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NETANYAHU HA RICEVUTO SOLDI DAL QATAR. L’EX AGENTE DEL MOSSAD, UDI LEVI, PUNTA IL DITO CONTRO “BIBI”, ACCUSANDO ISRAELE DI AVER INSABBIATO TUTTE LE INDAGINI SUL PREMIER

Settembre 22nd, 2025 Riccardo Fucile

A FINIRE NEL MIRINO SAREBBERO DUE LETTERE COMPROMETTENTI, DEL 2012 E DEL 2018, DAL QUALE EMERGONO DUE FINANZIAMENTI DA PARTE DELLA MONARCHIA QATARINA, DI 15 E 50 MILIONI DI DOLLARI PER LE CAMPAGNE DI NETANYAHU…MA C’È DI PIÙ: SOTTO LA LENTE DI INGRANDIMENTO C’È IL CONTO IN BANCA DEL PREMIER CHE POTREBBE ESSERSI ARRICCHITO GRAZIE ALLE CRIPTOVALUTE – IL RUOLO DEL COGNATO

Il 9 settembre Israele ha eseguito un bombardamento aereo sul territorio del Qatar. Sulle prime non era chiaro il bilancio dell’attacco (che si rivelerà poi in buona parte fallito) ma, quando gli aerei di Israele sono ancora sulla via del ritorno, Benyamin Netanyahu rivendica già l’intervento
Perché Israele se la intesta
Anche questo è inusuale. Di rado Israele si intesta esplicitamente azioni in Paesi terzi volte a eliminare i propri nemici, anche quando le impronte digitali sono evidenti.
La via d’uscita diplomatica
Tutta questa ambiguità ha una funzione: facilita una via d’uscita diplomatica, riducendo i rischi di ritorsioni da parte dei Paesi colpiti. Sul Qatar invece Netanyahu sembra voler mettere la firma. Si direbbe quasi che tenga a mostrare al mondo di avere le mani libere nel colpire un obiettivo in quel Paese, anche se gli Stati Uniti vi mantengono la loro più vasta base militare in Medio Oriente. Perché?
La sfiducia verso il direttore dello Shin Bet
Proprio negli ultimi mesi Netanyahu stesso ha sfiduciato e sostituito il direttore dello Shin Bet, Ronen Bar, dopo che il servizio segreto interno aveva iniziato un’indagine su sospetti rapporti del Qatar con due stretti collaboratori del primo ministro stesso: Eli Feldstein e Yonatan Urich; quest’ultimo è stato accusato in un’inchiesta in corso anche di aver ricevuto del denaro. Il rapporto di Netanyahu con il Qatar è dunque sicuramente complesso. Vediamo.
L’emiro di Hamas
Senza il ruolo di Doha, non si comprendono né la crescita del potere politico-militare di Hamas a Gaza né il 7 ottobre 2023. Questo emirato alleato degli Stati Uniti nel Golfo, dotato delle terze più vaste riserve di gas naturale al mondo, dell’ottavo più grande fondo sovrano con un patrimonio di 557 miliardi di dollari, con una popolazione nazionale di appena 400 mila abitanti più 2,7 milioni di immigrati spesso in condizioni
schiavistiche, è decisivo in Medio Oriente. Si presenta spesso come un mediatore indispensabile, ma per decenni ha finanziato il radicamento di Hamas nella Striscia.
L’unità del Mossad per l’intelligence finanziaria
I suoi pagamenti a Hamas stessa e alla Jihad islamica – anche a Gaza – hanno spinto nel 2017 l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti a rompere con Doha. Intanto però i fondi dell’emirato sono diventati fondamentali soprattutto dopo che, durante lo scorso decennio, l’Autorità nazionale palestinese con base in Cisgiordania aveva ridotto e poi cessato l’invio di fondi a Hamas a Gaza a causa del suo estremismo e dei suoi metodi violenti.
Già negli anni ’90 il Qatar assicurava a Gaza flussi di 100-150 milioni di dollari all’anno, fino a quando Israele prende le prime contromisure: nel 2002 si forma una nuova unità del Mossad «per la guerra economica e l’intelligence finanziaria».
A capo della struttura Udi Levi
Molto presto il direttore del Mossad di allora, Meir Dagan, mette a capo di quella struttura un agente reclutato dall’esercito di nome Udi Levi. Levi resterà alla guida dell’unità per la guerra economica e l’intelligence finanziaria fino all’anno prima del suo scioglimento, avvenuto nel 2017 durante un governo di Netanyahu. Oggi questo ex agente dell’intelligence finanziaria collabora con i governi e i procuratori di vari Paesi nel mondo e in Israele la sua voce è diventata la più netta nel chiedere un’indagine sui rapporti finanziari fra lo stesso primo ministro (insieme alla sua famiglia) e il Qatar
I rapporti di Netanyahu col Qatar
Levi non mi ha rilasciato alcuna dichiarazione, ma non è difficile ricostruire quel che sta dicendo da mesi sulla base di due dei suoi interventi pubblici: un’intervista di inizio aprile ad una radio rilasciata subito dopo l’attacco di Netanyahu a Ronen Bar, il capo dello Shin Bet che indagava sulle connessioni con il Qatar dei collaboratori del premier; e l’intervento in un podcast uscito proprio nel giorno dell’attacco su Doha una decina di giorni fa.
L’intelligence finanziaria
Dice Udi Levi il 9 settembre scorso: «Lei mi chiede se ci sono prove che qualcuno nella famiglia di Netanyahu abbia ricevuto denaro dal Qatar? È difficile per me dirglielo oggi, dunque parlo di qualcosa di diverso: si può controllare se c’è una partnership in qualche progetto? Se c’è qualche investimento? E in quale azienda? Ci sono molti aspetti in questa storia».
E ancora: «Non ho ricevuto alcuna querela (per le dichiarazioni su Netanyahu e il Qatar, ndr.). Se mi vogliono portare in tribunale, non c’è problema. Sono sicuro che il primo ministro (Netanyahu, ndr.) capisce che dovrò mettere sul tavolo tutto quello che so in mia difesa. Non so se sarebbe saggio».
Impossibile condurre un’indagine contro Netanyahu
Nell’intervista di aprile questo ex investigatore finanziario del Mossad aveva espresso le ragioni della propria frustrazione: il fatto che ogni indagine su possibili finanziamenti impropri sembri non andare avanti in Israele come – secondo lui – dovrebbe. […] Udi Levi – così come altri ex uomini dell’intelligence quali Ygal Carmon – non sta accusando Netanyahu di essersi lasciato corrompere dal Qatar.
Sta però chiedendo un’inchiesta approfondita e indipendente per
verificare questo e altri aspetti collegati. Comunque vada, essa potrebbe far luce sulle origini della guerra a Gaza e sul modo in cui il primo ministro la sta conducendo.
Netanyahu permette che il Qatar finanzi Hamas a Gaza
La tensione attorno a questo tema in realtà inizia ad accumularsi, al più tardi, nel 2012. In quell’anno Netanyahu, quale primo ministro, decide di permettere che il Qatar finanzi il governo di Hamas a Gaza con trasferimenti di fondi tramite il sistema bancario e, dal 2018, persino spedendo valigette piene di contante.
La motivazione fornita dal premier è che, lasciata senza risorse, Gaza sarebbe sprofondata nel caos e gli attacchi terroristici o il fuoco dei lanciamissili sarebbero ripresi con più intensità. Uomini come Udi Levi, che da un decennio combattono il finanziamento di Hamas, si sentono traditi.
«Raven»: le carte rubate
Si riferisce però allo stesso 2012 anche un documento che sembrerebbe far riferimento a una presunta azione del Qatar per finanziare con 15 milioni di dollari la campagna elettorale che Netanyahu stava affrontando. Ne ho scritto un paio di anni fa, si tratta del «Raven Project».
Di cosa si tratta? In quegli anni il governo degli Emirati Arabi Uniti arruola un’impresa di hacker ed esperti informatici fuoriusciti dalla National Security Agency americana. L’azienda, DarkMatter Group, prende di mira i sistemi digitali di Turchia, Francia, Yemen, Iran, Qatar, Libano e Israele.
L’inchiesta degli Emirati e la scoperta del finanziamento a Netanyah
Il sovrano degli Emirati Arabi punta a prendere possesso di documenti compromettenti dei governi della regione, in modo da rafforzare il proprio potere negoziale nei loro confronti. Dal Qatar saltano fuori (se sono autentiche) due lettere.
La prima è del 2012: in essa il ministro delle Finanze del Qatar Yousef Husain Kamal sembra scrivere al premier Hamad Bin Jassim Bin Jabr Al-Thani per un presunto finanziamento da 15 milioni di dollari «al signor Benjamin Netanyahu, capo del Likud (…) come partecipazione nel sostegno nella prossima campagna elettorale (…) secondo la direttiva di Vostra Altezza di ritirare questa allocazione e fornirla in contanti al servizio di sicurezza dello Stato».
I fondi per le campagne elettorali di Netanyahu
La seconda è datata al 2018, firmata dal ministro delle Finanze dell’epoca Ali Shareef Al Emadi, per Khalid Bin Khalifa Al Thani, capo dello staff dell’emiro Tamim bin Hamad Al Thani. In questo caso si parla di un presunto «rapido sostegno finanziario a Sua Eccellenza Benjamin Netanyahu» per 50 milioni di dollari. I fondi, secondo le accuse, sarebbero stati allestiti per le campagne di Netanyahu nelle elezioni del 2013 e 2019.
L’indagine mai fatta
Commenta oggi Udi Levi, l’ex investigatore finanziario del Mossad: «Su quei documenti si è indagato in giro per il mondo ma qui in Israele qualcuno, non so chi, ha deciso di non farlo. Non li hanno controllati e hanno immediatamente deciso che erano falsi (…). Nessuno ha mai contattato l’azienda (DarkMatter Group, ndr.) per chiedere cosa ne pensasse».
Come ha costruito il suo impero economico Netanyahu
E ancora, sempre Udi Levi: «Il secondo punto che va controllato» riguarda «l’intero impero economico che la famiglia Netanyahu ha costruito. C’è abbastanza informazione, un sacco di informazione su questo impero economico. Bisogna trovare la fonte del denaro, nessuno ha mai fatto un’indagine su questo. Nessuno ha mai verificato che ruolo ha Amartzia Ben-Artzi (il fratello della moglie di Netanyahu, Sara, ndr.); lui è fra i maggiori esperti di piattaforme finanziarie per criptovalute».
Udi Levi parla poi del rapporto stretto a Porto Rico da Yair Netanyahu, figlio del premier, con l’attore e tycoon delle cryptovalute Brock Pierce. «C’è un sacco di informazione che punta ai fondi e ai fondi in cripto» che «di nuovo, nessuno ha verificato».
Come ha avuto centinaia di milioni di dollari?
Afferma Udi Levi nel suo podcast di pochi giorni fa: «Non può essere che una persona dichiari un certo salario e all’improvviso sul suo conto in banca scopri centinaia di milioni di dollari. […]».
Guerra e alleati
Nei prossimi giorni Udi Levi presenterà i suoi argomenti in tribunale, a propria tutela, anche se Netanyahu ha annunciato da tempo ma non ancora avviato – a quanto noto fino a ieri sera – una querela contro di lui. Il premier nega con forza di aver mai ricevuto fondi dal Qatar o da altri finanziatori occulti. Oggi i procedimenti aperti contro di lui in tribunale riguardano accuse meno gravi: la maggiore è di aver ricevuto 192 mila dollari da due uomini d’affari israeliani. Anch’esse, come quelle sul Qatar,
non sono dimostrate.
Il cambio allo Shin Bet
Quanto a Netanyahu, ha sostituito Ronen Bar allo Shin Bet con il fedelissimo David Zini. Da lui non avrà grattacapi. Il leader pensava che il patto implicito con il Qatar avrebbe addomesticato Hamas con il denaro degli emiri e si è lasciato prendere di sorpresa il 7 ottobre 2023. Ma ora Netanyahu sa che, finché Israele sarà in guerra, le inchieste su di lui e voci come quella di Udi Levi – corrette o meno – saranno affogate dal rumore delle armi.
Il prezzo è la sua alleanza indissolubile con l’estrema destra messianica e razzista che vuole solo l’espulsione dei palestinesi con la violenza da Gaza e dalla Cisgiordania.
(da corriere.it)

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L’ASSASSINIO DI CHARLIE KIRK NON C’ENTRA NULLA CON “L’ODIO DELLA SINISTRA”, ORA LO DICE ANCHE L’FBI

Settembre 22nd, 2025 Riccardo Fucile

I SERVIZI SEGRETI NON HANNO TROVATO ALCUNA PROVA CHE COLLEGHI IL 22ENNE TYLER ROBINSON A ORGANIZZAZIONI SINISTRORSE : “OGNI INDICAZIONE SUGGERISCE CHE SI SIA TRATTATO DI UN RAGAZZO CHE HA FATTO UNA COSA TERRIBILE PERCHÉ TROVAVA OFFENSIVA L’IDEOLOGIA DI KIRK” … ROBINSON CONSIDERAVA INACCETTABILI LE POSIZIONI DELL’ATTIVISTA TRUMPIANO CONTRO I TRANS, PERCHÉ AVEVA UNA RELAZIONE CON UN RAGAZZO CHE STAVA COMPIENDO LA TRANSIZIONE DI GENERE

Gli investigatori federali non hanno finora trovato alcuna prova che colleghi il 22enne Tyler Robinson, accusato dell’assassinio di Charlie Kirk, a organizzazioni di sinistra. Tre funzionari del Dipartimento di Giustizia hanno riferito alla NBC News che «ogni indicazione suggerisce che si sia trattato di un ragazzo che ha fatto una cosa terribile perché trovava offensiva l’ideologia di Kirk».
La procura dello Utah ha già incriminato Robinson per omicidio aggravato e ostruzione alla giustizia, sostenendo che abbia colpito per motivazioni politiche, e ha depositato l’avviso con cui intende chiedere la pena di morte
L’indagine confermerebbe che Robinson abbia agito da solo quando ha sparato a Kirk il 10 settembre durante un dibattito alla
Utah Valley University. Questo binario di inchiesta procede autonomamente rispetto a eventuali iniziative federali ed è il terreno su cui si giocherà il processo.
Fonti statali e federali confermano che portare accuse federali contro Robinson potrebbe essere complicato, poiché il giovane è residente dello Utah e per commettere il reato non ha attraversato confini statali
Comincia a farsi largo l’ipotesi che Tyler si stesse allontanando dal suo retroterra religioso e conservatore per motivi più sentimentali che politici. Il giovane aveva una relazione con un ragazzo che stava compiendo la transizione di genere verso il femminile, e nelle chat rese pubbliche si legge rabbia verso Kirk per il suo «odio» contro i trans.
(da Messaggero)

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“NETHANYAU E LA SUA GUERRA HANNO SDOGANATO L’ANTISEMITISMO, E QUESTA È LA FORMA PEGGIORE DI NEGAZIONE DELLA STORIA” : GIANNI OLIVA BACCHETTA IL PREMIER ISRAELIANO PER AVER RIDOTTO IL TERMINE A UN’INVETTIVA POLITICA

Settembre 22nd, 2025 Riccardo Fucile

“SE ‘ANTISEMITA’ DIVENTA IL TERMINE CON CUI SI BOLLANO LE PROTESTE CONTRO LE STRAGI DI GAZA, SE LA TRAGEDIA DEL PASSATO VIENE SFRUTTATA PER COPRIRE I CRIMINI DI OGGI, SE SI ACCUSANO DI ESSERE ‘ANTISEMITI’ ANCHE GLI EBREI CHE PROTESTANO NELLE PIAZZE DI TEL AVIV, ALLORA ‘ANTISEMITISMO’ SI RIDUCE AD UN’ACCUSA SVINCOLATA DALLA STORIA”

Di fronte al mattatoio di Gaza, la semantica appare quasi una provocazione: crimini di guerra, genocidio, pulizia etnica, strage… Comunque lo si chiami, “mattatoio” resta. Ma le parole sono la traduzione immediata della memoria e, come tali, trasmettono insegnamenti (o, all’opposto, omissioni).
Prendiamo il termine “fascista”: sino alla fine degli anni Sessanta ha riassunto gli orrori della guerra e dell’intolleranza ed è stato uno dei pilastri fondanti della coscienza repubblicana.
Per i più attenti rinviava alle leggi razziali, al Tribunale Speciale, a Matteotti: ma per tutti rinviava alla dichiarazione di guerra del 10 giugno 1940, all’alleanza con Hitler, ai soldati morti nei Balcani, in Russia, in Africa, alle città bombardate, agli oppositori «crocifissi sui pali del telegrafo».
Dopo il ’68, nelle radicalizzazioni degli anni di piombo, il significato storico sì è perso
Svincolato dal suo riferimento storico, “fascista” diventa un termine sdoganato, un qualunque vituperio della rissa politica: e così si apre la strada all’azzeramento della memoria, dove il Ventennio diventa solo una delle tante pagine del passato e smette di ammonire il presente.
La politica di Nethanyau e del suo governo sta operando lo stesso processo sul termine “antisemitismo”. Per decenni “antisemitismo” ha significato il male assoluto, ha riassunto in sé la vergogna della Shoah, la ferocia dell’intolleranza, la brutalità
della violenza. Ma se “antisemita” diventa il termine con cui si bollano le proteste contro le stragi di Gaza, se la tragedia del passato viene sfruttata per coprire i crimini di oggi, se si accusano di essere “antisemiti” anche gli ebrei che protestano nelle piazze di Tel Aviv, allora “antisemitismo” si riduce ad un’accusa svincolata dalla storia.
Tra le tante macerie umane, politiche e materiali che la politica di Nethanyau lascerà al futuro, c’è anche una maceria etico-culturale: aver svuotato la memoria dell’antisemitismo dell’orrore che l’ha accompagnata e che ha educato le generazioni cresciute dopo il 1945.
È la memoria che per decenni ha insegnato la tolleranza, che ha ispirato i testi costituzionali più avanzati: soprattutto, è la memoria che ha formato i tanti giovani che hanno letto il “Diario di Anna Frank” o “Se questo è un uomo”, gli adulti che hanno pianto al museo di Auschwitz, gli spettatori che si sono commossi al sorriso amaro di “La vita è bella”
Nethanyau e la sua guerra hanno sdoganato l'”antisemitismo”, e questa è la forma peggiore di negazione della storia: perché le vittime di questo travisamento semantico non sono i terroristi di Hamas, ma gli ebrei sterminati nelle camere a gas di Hitler, ridotti ad un’invettiva politica sterile e strumentale.
Gianni Oliva
per “la Stampa”

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BACCHETTA NERA HA TRIONFATO! BEATRICE VENEZI È STATA NOMINATA NUOVO DIRETTRICE MUSICALE DELLA FONDAZIONE TEATRO LA FENICE DI VENEZIA

Settembre 22nd, 2025 Riccardo Fucile

L’AMICA DELLA MELONI ASSUMERA’ L’INCARICO DALL’OTTOBRE 2026 CON UN MANDATO FINO A MARZO 2030 … PALAZZO CHIGI HA IMPOSTO AL SOVRINTENDENTE DEL TEATRO, NICOLA COLABIANCHI, DI NOMINARE SUBITO “BEATROCE” VENEZI (E COLABIANCHI, LA CUI CARRIERA E’ STATA COSTANTEMENTE FAVORITA DAL CENTRO-DESTRA, NON VOLEVA LA VENEZI TRA I PIEDI)

Beatrice Venezi è stata nominata nuovo direttrice musicale della Fondazione Teatro La Fenice di Venezia. La decisione è stata approvata all’unanimità dal presidente della Fondazione, il sindaco di Venezia Luigi Brugnaro e da tutti i consiglieri di indirizzo.
Venezi assumerà ufficialmente l’incarico a partire dall’ottobre 2026, con un mandato che si estenderà fino a marzo 2030.
Brugnaro e il Consiglio esprimono “grande soddisfazione per la scelta”, sottolineando come la nomina “rappresenti un significativo valore aggiunto per l’attività del Teatro in termini di professionalità, visibilità internazionale, energia e rinnovamento.
È stato inoltre evidenziato il rilievo di questa designazione, che vede una delle poche figure femminili assumere un ruolo apicale nel panorama dei grandi teatri lirici internazionali, confermando la vocazione globale e innovatrice della Fenice”. A breve, Venezi incontrerà il Sovrintendente e i lavoratori del Teatro per iniziare a definire le linee programmatiche della sua direzione musicale.
(da agenzie)

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SENZA IL SOSTEGNO DEGLI USA, L’EUROPA DOVRA’ INVESTIRE NELLA DIFESA TRA I 125 E I 150 MILIARDI DI EURO IN PIU’ OGNI ANNO

Settembre 22nd, 2025 Riccardo Fucile

LA META’ DEL BUDGET AGGIUNTIVO DOVRA’ ESSERE DESTINATO ALLE FORZE TERRESTI (ADDESTRAMENTO TRUPPE, MUNIZIONE E NUOVI CARRI ARMATI) – LA SECONDA PRIORITA’ E’ LA DIFESA AEREA … POI E’ NECESSARIO MIGLIORARE LE CAPACITA’ DELLA MARINA MILITARE DEI PAESI E INVESTIRE NELLA CYBER-DIFESA

Uno sforzo considerevole. Se l’alleanza atlantica riducesse o interrompesse il supporto ai Paesi Baltici, l’Europa si troverebbe di fronte a un vuoto strategico che obbligherebbe a ridefinire priorità militari, finanziarie e politiche. Estonia, Lettonia e Lituania sono considerate il punto più vulnerabile del fianco orientale dell’Alleanza: confinate con la Russia e con l’exclave di Kaliningrad, hanno collegamenti limitati con il resto del continente e dipendono in larga parte dalla presenza militare alleata.
Un ritiro degli aiuti, oggi stimati in circa 220 milioni di dollari l’anno da parte degli Stati Uniti, ridurrebbe in modo drastico la loro capacità di deterrenza. Investire per la protezione diventa una priorità per l’Ue. Secondo un rapporto congiunto del think tank Bruegel e del Kiel Institute, per mantenere un livello minimo di sicurezza senza l’ombrello statunitense l’Europa dovrebbe aumentare la propria spesa per la difesa dal 2% del Pil attuale a circa il 4%. Fra i 125 e i 250 miliardi di euro ogni anno.
La prima voce di spesa riguarderebbe le forze terrestri, a causa delle vulnerabilità del cosiddetto “corridoio di Suwalki”. Servirebbero brigate aggiuntive, carri armati moderni, veicoli blindati e scorte di munizioni in grado di resistere a una potenziale offensiva rapida. Gli esperti stimano che circa il 40-50% del budget addizionale dovrebbe essere destinato a
personale, addestramento e mezzi corazzati.
La seconda priorità riguarda la difesa aerea e la sorveglianza. I Paesi Baltici hanno già investito in radar e missili antiaerei, ma la scala è insufficiente. Un 20-25% della spesa aggiuntiva dovrebbe essere dedicato a queste capacità, spiegano gli analisti del Rand.
Il fronte marittimo del Baltico richiede nuove risorse. La regione è cruciale per le rotte commerciali e per l’accesso navale russo. Una riduzione del sostegno Nato costringerebbe i Paesi europei a rafforzare flotte di pattugliatori, unità antisommergibili, sonar e sistemi anti-miniera. Le stime di Rand parlano di un 10-15% del budget da riservare alla dimensione marittima.
Un’altra voce centrale è la cyber-difesa. Gli attacchi informatici e le operazioni ibride costituiscono il preludio a crisi convenzionali. Proteggere reti energetiche, sistemi governativi, comunicazioni militari e logistiche è considerato essenziale, come ricorda Chainalysis. I governi dovrebbero investire tra il 10 e il 20% della spesa aggiuntiva in programmi di sicurezza digitale, intelligence condivisa e protezione delle infrastrutture critiche. Si tratta di capacità meno visibili, ma decisive per mantenere la resilienza complessiva.
L’Ue sta cercando di predisporre strumenti finanziari per sostenere la spesa. La Commissione ha proposto il programma Safe, che prevede fino a 150 miliardi di euro in prestiti dedicati a difesa, mobilità, resilienza e spazio. La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e l’Alto rappresentante per la politica estera Kaja Kallas hanno scritto ai leader europei che «il divario da colmare, dopo anni di
sottoinvestimento, è grande». Il nodo resta politico.
Un ritiro del sostegno Nato ai Paesi Baltici non rappresenterebbe soltanto un problema militare. Sarebbe un segnale politico che metterebbe alla prova la coesione europea e la credibilità della deterrenza collettiva. Senza l’impegno diretto di Washington, il peso della difesa ricadrebbe sulle capitali europee, costrette a trasformare in tempi rapidi nuove risorse in capacità operative.
(da agenzie)

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PUTIN CONTINUA A GIOCARE COL FUOCO SAPENDO CHE BASTA UNA CAZZATA PER FAR SCOPPIARE UNA GUERRA: UN AEREO DA RICOGNIZIONE RUSSO È STATO INTERCETTATO SUL MAR BALTICO DAI CACCIA TEDESCHI E SVEDESI

Settembre 22nd, 2025 Riccardo Fucile

IL VELIVOLO DI MOSCA AVEVA LA RADIO SPENTA E NON HA FORNITO UNA ROTTA: E’ L’ENNESIMA PROVOCAZIONE DI PUTIN

Caccia di Germania e Svezia si sono levati in volo oggi per intercettare e tracciare un aereo da ricognizione russo che sorvolava il Mar Baltico. Lo riferiscono funzionari militari, spiegando che due jet Gripen svedesi e due jet Eurofighter tedeschi sono stati dispiegati nello spazio aereo internazionale per monitorare e fotografare l’aereo da ricognizione russo IL-20.
Secondo quanto riferito da funzionari dell’aeronautica militare svedese e tedesca, l’aereo volava senza fornire una rotta di volo o un contatto radio che potesse segnalarne la presenza, hanno riferito i funzionari militari. Il monitoraggio, che si è concluso senza incidenti, giunge in un momento in cui i Paesi membri della Nato e dell’Unione europea sono in stato di massima allerta per le attività militari e di ricognizione russe all’interno e intorno al loro spazio aereo
Venerdì tre jet russi sono entrati senza autorizzazione nello spazio aereo dell’Estonia e vi sono rimasti per 12 minuti, secondo quanto riferito dal ministero degli Esteri estone. Ciò è avvenuto poco più di una settimana dopo che gli aerei della Nato avevano abbattuto dei droni russi sopra la Polonia, alimentando i timori di un’estensione della guerra in Ucraina.
“Oggi, i JAS 39 Gripen (svedesi) e gli Eurofighter (tedeschi) sono stati fatti decollare dal Mar Baltico meridionale per identificare e monitorare un aereo da ricognizione russo IL-20 nello spazio aereo internazionale”, ha dichiarato l’aeronautica militare svedese sul proprio account X. La Luftwaffe tedesca inoltre ha dichiarato che i suoi jet hanno inizialmente seguito l’aereo russo, prima di passare il monitoraggio ai caccia dell’alleato Nato svedese, per poi tornare alla base aerea di Rostock-Laage, nel nord della Germania.
(da agenzie)

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VERSO LA DITTATURA, CON NONCHALANCE: GLI STATI UNITI SI STANNO TRASFORMANDO IN UNA AUTOCRAZIA IN CUI TRUMP PUO’ TRANQUILLAMENTE ORDINARE L’INCRIMINAZIONE DEI SUOI NEMICI, DOPO AVER NOMINATO COME PROCURATRICE LA SUA AVVOCATESSA ED EX REGINETTA DI BELLEZZA, LINDSEY HALLIGAN

Settembre 22nd, 2025 Riccardo Fucile

“THE DONALD” SE LA PRENDE CON LA SEGRETARIA DELLA GIUSTIZIA PAM BONDI PERCHÉ TROPPO LENTA NEL COLPIRE GLI AVVERSARI … VENERDÌ TRUMP HA COSTRETTO ALLE DIMISSIONI IL PROCURATORE ERIK SIEBERT, “COLPEVOLE” DI NON AVER INCRIMINATO LA PM CHE HA ACCUSATO TRUMP

“Non possiamo più aspettare oltre, in gioco ci sono la nostra reputazione e la nostra credibilità”. Così, con un semplice messaggio sul suo social Truth, Donald Trump ha ordinato alla segretaria alla Giustizia Pam Bondi di accelerare le incriminazioni dei suoi avversari politici. Una violazione tanto sfacciata dello spirito della legge americana, se non della lettera, da spingere il leader della minoranza democratica al Senato, Charles Schumer, a denunciare che «questo è il cammino che porta alla dittatura».
Simile la reazione di Hillary Clinton. Ma come ormai accade quasi sempre con le sfide del presidente all’ordine cosituzionale, i repubblicani sono rimasti in silenzio, occupati ad onorare la memoria di Charlie Kirk, che pure aveva criticato la decisione di nascondere i documenti segreti del caso Epstein.
Venerdì il capo della Casa Bianca ha costretto alle dimissioni il procuratore dell’Eastern District della Virginia, Erik Siebert, perché non aveva incriminato la Attorney General nello stato di New York, Letitia James, accusata di frode con un mutuo. James aveva incriminato Trump e ottenuto la sua condanna in sede civile per violazioni fiscali commesse dalla sua compagnia, e ora lui esige la vendetta.
Siebert, nominato dal presidente, si è rifiutato di portare in tribunale Letitia perchè non aveva trovato le prove. Ma paga anche il fatto che non sta procedendo l’inchiesta sull’ex direttore dell’Fbi Comey. In più il procuratore, in fase di conferma, era stato appoggiato anche dai senatori democratici Warner e Kaine. Siebert alla fine si è dimesso, pur di non cedere sui principi fondamentali della sua professione, e Donald ora vuole rimpiazzarlo con la sua ex avvocata Lindsey Halligan.
Trump sostiene di avere il diritto di usare la giustizia contro i suoi avversari, perchè loro hanno fatto altrettanto con lui, incriminandolo cinque volte. Dimentica così che ha ricevuto una condanna penale per il caso legato alla relazione con la pornostar Stormy Daniels, mentre le altre inchieste come quella sui documenti segreti trafugati a Mar a Lago o l’assalto al Congresso avevano basi piuttosto solide e sono state bloccate solo grazie alla super maggioranza conservatrice della Corte Suprema, che in sostanza lo ha messo al di sopra della legge.
Il sistema giudiziario americano ha il peccato originale che i procuratori dei 93 distretti federali sono nominati dai presidenti e possono essere piegati alla loro volontà. La prassi è stata quella di cercare di evitare la parzialità, anche se John Kennedy aveva nominato il fratello Bob segretario alla Giustizia e Nixon aveva cacciato il procuratore speciale incaricato di indagarlo per il Watergate.
(da agenzie)

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ISTRUZIONE SEMPRE PIU’ CARA E FAMIGLIE INDEBITATE: IL BOOM DEI PRESTITI SCOLASTICI

Settembre 22nd, 2025 Riccardo Fucile

SONO ARRIVATI A 370 MILIONI DI EURO… BALZO DEL 15% IN UN SOLO ANNO

Per lungo tempo il debito scolastico è statato il timore delle migliaia di studenti che arrivavano a fine anno con quelle insufficenze da sanare poi in estate. Oggi invece, l’accezione di debito scolastico sta cambiando e spaventa più le famiglie che gli studenti. Studiare in Italia costa sempre di più e sempre più famiglie si rivolgono alle banche per far fronte alle spese. Secondo quanto riportato da La Stampa, negli ultimi dodici mesi i prestiti personali destinati a scuola, università e formazione hanno superato i 370 milioni di euro, con un aumento del 15% rispetto all’anno precedente. A cresce non è solo il volume ma
anche l’importo medio per ciascun studente: circa 7 mila euro.
Il costo degli studi
Quello del prestito scolastico non è un fenomeno marginale: già nel 2024 il 5% delle famiglie italiane aveva dovuto accendere un prestito per le spese scolastiche e un ulteriore 31% aveva intaccato i propri risparmi o chiesto aiuto a parenti e amici. In parallelo, il 28% delle famiglie aveva tagliato alcune spese legate all’istruzione dei figli. Questo perché la fotografia dei costi dell’isturzione è impietosa: secondo i dati Moneyfarm, il ciclo di scuola dell’obbligo costa oggi oltre 24.700 euro, 3 mila euro in più rispetto al 2022. Crescere un figlio fino alla maggiore età significa affrontare circa 156 mila euro di spese, tra istruzione, tecnologia, sport, viaggi studio e supporto scolastico. Ma è l’università a far livitare il conto.
Spesa pubblica scarsa
Nonostante in Italia solo l’1% degli studenti ricorra a prestiti per studiare, contro il 5% in Spagna e oltre il 50% nei Paesi Bassi e in Svezia, i numeri sono in crescita: nel 2023 le richieste di finanziamento sono più che raddoppiate, arrivando a 139 milioni di euro, con un importo medio di quasi 19 mila euro. Secondo gli esperti questa situazione è imputabile alla scarsa spesa pubblica per l’istruzione: in Italia resta ferma al 7,3% del totale, la più bassa in Europa.
Meglio invece sul fronte universitario dove gli studenti ricevono in media 2578 euro, e nessuno in Europa fa altrettanto. Le formule più diffuse di prestito sono quelle che, beneficiando di una garanzia statale al 70%, garantiscono che la restituzione dell’importo non inizi prima dei 30 mesi dalla fine degli studi, ipotizzando che quello che prima era uno studente sia riuscito in quell’arco di tempo a diventare un lavoratore.
(da agenzie)

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MELONI CHE PARLA DI PASTARELLE A DOMENICA IN E’ UN’IMMAGINE CHE CI DICE QUANTO E’ DEBOLE LA RAI

Settembre 22nd, 2025 Riccardo Fucile

LA SCENA DI APERTURA DELLA NUOVA EDIZIONE DIMOSTRA CHE LA RAI E’ ORMAI MALATA DI REGIME

Con la scena di Meloni collegata che ricorda nostalgicamente le pastarelle come simbolo delle sue domeniche, si è aperta la nuova stagione di Domenica In. La cinquantesima, per l’esattezza. Difficile immaginare un avvio più sgrammaticato, per un programma che tornava già sospinto da forti dubbi sulla nuova formazione, dopo che nell’estate Venier è riuscita a
ribaltare i piani dell’azienda e, come era stato anticipato su Fanpage, fare in modo da spingere fuori dal progetto Gabriele Corsi per imbarcare Tommaso Cerno, a cui si sono poi aggiunti Enzo Miccio e Teo Mammucari.
L’impatto della trasmissione in questa domenica inaugurale è il frutto di una forzatura, quella con cui Venier ha deciso di rimanere al timone di un programma che ha meritevolmente riportato ai suoi fasti negli anni scorsi, trovando un nuovo linguaggio e una capacità di farsi ponte generazionale, dal quale si era più volte congedata annunciando la sua ultima stagione per poi fare un passo indietro, esattamente come l’anno scorso. La conduttrice per l’ennesima ultima edizione di Domenica In ha messo a punto un nuovo assetto che nasce scarico e demotivato, se non dal lato di chi la fa, almeno da quello di chi la guarda.
In questa prima puntata il senso di accumulo e forzature è palpabile ed è la stessa conduttrice a riconoscerlo nel finale di puntata, sottolineando che c’è stata un po’ di confusione, di cui il momento gioco con Mammucari è stato emblema.
Nello scenario decritto, l’immagine di Meloni collegata a distanza ha un effetto disturbante. Non tanto perché una premier non possa intervenire in una trasmissione nazional popolare, quanto per ciò che l’immagine in sé trasmette, ovvero la facilità con cui la premier si serva del servizio pubblico. Le opposizioni, impotenti, si ribellano a questa telepromozione, ma il problema resta la Rai, le fisiologiche ingerenze del potere a cui è esposta, la genuflessione all’esecutivo risalente alla riforma del 2015. Ogni governo, da allora, ha rimodulato la Rai secondo le proprie esigenze, chi con maggiore senso delle istituzioni, chi con un
approccio più irruento, come sta accadendo con l’attuale maggioranza, che ad esempio tiene bloccato l’organo di commissione di Vigilanza da mesi, disertando puntualmente le sedute e impedendo l’elezione di un presidente della Rai.
Meloni, che paradossalmente aveva contestato l’intervento a Domenica In dell’allora presidente del Consiglio Conte in piena pandemia, a proposito dei tempi che cambiano, dà così vita a un siparietto con Venier sulle tipicità culinarie nostrane direttamente dal Colosseo, nell’ambito di una campagna per proporre la cucina italiana come patrimonio immateriale Unesco. Lo fa in tutta libertà e impunità, senza che la commissione stessa possa chiederne conto, svolgendo il minimo delle proprie funzioni.
Tra il normale e l’assurdo non c’è più differenza, forse il problema sta proprio qui. La Rai è un animale malato e circostanze come queste non fanno che provarlo.

(da Fanpage)

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