Settembre 22nd, 2025 Riccardo Fucile
LA DISAFFEZIONE TOTALE PER L’INFORMAZIONE AUMENTA IN PRESENZA DI TITOLI DI STUDIO PIÙ BASSI. NON SI INFORMA MAI DI POLITICA L’11,3% DEI LAUREATI, IL 24,4% DEI DIPLOMATI E IL 41,2% DI CHI HA LA LICENZA MEDIA
Si parla spesso di una malattia della democrazia, una degenerazione che porterebbe le
istituzioni liberali a morire piano piano, nel disinteresse, con i cittadini sedotti e affascinati dalla velocità e dalla presunta efficienza delle autocrazie. Una malattia che l’Istat ha ora misurato scientificamente, con un poderoso rapporto sulla “Partecipazione politica in Italia” negli ultimi vent’anni, dal 2003 al 2024.
Si tratta di un tema cruciale, notano i ricercatori dell’Istituto nazionale di statistica, “per la coesione e il benessere della
collettività perché dalla natura del rapporto tra cittadini, gruppi e istituzioni politiche che caratterizza un sistema politico dipende, in ultima analisi, la qualità stessa della democrazia”. […] L’Istat è invece andato a misurare quella che viene definita la “partecipazione invisibile” o indiretta, ovvero informarsi e discutere di politica, fino a forme di partecipazione più attiva .
I risultati
Nel 2024, a informarsi di politica almeno una volta a settimana è meno della metà della popolazione di 14 anni e più, per la precisione il 48,2%, 8,9 punti percentuali in meno rispetto al 2003. Più di un quarto della popolazione di 14 anni e più (29,4%) non si informa mai di politica. Si tratta, in valori assoluti, di 8 milioni 900mila donne e 6 milioni 300mila uomini: pari rispettivamente al 33,4 e al 25,1%.
Ancora più cospicua la componente di popolazione che non parla mai di politica (36,9%): più di 11 milioni e mezzo di donne (43,6%) e oltre 7 milioni e mezzo di uomini (29,9%). A interessarsi e parlare di politica regolarmente sono soprattutto le persone che appartengono a nuclei familiari agiati, cui solitamente si associano titoli di studio mediamente più elevati, mentre i meno abbienti sono più portati a non occuparsene mai.
La disaffezione totale per l’informazione e la discussione politica è più diffusa in presenza di titoli di studio più bassi. Non si informa mai di politica l’11,3% dei laureati, una percentuale più che doppia di diplomati (24,4%) e quasi quadrupla di quanti
hanno al più la licenza media (41,2%).
Nonostante il trend discendente accomuni uomini e donne, l’entità del calo è significativamente diversa. Se nel 2003 a informarsi con regolarità di politica era il 66,7% degli uomini a fronte del 48,2% delle donne, nel 2024 questi valori calano di 12,6 punti percentuali per gli uomini e di 5,7 punti per le donne (collocandosi rispettivamente al 54,1% e al 42,5%). La distanza tra uomini e donne passa da 18,5 a 11,6 punti percentuali. Insomma, almeno in questo le differenze di genere si attenuano.
La partecipazione per territori
La partecipazione politica è infine molto differenziata sul territorio. Le aree del Centro-nord raggiungono livelli di partecipazione più alti che il resto del Paese: si informa di politica almeno una volta a settimana la maggioranza della popolazione del Centro-nord (con valori compresi tra il 52 e il 54%), contro il 40% circa di Sud e Isole. Sempre nelle regioni del Mezzogiorno una quota analoga (37,3%) non si informa mai a fronte del 25,0% circa delle regioni del Nord.
Brutte notizie per i talk show. Anche l’ascolto dei dibattiti politici ha fatto registrare un calo importante, essendosi quasi dimezzata la quota dei cittadini che li hanno seguiti almeno una volta nei 12 mesi precedenti l’intervista, dal 21,1% del 2003 all’10,8% del 2024. Notizie nere per i quotidiani di carta: si è dimezzata, passando dal 50,3 al 25,4% la quota di cittadini che si informano tramite i giornali comprati in edicola.
Se non desta sorprese apprendere che quasi la metà degli utenti di Internet (47,5 si informano attraverso i social network, colpisce che circa i due terzi (65,4%) di quanti usano la rete per informarsi di politica lo fa ancora attraverso i quotidiani
(da La Repubblica)
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Settembre 22nd, 2025 Riccardo Fucile
COMICI E GIORNALISTI LICENZIATI, CENSURE E DIVIETI, DA QUANDO ‘THE DONALD’ È PRESIDENTE LO SCIVOLAMENTO VERSO METODI DA AUTOCRAZIA AVVIENE PASSO DOPO PASSO E SIAMO ANCORA LONTANI DAL FONDO
Poco prima di imbarcarsi per la visita in Gran Bretagna, due giorni fa, Donald Trump si è fermato a rispondere ai cronisti. Il corrispondente capo di Abc News da Washington, Jonathan Karl, ha chiesto a Trump informazioni sulla annunciata stretta allo studio dell’attorney general Pam Bondi contro i “discorsi di odio”. Trump si è subito visibilmente infastidito e ha spiegato benissimo quanto abbia a cuore la libertà di parola: “Probabilmente Bondi se la prenderebbe con persone come lei visto che mi tratta così ingiustamente. Questo è odio. Lei ha molto odio nel cuore”. Esiste un video di questo scambio ed è agghiacciante.
Al di là della totale gratuità e illogicità della replica, quella di Trump è la risposta che potrebbe dare un capriccioso dittatore cui non è ancora concesso – ma solo per ora, solo per ora – di dare ordine alla sicurezza di mettere in ceppi l’uomo.
Non è finita. Dopo il corrispondente di Abc ha preso la parola un giornalista dell’Australian Broadcasting Corporation, John Lyons, e ha chiesto a Trump: “Le sembra appropriato che un presidente in carica sia impegnato in così tante attività commerciali?”.
Domanda su un tema cruciale, quasi rimosso dal dibattito pubblico. Trump non è più abituato a domande vere e, forse spiazzato dall’audacia, ha reagito quasi come volesse davvero rispondere: “Beh, in realtà – ha detto – non sono impegnato. Sono i miei figli a gestire gli affari”. Ma è stato un attimo.
Trump si è subito ricordato che lui è un sire e nessuno può infastidirlo con domande sui suoi macroscopici conflitti di interesse. Quindi ha smesso di rispondere sul merito e ha chiesto a Lyons: “Da dove viene lei?”. Alla risposta dell’uomo, Trump ha proseguito: “Secondo me, sta danneggiando molto l’Australia in questo momento, e il governo australiano vuole andare d’accordo con me. Sapete che il vostro leader verrà a trovarmi molto presto. Gli parlerò di te”.
Quindi, prima di passare a un’altra domanda, ha rivolto a Lyons l’ultimo saluto: “Stai zitto!”. Questo episodio misto di bullismo e megalomania – che Martin Scorsese renderebbe certamente sapido nella scena di un suo mafia movie – è passato più o meno
sotto silenzio. Abbiamo capito da tempo che ogni limite è saltato: vale tutto. E siamo ancora lontani dal fondo.
Poche ore dopo la scena dei due giornalisti messi a tacere, Abc ha deciso di cancellare “a tempo indeterminato” il late show di Jimmy Kimmel, uno dei programmi più longevi e di maggior successo negli Usa. L’accusa: lesa maestà. Durante il programma Kimmel aveva messo in dubbio la matrice ideologica dell’attentato mortale a Kirk e ironizzato sul lutto di Trump mostrando un video in cui, a una domanda sulla morte del cosiddetto suo “caro amico”, risponde surrealmente dicendo che sta costruendo una sala da ballo da 200 milioni di dollari e che i lavori sono a buon punto.
Il commento di Kimmel in studio: “Questo non è un adulto in lutto, è la reazione di un bambino di 4 anni alla morte del suo pesciolino”. Trump ha subito accolto con gioia la sospensione del programma: “Bene! Abc ha fatto benissimo! Kimmel è stato sospeso per la sua mancanza di talento”, ha detto con il solito sprezzo per la verità.
Quindi ha indicato due bersagli da colpire presto: Jimmy Fallon e Seth Meyers, conduttori di altri due popolarissimi show. Nella notte italiana Brendan Carr, messo da Trump a capo della Federal Communications, ha minacciato nuovi interventi sui network americani: “Non abbiamo ancora finito. Quella di Abc non credo sia l’ultima sorpresa. Sta avvenendo uno spostamento enorme nell’ecosistema mediatico e le conseguenze continueranno a manifestarsi”, ha assicurato Carr. Nel mirino c’è già anche un altro programma di Abc, network di proprietà Disney, ovvero The View.
Nell’ultima settimana altri editori hanno licenziato giornalisti rei di aver espresso opinioni non gradite sul caso Kirk. Msnbc ha messo alla porta l’analista Matthew Dowd. Il Washington Post, dove l’editore e patron di Amazon Jeff Bezos ha ingiunto il divieto di pubblicare editoriali antigovernativi, ha estromesso l’editorialista Karen Attiah per un post pubblicato sui social. “You’re fired”, sei licenziato, era il tormentone di The Apprentice, il famoso programma tv condotto da Trump all’inizio degli anni Duemila (una versione italiana del format fu affidata a Flavio Briatore). Ma questo non è un reality, è l’America 2025.
Da quando Trump è di nuovo presidente lo scivolamento verso metodi da autocrazia prosegue passo dopo passo senza significative reazioni e contromisure. Come in tutti i regimi non c’è insofferenza solo alle critiche, persino alle semplici domande o qualsiasi atto che non si adegui ai voleri dell’amministrazione. Nei mesi scorsi Trump ha deciso di cacciare l’Associated Press dalla sala stampa della Casa Bianca e di negare l’accesso anche all’Air Force One.
La colpa dell’Ap? Non essersi adeguata al cambio di denominazione del Golfo del Messico, ribattezzato Golfo d’America da Trump.
Paramount, che possiede il network Cbs, ha deciso di versare a Trump 16 milioni di dollari per chiudere un contenzioso legale. Il motivo della causa? La scelta dello storico programma 60 minutes di intervistare l’allora vice-presidente e candidata Kamala Harris. Gli avvocati di Trump hanno sostenuto che il loro assistito ha sofferto “angoscia mentale” nel seguire l’intervista.
Sempre Cbs ha deciso di cancellare a fine stagione il late show di Stephen Colbert, un altro dei conduttori nel mirino della Casa Bianca, e questo pochi giorni dopo che Colbert è intervenuto per deplorare la transazione con cui Paramount ha ritenuto di dover risarcire il presidente per la sua sofferenza alla vista di Kamala in tv.
Trump ha chiesto un risarcimento di 10 miliardi di dollari al Wall Street Journal per un pezzo sul caso Epstein e di 15 miliardi al New York Times per alcuni articoli su di lui, tra cui uno sulle sue attività finanziarie.
Questa è la libertà di parola e di stampa negli Usa di Trump, i cui sostenitori rivendicano di essere difensori del free speech contro le censure ideologiche della sinistra. Nel febbraio scorso il vicepresidente J.D. Vance ha pronunciato a Monaco un atto di accusa contro l’Europa: “Qui avete messo a rischio la libertà di parola”. I Maga sanno essere spudorati come nessuno.
(da La Repubblica)
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Settembre 21st, 2025 Riccardo Fucile
LA SORA LELLA PIGOLA: “PER ME IL PRANZO DELLA DOMENICA È LEGATO ALLE PASTARELLE”… IL TEATRINO E’ ORGANIZZATO DAL MINISTERO DELLA AGRICOLTURA GUIDATO DAL FU COGNATO LOLLOBRIGIDA E DAL MINISTERO DELLA CULTURA DI ALESSANDRO GIULI: LA MARKETTA E’ SERVITA
Mentre Ilvo Diamanti su Repubblica sottolinea il calo di gradimento per la Premier Meloni e
per il suo governo, bocciato da sei italiani su dieci, ci pensa Rai1 a dare il via alle danze. A “Domenica In” c’è il balletto della campagna elettorale, con l’alibi dell’evento dedicato alla cucina italiana con la proposta di renderla patrimonio dell’Unesco.
Tutto organizzato dal Ministero della Agricoltura guidato dal fu cognato Lollobrigida e dal Ministero della Cultura di Alessandro
Giuli con la supervisione del sottosegretario “televisivo” Gianmarco Mazzi (ha capito che non è l’amministratore delegato della Rai?). È tutto un ‘magna magna’? La marketta è servita. Mara Venier, affiancata da Massimo Bottura, per circa un’ora gira l’Italia con i vari collegamenti. Al Tempio di Venere appare Giorgia Meloni, con lei Gualtieri nel ruolo di figurante speciale, le due spalle Sabrina Ferilli e Paolo Bonolis, accomodati al tavolo Giuli e Mazzi.
“Io di solito passavo il pranzo della domenica con i nonni. Per me il pranzo della domenica è legato alle pastarelle”, racconta la Premier. “E’ una delle tante iniziative per celebrare la cucina italiana. Vogliamo prendere una delle cose più straordinaria che abbiamo, che raccontano meglio la nostra forza, la nostra economia, la cucina italiana vale circa 250 miliardi di euro nel mondo”, aggiunge Meloni.
Indossa poi gli occhiali da sole, si siede, ascolta gli altri ospiti. Si ricomincia il giro con Carlo Conti da Livorno, Antonella Clerici da Genova, Gigi D’Alessio da Napoli, Elisa Isoardi da Palermo, Bru-neo Vespa da L’Aquila, Piero Chiambretti da Alba, Gianna Nannini da Verona e Peppone da Matera. Poi la mazzata finale: l’inno cantato in studio da Al Bano. Testo di Mogol. In attesa del talk del meloniano Cerno. Nessuna polemica: TeleMeloni non esiste.
(da Dagoreport)
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Settembre 21st, 2025 Riccardo Fucile
TRA GLI INCARICHI SPUNTA ANCHE IL MAESTRO DI TENNIS FRANCESCO GIORGINO CHIAMATO PER IMPARTIRE ALCUNE LEZIONI (PER UN PREZZO VARIABILE TRA 280 E I 560 EURO) AI RAGAZZI UNDER 35 E GIUSEPPE INCOCCIATI, ATTUALE CONSIGLIERE A PALAZZO CHIGI DI TAJANI… LA VOCE DELLE COLLABORAZIONI ERA ESPLOSA GIÀ LO SCORSO ANNO QUANDO HA FATTO SEGNARE UN AUMENTO DEL 54 PER CENTO RISPETTO AL 2023
Sport, salute e anche una pioggia di incarichi. Comunicazione social e / non solo, vecchie glorie dello sport usate come testimonial, esperti a vario titolo, tra cui spunta anche Giuseppe Incocciati, attuale collaboratore del vicepremier Antonio Tajani, che lo ha voluto a palazzo Chigi dal 2022.
Dall’inizio dell’anno sono oltre 500 le collaborazioni attivate da Sport e salute, cassaforte dello sport italiano. La spesa ammonta a circa 4,5 milioni di euro, a cui si aggiungono quelle ereditate l scorso anno. Sono procedure che hanno portato all’affidamento di contratti che variano dai 20mila ai 39mila euro. La motivazione è spesso la mancanza di profili adeguati tra i 573 dipendenti, tra dirigenti e impiegati.
La società pubblica (è di proprietà del ministero dell’Economia e beneficia di 83 milioni di euro di contributi statali), che eroga i contributi alle federazioni, è sempre più il centro del mondo dello sport. La voce consulenze era già lievitata nel 2024, quando ha fatto segnare un aumento del 54 per cento rispetto al 2023.
«Il computo delle collaborazioni è finanziato per circa 3 milioni da apposite convenzioni per specifici progetti. Ciò significa che la quota che grava nel budget di Sport e salute, che ha un gestito di circa 1,2 miliardi di euro, ammonta a meno del 4 per cento del costo del personale dipendente», è quanto fanno sapere a Domani dalla società.
Inoltre, «nel caso delle docenze didattiche», si tratta di «contratti da minimi importi ripetuti agli stessi soggetti, rilevanti nel numero ma dal valore economico complessivo estremamente ridotto». Insomma, la maggioranza sono micro contratti. «Il 57 per cento ha un importo sino a 1.000 euro, quota che arriva al 75 per cento includendo quelle fino a 10mila euro», aggiungono dalla spa pubblica. Briciola dopo briciola si arriva al totale.
Doppietta Incocciati Tra i consulenti c’è un volto noto tra calcio e politica, Giuseppe Incocciati. Una vita sui campi, prima da
attaccante, poi da allenatore, prima di abbracciare un’altra grande passione: quella per Silvio Berlusconi e Forza Italia di cui oggi è il punto di riferimento del dipartimento Sport.
Nel 2018 ha anche cercato di diventare parlamentare, candidandosi con gli azzurri, mancando l’obiettivo. Successivamente ha ottenuto una consulenza (da 30mila euro) a palazzo Chigi con il segretario del suo partito e vicepremier Tajani.
Già lo scorso anno aveva ottenuto una consulenza da Sport e salute, fino al 30 giugno 2025: un contratto da 35mila euro per lo «sviluppo strategie marketing e comunicazione integrata». Scaduto l’accordo, dal 1° agosto è stato chiamato di nuovo per occuparsi del «supporto nell’organizzazione dei servizi amministrativi e monitoraggio eventi e supporto e consulenza in ambito di sviluppo strategico». La remunerazione è di 18mila euro per i 5 mesi di durata della collaborazione.
Nella selva di contratti spunta un nome noto, sebbene per cifre modeste: il volto della Rai, Francesco Giorgino. Curioso, però, che non c’entri nulla la tv, né tantomeno l’informazione. Il giornalista è stato chiamato per impartire alcune lezioni di tennis (per un prezzo variabile tra 280 e i 560 euro) ai ragazzi under 35. Giorgino è anche maestro di tennis. A Sport e salute hanno pensato di far ricorso alle sue abilità per insegnare ai giovani. Ma altri nomi sono evocativi.
L’ex campione di volley, Luigi Mastrangelo, è stato reclutato (35mila euro) per il progetto Legend che coinvolge i grandi nomi del passato dello sport.
Alla fine della carriera agonistica, è entrato in politica al fianco di Matteo Salvini: si è candidato con la Lega alla Camera nel 2022. Obiettivo mancato.
Nel frattempo è stato nominato responsabile Sport del partito.
Cessato questo incarico, è stato sostituito da Fabio Caiazzo che, ironia della sorte, è componente del cda di Sport e salute. Felice Mariani ha avuto un destino simile a quello di Mastrangelo: medaglia di bronzo olimpica di judo a Montreal 1976, già deputato eletto con i Cinque stelle nella precedente legislatura, poi passato alla Lega senza particolari gioie politiche.
Anche a lui è stato assegnato un incarico da 30mila euro. Un’altra big anima la platea. Manuela Di Centa, ex fondista italiana ed ex deputata di Forza Italia, è stata arruolata – per 39mila euro in un anno – all’interno del progetto “team Illumina” di Sport e salute, in cui gli ex campioni promuovono i corretti stili di vita con lo scopo di avvicinare le persone allo sport. Il suo nome era circolato anche come possibile presidente della società.
Per ora deve accontentarsi di una collaborazione a tempo.
Sport e fiamma La società ha un elevato tasso di politicizzazione, sempre più a trazione meloniana, tanto da farla ribattezzare Fratelli di Sport e salute. Il presidente è Marco Mezzaroma, amico di vecchia data delle sorelle Meloni, nel cda
c’è Rita Di Quinzio, potentissima capasegreteria meloniana al ministero della Salute. Mentre Giuseppe De Mita, figlio dell’ex leader Dc e anche lui stimato dalla premier (e dalla sorella Arianna), ha vinto il bando per la potente direzione Sport e community. In mezzo alla fiamma c’è Diego Nepi Molineris, dirigente cresciuto nel Coni, aumentando contatti politici trasversali. Oggi è uno dei preferiti dal ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti.
(da agenzie)
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Settembre 21st, 2025 Riccardo Fucile
L’INTERVENTO DI STARMER: “LO FACCIAMO PER RAVVIVARE LA SPERANZA DI PACE TRA PALESTINESI E ISRAELIANI E DI UNA SOLUZIONE A DUE STATI”
Anche l’Australia ha riconosciuto formalmente lo Stato di Palestina, seguendo l’esempio del
Canada in attesa dell’annuncio della Gran Bretagna. In una dichiarazione, il primo ministro Anthony Albanese, ripreso da Sky News, ha affermato che la mossa rientra in uno “sforzo internazionale coordinato” con
Canada e Regno Unito.
“Oggi, per ravvivare la speranza di pace tra palestinesi e israeliani e di una soluzione a due Stati, il Regno Unito riconosce formalmente lo Stato di Palestina”. Lo annuncia il premier britannico Keir Starmer su X.
“Il Canada riconosce lo Stato di Palestina e offre la sua collaborazione per costruire la promessa di un futuro pacifico sia per lo Stato di Palestina che per lo Stato di Israele”. Lo afferma il primo ministro canadese Mark Carney, come riporta Sky News. Il Canada è la prima nazione del G7 a riconoscere ufficialmente la Palestina.
Il premier israeliano Benyamin Netanyahu ha affermato che “uno Stato palestinese metterebbe in pericolo l’esistenza di Israele” e ha promesso di “combattere gli appelli alla creazione di uno Stato palestinese davanti all’Onu”.
(da agenzie)
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Settembre 21st, 2025 Riccardo Fucile
“LE AMBIZIONI RUSSE VANNO OLTRE L’UCRAINA”
La presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen, in un’intervista a La Repubblica, ha sottolineato che l’Europa dovrà rendersi più autosufficiente in difesa e sicurezza: “Dobbiamo fare i conti con la realtà: il mondo è profondamente cambiato e dobbiamo essere pronti alle sfide che ci porrà. Questo significa dimostrare a noi stessi , ai nostri alleati e ai nostri avversari che l’Europa intende difendersi e che è in grado di farlo. E pensando alle molteplici iniziative che abbiamo preso — per la nostra sicurezza energetica, per la nostra prontezza alla difesa — dopo l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia nel 2022, siamo sulla buona strada”. Lo ha detto la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, in un’intervista a Repubblica.
Rispondendo poi a una domanda sulla possibilità che a breve scoppi la terza Guerra mondiale, von der Leyen ha riposto di no, aggiungendo però che “viviamo in tempi molto pericolosi. Farò tutto quello che è in mio potere per mantenere la pace e la libertà in Europa. È proprio per questo che stiamo rafforzando le nostra capacità di difesa con tanta determinazione. In un mondo sempre più ostile, dobbiamo fare tutto il possibile per salvaguardare la democrazia, la prosperità e la pace”.
A proposito dei recenti attacchi russi in Polonia, e alla risposta della Nato, senza il coinvolgimento degli Stati Uniti, la presidente dell’esecutivo Ue ha detto che questi incidenti sono “estremamente significativi. Se è vero che la Nato deve rimanere il fulcro della nostra difesa collettiva, è anche vero che abbiamo bisogno di un pilastro europeo molto più forte. L’Europa – ha aggiunto – deve essere più autosufficiente e indipendente in fatto di sicurezza. Per questo abbiamo avviato il programma ‘Prontezza per il 2030′, con il quale intendiamo colmare
carenze di capacità, accelerare le procedure e mobilizzare fino a 800 miliardi di euro per l’industria della difesa. Proteggeremo ogni centimetro dell’Unione europea”.
A una domanda sulla formazione di un esercito comune europeo, la presidente ha ricordato che ogni Paese membro gestirà sempre le proprie truppe, ma “non dobbiamo dimenticare che 30 dei 32 paesi della Nato sono europei. Perciò rafforzando il pilastro europeo della Nato, potenziamo anche le capacità militari dell’Europa e la sua capacità di difendersi”.
Ursula von der Leyen ha parlato anche dell’attacco subito dal suo aereo, colpito da una sospetta interferenza russa, legata al funzionamento del Gps durante il viaggio da Varsavia a Plovdiv, in Bulgaria: “L’interferenza con i sistemi Gps è diventato un problema quotidiano in molte Regioni confinanti con la Russia. Il traffico marittimo nel Mar Baltico è costantemente interessato da perturbazioni, con un aumento del rischio di collisioni”, ha osservato. “Lo stesso vale per il traffico aereo sul Mar Nero. La Russia sembra essere disposta ad accettare che primo o poi ci saranno incidenti mortali. È una questione che prendiamo molto sul serio, come del resto tutti gli attacchi ibridi e informatici della Russia all’Unione, perché questi attacchi mostrano chiaramente che le ambizioni della Russia non si fermano all’Ucraina”.
A von der Leyen viene chiesto come si possa parlare di un’Europa indipendente in difesa e sicurezza, poi, contemporaneamente, impegnare le imprese europee a investire
600 miliardi di dollari negli Stati Uniti e acquistare energia dagli Usa per 750 miliardi di dollari in tre anni. La presidente ha risposto così: “‘L’Europa è determinata a rafforzare la propria sicurezza energetica: stiamo realizzando una solida base di energia pulitada fonti rinnovabili interne, riducendo nel contempo, o persino eliminando, la nostra dipendenza strategica da fornitori inaffidabili. Stiamo accelerando la graduale eliminazione dei combustibili fossili russi e stiamo realizzando massicci investimenti nelle energie rinnovabili prodotte in Europa, usando il nucleare per il carico di base. Oggi già prendiamo oltre il 70% dell’energia elettrica da fonti a basse emissioni di carbonio. Solo nella prima metà del 2025 gli investimenti nell’energia eolica europea hanno raggiunto un massimo storico di oltre 40 miliardi di euro. Ma la sicurezza energetica non significa totale indipendenza: la prospettiva di una piena autonomia dai mercati globali non è né realistica né auspicabile. L’Ue rimane interconnessa e le importazioni di petrolio, Gnl e, eventualmente, idrogeno continueranno a far parte del mix energetico. Sotto questo aspetto gli Stati Uniti sono un partner affidabile e un elemento essenziale della nostra più ampia strategia di diversificazione. Questa visione si è concretizzata nell’accordo commerciale Ue-Usa. Va precisato che i numeri aggregati citati riguardano un periodo di quattro anni e non rappresentano impegni vincolanti. In definitiva spetta alle stesse imprese europee decidere se e quanto acquistare – o investire – negli Stati Uniti’.
Perché l’Ue ha accettato i dazi di Trump senza reciprocità
Alla domanda su come dovrebbe rispondere l’Europa a Trump, che ha chiesto all’Ue di imporre dazi del 100% all’India e alla Cina, risponde: “L’Ue deciderà in autonomia. La richiesta nasceva dall’interesse del Presidente ad aumentare la pressione sulla Russia perché ponesse fine all’aggressione nei confronti dell’Ucraina e per indurla a sedersi al tavolo dei negoziati. Per questo ho appena proposto il 19º pacchetto di sanzioni sostanziali e di ampia portata. Naturalmente continueremo a coordinare i nostri sforzi su entrambe le sponde dell’Atlantico e all’interno del G7 e accogliamo con favore gli sforzi compiuti dagli Stati Uniti per porre fine alla guerra in Ucraina. Sappiamo anche che, in questo contesto geopolitico sempre più complesso, dobbiamo rafforzare i partenariati radicati nell’interesse comune. Pensi alle nostre relazioni con l’India. Man mano che il paese assume un ruolo sempre più importante in termini di sicurezza nella regione indo-pacifica, una più stretta cooperazione Ue-India è più che mai essenziale. Per questo abbiamo annunciato una nuova agenda strategica Ue-India, che individua, tra le priorità, il rafforzamento della difesa e della sicurezza reciproche. Intendiamo concludere un nuovo accordo di libero scambio entro la fine del 2025, a vantaggio delle imprese europee e indiane. Accordi come questo rafforzano la nostra posizione geopolitica e ci mettono nelle condizioni di conseguire i nostri obiettivi”.
“I dazi sono tasse”, ha detto rispondendo alla domanda sul perché abbia accettato i dazi di Trump senza reciprocità e senza imporre tariffe ai beni statunitensi importati. “La maggior parte degli economisti è del parere che ricadranno sulle imprese e sui consumatori statunitensi. La nostra priorità è garantire che le imprese europee continuino ad avere accesso a un mercato significativo. Ogni anno l’Unione esporta verso gli Stati Uniti merci per un valore di oltre 500 miliardi di euro. Si tratta di scambi commerciali da cui dipendono milioni di posti di lavoro. Grazie a una tariffa onnicomprensiva con un massimale del 15% le nostre imprese si troveranno in una posizione di forza rispetto ai concorrenti mondiali. Ci siamo assicurati l’accordo migliore tra tutti quelli conclusi finora con gli Stati Uniti. E non dimentichiamo: l’alternativa sarebbe stata una guerra commerciale con il nostro partner commerciale più importante in un momento in cui l’Europa è in preda a sconvolgimenti economici e deve fronteggiare gravi minacce alle sue frontiere. Non metterò mai a repentaglio i posti di lavoro o i mezzi di sussistenza delle persone”.
Cosa succederà dopo che l’Ue ha proposto sanzioni a Israele
Mercoledì l’Ue ha proposto un pacchetto di sanzioni contro Israele. Ma probabilmente queste misure saranno ostacolate dall’opposizioni di alcuni governi. Rispondendo alla domanda su cosa potrà fare la Commissione di fronte a ciò che sta accadendo a Gaza, la presidente ha dichiarato: “Dobbiamo garantire una reale sicurezza a Israele e, allo stesso modo, un presente e un futuro sicuri per tutti i palestinesi. Ciò significa che gli ostaggi devono essere liberati. Che deve essere garantito un accesso senza restrizioni per tutti gli aiuti umanitari e deve essere instaurato un cessate il fuoco immediato. Per quanto riguarda il lungo termine, tuttavia, la mia posizione è chiarissima: la soluzione fondata sulla coesistenza di due Stati è l’unica prospettiva in grado di garantire nella regione una pace sostenibile a lungo termine. Abbiamo bisogno di uno Stato di Israele sicuro e di un’autorità palestinese vitale; non ci deve essere spazio per gli estremismi e la piaga di Hamas deve essere eliminata. So benissimo quanto gli atroci attacchi del 7 ottobre da parte di terroristi di Hamas abbiano scosso in profondità la nazione di Israele”.
“Tuttavia i recenti sviluppi, una carestia provocata dall’uomo e il soffocamento finanziario dell’Autorità palestinese, sono fonte di notevole preoccupazione – ha aggiunto -. I piani per un progetto di insediamento nella cosiddetta zona E1, se realizzati, determinerebbero di fatto una separazione tra la Cisgiordania occupata e Gerusalemme Est. Gli interventi messi in atto dal governo di Israele negli ultimi mesi costituiscono un chiaro tentativo di sabotare la soluzione fondata sulla coesistenza di due Stati”.
“Per questo motivo la Commissione ha deciso di agire e ha proposto un pacchetto di misure mirate e proporzionate che tracciano la via da seguire. Abbiamo proposto di ampliare il nostro regime di sanzioni per colpire altri terroristi di Hamas, jihadisti palestinesi e coloni violenti. Abbiamo proposto di interrompere in parte il nostro sostegno diretto al governo israeliano, senza tuttavia compromettere la collaborazione con la società civile israeliana o il popolo israeliano o la nostra intangibile determinazione a proseguire la lotta contro l’antisemitismo in tutte le sue forme. Abbiamo altresì proposto di sospendere le disposizioni dell’accordo di associazione relative alle questioni commerciali. Mi auguro che questo invito alla ragionevolezza non resti inascoltato e che sia possibile trovare una via di uscita dall’attuale situazione di stallo, senza ulteriori perdite di vite umane e senza che siano ulteriormente compromesse le prospettive di un futuro più pacifico sia per gli israeliani che per i palestinesi”.
(da agenzie)
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Settembre 21st, 2025 Riccardo Fucile
EMERGE DALLA RELAZIONE SULLE POLITICHE SPAZIELI DEL GOVERNO
La società di Elon Musk SpaceX sta offrendo all’Italia i servizi della rete satellitare Starlink,
nettamente superiore al progetto europeo Iris2. E l’Italia, come l’Ue, non potrà farne a meno da qui ai prossimi anni. Si conclude così la relazione annuale sulle politiche spaziali e aerospaziali del governo Meloni, messe nero su bianco dal Comitato interministeriale di Palazzo Chigi presieduto dal ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, di cui il Fatto Quotidiano ha dato oggi un’anticipazione.
Ricordiamo che a gennaio il governo aveva smentito di aver firmato accordi con l’azienda di Elon Musk, la società SpaceX, per l’uso del sistema di comunicazioni satellitari Starlink, spiegando che “le interlocuzioni” con l’azienda, di cui aveva dato conto Bloomberg, non erano altro che “normali approfondimenti che gli apparati dello Stato hanno con le società, in questo caso con quelle che si occupano di connessioni protette per le esigenze di comunicazione di dati crittografati”. Era stata per
prima l’agenzia Bloomberg a far sapere che l’Italia aveva preso in considerazione in passato alternative a un accordo con Space X da circa 1,5 miliardi di euro in cinque anni per la fornitura di telecomunicazioni sicure, tra cui la partecipazione al progetto Iris2, la rete di satelliti per telecomunicazioni europei, o la possibilità di realizzare una costellazione satellitare propria. Entrambe le opzioni avrebbero però un costo molto più elevato per l’Italia, oltre 10 miliardi di euro, a fronte del costo di 1,5 miliardi di euro offerto da Musk.
Durante la conferenza stampa di fine anno, che si è tenuta a gennaio, la premier aveva risposto a una domanda di Fanpage.it sulla questione, spiegando di non avere le “idee chiare” su un eventuale accordo con Space X, confermando che il governo aveva avviato un’istruttoria, in assenza di valide alternative pubbliche, in modo da “garantire comunicazioni sicure nel rapporto con le nostre sedi diplomatiche e con i nostri contingenti militari all’estero”.
Il Quirinale non vede però di buon occhio l’accordo strutturale tra Musk e il governo italiano, che consentirebbe appunto al nostro Paese di utilizzare i servizi di telecomunicazione satellitare offerti dalla società SpaceX in ambiti istituzionali e militari sensibili. E anche per le perplessità mostrate dal Presidente Mattarella, l’esecutivo aveva frenato sul progetto. A marzo di quest’anno il Comint (Comitato Interministeriale per le politiche relative allo Spazio e alla ricerca aerospaziale) si era riunito per discutere uno studio di fattibilità sulla possibilità di
costruire una costellazione a bassa quota nazionale. Nel documento riservato, però, si spiegava che da qui al 2030 nessun progetto nazionale potrà raggiungere la capacità di Starlink di Musk, che vanta già 7mila satelliti in orbita, con l’obiettivo di arrivare a 40mila nel giro di pochi anni.
E dunque il Comint era arrivato nel documento a queste conclusioni: “Il 2024 è anche l’anno in cui, mentre la Ue lavora alla costellazione satellitare IRIS2, la società statunitense SpaceX offre all’Italia i servizi della propria costellazione Starlink” si legge. Nel rapporto, il ministro Urso definisce quest’ultima “già disponibile e in continua evoluzione” e soprattutto “nettamente superiore” a IRIS2 che di fatto non è ancora disponibile, e “di respiro meno ambizioso”. Dunque, continua il ministro, “si pone la questione di una strategia europea per lo Spazio ben armonizzata con quella degli Usa”.
Nella relazione visionata dal Fatto Quotidiano in anteprima si ribadisce lo stesso concetto: “SpaceX ha consolidato la sua posizione dominante sia per l’accesso allo spazio sia per la fornitura di capacità in telecomunicazioni, navigazione e osservazione, offrendo soluzioni operative al mercato italiano molto più rapide di quelle previste con il programma IRIS2 i cui tempi di realizzazione si estendono oltre il 2030”.
Nella relazione si punta anche il dito contro l’Ue, che starebbe penalizzando l’industria spaziale italiana. Nel 2024 è stato presentato il progetto Iris2 che prevede, da qui ai prossimi 12 anni, il lancio di 290 satelliti per un costo di 10,5 miliardi. Ma,
sottolinea il governo, l’industria italiana è “sottorappresentata rispetto al potenziale, sollevando interrogativi sulla necessità di un maggiore allineamento tra ambizioni nazionali e partecipazione industriale europea”. Con queste premesse, la scelta della rete Starlink appare praticamente inevitabile.
Pur avendo rafforzato l’industria italiana, Urso spiega che “rimane aperta la questione del divario di capacità fra la Ue e l’alleato Usa, rappresentata con chiarezza da Starlink, e delle correlate opportunità”. Una questione rilevante soprattutto dopo “un’attenta valutazione delle opzioni disponibili in termini di alleanze strategiche e nella prospettiva di preservare l’unità e l’efficacia dell’Occidente”. In conclusione, “la Ue non potrà prescindere, a parità di prestazioni e immediatezza delle stesse, da una stretta partnership con gli Usa in settori strategici quali le Telecomunicazioni satellitari”.
(da Fanpage)
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Settembre 21st, 2025 Riccardo Fucile
LA FOTO DEL 45ENNE CHE PASSEGGIA SULLA PIAZZA ROSSA: A BECCARLO NON SONO STATI I SERVIZI SEGRETI, MA UN GRUPPO DI GIORNALISTI CAPITANATO DA CHRISTO GROZEV, IL REPORTER CHE MARSALEK AVEVA PROGETTATO DI RAPIRE A VIENNA, E PROBABILMENTE ANCHE DI UCCIDERE… L’EX IMPORTANTE UOMO DELLA FINANZA TEDESCA È STATO ARRUOLATO DAI RUSSI NEL 11 ANNI FA
Come succede tra le spie, o come in un romanzo di Le Carré, alla fine è l’uomo nel mirino che deve trovare chi gli dà la caccia. Il proprio persecutore. E così è stato anche con Jan Marsalek — l’ex Wunderkind della finanza tedesca, arruolato tra le spie del Gru e quasi certamente l’asset più importante che Putin aveva in Occidente —, localizzato, fotografato e smascherato a Mosca. Da una banda di giornalisti ipertecnologici, capitanati da Christo Grozev, il reporter che Marsalek aveva progettato di rapire a Vienna, e probabilmente anche di uccidere.
Marsalek, si ipotizzava, sta a Mosca. Ma i servizi occidentali tacciono. La polizia di Monaco ha le mani legate, vincolata a procedure «legali», obsolete. Per chi vuol indagare però — Grozev e la sua rivista The Insider , Der Spiegel , Zdf , Der Standard , usciti in una spettacolare inchiesta — il web è una miniera di tracce.
Di posizioni Gps, da connettere stando a casa propria. L’ affaire Marsalek è sia il peggior scandalo della finanza tedesca che il più grande caso spionistico degli ultimi anni. Era il COO, il numero 2 di Wirecard — celebrata come la Paypal europea, al Dax valeva più di Deutsche Bank — che si è squagliata come neve al sole quando non è riuscita a spiegare un buco di 1,9 miliardi. Un castello di carta.
Non solo, ma Marsalek, 45 anni, sarebbe stato arruolato 11 fa dal Gru: creava reti di agenti russi tra Monaco e Vienna, compresa la
cellula bulgara sgominata a Londra (il processo è stato un tesoro per il controspionaggio: ha anche svelato le minacce a Grozev).
Poi quattro anni fa, aiutato da contatti nei servizi austriaci, Marsalek si è inabissato fuggendo attraverso la Bielorussia. Ora grazie a Grozev, Spiegel & Co, abbiamo di lui foto e dati. Eccolo il 1° luglio 2025 sulla Piazza Rossa. Cammina mano nella mano con Tatiana Spiridonova, la sua nuova fiamma e sua insegnante di russo. Ha un po’ di peluria in testa, segno di un recente trapianto. Si è fatto diverse plastiche facciali, ma non bastano a ingannare i software biometrici. Serve altro?
Ha preso una multa sotto il Cremlino in monopattino. Come hanno fatto i reporter? Basandosi sulle telecamere. O meglio, usando lo stesso sistema CCTV («safe city»), che è il capillare monitoraggio biometrico introdotto sulle strade russe «contro il crimine», sul modello cinese, e che consente di tracciare vita, morte e miracoli dei cittadini.
Il panopticon dell’Fsb, il grande occhio totalitario. Dammi il tuo cellulare, e ti dirò dove sei. Infatti, trovato il numero di Marsalek, il più era fatto. Il secondo passo è più semplice di quel che appare. Lo Spiegel scrive: «Come uno Stato di sorveglianza autoritario, la Russia può eccellere nella raccolta dati sui suoi cittadini. Ma come molti regimi simili, la corruzione è onnipresente nelle piccole e grandi burocrazie del putinismo.
Tutto è in vendita: dalle dichiarazione dei redditi ai registri di volo. Paradossalmente, ciò rende la Russia uno dei posti più trasparenti del mondo». Un po’ di trollaggio, i reporter se lo sono
concessi.
Ciò che hanno ricostruito è affascinante. Tatiana Spiridonova, 31 anni, la nuova fiamma, è docente di turco all’università di Mosca; non solo, è anche membro dell’Imperial Orthodox Palestine Society, veneranda istituzione nata nel 1882 che ha coperto mille operazioni del Kgb in Medio Oriente. Sarebbe anche lei un agente Fsb. Marsalek l’ha usata per varie missioni a Istanbul. Poi come spesso nella sua vita, gli affari e il privato si sono mischiati: la «postina» è diventata l’amante
Altre chicche. Il nostro uomo a Mosca i capelli se li è rifatti all’European Medical Center (dove il suo cellulare è stato agganciato 300 volte). Per il relax a fine giornata, andava alla Spa dello Swisshotel. Alla Lubianka, sede dell’Fsb e nuovo datore di lavoro, si presentava in grisaglia.
(da “Corriere della Sera”)
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Settembre 21st, 2025 Riccardo Fucile
LA SOCIETA’ AMERICANA SI CHIAMA “COLLINS AEROSPACE” E PRODUCE IL PROGRAMMA CHE GESTISCE LE PROCEDURE DI IMBARCO DEGLI AEROPORTI DI LONDRA, BRUXELLES E BERLINO, CHE IERI SONO ANDATI IN TILT … KEIR GILES, ESPERTO INFORMATICO: “MOSCA HA FINANZIATO PIÙ VOLTE GRUPPI TERRORISTICI PER ATTENTATI IN OCCIDENTE”
Il problema è che, anche se fossero stati i russi a scatenare gli attacchi cyber di ieri contro gli
aeroporti, i governi europei potrebbero non dircelo: un grave errore. Ma una cosa è certa: Mosca pianifica da tempo attacchi ad aerei occidentali». A parlare è Keir Giles, 57 anni, uno dei più grandi esperti britannici di Russia e di cyber war, già consulente della Nato e ora di Chatham House, il più importante think tank del Regno Unito.
Giles, che idea si è fatto degli attacchi cyber di ieri?
«Difficile dirlo, con le scarse informazioni che abbiamo. Non sappiamo nemmeno se si tratti di un attacco ransomware (che presuppone un ricatto per soldi, ndr) o distruttivo. E non abbiamo per ora alcuna evidenza che ci sia stato un coinvolgimento di Mosca.
Anche se ovviamente in molti speculano su questo, perché tutti sanno che la Russia ha da tempo in atto una guerra cyber e una campagna di sabotaggi, incendi e disagi in Europa, con criminali che talvolta vanno anche oltre gli obiettivi del Cremlino. Tutte cose che Mosca persegue da molto tempo, e non solo negli ultimi tre anni dopo l’invasione dell’Ucraina.
Negli ultimi tre decenni, Mosca ha finanziato più volte gruppi terroristici per attentati in Occidente. Ma per ora non abbiamo prove sull’attacco cyber di ieri».
Che tipo di attacchi contempla la Russia all’Occidente?
«Per esempio, contro aerei di linea. Lo abbiamo già visto in passato (vedi gli abbattimenti del volo MH17 nel 2014 e in Kazakhstan a Natale scorso, ndr), si stanno addestrando per questo e ora potrebbero riprovarci, in caso di escalation tra Russia e Nato».
Mosca sta intensificando la sua “guerra ibrida”?
«Difficile dirlo, perché molto spesso le autorità occidentali non attribuiscono ufficialmente simili attacchi alla Russia e il pubblico riceve pochissime informazioni. Se per esempio l’intelligence polacca è molto trasparente e a inizio anno ha denunciato i piani della Russia per bombardare aerei europei, Paesi come Regno Unito, Germania o anche gli Stati Uniti se ne sono ben guardati. Perché credono che sarebbe controproducente e instillerebbe panico nel pubblico. Del resto, sappiamo ancora poco o nulla dell’incendio nella centrale elettrica di Heathrow dello scorso marzo, o di alcune esplosioni in fabbriche di munizioni inglesi o dei recenti blackout elettrici in Spagna e Portogallo».
(da agenzie)
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