Settembre 27th, 2025 Riccardo Fucile
IL “RESTYLING” VALE 14 MILIARDI DI EURO, CIRCA IL 7% DEL TOTALE. SLITTANO PROGETTI SU STUDENTATI, BANDA LARGA E LOTTA AL DISSESTO IDROGEOLOGICO… DELUSO IL SETTORE EDILIZIO: NIENTE FONDI PER LA CASA
Tagliare, rinviare e spostare. Il governo prende in mano forbici e colla per confezionare la revisione del Pnrr. La sesta da quando il Piano nazionale di ripresa e resilienza ha visto la luce. L’ultima possibile a undici mesi dalla scadenza. La più delicata perché il riassetto punta a evitare tagli e multe che scatterebbero in caso di ritardi non più recuperabili.
Il restyling vale 14 miliardi, circa il 7% del totale. Ma l’ambizione complessiva non cambia. «La dotazione originaria resta immutata, manterremo il primato europeo nell’attuazione», scandisce la premier Giorgia Meloni ai ministri riuniti a Palazzo Chigi per la riunione della cabina di regia chiamata a esaminare la proposta di revisione che la settimana prossima passerà dalle Camere prima di essere inviata a Bruxelles.
L’Italia, quindi, punta a ottenere in tutto 194,4 miliardi: oltre 140 sono già in cassa, altri 12,8 sono agganciati all’ottava rata sotto esame della Ue, i restanti 41 miliardi fanno riferimento alle ultime due tranche. Ma c’è comunque chi pagherà il conto.
Come il piano Gol per il reinserimento nel mondo del lavoro di donne, giovani Neet e disoccupati di lungo periodo. Perderà un miliardo e taglierà fuori 200 mila beneficiari. Altri investimenti saranno ultimati solo dopo la deadline del 31 agosto 2026: i progetti confluiranno in veicoli finanziari affidati a nuovi
soggetti attuatori. Di fatto una proroga dato che ci sarà più tempo per ultimare le misure e spendere i soldi.
Nei veicoli finiranno 30 mila dei 60 mila posti letto per gli universitari che il Pnrr aveva promesso di realizzare entro l’estate dell’anno prossimo.
La consegna dei nuovi studentati potrà essere ultimata entro il 2027, con gli incentivi ai privati che scenderanno da 20 mila a 17 mila euro. Novità anche per la gestione delle strutture: il veicolo tirerà dentro anche i proprietari, oggi esclusi, mantenendo il contributo a 20 mila euro. Più soldi per le borse di studio: la dotazione aumenterà di 150 milioni per coprire l’anno accademico 2025-2026.
L’allungamento riguarderà anche la lotta al dissesto idrogeologico. Nonostante la rimodulazione del 2023, anche i progetti per la tutela del territorio andranno ai tempi supplementari. Lo stesso vale per il piano Italia 1 giga per le connessioni ultraveloci.
Spazio anche ai premi. Due miliardi in più al ministero dell’Agricoltura per i contratti di filiera: una nuova spinta alla modernizzazione delle aziende. Tra i delusi c’è il settore edilizio: niente fondi per la casa. E neppure un euro alle imprese per fronteggiare i dazi.
(da “la Repubblica”)
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Settembre 27th, 2025 Riccardo Fucile
“A LUI NON IMPORTA NULLA DI CHI RESTA INDIETRO, MA SOLO DI SE STESSO E DEI MULTIMILIARDARI CHE LO HANNO SOSTENUTO”… LA BORDATA AI DEMOCRATICI: “ABBIAMO UN BISOGNO DISPERATO DI UN PARTITO ALTERNATIVO CHE SIA EFFICACE, OPPURE CHE I DEM TROVINO QUALCUNO IN GRADO DI PARLARE ALLA NAZIONE”
A Bruce Springsteen quello che pensa di lui il presidente Donald Trump interessa meno di
zero. «È la personificazione dello scopo del 25° emendamento e dell’ impeachment e se il Congresso avesse un minimo di coraggio, lo butterebbe nel bidone della spazzatura della storia».
Il Boss non usa giri di parole nell’intervista al «Time», che gli ha dedicato la prestigiosa copertina, per esprimere il suo pensiero nei confronti di Trump
«Molti hanno creduto alle sue bugie, a lui non importa nulla di chi resta indietro, ma solo di se stesso e dei multimiliardari che lo hanno sostenuto all’insediamento».
Anche i Democratici hanno però le loro responsabilità. «Abbiamo un bisogno disperato di un partito alternativo che sia efficace — dice Springsteen, che ha appena pubblicato sui propri social la nuova versione dal vivo di “Open All Night” — oppure che i Democratici trovino qualcuno in grado di parlare alla nazione»..
(da “Corriere della Sera”)
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Settembre 27th, 2025 Riccardo Fucile
VA ANCORA PEGGIO AI TG VISTO CHE L’INFORMAZIONE ORMAI SEMPRE PIÙ SPOSTATA SULLA RETE … MA A FRONTE DI UN CROLLO DEI TELESPETTATORI DELLA TV GENERALISTA, LE PIATTAFORME A PAGAMENTO GUADAGNANO POCHI SPETTATORI
C’è chi vede la tv ormai definitivamente condannata a un declino e chi aspetta un futuro luminoso. Alla fine, però, i dati elaborati dallo Studio Frasi, che confrontano il 2025 e il 2024, rivelano un’incompatibilità tra domanda e offerta: il calo del 7,7 per cento degli ascolti nel giorno medio e del 7 per cento in prima serata, con una ferita particolarmente dolorosa per l’informazione, sono un indicatore da non ignorare. Anche perché coinvolge tanto la Rai quanto le emittenti private
La ragione dell’allontanamento di oltre un milione di spettatori dalla tv “lineare”, secondo Francesco Siliato dello Studio Frasi, dipende dal fatto che la televisione non rappresenta più il sentiment degli italiani. […] Un allontanamento che non viene compensato dallo streaming: «Per ogni milione di spettatori persi dalla tv, le piattaforme guadagnano qualcosa come 20mila ascolti non abbonati. Decisamente troppo pochi».
Sulla tv lineare, quindi, si finisce per rimbalzare tra programmi nuovi sviluppati senza tenere conto dei bisogni del pubblico («è come vendere pannolini per l’incontinenza ai diciottenni», dice Siliato) e programmi “antichi” che fanno leva sulla tranquillità che genera l’abitudine. Vedi alla voce Giovanni Floris o Fabio Fazio che, con formule consolidate ma abbastanza immodificabili, continuano a raccogliere buoni risultati di share.
«Ma oltre ai grandi classici deve esserci spazio per l’innovazione», dice Giovanni Benincasa, autore storico della Rai, che ha firmato sia successi nazionalpopolari come Carramba! Che Sorpresa che programmi “di nicchia” come Una pezza di Lundini. «Oggi non è così facile proporre programmi nuovi, spesso il mercato offre quasi solo la possibilità di far “adattare” i format stranieri alla tv italiana». Insomma, a fronte di chi ha l’idea deve esserci chi la vuole realizzare e chi la conduce.
Ma quale idea Che poi non c’è nemmeno sempre bisogno di un’idea nuova.
Basta guardare al caso televisivo dell’anno, La ruota della fortuna, un format degli anni Ottanta. Insomma, non c’è niente di più inedito dell’edito. E poi l’intrattenimento fa ancora la parte del leone davanti alla torta (sempre più piccola) degli ascolti. Gerry Scotti e Stefano De Martino si portano a casa ogni sera qualcosa intorno al 40 per cento di share, pari a quasi 9 milioni di spettatori.
L’informazione, o meglio la «controinformazione», si è spostata sulla rete, dove «gli utenti convinti dell’inattendibilità dei media mainstream» si riuniscono intorno a “divulgatori”.
Resta il tema della sperimentazione, che anche uno che in Rai ci è stato a lungo come Andrea Vianello vorrebbe rivedere, non solo su Raiplay: «La tv generalista ormai si regge soprattutto sui grandi eventi. Lo sport, Sanremo e così via. I format che ci sono in circolazione non sempre sono all’altezza della prima serata. Ma a volte anche le scommesse pagano anche in prime time».
Ma c’è da capire dove pescare le idee, e qui qualcuno tira in ballo la differenza degli autori di una volta. Le altre piattaforme e i social sono contemporaneamente concorrenti per quanto
riguarda l’attenzione del pubblico e bacini di utenti a cui attingere. Chi oggi fa i conti con una tv lineare spera nel multipiattaforma.
Queste trasmissioni potrebbero approdare su Rai 2, bacino in cui far confluire trasmissioni «a utilità ripetuta», cioè non in diretta, che possano rimanere “fresche” anche a lungo termine. L’esempio che viene fatto è quello di Belve, che funziona anche sui social e ha una vita che va ben oltre la messa in onda il martedì sera.
Il bicchiere è mezzo pieno.
(da agenzie)
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Settembre 27th, 2025 Riccardo Fucile
A FRATELLI D’ITALIA NON VA GIÙ CHE LA SANATORIA FISCALE SIA VALIDA ANCHE PER I RECIDIVI. E IL PARTITO DELLA MELONI VUOLE CONCENTRARE LE SCARSE RISORSE NEL TAGLIO DELL’IRPEF AL CETO MEDIO
Fratelli d’Italia frena sulla rottamazione delle cartelle chiesta dalla Lega. Nel corso di una
riunione sul cantiere della manovra a cui hanno partecipato i parlamentari meloniani, presieduta qualche giorno fa dal viceministro dell’Economia Maurizio Leo, è emerso il malumore del partito sulla sanatoria fiscale pretesa da Matteo Salvini.
L’idea di inserire nella legge di bilancio una rottamazione da 120 rate per tutti, compresi i recidivi seriali che sono decaduti dalle definizioni agevolate precedenti, non convince diversi esponenti
di Fratelli d’Italia che hanno partecipato al tavolo.
La priorità per il partito della premier, così come per Forza Italia, è la riduzione dell’Irpef al ceto medio, con un taglio di due punti dell’aliquota del 35% sui redditi tra 28 mila e 50 mila euro. Dai ragionamenti che si sono fatti alla riunione, difficilmente si riuscirà ad allargare la base fino a 60 mila euro, perché le coperture crescerebbero da due miliardi e mezzo a quattro miliardi.
La rottamazione, invece, riferisce una fonte, dovrà essere molto selettiva, con una platea ristretta e costare uno o due miliardi al massimo. E non è detto che il disegno di legge all’esame della commissione Finanze del Senato finisca davvero nella legge di bilancio, che potrebbe contenere solo i fondi necessari, mentre il provvedimento sulla pace fiscale correrebbe su un canale differente.
Negli ultimi giorni il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha parlato della rottamazione, anzi, ha preferito chiamarla pace fiscale, come di un obiettivo «in vista» e di un risultato «ragionevole che si può raggiungere» per aiutare quei contribuenti in difficoltà. Secondo alcuni rumors, un’intesa si potrebbe trovare con una sanatoria più corta, non più decennale, e con un anticipo da versare subito nelle prime rate – pari al 5% del debito complessivo – per scongiurare i furbetti che aderiscono e poi non pagano solo per avere uno scudo sui pignoramenti.
Tuttavia il Carroccio pare non voler cedere. Alberto Luigi Gusmeroli, presidente della commissione Attività produttive della Camera e responsabile fiscale della Lega, rilancia: «Non
vogliamo trattamenti asimmetrici: dovranno poter accedere anche i debitori decaduti dalle precedenti edizioni».
Gusmeroli inoltre conferma la rottamazione lunga: «La nostra proposta si esprime su un arco temporale sostenibile e non contempla pesanti acconti in ingresso, aiuterà l’erario a incassare somme altrimenti non recuperabili».
Le coperture, insiste Salvini, dovrebbero arrivare dalle banche. Il presidente dell’Abi Antonio Patuelli invita la politica a «non fare demagogia» visto che il sistema bancario e i suoi azionisti pagano complessivamente il 55% di tasse. Patuelli ricorda l’intesa già fatta con il governo sui crediti fiscali per il 2025 e 2026, però lascia una porta aperta: «Siamo interlocutori disponibili al confronto e all’approfondimento dell’accordo biennale e al prosieguo, se qualcuno ci chiama».
(da agenzie)
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Settembre 27th, 2025 Riccardo Fucile
“PUTIN ERA MOLTO AFFATICATO, AVEVA AL SUO FIANCO DUE PERSONE CHE LO SOSTENEVANO. SEMBRAVA DI VEDERE SILVIO BERLUSCONI NELL’ULTIMO PERIODO”
«Sono rimasto impressionato dalle condizioni di Vladimir Putin». Ciclicamente si sono sparse le voci più disparate sullo stato di salute del presidente russo, tutte smentite dal Cremlino. Visto da vicino però il dittatore comunista deve aver dato a Massimo D’Alema la sensazione che non fosse per nulla in forma. E un paio di settimane fa l’ex premier lo ha confidato ad alcuni amici: «Putin mi è parso molto affaticato».
D’Alema era da poco rientrato dalla Cina, dove era stato ospite del governo di Pechino per le celebrazioni degli ottanta anni dalla fine della Seconda guerra mondiale. Un viaggio che gli aveva procurato polemiche in patria.Non solo per la foto che l’aveva ritratto insieme al gotha dei regimi autoritari come il leader della Corea del Nord Kim Jong-un, il presidente della Bielorussia Aleksandr Lukashenko e il presidente iraniano Masoud Pezeshkian.
Ma anche perché — dopo che Xi Jinping aveva mostrato al mondo la sua potenza militare — aveva rilasciato a una tv locale un’intervista zeppa di frasi dal sapore antico e di interpretazioni storiche spericolate: «Confido che da qui venga un messaggio per la pace, la cooperazione e il ritorno a uno spirito di amicizia tra i popoli»
Proprio a Pechino D’Alema aveva incrociato Putin. E lui non è certo tipo che millanta. Perciò i suoi interlocutori a Roma sono rimasti colpiti dalla descrizione del presidente russo. Per quanto le immagini ufficiali trasmesse in occasione dell’evento non avessero fatto intuire una simile situazione, D’Alema ha aggiunto un particolare rilevante: «Putin aveva al suo fianco due persone che lo sostenevano».
Non è dato sapere quando e dove avesse visto la scena, di sicuro chi lo ha ascoltato gli ha dato credito. Così riaffiora il giallo sulla salute di Putin, tema che annovera una pubblicistica lunga quanto le malattie che nel tempo gli sono state diagnosticate: da una serie di tumori al sangue e al pancreas, fino al Parkinson e alla sindrome di Cushing.
I servizi di tutto il mondo cercano di mettere le mani sul
la sua cartella clinica e il presidente russo — che viene dal Kgb — ha elevato la difesa della privacy. Un’autentica ossessione.Da anni, durante i suoi viaggi all’estero, gli agenti del Servizio di sicurezza federale russo raccolgono le feci e le urine del loro capo per non lasciare tracce genetiche e impedire la profilazione dei dati biometrici. In un filmato del 2019, registrato a Parigi, si nota Putin uscire da un bagno seguito da sei guardie del corpo munite di valigetta. Per evitare che dalle analisi delle scorie si possa risalire all’uso di eventuali farmaci, si è dotato di un bagno portatile.
Il «rituale» si ripete a ogni occasione, compresa la recente visita in Alaska dove ha incontrato Donald Trump. Ma Putin non è l’unico a comportarsi così. D’altronde, come scrissero sul Corriere Guido Olimpio e Paolo Valentino, i dati clinici di un leader «sono diventati merce preziosa e le tracce genetiche sono sicuramente quelle più sensibili e personali. Per i servizi segreti una vera miniera d’oro».
Sia l’intelligence americana sia quella britannica ancora poco tempo addietro hanno smentito di avere «prove» su «gravi malattie» di Putin. Vero o falso, è segno che comunque sono a caccia e studiano ogni indizio.
Sia chiaro, durante il racconto D’Alema si è ben guardato dall’azzardare una diagnosi. Si è limitato a una rappresentazione dell’episodio. Aggiungendo un’annotazione personale di non poco conto. Perché il Putin «molto affaticato» e «sostenuto da due persone» gli aveva fatto tornare alla mente il Cavaliere: «Sembrava di vedere Silvio Berlusconi nell’ultimo periodo».
(da agenzie)
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Settembre 27th, 2025 Riccardo Fucile
ESPLODE LA PROTESTA DEI DIPENDENTI DEL TEATRO LA FENICE CONTRO LA NOMINA IMPOSTA DALL’ALTO DEL NUOVO DIRETTORE D’ORCHESTRA
I lavoratori del Teatro La Fenice di Venezia hanno dichiarato guerra contro la nomina di
Beatrice Venezi come direttore musicale. Gli orchestrali hanno proclamato lo stato di agitazione permanente e minacciano scioperi, manifestazioni e sit-in finché la decisione non verrà revocata. Secondo la Rsu dei lavoratori, la nomina di Venezi è avvenuta «con modalità e tempistiche che hanno calpestato ogni principio di confronto e trasparenza». L’assemblea generale, riunitasi il 26 settembre, ha espresso «unanime solidarietà alla presa di posizione chiara e coraggiosa resa pubblica il 25 settembre dai professori d’orchestra».
Il punto più controverso riguarderebbe le competenze della direttrice: «È doveroso sottolineare che il curriculum di Venezi non è comparabile con quello dei direttori musicali stabili che negli anni si sono succeduti sul podio della Fenice», affermano i lavoratori, che considerano la musicista vicina al governo Meloni non all’altezza del prestigioso incarico.
I sindacati parlano di «deriva autoritaria»
La Slc Cgil è scesa in campo con parole durissime. La segretaria nazionale per la Produzione Culturale, Sabina Di Marco, ha parlato di «deriva autoritaria che andrebbe evitata», criticando non tanto la qualità del direttore quanto «l’assenza di un percorso di condivisione con l’orchestra nella procedura di
nomina di una figura così importante». Anche perché, spiega il sindacalista: «Interventi di questo rilievo e così delicati hanno sempre seguito un percorso di condivisione, una consuetudine che questa volta è stata completamente ignorata preferendo un atto di autorità», ha aggiunto Di Marco, evidenziando come questa procedura rappresenti una rottura con le tradizioni del teatro lirico.
(da agenzie)
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Settembre 26th, 2025 Riccardo Fucile
LO SCOPO E’ DEFINIRE UN PIANO D’AZIONE NEI PRINCIPALI PORTI DEL MEDITERRANEO
Lavoratori portuali da diversi Paesi d’Europa sono arrivati a Genova con l’obiettivo di definire una strategia comune per bloccare le spedizioni di armi verso Israele. Ad anticipare la notizia è Politico, secondo cui l’iniziativa potrebbe evolvere in un «boicottaggio molto più ampio» che minaccia di intaccare i legami commerciali tra lo Stato ebraico e l’Ue. A fare gli onori di casa è l’Unione sindacale di base (Usb), che ospita oggi e domani nel capoluogo ligure i rappresentanti di Spagna, Francia, Grecia, Cipro, Marocco e Germania per definire un piano
d’azione condiviso. «Speriamo di uscire da questo ritrovo con un progetto concreto, sia per l’azione immediata che per un impegno a lungo termine», dichiara Francesco Staccioli, membro della segretaria federale dell’Usb e coordinatore dell’iniziativa. Il traguardo è trasformare i porti in «zone libere da armi».
I portuali per la Global Sumud Flotilla
La decisione di unire le forze è stata accelerata dagli eventi recenti, in particolare gli attacchi con i droni alla Global Sumud Flotilla, la missione umanitaria diretta a Gaza. Attacchi che hanno spinto il governo Meloni a intervenire, inviando la fregata «Alpino» a tutela dei cittadini italiani presenti sulle imbarcazioni. Anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella è intervenuto sulla missione in mare, definendola «di valore» e invitando le persone a bordo a raccogliere la disponibilità offerta dal Patriarcato Latino di Gerusalemme di consegnare in sicurezza gli aiuti al popolo palestinese. Un appello condiviso con il governo, ma presto rimandato al mittente, e che arriva dopo il «no» della delegazione italiana a lasciare gli aiuti a Cipro.
Il coordinamento tra sindacati europei
L’incontro dei portuali si apre oggi con una serie di colloqui interni tra le delegazioni europee, finalizzati a coordinare una mobilitazione comune nei porti del Mediterraneo. Nella giornata di sabato, il dibattito si allargherà fino a coinvolgere altri lavoratori della filiera e il pubblico. Il piano che emergerà dalla riunione potrebbe non limitarsi solo alla questione delle armi. Staccioli ha spiegato che, in futuro, le azioni potrebbero estendersi a un boicottaggio commerciale globale contro Israele,
che influirebbe su una vasta gamma di merci, dai beni di consumo agli articoli tecnologici. «Le spedizioni dirette verso Israele devono fermarsi – ha dichiarato -. Non possiamo più ignorare il ruolo che i porti e il commercio internazionale giocano nell’alimentare un conflitto che ha visto la morte di migliaia di innocenti».
L’azione coordinata
Non è la prima volta che i lavoratori portuali si mobilitano per fermare il traffico di armi destinate a Israele. Negli ultimi mesi, le azioni di blocco si sono intensificate in diversi porti europei, con Marsiglia (Francia) e Pireo (Grecia) che hanno già visto i portuali fermare spedizioni di materiale bellico. Anche in Italia, le mobilitazioni sono diventate sempre più frequenti. A metà settembre, i lavoratori portuali di Ravenna hanno bloccato due container carichi di esplosivi. A Livorno, invece, hanno impedito l’attracco di una nave statunitense, di ritorno da Eilat, nel Mar Rosso, che trasportava mezzi militari. A Genova, l’azione più significativa ha visto i portuali fermare il carico di armi destinato a essere imbarcato sulla nave saudita Bahri Yanbu per Abu Dhabi, negli Emirati Arabi Uniti. Queste azioni hanno spinto la creazione di una rete di solidarietà tra i sindacati portuali più potenti d’Europa, come la «Coordinadora» in Spagna, la «Cgt Port & Docks» in Francia, e i sindacati greci e ciprioti, che controllano rispettivamente i porti di Pireo e Limassol. Anche in Marocco, l’«Odt» rappresenta i lavoratori del porto di Tangeri, un nodo vitale per il commercio mediterraneo.
Le armi dirette in Israele
Gli episodi si inseriscono in un contesto più ampio: l’Italia, che è
il sesto maggiore esportatore di armi al mondo, si trova al terzo posto nella classifica dei fornitori di armi a Israele, dopo Stati Uniti e Germania. Genova, con una movimentazione di 2,74 milioni di container nel 2023, è uno dei principali hub marittimi del Mediterraneo, un punto nevralgico per le esportazioni italiane e per l’intera Unione europea. Ogni anno, secondo il Calp, dal porto ligure partono tra i 13 e i 14mila container diretti verso Israele, rendendo questo porto un obiettivo strategico per le proteste contro l’uso dei porti italiani per il traffico di armamenti. Le azioni dei lavoratori portuali mettono in luce il ruolo cruciale delle infrastrutture marittime come snodi strategici, non solo per il commercio, ma anche per le dinamiche geopolitiche globali. «I porti sono diventati campi di battaglia strategici», ha affermato il sindacalista dell’Usb, sottolineando l’urgenza di un coordinamento più forte e di una posizione comune tra i lavoratori del settore.
(da agenzie)
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Settembre 26th, 2025 Riccardo Fucile
L’ALTRO FATTORE CHE PUO’ FAVORIRE LA RIMONTA DI RICCI È LA GUERRA A GAZA. E NON È UN CASO CHE IL CANDIDATO DEL “CAMPO LARGO” NEL FACCIA A FACCIA ORGANIZZATO IERI MATTINA SU “SKYTG24” ABBIA GIOCATO A SORPRESA LA CARTA DELLA SOLIDARIETÀ CON I PALESTINESI
Nella piazza di Macerata, sotto lo sguardo severo di un Matteo Ricci di pietra (quello vero, il
gesuita) che lo osserva dalla facciata della cattedrale, Francesco Acquaroli festeggia con una grande torta il suo cinquantunesimo compleanno.
Tanti auguri cantato in coro dai militanti, foto con Matteo Salvini, che nelle Marche ha messo le tende da una settimana, ma di festeggiare non c’è tanta voglia. Perché, nonostante i sondaggi lo diano avanti – seppur non in zona di sicurezza –, nel centrodestra sta salendo la preoccupazione per l’impatto di due fattori esogeni: la scarsa partecipazione al voto e la crisi a Gaza.
«L’astensione può essere un problema…», ammette a mezza bocca il presidente uscente prima di salire sul palco. Ma è soprattutto Matteo Salvini a lanciare l’allarme: «Non si potrebbero fornire i numeri dei sondaggi, ma posso dirvi che
siano avanti. Però dipende tutto dall’affluenza. Se la metà dei marchigiani se ne resta a casa per andare a caccia o perché è convinto che tanto abbiamo vinto, è un grandissimo errore. Stavolta ogni voto conta».
L’incubo è che la partita si giochi per – letteralmente – una manciata di voti. Come lo scorso anno in Liguria, quando Marco Bucci batté Andrea Orlando per un soffio, appena 8400 voti. Peggio ancora a Foligno, dove la destra prevalse al comune per meno di trenta voti su 40 mila aventi diritto.
L’astensionismo è la mala bestia che può far sballare tutti i calcoli, anche perché non si sa in quali province colpirà di più. Di certo tutti i sondaggi prevedono che l’affluenza ballerà intorno al cinquanta per cento, difficile fare come cinque anni fa quando i marchigiani alle urne furono quasi il sessanta per cento (59,7).
L’altro brutto presentimento che aleggia sulle ultime battute della campagna è l’influenza della guerra a Gaza. E non è un caso che Matteo Ricci, nell’unico faccia a faccia televisivo con il suo contendente, organizzato ieri mattina su SkyTg24, abbia giocato a sorpresa la carta della solidarietà con i gazawi: «Se vinceremo – ha annunciato – al primo consiglio regionale procederemo al riconoscimento della Palestina. E lanceremo il gemellaggio con Rafah, perché tanti marchigiani vogliono aiutare quelle popolazioni martoriate con aiuti veri, esattamente come stanno facendo quelle persone straordinarie a bordo della Flotilla, che si stanno sostituendo a ciò che dovrebbero fare gli Stati europei».
(da La Repubblica)
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Settembre 26th, 2025 Riccardo Fucile
LA NOTIZIA, PUBBLICATA DA “THE GUARDIAN”, AVEVA SCATENATO UN’ONDATA DI PROTESTE DEI DIPENDENTI DI MICROSOFT
Microsoft ha interrotto un contratto con l’esercito israeliano che dava accesso ai servizi in cloud di Azure. Azure è una piattaforma che fornisce servizi digitali e veniva utilizzata dai militari per registrare e salvare le conversazioni telefoniche di milioni di palestinesi in Cisgiordania e a Gaza.
Lo riportano il Guardian e il sito israelo-palestinese +972 . La scorsa settimana il colosso tecnologico ha comunicato al
ministero della Difesa israeliano che l’Unità 8200 — l’agenzia di spionaggio d’élite dell’esercito — aveva violato i termini di servizio dell’azienda.
Nasce tutto da un’inchiesta di agosto del giornale inglese aveva scatenato un’ondata di proteste organizzate dai dipendenti che chiedevano chiarezza all’azienda. Infatti, una fonte anonima ha raccontato al Wall Street Journal che il provvedimento di Microsoft è arrivato nel quadro di una indagine interna che sarebbe ancora in corso.
(da agenzie)
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