Settembre 26th, 2025 Riccardo Fucile
SECONDO UN SONDAGGIO YOUGOV PER SKY NEWS, IL SUO PARTITO RAZZISTA POTREBBE SFIORARE LA MAGGIORANZA ASSOLUTA DEI SEGGI, CONQUISTANDO IL PRIMO POSTO IN 311 DEI 650 COLLEGI IN PALIO, 15 IN MENO RISPETTO AL 50% PIÙ UNO DELLA CAMERA ELETTIVA DEL PARLAMENTO, MA SUFFICIENTI A IMPEDIRE AL LEADER DI QUALUNQUE ALTRO PARTITO DI PROVARE A FORMARE UN GOVERNO ESCLUDENDOLO
Nigel Farage, leader trumpiano di Reform UK, partito della nuova destra anti-immigrazione
da mesi in testa nei sondaggi britannici, potrebbe concretamente ambire a diventare primo ministro del Regno Unito se si votasse oggi.
Lo conferma una nuova rilevazione, realizzata dall’istituto Yougov per Sky News, stimando non i tassi di consenso, ma la potenziale e decisiva distribuzione dei seggi alla Camera dei Comuni attraverso un campione di 13 mila elettori suddiviso fra i diversi collegi uninominali maggioritari tipici del sistema elettorale d’oltre Manica.
Secondo questo calcolo, Reform potrebbe sfiorare la maggioranza assoluta dei seggi, conquistando il primo posto in 311 dei 650 collegi in palio: 15 in meno rispetto al 50% più uno della Camera elettiva del Parlamento britannico, ma sufficienti a impedire al leader di qualunque altro partito di provare a formare un governo escludendo Farage, visto che gli indipendentisti nordirlandesi dello Sinn Fein si aggiudicano tradizionalmente oltre una mezza dozzina di deputati, ma poi disertano per principio Westminster.
§Stando allo stesso sondaggio i laburisti del premier Keir Starmer precipiterebbero oggi dai 411 conquistati alle elezioni del 2024 ad appena 144; i centristi liberaldemocratici terrebbero a quota 78; i conservatori di Kemi Badenoch si dimezzerebbero ulteriormente da circa 100 seggi residui a 45, passando dal secondo al quarto posto; gli indipendentisti scozzesi dell’Snp risalirebbero a 37; e i Verdi fermerebbero la loro crescita a 7.
(da agenzie)
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Settembre 26th, 2025 Riccardo Fucile
BASTA MEDIARE CON UN GOVERNO CRIMINALE, OCCORRE ROMPERE UN ASSEDIO ILLEGALE RIPORTANDO AL CENTRO I DIRITTI UMANI
Immaginate di essere nel dicembre 1992, parte dei 500 pacifisti italiani e stranieri che diedero vita alla storica marcia su Sarajevo. La loro azione ruppe simbolicamente l’assedio serbo, un blocco che sarebbe durato altri quattro anni, ma che grazie a quell’iniziativa ottenne un’attenzione mediatica internazionale cruciale.
Immaginate che il vostro governo vi dicesse: “Fermatevi in Croazia. Proveremo noi a rompere l’assedio, cercheremo altre soluzioni con il sostegno della Chiesa cattolica.” Nessuno di quei 500 avrebbe risposto di sì. I loro corpi e la loro vita erano stati messi totalmente in gioco in quella battaglia non violenta per spezzare l’assedio.
La Depoliticizzazione e la Rinascita del Dibattito
Dopo la caduta del Muro di Berlino, siamo entrati in un mondo depoliticizzato. Termini come “politico” e “ideologia” hanno assunto un’accezione negativa. Spesso, quando mi chiedono un libro “non di parte” o un giornale “non ideologico,” e persino il dichiararsi “apolitico” è visto come un pregio. Con la fine della Prima Repubblica e l’arrivo della Seconda, la cultura politica in Italia si è progressivamente affievolita.
Abbiamo partiti post-ideologici, abbiamo giornali che dichiarano neutrali.
Il neo-liberismo si è fatto sistema unico e la non-ideologia è il modo più pavido per sostenerlo.
Oggi, però, stiamo vivendo una fase diversa. Lo sciopero a sostegno del popolo palestinese e le proteste in corso da due anni hanno riportato il dibattito politico al centro del Paese. Lo sta facendo anche la destra, con il “nuovo ordine mondiale sovranista” promosso dai movimenti di estrema destra. La sinistra, pur dovendosi ancora riorganizzare, trova nella battaglia per la Palestina un collante importante per lo storico movimento anticoloniale.
La Flotilla e la Questione delle Acque palestinesi
È in questo contesto che si inserisce la vicenda della Global Sumud Flotilla. Ieri, la Flotilla ha ricevuto la proposta di lasciare gli aiuti umanitari a Cipro e accettare la mediazione del governo italiano, che voleva incassare la vittoria politica di aver fermato l’azione. Ma il movimento, che va ben oltre l’opposizione parlamentare italiana e rappresenta 44 paesi, con persone a bordo che non rispondono ai partiti, ha deciso di proseguire la sua marcia.
Ieri, in Parlamento, si è tenuto un dibattito importante un’informativa urgente del Ministro della Difesa, Guido Crosetto. Due cose mi hanno colpito:
La richiesta implicita di aiuto: la voce di Crosetto ha tradito un’emozione importante: la paura. Ha rivolto un appello diretto all’opposizione: “Fermate la Flotilla, perché sappiamo che può succedere qualcosa di grave a quelle persone.”
La seconda cosa che mi ha colpito è l’utilizzo di un termine che non rispecchia né il diritto internazionale né le risoluzioni delle Nazioni Unite, definendo le acque di fronte a Gaza come “acque israeliane”.
Crosetto ha detto che le fregate italiane accompagneranno la Flottiglia solo fino alle acque internazionali, e che una volta entrate nelle “acque israeliane,” nulla si potrà più fare. Le acque davanti a Gaza sono invece acque territoriali palestinesi, come confermato da diverse risoluzioni internazionali.
Questo è un segno importante dei nostri tempi: il Ministro della Difesa non esce dal blocco di alleanze e dal sostegno che il governo italiano sta dando al governo israeliano. Se fossimo nel Novecento, la politica sarebbe protagonista. Invece, dopo decenni in cui ci hanno detto che il mercato veniva prima di tutto, oggi la politica viene svuotata di significato.
Abbiamo delegato la politica interna al libero mercato, usando il debito pubblico come una clava contro lo Stato sociale. Abbiamo delegato la diplomazia alle alleanze militari e al commercio di armi, rendendola un affare più per fondazioni legate all’industria bellica come Leonardo che per il Ministero degli Esteri (la Farnesina).
La Global Sumud Flotilla ha fatto una scelta politica netta, quella di rompere l’assedio imposto a Gaza, mettendo al centro i diritti umani. Ieri scegliendo di andare avanti lo ha ribadito.
È per questo che merita il nostro ringraziamento.
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Settembre 26th, 2025 Riccardo Fucile
“IL SOVRINTENDENTE NON CI HA CONSULTATI, IL RAPPORTO DI FIDUCIA È IRREMEDIABILMENTE COMPROMESSO”… IL MERITO DELLA CONTESTAZIONE STA “ESCLUSIVAMENTE NEL PROFILO PROFESSIONALE DEL DIRETTORE MUSICALE DESIGNATO”. IL CURRICULUM DELLA VENEZI NON È MINIMAMENTE PARAGONABILE AI DIRETTORI DEL PASSATO
«Alla luce di quanto accaduto, appare evidente che il rapporto di fiducia fra l’Orchestra e il
Sovrintendente sia ormai irrimediabilmente compromesso. Non riusciamo a riconoscere in Lei la guida del nostro Teatro. Con senso di responsabilità nei confronti del pubblico e della tradizione della Fenice, chiediamo pubblicamente la revoca della nomina del Direttore Beatrice Venezi»
Mai come stavolta le maiuscole appaiono beffarde. Perché
questa è la lettera con la quale «Professoresse e Professori d’Orchestra del Teatro La Fenice», dopo un’assemblea, sfiduciano il sovrintendente Nicola Colabianchi e rigettano la nomina a direttrice musicale di Venezi, offesi nel merito e nel metodo.
La lettera è formalmente la risposta all’incredibile missiva con la quale il sovrintendente si scusava con i dipendenti del teatro per aver proceduto a una nomina senza concordarla e nemmeno discuterla con nessuno, e con l’aggravante di aver pubblicamente promesso di farlo. In un testo goffo fin quasi all’incredibile, Colabianchi presentava così il contratto di Venezi: «Prevede la direzione di un grande evento, tre concerti e due opere a stagione. Questo cosa significa in termini pratici? Significa che la stragrande maggioranza della nostra attività vedrà sul podio, come sempre, direttori di fama internazionale e di diverso orientamento stilistico». Come dire? Sì, ho scelto Venezi, ma i direttori bravi continueranno a venire a Venezia.
Dopo questa lettera, è deflagrata la reazione dell’Orchestra. Che fa presente, in primis, «di aver appreso esclusivamente tramite la stampa della decisione di nominare Beatrice Venezi alla direzione musicale», e questo «in palese contrasto con le Sue (di Colabianchi, ndr) dichiarazioni pubbliche e con quanto da Lei riferito negli incontri con le rappresentanze sindacali». Questo «mina profondamente la fiducia che i professori avevano riposto nella Sua parola e nella Sua capacità di guida trasparente dell’Istituzione». E fin qui il metodo.
Il merito sta «esclusivamente nel profilo professionale del direttore musicale designato». Tradotto: la politica non c’entra. E
qui gli orchestrali della Fenice mettono nero su bianco quel che è palese a chiunque sappia vagamente di cosa si sta parlando, tranne forse ai servi sciocchi che oggi immancabilmente ci assicureranno che il teatro veneziano è un covo di comunisti. «Il Direttore Venezi non ha mai diretto né un titolo d’opera né un concerto sinfonico pubblico in cartellone alla Fenice. Il suo curriculum non è minimamente paragonabile a quello delle grandi bacchette che, in passato, hanno ricoperto il ruolo di Direttore Musicale di questo Teatro.
Venezi non ha mai diretto nei principali teatri d’opera internazionali, né il suo nome compare nei cartelloni dei più importanti festival del panorama musicale mondiale». Quanto al riferimento di Colabianchi «a un presunto progetto artistico alla base di questa scelta», gli orchestrali precisano che da quando il sovrintendente ha assunto l’incarico, «ormai sei mesi fa, non è emersa alcuna linea artistica chiara, coerente o condivisa».
(da la Stampa)
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Settembre 26th, 2025 Riccardo Fucile
CON “THE DONALD” ALLA CASA BIANCA, IL BUSINESS DI PALANTIR VA A GONFIE VELE: HA SUPERATO PER LA PRIMA VOLTA UN MILIARDO DI DOLLARI DI RICAVI, CON UNA CRESCITA DEL 48% … MA PUÒ UNA SOCIETÀ PRIVATA GESTIRE ARCHITETTURE CRITICHE E DATI SENSIBILI SENZA CONSEGUENZE POLITICHE? THIEL, TRA I FONDATORI DI PAYPAL, NEL 2009 SCRISSE CHE LIBERTÀ E DEMOCRAZIA NON ERANO PIÙ COMPATIBILI
Il potere, militare e non, oggi parla in codice. Palantir, la società fondata vent’anni fa a Palo Alto, è diventata la piattaforma che governi e eserciti usano per mettere ordine nel caos dei dati. Non produce armamenti, ma costruisce il software che li guida, nelle missioni e nelle decisioni. Ma soprattutto è lo strumento attraverso cui Peter Thiel, imprenditore e investitore, allarga la sua influenza sulla politica di Washington e sulla nuova amministrazione Trump.
Un unicum diventato imprescindibile per ogni esercito. I prodotti principali di Palantir hanno nomi evocativi, funzionali per far comprendere in fretta la loro utilità marginale. Gotham, usato da intelligence e forze armate, integra basi dati classificate e scenari operativi.
Foundry, pensato per imprese e amministrazioni civili, costruisce copie digitali dei processi per ottimizzare logistica, forniture, ospedali.
L’ultima evoluzione è AIP, la piattaforma che incapsula modelli di intelligenza artificiale nei contesti più sensibili, evitando fughe di dati e garantendo tracciabilità. L’obiettivo è ridurre la distanza tra analisi e decisione, riducendo i rischi collaterali.
Negli Stati Uniti il Dipartimento della Difesa ha già scelto Palantir come fornitore principale per programmi cruciali. Con Maven, la piattaforma che integra immagini satellitari, sensori e fonti testuali, l’esercito americano ha firmato un contratto da oltre un miliardo di dollari.
Nell’estate del 2025 l’Army ha avviato una gara per un accordo quadro da 10 miliardi in dieci anni per consolidare decine di contratti già in corso con Palantir. È la consacrazione di un’azienda che, senza costruire missili, si è trasformata nell’iper
prime del software militare.
Non solo il Pentagono: anche la Nato ha adottato Maven per uniformare i sistemi informativi dell’alleanza. Non far parte della stessa piattaforma, avvertono i generali, rischia di avere un costo strategico troppo alto per gli alleati.
I conti mostrano un’accelerazione che riflette l’interesse sempre maggiore. Nel secondo trimestre 2025 Palantir ha superato per la prima volta 1 miliardo di dollari di ricavi, con una crescita del 48% anno su anno. La divisione governativa statunitense ha raggiunto 426 milioni, +53% rispetto all’anno precedente.
La parte commerciale americana ha sfiorato i 306 milioni, con un balzo del 93%. La società ha alzato due volte le stime annuali: i ricavi attesi per il 2025 sono compresi tra 4 e 4,15 miliardi, contro i 3,9 stimati in precedenza. La capitalizzazione, sostenuta da investitori retail e istituzionali, resta a multipli elevati rispetto ai colossi tradizionali della difesa.
La crescita porta con sé tensioni. Palantir respinge la definizione di “sorveglianza”, ma i suoi contratti hanno suscitato proteste.
Negli Stati Uniti l’ICE utilizza il software per operazioni legate all’immigrazione, suscitando opposizioni da parte di associazioni civili
Nel Regno Unito la commessa per la piattaforma dati del sistema sanitario nazionale ha generato diffidenze e ricorsi. L’azienda rivendica benefici operativi, audit e policy di sicurezza, ma la discussione rimane aperta: può una società privata gestire architetture così critiche senza conseguenze politiche?
Qui entra in scena Peter Thiel. Nato in Germania, cresciuto nella Silicon Valley, è stato tra i fondatori di PayPal, primo investitore
in Facebook, cofondatore di Palantir. La sua figura sfugge alle etichette: libertario dichiarato, critico verso lo Stato ma al tempo stesso fornitore strategico dello Stato.
Nel 2009 scrisse che libertà e democrazia non erano più compatibili, un pensiero che continua a segnare il suo profilo. Ha sostenuto Donald Trump nel 2016, ha investito in candidati conservatori, ha portato alla ribalta il nuovo vicepresidente J.D. Vance.
Nella seconda presidenza Trump la rete di Thiel è densa. Personalità a lui vicine hanno ottenuto incarichi di rilievo nelle agenzie federali. Non serve che sieda ai tavoli formali: i suoi contatti, la sua influenza, i suoi investimenti hanno già un peso. Thiel si muove come selezionatore di talenti, costruttore di reti, ideologo di un capitalismo che diffida delle istituzioni ma trae forza dal plasmare le infrastrutture di cui le istituzioni non possono fare a meno.
Questo è il nodo centrale. Palantir non è solo un’azienda tecnologica. È la traduzione in software di una visione del potere: concentrare dati, renderli leggibili, trasformarli in decisioni operative. Per i governi occidentali significa un vantaggio in un’epoca in cui la guerra è fatta di informazione e latenza, non solo di ferro e fuoco.
Per Thiel significa sedere al crocevia tra capitale privato, potere pubblico e nuova geopolitica. La sua eredità sarà misurata su quanto quest’infrastruttura resterà al servizio delle istituzioni e non delle agende personali.
Nella nuova guerra fredda, Palantir è già diventata parte della cassetta degli attrezzi dell’Occidente. Ma la sua storia, e quella di Thiel, dimostrano che il confine tra difesa e politica, tra software e potere, si fa ogni giorno più sottile.
(da La Stampa)
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Settembre 26th, 2025 Riccardo Fucile
REGISTRATO ANCHE UN CALO DEL 20% DEL PREZZO MEDIO DEL VINO IN USCITA DALLE DOGANE DEL NOSTRO PAESE … L’OSSERVATORIO UNIONE ITALIANA VINI: “DOLLARO DEBOLE E TARIFFE AL 15% IN UN MERCATO CHE RAPPRESENTA UN QUARTO DEL NOSTRO EXPORT PUÒ GENERARE CRITICITÀ IMPORTANTI”
Ci si è a lungo cullati nell’illusione che la forte corsa agli acquisti da parte Usa di vino italiano
prima dell’entrata in vigore dei dazi del presidente Trump potesse limitare i danni sull’export del 2025 ma, purtroppo, gli operatori dovranno iniziare a fare i conti una realtà che si annuncia diversa.
Secondo i dati delle Dogane relativi alle esportazioni sui mercati extra Ue elaborati dall’Osservatorio dell’Unione italiana vini le spedizioni il vino italiano verso gli Usa hanno registrato nel mese di luglio una brusca battuta d’arresto con un calo del fatturato del 26% rispetto al pari periodo dello scorso anno.
In sostanza – spiegano all’Uiv – con il mese di luglio è stato azzerato tutto il vantaggio costruito nella prima parte dell’anno. Infatti, se a marzo scorso l’export di vino italiano negli Usa aveva fatto registrare un +12,5%, a giugno il progresso si era ridotto a un +5% per venire del tutto azzerato solo un mese più tardi, con il dato di luglio.
I contorni della battuta d’arresto nelle spedizioni diventano ancora più allarmanti considerato che, sempre secondo l’analisi dell’Osservatorio Uiv, a luglio è stato registrato anche un calo del 20,5% del prezzo medio dei vini in uscita dalle dogane italiane.
Le cantine italiane, infatti, nel tentativo di mantenere le posizioni sul mercato Usa stanno progressivamente abbassando i prezzi, in modo da neutralizzare almeno in parte l’effetto dei dazi, ma questo sforzo in base a quanto emerge dai dati sulle esportazioni non sta producendo i risultati sperati.
Nel complesso – spiegano all’Uiv – il prezzo medio delle bottiglie made in Italy, dal picco di 7 euro al litro registrato a gennaio scorso – vini fermi e frizzanti confezionati – è piombato a poco più di 5 euro, mentre gli spumanti, che negli ultimi due anni hanno viaggiato sempre in una forchetta di 4,60-5 euro, si ritrovano oggi a combattere per stare attorno ai 4,30-4,40 euro a litro.
In questa difficile congiuntura i produttori italiani condividono le difficoltà con i principali competitor europei. Per i vignerons dello Champagne il prezzo medio a luglio è calato del 21%, mentre per i vini fermi francesi il taglio è stato addirittura del 25%. Giù anche i listini spagnoli, in particolare con i fermi in
bottiglia con un -23%.
Non mancano tuttavia le eccezioni in positivo. Sul fronte dei consumi Usa ci sono infatti due etichette made in Italy che sembrano non soffrire: sono il Prosecco (+2% in quantità), ma risultati ancora migliori sono registrati dal Chianti Classico (+11%).
«È chiaro – ha sottolineato il segretario generale di Uiv, Paolo Castelletti – che la combinazione tra il dollaro debole e tariffe al 15% in un mercato che da solo rappresenta un quarto del nostro export può generare criticità importanti. Uiv è convinta che, in un settore solido come quello del vino, le difficoltà possano essere superate, purché vengano affrontate con determinazione»
(da agenzie)
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Settembre 26th, 2025 Riccardo Fucile
LE SCALI MOBILI, CHE SI SONO BLOCCATE APPENA IL PRESIDENTE CI E’ SALITO SOPRA, SAREBBERO STATE FERMATE PER SBAGLIO DA UN MEMBRO DELLO STAFF DELLA CASA BIANCA, CHE HA ATTIVATO UN DISPOSITIVO DI SICUREZZA … DURANTE IL DISCORSO ALL’ASSEMBLEA GENERALE, IL GOBBO NON HA FUNZIONATO: L’ONU SOSTIENE CHE ACCENDERLO ERA COMPITO DELL’AMMINISTRAZIONE AMERICANA – CILIEGINA SULLA TORTA: IL DISCORSO DI TRUMP NON SI È SENTITO IN SALA A CAUSA DI UN PROBLEMA ALLE CASSE
Vittima di «triplo sabotaggio»: il presidente Donald Trump scrive in un messaggio sul suo social Truth che martedì scorso, quando ha parlato all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, si sono verificati «tre eventi molto sinistri». Primo: si è fermata all’improvviso la scala mobile, proprio quando Melania davanti e lui dietro sono saliti, il che secondo Trump è «assolutamente un sabotaggio».
Secondo: il gobbo era «completamente nero» durante il suo discorso. Terzo: il presidente degli Stati Uniti sostiene che persino l’audio non funzionava e hanno potuto sentirlo solo coloro che avevano un auricolare per la traduzione: è stata Melania a dirgli che non si sentiva niente. Non è un mistero che il presidente fosse di cattivo umore, visto che lui stesso ha detto chiaramente nel discorso che dall’Onu ha «ricevuto solo una scala mobile e un gobbo non funzionanti» e «mai un aiuto o una telefonata» per risolvere le guerre.
La portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt aveva annunciato la sera stessa che ci sarebbe stata un’indagine, esigendo licenziamenti se si scoprirà che è colpa dello staff (Leavitt aveva postato sul social X un pezzo del Sunday Times che aveva anticipato che qualcuno nello staff suggeriva di bloccare la scala mobile per dare al presidente un assaggio delle conseguenze dei suoi tagli ai finanziamenti all’Onu).
Poi mercoledì Stephane Dujarric, portavoce dell’Onu, aveva detto che sembra sia stato un tecnico della delegazione Usa a far scattare «inavvertitamente» il meccanismo che ferma la scala mobile. «La persona che l’ha fatto dovrebbe essere arrestata», ha scritto Trump su Truth. Quanto al gobbo, l’agenzia Ap afferma che il problema è che la Casa Bianca era responsabile di attivarlo per il presidente (così dice una fonte Onu sotto anonimato, «per via della delicatezza della questione»).
I servizi segreti stanno indagando e il presidente ha ordinato alle Nazioni Unite di conservare le registrazioni delle telecamere di sicurezza nella zona della scala mobile.
(da Corriere della Sera)
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Settembre 26th, 2025 Riccardo Fucile
SECONDO IL PADRE DI UNO DEI RAGAZZI, SUO FIGLIO È STATO RECLUTATO SU TELEGRAM DA UN HACKER FILO-RUSSO: AD AGOSTO, IL RAGAZZO E’ ENTRATO NEGLI UFFICI DELL’EUROPOL E DELL’AMBASCIATA CANADESE ALL’AIA PORTANDO CON SÉ UN DISPOSITIVO CHE RINTRACCIA LE RETI WI-FI E INTERCETTA I DATI …ANCHE IN ESTONIA UN UOMO E’ STATO CONDANNATO A CINQUE ANNI PER AVER COLLABORATO CON I SERVIZI RUSSI
La polizia ha arrestato due diciassettenni olandesi con l’accusa di spionaggio, probabilmente
a favore della Russia, secondo quanto riportato venerdì dal quotidiano De Telegraaf.
Secondo il padre di uno dei ragazzi, suo figlio è stato reclutato su Telegram da un hacker filo-russo. Nell’agosto di quest’anno, il ragazzo avrebbe sorpassato gli uffici di Europol, Eurojust e l’ambasciata canadese all’Aia portando con sé un cosiddetto ‘wifi sniffer’, un dispositivo che rintraccia le reti vicine e intercetta i dati.
La procura non ha voluto commentare il caso vista la giovane età dei sospetti, ma ha confermato che uno dei ragazzi rimarrà in custodia per altre due settimane, mentre l’altro è agli arresti domiciliari e gli è stato applicato un braccialetto elettronico. Secondo il padre del principale sospettato, lunedì nel tardo pomeriggio otto uomini con il passamontagna sono entrati in casa con un mandato di perquisizione: sono andati direttamente nella stanza dove suo figlio stava facendo i compiti e lo hanno portato via, dicendo al padre solo che si trattava di “spionaggio” e “prestazione di servizi a un Paese straniero”.
“Mio figlio non esce, lavora in un supermercato e non mostra
alcun desiderio di esplorare il mondo”, ha detto l’uomo. Il figlio è descritto come un appassionato giocatore, bravo con i computer e affascinato dall’hacking. Gli arresti sono avvenuti dopo una segnalazione dei servizi segreti Aivd. Sebbene questo sia il primo caso del genere venuto alla luce nei Paesi Bassi, nota il portale DutchNews, in Germania il governo è arrivato al punto di avviare una campagna per mettere in guardia i giovani dal diventare “agenti usa e getta”.
Un cittadino estone è stato condannato a cinque anni di reclusione per aver collaborato con i servizi di intelligence russi. Lo comunica il portale della televisione di Stato estone, Err.
Le indagini condotte dalle autorità estoni hanno rivelato che l’uomo, residente nella città di Narva, sul confine tra Estonia e Federazione russa, avrebbe iniziato la collaborazione nel 2017, fornendo dati sensibili sulla sicurezza interna e la situazione politica estone.
(da agenzie)
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Settembre 26th, 2025 Riccardo Fucile
IL MINISTRO PRIMA HA SOSTENUTO IL “BELLO DELLA DEMOCRAZIA”, POI SI È INCAZZATO CON GLI UOMINI DELLA SICUREZZA: “NON È POSSIBILE CHE ARRIVINO A 5 METRI DA ME. NON SI RIESCE MANCO A PARLARE. SE ARRIVA QUALCUNO QUI A DARMI DELL’ASSASSINO MI GIRANO I COGLIONI…”
Il leader della Lega è stato contestato con fischi, cori e striscioni mentre si trovava nelle Marche per il tour elettorale in vista delle regionali. Infastidito dalla situazione Salvini si è rivolto agli uomini della sicurezza, sgridandoli: “Conosco la gestione dell’ordine pubblico, non è possibile che arrivano a 5 metri da me!”
Sia a San Benedetto del Tronto che a Offida e ad Ascoli Piceno, il vicepremier è stato accolto dai contestatori.
In polemica con le sue dichiarazioni a sostegno di Israele e del premier Benjamin Netanyahu, in tutte e tre le tappe del tour elettorale alcuni manifestanti dei collettivi Caciara e Casa Rossa e altri del Partito democratico hanno esposto dei cartelli con le scritte: “Un minuto di silenzio per ogni morto a Gaza. Salvini taci per sempre”, “Scodinzoli per Netanyahu. Salvinibau bau bau”, “Governo complice dei criminali di guerra Netanyahu e Almasri” e ancora, “Palestina libera”.
“È il bello della democrazia” – ha replicato. “L’unica riflessione che faccio è che se ci fosse un pranzo del Pd e ci fossero dei leghisti li avrebbero portati via di peso da mezz’ora. Ma siamo diversi. Mi fanno un mix di pena e di tenerezza”, ha aggiunto.
In un secondo momento, distante dalle telecamere dei cronisti, ha sbottato contro le forze dell’ordine presenti sul posto: “Non è possibile che siano autorizzati a stare lì di fronte”, ha detto
visibilmente infastidito.
Alzando i toni, Salvini ha redarguito gli uomini della sicurezza: “Conosco la gestione dell’ordine pubblico, non è possibile che arrivino a 5 metri da me. Non si riesce manco a parlare. Se arriva qualcuno qui a darmi dell’assassino mi girano i co****i eh?!”, ha esclamato, alludendo alla sua esperienza da ministro dell’Interno durante il governo Conte.
(da agenzie)
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Settembre 26th, 2025 Riccardo Fucile
IL MINISTRO DELLA DIFESA, BORIS PISTORIUS: “LE RETI SATELLITARI SONO ORMAI IL TALLONE D’ACHILLE DELLE SOCIETÀ MODERNE. ATTACCARLE PUÒ PARALIZZARE UN INTERO PAESE”…IL PIANO TEDESCO PREVEDE SIA LA PROTEZIONE DI SISTEMI SATELLITARI E TERRESTRI, SIA LO SVILUPPO DI MEZZI DI TRASPORTO SPAZIALI
La Germania investirà 35 miliardi di euro entro il 2030 per sviluppare la difesa spaziale e
contrastare le capacità militari di Russia e Cina. Lo ha annunciato ieri il ministro della Difesa, Boris Pistorius, spiegando che all’interno della Bundeswehr – le forze armate del Paese – saranno create strutture dedicate «per la difesa e la deterrenza».
Secondo Pistorius, Mosca e Pechino hanno «rapidamente sviluppato le loro capacità di condurre una guerra nello spazio», con l’invasione russa dell’Ucraina
«Le reti satellitari sono ormai il tallone d’Achille delle società moderne. Attaccarle può paralizzare un intero Paese», ha detto il ministro durante una conferenza dell’industria spaziale a Berlino.
Il piano tedesco prevede sia la protezione di sistemi satellitari e terrestri, sia lo sviluppo di mezzi di trasporto spaziali, accanto alla possibilità di dotarsi di strumenti offensivi.
«Anche nello spazio dobbiamo essere in grado di esercitare una deterrenza per poterci difendere», ha insistito. Gli investimenti tedeschi dovranno costituire un «pilastro solido» per la Nato, secondo il ministro, visto il crescente disimpegno degli Stati Uniti.
Anche Washington ha rilanciato di recente il progetto di difesa spaziale «Golden Dome», mentre Russia e Cina sono state accusate di aver sviluppato armi anti-satellite. «Possono bloccare, accecare, manipolare o interrompere cineticamente i satelliti», ha affermato Pistorius, aggiungendo che «già oggi i sistemi delle forze armate tedesche sono colpiti da attacchi di disturbo
Questi attacchi sono diretti non solo contro i militari, ma contro l’economia e la società nel suo complesso». Mosca, secondo il ministro, starebbe attualmente monitorando due satelliti IntelSat, utilizzati anche dalle forze armate tedesche. «Proprio in questo momento, 39 satelliti cinesi e russi ci stanno sorvolando», ha detto Pistorius.
(da agenzie)
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