PAGATI PER PROVOCARE DISORDINI, VIOLENZE E DIFFONDERE PAURA. SE LA RUSSIA PRENDERÀ IL CONTROLLO DELLA MOLDAVIA, LE CONSEGUENZE SARANNO IMMEDIATE
La presidente della Moldavia, Maia Sandu, ha denunciato un importante tentativo di
interferenza russa nelle elezioni parlamentari di domenica, accusando Mosca di investire «centinaia di milioni di euro» per manipolare il voto. «Il Cremlino sta riversando centinaia di milioni di euro per comprare centinaia di migliaia di voti su entrambe le sponde del Nistru e all’estero – ha dichiarato -. Le persone vengono avvelenate ogni giorno con bugie. Centinaia di individui vengono pagati per provocare disordini, violenze e diffondere paura». Sandu ha avvertito che «se la Russia prenderà il controllo della Moldavia, le conseguenze saranno immediate e pericolose per il Paese e per l’intera regione. Ogni moldavo ne soffrirà, indipendentemente da chi avrà votato», richiamando i rischi per la stabilità regionale, i fondi europei e la libertà di movimento.
(da agenzie)
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Settembre 23rd, 2025 Riccardo Fucile
E MENTRE TAJANI RIPETE A PAPPAGALLO LE PAROLE DI TRUMP SECONDO CUI “RICONOSCERE ORA LA PALESTINA SIGNIFICA FARE UN REGALO AD HAMAS”, MACRON VA AVANTI COL SUO “PIANO A TAPPE”: DALLA TREGUA CON UNA FORZA INTERNAZIONALE ALLA RICOSTRUZIONE CON IL PIANO DI BLAIR
È scoppiato l’applauso nell’Assemblea generale dell’Onu, quando il presidente francese Macron ha aperto così il vertice organizzato con l’Arabia Saudita sul futuro del Medio Oriente: «La Francia dichiara di riconoscere lo stato di Palestina nell’interesse della pace. Questo afferma che i palestinesi non sono gente di troppo sulla Terra».
Nonostante le resistenze di Israele e Usa – che bollano come «simbolico» il passo di Macron – la maggioranza dei paesi dell’Unione europea ha fatto altrettanto. Ciò evidenzia la differenza dell’Italia, se non il suo isolamento, quando attraverso il ministro degli Esteri Tajani rilancia la posizione del presidente americano Trump, secondo cui «riconoscere ora la Palestina significa fare un regalo ad Hamas».
Macron ha esordito denunciando l’attacco di Hamas e chiedendo la liberazione di tutti gli ostaggi: «Non dimenticheremo mai il 7 ottobre». Quindi ha promesso: «Non interromperemo mai la lotta esistenziale contro l’antisemitismo». Allo stesso tempo, però, «è arrivato il momento di fermare la guerra, il massacro. È arrivato il tempo della pace. Niente giustifica il conflitto in corso a Gaza. Niente. Al contrario, tutto ci obbliga a porvi fine. Dobbiamo farlo per salvare vite umane».
Nonostante il riconoscimento, Macron ha condizionato l’apertura di un’ambasciata francese in Palestina al rilascio di «tutti gli ostaggi» da parte di Hamas e a un «cessate il fuoco».
Secondo lui il gruppo responsabile del 7 ottobre va «neutralizzato sul piano politico», perciò ha elogiato gli sforzi di Qatar, Egitto e Usa per i negoziati tra Israele e Hamas.
Il segretario generale dell’Onu Antonio Guterres ha lanciato un’esortazione: «Dobbiamo impegnarci nuovamente per la soluzione dei due Stati prima che sia troppo tardi. Sia chiaro: la sovranità nazionale per i palestinesi è un diritto, non una ricompensa. E negarla sarebbe un regalo agli estremisti di tutto il mondo».
Quindi ha sfidato così le resistenze: «Chi si oppone a questa soluzione è obbligato a rispondere a una domanda fondamentale: qual è l’alternativa? Uno scenario con un solo Stato in cui ai palestinesi vengono negati i diritti fondamentali? Espulsi dalle loro case e dalle loro terre? non è né pace né giustizia, e non farà che aumentare il crescente isolamento di Israele sulla scena globale».
Dopo l’annuncio da parte di Gran Bretagna, Canada, Australia e Portogallo, sono almeno undici i Paesi che stanno avviando le procedure per il riconoscimento ufficiale della Palestina come
Stato, tra cui Belgio, Finlandia, Lussemburgo, Malta, Nuova Zelanda e San Marino. L’Italia resta ferma nell’appoggiare la soluzione dei due stati, ma non compie il passo degli altri, perché come dice Trump «sarebbe un regalo ad Hamas», visto che la Palestina non esiste ancora e i terroristi responsabili del 7 ottobre ne governano metà del territorio.
Alla richiesta di Repubblica di commentare la posizione italiana, l’Alta rappresentante Ue ha risposto così: «Se parliamo della soluzione dei due Stati, allora devono esserci due stati. È per questo che i paesi membri hanno preso provvedimenti per riconoscere quello palestinese, in modo che ci sia un altro Stato, oltre a Israele».
(da La Repubblica)
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Settembre 23rd, 2025 Riccardo Fucile
UN’ANSIA BIPARTISAN: SIA I POLITICI DI DESTRA CHE QUELLI DI SINISTRA HANNO CANCELLATO OGNI APPUNTAMENTO DAL VIVO
Nell’America più divisa che mai il brutale omicidio del fondatore di Turning Point sta
spingendo diversi politici ad annullare eventi in presenza, improvvisamente considerati pericolosi. Un’ansia bipartisan, scrive il Washington Post, raccontando, per dire, che Ruben Gallego, il senatore dem di quell’Arizona dove Kirk viveva — e papabile candidato alla Casa Bianca — ha subito nell’ultima settimana così tante minacce da cancellare ogni appuntamento.
Lo stesso ha fatto la deputata “socialista” di New York Alexandria Ocasio-Cortez. Un nervosismo palese anche a destra: perfino Steve Bannon ha cancellato un evento a Long Island. Per carità, la situazione era già esasperata prima del brutale omicidio di Kirk: gli ultimi 14 mesi segnati da un’escalation di attacchi politici, dal ferimento di Trump al comizio elettorale di Butler nel luglio 2024 e all’assassinio, lo scorso giugno, della deputata democratica del Minnesota Melissa Hortman, uccisa col marito Mark. Ma le cose stanno accelerando.
Capitol Hill ce l’ha chiaro: e infatti la Camera ha messo a disposizione dei suoi membri fondi aggiuntivi per la sicurezza e il Senato già discute una misura analoga. Che l’amministrazione sostenga che la violenza ha un’unica matrice, quella di sinistra, è innegabile: «Hanno creato un vasto movimento terroristico interno», ha tuonato moer.
«Dovrebbero finire tutti in prigione», gli ha fatto eco Trump. Le cose però sono più complesse. Secondo uno studio del Project on Security and Threats dell’università di Chicago, la violenza politica in America resta principalmente di destra. La novità, spiegano, è che aumentano gli atti compiuti da persone di sinistra: insieme a quelli pur politici, perpetrati da persone prive di ideologie, come nel caso di Luigi Mangione, killer del Ceo di UnitedHealthcare.
Numeri ufficiali non ce ne sono: due giorni dopo la morte di Kirk, il governo federale ha cancellato le statistiche sul sito del Dipartimento di Giustizia, annunciando di non voler più monitorare violenza politica e terrorismo interno. Quei dati, però, continuano a circolare online: «L’estremismo violento nazionalista e suprematista bianco aumenta» è scritto in uno dei rapporti cancellati: «Il numero di attacchi compiuti dall’estrema destra supera gli altri tipi di estremismo.
Dal 1990 ne hanno commessi 227 causando 520 vittime. Gli estremisti di sinistra ne hanno commessi 42 (78 levittime). L’estremismo di destra resta la minaccia più importante».
(da La Repubblica)
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Settembre 23rd, 2025 Riccardo Fucile
SOLIDARIETA’ DEGLI AUTOMOBILISTI, BLOCCATI NEL TRAFFICO, CHE HANNO SALUTATO I MANIFESTANTI APPLAUDENDO E SUONANDO I CLACSON PER GAZA
Il grido «free free Palestine» è risuonato ieri in cinquecentomila voci per sessantacinque piazze da Trieste a Palermo, maree infinite di giovani, anziani, bambini, studenti e professori, mamme e figlie, padri e figli, ma anche preti e suore, tra un fiume di kefiah e arcobaleni della pace.
Italia chiamata a raccolta dal frastagliato mondo dei sindacati di base si è fermata per Gaza, contro il genocidio a Gaza, contro la strage infinita di civili, contro l’eccidio dell’infanzia, contro il governo italiano «complice di Netanyahu».
«Bloccheremo tutto». E così è successo.
Una gigantesca mobilitazione popolare, arrabbiata sì, dura sì, ma anche solidale e non violenta, sulla quale gli scontri di Milano e Bologna hanno gettato una luce tetra e di guerriglia che rischia di obliare la forza delle piazze di ieri.
Perché in gran parte d’Italia invece la protesta organizzata dall’Usb, con l’obiettivo di dichiarato di fermare le stazioni e di fare più rumore possibile, è stata in realtà pacifica, colorata, trasversale alle età. A cominciare da Roma, dove in centomila, con un corteo aperto dal servizio d’ordine dei pompieri in sciopero, hanno manifestato per l’intera giornata, con un presidio monstre a piazza dei Cinquecento che si è trasformato in una gigantesca “invasione” della Capitale e concluso con l’occupazione di Lettere alla Sapienza.
Ci sono i collettivi universitari, ci sono gli studenti medi, gli slogan sono duri, «antisionisti sempre, antisemiti mai, free free Palestine», «Israele assassina», o anche il discusso «from the river to the sea Palestine free», rispuntano le bandiere di «Autonomia contropotere» ma anche cartelli con «restiamo umani» e «pace in terra santa».
Alcuni slogan sono vergognosi: «Mia nonna me l’ha insegnato, uccidere un sionista non è reato», ma per fortuna buona parte del corteo fischia.
E allora mentre in altre città il grido contro il genocidio a Gaza si è trasformato in guerriglia, è nel magmatico fiume di persone che affollano la stazione Termini, piena all’inverosimile di sigle alternative alla sinistra tradizionale e ai sindacati confederali che bisogna camminare, accanto a Emergency, all’Arci, a Non Una di Meno, a Medici Senza Frontiere, ai comitati di quartiere, ai collettivi di ogni ordine e tipo, agli Scout, allo striscione «docenti del liceo Cavour per Gaza», con gli studenti un po’ stupiti di camminare fianco a fianco dei propri prof, perché, affermano: «La scuola non tace».
«Prestare il fianco alle violenze, fare a botte con la polizia è soltanto un regalo a Giorgia Meloni e ai suoi amici Trump e Netanyahu, non c’entra niente con noi, quei compagni sbagliano», ragiona Mirko, 22 anni, dietro lo striscione degli universitari che dice «blocchiamo la Sapienza, fermiamo la macchina bellica». «Ma non sarà la polizia che ha iniziato a provocare per farci passare da criminali?».
Domanda sospesa, si attenderanno le inchieste. Intanto il fiume del corteo romano sorpassa piazza Vittorio, tracima per il quartiere San Lorenzo e invade la tangenziale Est, il già mostruoso traffico romano impazzisce ma tanti clacson sono di solidarietà ai manifestanti. E c’è chi dalle auto irrimediabilmente ferme fa il segno di vittoria verso i giovanissimi che passano sventolando le bandiere della Palestina. Miranda, quindici anni: «La guerra fa schifo, non possiamo restare a guardare, basta morti innocenti». Via marciando allora sotto nuvole nere che in poco diventano pioggia e impastano ogni cosa in un ingorgo senza fine.
Il movimento pro-Pal ha cambiato forma, bastava guardare il corteo di Roma, c’erano tutti e tutte, età, classe, professioni, famiglie. «Siamo complici di un genocidio, vendiamo armi agli israeliani», scandisce affranto Antonio, settant’anni, nipotino a cavalcioni, «la mia generazione ha avuto il Vietnam, ma lì
c’erano due eserciti, la cancellazione di Gaza è qualcosa di innominabile». E se sfilano universitari e teenager, al centro di tutto ci sono loro, i bambini. Tanti, con le maestre e i genitori.
Tanti i loro coetanei palestinesi nelle gigantografie esposte ovunque, gli occhi della fame e del dolore e sotto la scritta: «Definisci bambino», la frase ormai nota del presidente degli Amici di Israele, Eyal Mizrahi, rivolto al Enzo Iacchetti che gli chiedeva conto dei ventimila bambini uccisi a Gaza.
Laura Antonelli è con sua figlia Miriam, 18 anni. «Io sono pacifista della prima ora. Danilo Dolci, ha presente? Ma quella frase mi fa ribollire il sangue. Come si definisce un bambino? È una vita da proteggere e da amare, non da far saltare in aria. Sotto qualunque cielo quel bimbo sia venuto al mondo».
(da La Repubblica)
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Settembre 23rd, 2025 Riccardo Fucile
PRIMA DEL DELITTO DEL 10 SETTEMBRE, LEADER ED ESPONENTI DELLA MAGGIORANZA NON HANNO MAI NOMINATO SUI SOCIAL L’ATTIVISTA DELL’ULTRA-DESTRA UCCISO NELLO UTAH. DOPO L’OMICIDIO SI CONTANO 245 LANCI DI AGENZIA ANSA DA PARTE DI DIRIGENTI DELLA DESTRA ITALIANA: E ALLORA CHI STRUMENTALIZZA IL DELITTO?
Ad ascoltare i leader della destra italiana, Charlie Kirk è il loro profeta, una stella polare, e
anzi: lo era sempre stato. Solo che, prima del 10 settembre, non lo avevano mai detto a nessuno. Era un sentimento segreto.
“Andava contro il mainstream e aveva il coraggio di dire quello che pensa la maggioranza delle persone”, ha detto Giorgia Meloni intervenendo alla festa-evento dei giovani di Fratelli d’Italia.
Matteo Salvini ha reso omaggio a Kirk a Pontida raccontandolo come un personaggio che diffondeva amore: “Kirk, come tutti voi, come tutti noi, guardava le persone negli occhi. Non c’erano bianchi e neri, eterosessuali e omosessuali, cristiani o atei.
C’erano uomini e donne”, ha detto. Il leader della Lega ha addirittura fatto sapere, giorni fa, che da anni e anni non viveva un lutto così tremendo: la sua morte lo ha fatto piangere “la prima volta in trenta anni”. Insomma, come se avesse perso un fratello. Sempre a Pontida Roberto Vannacci dallo stesso palco ha rincarato: “Kirk adesso siamo noi”.
Meloni, Salvini, Vannacci e, a cascata, i dirigenti di Lega e Fratelli d’Italia dal 10 settembre, giorno dell’assassinio dell’esponente Maga, lo hanno quindi evocato come un lor
riferimento, come un faro della destra del futuro al quale loro si ispirano. E poi via richieste di sedute speciali, fatte dai capigruppo di Lega e Fdi alla Camera, Molinari e Bignami, tanto che oggi si terrà una seduta a Montecitorio proprio su Kirk.
Mattia Feltri sulla Stampa contava, a pochi giorni dall’assassinio, già 245 lanci di agenzia Ansa da parte di dirigenti della destra italiana, che in coro rimandano al mittente accuse di strumentalizzazione dell’omicidio: nessun lancio pre-10 settembre. La morte davvero ha tolto loro un riferimento imprescindibile.
Ma prima della morte di Kirk, Meloni e Salvini – che da anni riempiono lo spazio della discussione con decine e decine di post al mese su qualsiasi argomento – lo hanno mai citato sui loro social? Spulciando Facebook e Twitter non si trova un solo post, dicasi uno, della premier e del suo vice che parlano di Kirk.
Nemmeno un retweet di un post del giovane Maga, che nei campus universitari Usa teneva dibattiti affollati da migliaia di studenti e che sosteneva tesi a dir poco divisive, si fa per dire: “Vale la pena affrontare il costo di alcune morti per arma da fuoco ogni anno, in modo da poter avere il Secon
Emendamento a protezione degli altri diritti che Dio ci ha donato”, ha detto ad esempio all’evento TPUSA Faith il 5 aprile 2023. “Le condanne a morte dovrebbero essere pubbliche e viste dai ragazzi”, diceva nei suoi discorsi online.
A controllare poi i profili social di Molinari, Malan, Bignami, nulla: non un solo post o tweet prima del 10 settembre su questo vate della destra, su questo “maestro” issato ad esempio da seguire e stampato su migliaia di magliette. Nulla, idem per i profili di Fratelli d’Italia e Lega.
(da Repubblica)
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Settembre 23rd, 2025 Riccardo Fucile
MA IL PROSSIMO 26 OTTOBRE IN ARGENTINA CI SONO ELEZIONI DI METÀ MANDATO E MILEI, GIÀ SOTTO INCHIESTA PER LO SCANDALO DELLA CRIPTOVALUTA LIBRA, RISCHIA DI RITROVARSI CON UN PARLAMENTO OSTILE
La promessa ricorda il whatever it takes di Mario Draghi. l’obiettivo è simile, rassicurare mercati su cui è tornato il panico. In questo caso però la moneta da salvare – un’altra volta – è il peso.
E quel che serve davvero a Javier Milei per evitare che la sua rivoluzione liberista-populista precipiti nella solita crisi valutaria argentina è prima di tutto una bella mano piena di dollari dell’amico e modello Donald Trump, che nel suo momento più difficile il presidente è volato a New York per incontrare. Senza motosega, ma con il cappello in mano
La cura da cavallo di austerità imposta al Paese da Milei dopo anni di peronismo ha avuto costi sociali enormi, tagliando sussidi alla povertà e spesa in welfare, ma è riuscita a riportare l’inflazione su livelli più accettabili e stabilizzare il peso.
Il prestito da 20 miliardi di dollari incassato lo scorso aprile dal Fondo monetario, in cambio all’alleggerimento delle restrizioni al mercato dei cambi, sembrava avergli assicurato l’ossigeno per proseguire, mentre il Pil è tornato a crescere dopo due anni di recessione.
Ma la bruttissima sconfitta patita due settimane fa dal partito di Milei nelle elezioni provinciali di Buenos Aires ha improvvisamente rivelato un consenso molto più precario di quanto si pensasse. L’austerità pesa, forse anche di più il recente scandalo che ha coinvolto la sorella e capo dello staff del presidente, e se il prossimo 26 ottobre Milei dovesse perdere anche le elezioni di mezzo mandato si ritroverebbe con un Parlamento ostile.
La scorsa settimana questa fragilità politica si è subito riflessa sui mercati, con una fuga degli investitori sempre più pronunciata. Per sostenere il peso, caduto pericolosamente vicino al fondo della sua banda di oscillazione, la Banca centrale ha dovuto scaricare solo venerdì scorso 678 milioni di dollari di riserve in valuta estera, e in totale 1.100 miliardi in tre giorni, mentre i titoli di Stato andavano in picchiata e il loro rendimento tornava in territorio da titoli spazzatura.
“Faremo tutto quello che dobbiamo” per difendere il peso e la qualità della vita degli argentini, ha detto Milei, per cui un collasso della moneta e conseguente ritorno dell’iperinflazione significherebbe tradimento delle promesse elettorali. Il problema è che di riserve nei forzieri per acquistare e sostenere la propria valuta Buenos Aires ne ha davvero poche, 20 miliardi di dollari secondo alcune stime, che di questo passo rischiano di prosciugarsi presto.
Di colpo ecco tornare le limitazioni al mercato delle valute, una preoccupante inversione di tendenza, mentre per incoraggiare l’export – e quindi l’afflusso di dollari – sono state tolte le tasse sulle esportazioni di cereali. Ma non può bastare, da qui il viaggio negli Stati Uniti dall’amico Trump, grande capo dell’internazionale delle destre nazionaliste.
Che in effetti sembra disposto a lanciare a Milei una bella ciambella di salvataggio, a giudicare dalle parole spese ieri dal segretario al Tesoro Bessent che ha parlato di un “ampio ed energico intervento” privo di condizioni, regalando un giorno di rimbalzo ai mercati argentini.
Il soccorso americano potrebbe bastare a stabilizzare la situazione fino alle prossime elezioni, aumentando le chance di successo – o almeno di non sconfitta – del presidente. In ogni caso però, prevedono molti analisti, è difficile che da quel voto Milei esca con una chiara maggioranza in parlamento
Una qualche forma di svalutazione, per all’inizio aveva promesso di dollarizzare l’economia e abolire la Banca centrale, potrebbe essere comunque necessaria. Va trovato un equilibrio
finanziario che ancora manca e riconquistata la fiducia dei mercati. La rivoluzione della motosega è appesa a un filo.
(da La Repubblica)
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Settembre 23rd, 2025 Riccardo Fucile
LE CHAT E LE MAIL DELLA MINISTRA POTREBBERO ESSERE ESCLUSE DAGLI ATTI PERCHÉ, SECONDO I LEGALI DELL’ESPONENTE DI FDI, NON DOVEVANO ESSERE USATI NEL CORSO DELL’INDAGINE SENZA L’AUTORIZZAZIONE DEL PARLAMENTO … LA PALLA PASSA ALL’AULA DEL SENATO. E RISCHIANO DI ALLUNGARSI ANCORA I TEMPI PER L’UDIENZA PRELIMINARE DEFINITIVA, IN CUI SANTANCHÉ POTREBBE ESSERE RINVIATA A GIUDIZIO
La Giunta per le immunità del Senato ha deciso positivamente sul conflitto di attribuzione
sollevato dalla ministra del Turismo Daniela Santanchè.
Le chat e le mail della meloniana, dunque, potrebbero non venire utilizzate nell’ambito del processo sulla presunta truffa all’Inps.
Secondo i legali di Santanchè, infatti, nel corso dell’indagine che
la coinvolge quel materiale non poteva essere usato. La tesi è che serviva prima l’autorizzazione del parlamento, come previsto dalla Costituzione.
La decisione di oggi della Giunta rischia, dunque, di allungare, ancora una volta, i tempi di arrivo all’udienza preliminare definitiva, quella in cui la senatrice potrebbe rischiare il rinvio a giudizio. La palla, infatti, passa ora in mano alla Camera d’appartenenza, quindi al Senato.
La prossima udienza è comunque fissata al 17 ottobre prossimo ed è previsto che la gup di Milano Tiziana Gueli interroghi la
ministra.
La vicenda è quella della presunta truffa ai danni dell’istituto di previdenza da parte delle società del gruppo Visibilia: 126 mila euro versati a tredici dipendenti che lavoravano lo stesso nonostante figurassero in cassa integrazione a zero ore.
Non l’unica grana giudiziaria della fedelissima di Meloni, già a processo nella città meneghina per le false comunicazioni sociali sui bilanci delle società del gruppo editoriale Visibilia, nonché imputata a Roma per diffamazione contro l’ex socio Giuseppe Zeno.
(da agenzie)
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Settembre 23rd, 2025 Riccardo Fucile
IL RICONOSCIMENTO RENDEREBBE ILLEGALI I PRODOTTI PROVENIENTI DAGLI INSEDIAMENTI DI COLONI ISRAELIANI NEI TERRITORI OCCUPATI E APRIREBBE LE PORTE DELLE GRANDI ORGANIZZAZIONI INTERNAZIONALI, PRIMA FRA TUTTE L’ONU
Algeri, 5 novembre 1988. È qui che Yasser Arafat legge per la prima volta la «Dichiarazione di Indipendenza palestinese», il documento ufficiale dell’Olp che proclama la Palestina Stato indipendente. Il testo è scritto dal poeta Mahmoud Darwish ed è letto durante la sessione conclusiva del 19° Consiglio nazionale palestinese.
È standing ovation. Trentasette anni dopo, con Gaza che brucia, le parole del grande scrittore dell’esilio diventano un lungo elenco di sogni infranti, ma è da questo testo dai tratti strugge
che parte il percorso internazionale per il riconoscimento dello Stato palestinese. Oggi, 151 dei 193 Stati membri delle Nazioni Unite lo hanno fatto. Ma che cosa significa per la Palestina questa nuova ondata di «sì»?
Partiamo dal concetto di Stato. Per essere riconosciuto come tale, un ente deve possedere quattro caratteristiche minime: una popolazione stabile, un territorio definito, un governo e la capacità di intrattenere rapporti con gli altri Paesi (Convenzione
di Montevideo, 1933). La Palestina ha una popolazione permanente e un territorio che sarebbe definito, anche se in parte occupato da Israele.
In Cisgiordania il governo è rappresentato dall’Autorità Nazionale Palestinese, che esercita funzioni limitate a causa della presenza israeliana, mentre dal 2007 Gaza è sotto l’amministrazione di Hamas. In questa situazione di fragilità politica e territoriale, il riconoscimento dello Stato palestinese ha soprattutto un valore simbolico.
Per Gideon Levy, editorialista di Haaretz , «riconoscere la Palestina, che non esiste e non esisterà nel prossimo futuro, equivale a un silenzio vergognoso (…). Sarebbe più efficace adottare misure concrete, come le sanzioni, contro Israele per costringerlo a fermare il genocidio — un’azione che l’Europa potrebbe guidare — per poi tornare a discutere dell’unica soluzione rimasta: una democrazia condivisa tra Mediterraneo e
Giordano».
Tuttavia, il riconoscimento dello Stato palestinese ha delle implicazioni pratiche.
Le ambasciate Le missioni diplomatiche palestinesi presenti nei Paesi che riconoscono la Palestina dovrebbero essere elevate ad ambasciate. Emmanuel Macron pone già un vincolo: la liberazione degli ostaggi israeliani a Gaza rappresenta un passaggio imprescindibile prima di qualunque passo diplomatico, inclusa l’apertura di un’ambasciata. Ma di certo, un riconoscimento faciliterebbe procedure come quelle per il rilascio dei visti e degli scambi tra Paesi. Ciò non significa che chi non riconosce la Palestina non abbia rapporti diplomatici co l’Anp; è il caso, ad esempio, dell’Italia, che ha un ufficio consolare a Gerusalemme Est.
I commerci Riconoscere la Palestina potrebbe anche significare rivedere alcuni rapporti commerciali con Israele. Quei Paesi non potrebbero più comprare prodotti provenienti dagli insediamenti israeliani nei territori occupati. Non una perdita gigantesca per l’economia di Benjamin Netanyahu: anche qui vale più il simbolo.
Il riconoscimento potrebbe aprire la porta delle grandi organizzazioni internazionali, prima fra tutte l’Onu. Dal 2012 la Palestina ha il ruolo di «osservatore permanente», una posizione che le consente di sedere all’Assemblea generale ma senza diritto di voto.
Tuttavia, la piena adesione all’Onu richiede l’approvazione del Consiglio di Sicurezza, dove l’America — che non riconosce lo Stato palestinese — ha diritto di veto.
Chi governa? Sempre Macron afferma che il riconoscimento della Palestina sarà accompagnato dall’impegno dell’Anp ad attuare riforme che la renderanno un partner più credibile per l’amministrazione postbellica di Gaza. Ma non è della stessa
idea Donald Trump che oggi incontra a New York i leader arabi per discutere anche la fase post-bellica: l’Anp non è inclusa.
(da Corriere della Sera)
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