Novembre 2nd, 2025 Riccardo Fucile
BUDANOV, IL MITICO CAPO DEI SERVIZI UCRAINI, COLPISCE ANCORA
I servizi di sicurezza ucraini (Sbu), in collaborazione con altre strutture della difesa, hanno condotto un attacco con droni contro il terminal petrolifero del porto russo di Tuapse, nel territorio di
Krasnodar. Lo riferisce l’agenzia di stampa “Rbc Ucraina”, citando fonti della sicurezza, secondo cui una petroliera e diverse infrastrutture portuali sarebbero state colpite e incendiate a causa dell’attacco.
I droni del Centro operazioni speciali “Alpha” avrebbero colpito con precisione cinque strutture del terminal, provocando un incendio a bordo di una petroliera e la distruzione di almeno quattro piattaforme di carico e scarico destinate al rifornimento delle navi. Anche alcuni edifici portuali risultano danneggiati. Il porto di Tuapse ospita un terminal petrolifero e una raffineria di proprietà della compagnia russa Rosneft. Le stesse fonti ucraine hanno sottolineato che l’operazione rientra nella strategia di “neutralizzazione delle infrastrutture energetiche russe che forniscono risorse all’aggressione contro l’Ucraina”
Il terminal petrolifero di Tuapse, il piu’ grande del Mar Nero, si trova a 8 chilometri dal porto omonimo. Gestisce le esportazioni di prodotti petroliferi dalla raffineria di Tuapse e dal gruppo di raffinerie di Samara di Rosneft: 7,1 milioni di tonnellate da gennaio a settembre, secondo Reuters. Secondo alcuni canali Telegram russi ben informati, almeno tre incendi sono scoppiati nel porto: due presso il complesso di attracco in acque profonde della RN-Marine Terminal Tuapse LLC e un terzo presso il terminal di carico del petrolio vicino al frangiflutti meridionale. Un altro incendio potrebbe essere scoppiato presso il molo per il
carico secco nella parte nord-occidentale della baia. Contemporaneamente, le Forze armate ucraine hanno lanciato un massiccio attacco con droni contro un complesso energetico nella regione di Lugansk, occupata dai russi. Il capo dell’autoproclamata repubblica popolare di Lugansk, nominato da Mosca, Leonid Pasechnik, ha segnalato attacchi alle sottostazioni in quattro comuni, con conseguenti interruzioni di corrente nella regione.
(da agenzie)
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Novembre 2nd, 2025 Riccardo Fucile
“PER TUTTA LA VITA HA AVUTO IDEE CHIARISSIME. POI UN GIORNO QUALCUNO LO CONVINSE CHE ERA SEMPRE STATO FAVOREVOLE E LUI NON SOLO COMINCIÒ A DIRE IL CONTRARIO DI CIÒ CHE AVEVA SEMPRE PENSATO, MA ENTRÒ PERSINO NEL COMITATO DEL SÌ ALLA SCHIFORMA NORDIO. CHISSÀ COM’È SUCCESSO”
“La separazione delle carriere è il primo passo per trasferire la magistratura inquirente
sotto controllo dell’esecutivo… Non sono le carriere, ma i comportamenti che fanno la differenza. Anche un pm e un avvocato possono trovarsi imputati perché si son messi d’accordo” (4.2.2000).
“Voterò no al referendum per separare le carriere” (15.5.2000).
“La separazione delle carriere è l’anticamera della fine dell’obbligatorietà dell’azione penale, attraverso il controllo dell’esecutivo sul pm. È una proposta gravissima perché farebbe crollare uno dei cardini della Costituzione: l’autonomia della magistratura” (15.7.13).
Così parlò per tutta la vita Antonio Di Pietro: idee chiarissime contro tutte le bicamerali e le schiforme di ogni colore. Poi un giorno qualcuno lo convinse che era sempre stato favorevole alla separazione delle carriere e lui non solo cominciò a dire il contrario di ciò che aveva sempre pensato, ma entrò persino nel Comitato del Sì alla schiforma Nordio.
Chissà com’è successo.
Marco Travaglio
per “il Fatto quotidiano”
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Novembre 2nd, 2025 Riccardo Fucile
RESTA IL NODO SULL’AUMENTO DELLA CEDOLARE SECCA PER GLI AFFITTI BREVI. E LA MAGGIORANZA NON HA ANCORA SCELTO I RELATORI DELLA LEGGE
La Lega torna alla carica con la rottamazione delle cartelle. Salvini e c. puntano infatti esplicitamente ad allargare la platea dei beneficiari dopo che mercoledì scorso il Dipartimento economia di via Bellerio ha avuto un primo confronto col ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti.
Tempo 48 ore e venerdì il partito di Salvini ha poi fatto sapere di aver messo «al lavoro» economisti e tecnici «per migliorare le condizioni per la Pace fiscale, per permettere agli italiani di liberarsi da cartelle esattoriali che hanno raddoppiato il loro importo negli anni e rovinavano la vita a milioni di persone».
Progetto ambizioso, qualcuno sostiene «impossibile da portare a termine». Stando a fonti di governo, infatti, allo stato è difficile ipotizzare un’estensione della platea anche e soprattutto per una questione di coperture. Più probabili piccoli aggiustamenti «a saldi invariati» sugli affitti brevi e sulla tassazione dei dividendi delle holding.
Il senatore Claudio Borghi potrebbe essere uno dei relatori di maggioranza della prossima legge di Bilancio assieme a Dario Damiani di Forza Italia e a Matteo Gelmetti (o a Guido Quintino Liri) di Fratelli d’Italia e a Mario Alejandro Borgese per Noi moderati.
Scelta questa di moltiplicare gli incarichi che secondo il presidente dei senatori Pd Francesco Boccia dimostra il pessimo stato dei rapporti all’interno del centrodestra: «Lunedì iniziano le audizioni – ha dichiarato – e ancora non sanno chi dovrà rappresentare la maggioranza. La manovra non solo è vuota e inconsistente ma è già bloccata dalla sfiducia reciproca tra i partiti della coalizione di governo. Vergogna!».
Sulla rottamazione l’idea della Lega sarebbe quella di allargare la platea della pace fiscale, peraltro già molto ampia perché già così potrebbe interessare più di 10 milioni di contribuenti, comprendendo anche i carichi derivanti da accertamenti che al momento sono esclusi. Secondo Borghi il partito deciderà «collegialmente» gli emendamenti presentare.
Stando a diversi studi di settore dal punto di vista tecnico escludere gli accertamenti sarebbe un errore visto che questo tipo di avvisi è spesso oggetto di contenzioso tributario e quindi possono essere annullati in tutto o in parte.
In base al testo trasmesso la scorsa settimana al Senato, a tutt’oggi è previsto che la rottamazione 5 interessi esclusivamente le cartelle derivanti dall’omesso versamento di imposte e contributi risultanti dalle dichiarazioni annuali in un periodo compreso tra il 2000 ed il 2023. In tutto saranno 54 le rate bimestrali da pagare, con un tasso di interesse del 4% ed un versamento minimo di 100 euro.
La nuova sanatoria interesserà anche i soggetti decaduti dalle
precedenti rottamazioni (ma non quelli in regola con la rottamazione 4, anche nel caso dovessero saltare la rata di novembre), mentre non comprende le cartelle emesse a seguito di accertamento per effetto dei controlli sostanziali da parte delle Entrate che hanno portato all’emersione di redditi non dichiarati.
In questo modo da un lato si esclude dalla rottamazione chi ha volontariamente occultato redditi al Fisco allo scopo di evadere, e dall’altro si cerca di contenere i costi complessivi di questo ennesimo condono messo in campo dal centrodestra. Costi che stando alla relazione tecnica, come ha già segnalato la Stampa, comportano per lo Stato un onere stimato in circa 800 milioni.
(da agenzie)
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Novembre 2nd, 2025 Riccardo Fucile
LA CORSA AI RIGASSIFICATORI SI STA ESAURENDO, LA DOMANDA DI GAS CALERA’ E CHI CONTINUA A COSTRUIRLI RISCHIA DI INVESTIRE IN INFRASTRUTTURE INUTILI
Entro la fine del 2027 tutti i Paesi dell’Unione europea non potranno più importare
nemmeno un metro cubo di gas proveniente dalla Russia. Eppure, mentre le importazioni via tubo sono crollate dopo l’inizio della guerra in Ucraina, il metano di Vladimir Putin continua ad arrivare nel Vecchio Continente sotto forma di Gnl, gas naturale liquefatto. E quando si guarda alle importazioni di quest’ultimo, i Paesi che più fanno affidamento sulle spedizioni provenienti da Mosca sono anche quelli che più premono per uno stop totale alla dipendenza dai combustibili fossili russi. Lo rivela l’ultimo rapporto dell’Institute for Energy Economics and Financial Analysis
(Ieefa), che segnala come la Francia abbia assorbito da sola il 41% di tutto il gas liquido russo arrivato in territorio Ue.
Quali sono i Paesi Ue che importano più Gnl russo
Nonostante il divieto in arrivo dal 2027, nella prima metà del 2025 le importazioni di Gnl russo hanno fatto segnare un +7%, toccando un nuovo massimo storico. La Francia è di gran lunga il Paese che più ha assorbito le spedizioni di gas liquido proveniente da Mosca, con una quota pari al 41% del totale. Seguono Belgio (28%), Spagna (20%), Paesi Bassi (9%) e Portogallo (2%). Complessivamente, i Paesi Ue hanno speso 120 miliardi nei primi sei mesi del 2025 per comprare il Gnl russo. L’Italia, che fino a prima della guerra in Ucraina era fortemente dipendente dai combustibili fossili di Putin, ha già azzerato le importazioni di gas liquido russo. Nella prima metà di quest’anno, nemmeno una goccia di Gnl di Mosca è arrivata nei rigassificatori italiani.
L’Italia si affida a Usa e Qatar
Per quanto riguarda l’Italia, il report Ieefa segnala che la capacità di rigassificazione è aumentata del 22%, raggiungendo 27,5 miliardi di metri cubi, quasi il doppio rispetto ai volumi complessivi di Gnl importati nel 2024. Si tratta di numeri in linea con il percorso tracciato dal governo Draghi e proseguito poi dal governo Meloni, che in più occasioni ha ribadito la volontà di rendere l’Italia un «hub» del gas per tutta l’Europa.
Nei primi sei mesi del 2025, le importazioni di Gnl in Italia sono salite a 9,7 miliardi di metri cubi, contro i 7,4 dello stesso periodo dell’anno precedente. I fornitori sono soprattutto due: il Qatar, con 3,5 miliardi di metri cubi, e gli Stati Uniti, con 4,7 miliardi di metri cubi. Le importazioni da Washington, in particolare, hanno fatto un balzo del 90% in un anno.
Complessivamente, l’Italia ha speso 3,9 miliardi di euro nella prima metà del 2025 per le importazioni di Gnl, di cui 1,9 miliardi per il gas statunitense e 1,5 miliardi per quello qatariota.
Lo stop della corsa ai nuovi rigassificatori
Eppure, anche se le importazioni di Gnl in Europa sono cresciute del 24% nella prima metà dell’anno, il mercato prevede una frenata nei prossimi anni. Dopo anni di corse forsennate per dotarsi di rigassificatori galleggianti, la costruzione di nuovi terminal Gnl in Europa sta rallentando. La Germania ha già chiuso o sospeso diversi progetti, mentre in Francia un tribunale ha ordinato la rimozione del terminal di Le Havre, di proprietà di TotalEnergies, rimasto inutilizzato per oltre un anno. In Grecia, un problema tecnico ha costretto a ridurre la capacità di un rigassificatore ad appena il 2% di quella reale, mentre sempre in Germania un altro terminal è stato sub-affittato alla Giordania.
Il calo della domanda previsto per i prossimi anni
«L’Europa ha installato o ampliato 19 terminali per il Gnl dall’inizio del 2022, abbandonando le importazioni di gas russo
tramite gasdotto. Tuttavia, una serie di recenti cancellazioni e chiusure di terminali suggerisce che i Paesi europei abbiano sopravvalutato la domanda di Gnl del continente», spiega Ana Maria Jaller-Makarewicz, analista energetica dello Ieefa. Secondo l’istituto, tra il 2025 e il 2030 il consumo di gas nell’Unione europea diminuirà del 15% e le importazioni di Gnl caleranno del 20%. «I Paesi europei che continuano a costruire o espandere terminali Gnl rischiano di investire in infrastrutture inutili con l’accelerazione della transizione energetica», insiste ancora Jaller-Makarewicz.
(da Open)
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Novembre 2nd, 2025 Riccardo Fucile
SI PUNTA SEMPRE DI PIU’ SULL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE E CRESCE IL MALCONTENTO
Il 2025 è destinato a passare alla storia come l’anno dei licenziamenti negli Stati Uniti. Da gennaio a ottobre, sono già stati tagliati un milione di posti di lavoro e altri annunci simili seguiranno a breve. Lo scrive Il Sole 24 Ore in un’analisi di di Marco Valsania e Luca Veronese, che passa in rassegna gli sconvolgimenti del mercato del lavoro che hanno fatto seguito al ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca e al cambio di strategia dei principali colossi a stelle e strisce, che puntano sempre di più sull’efficienza dell’IA.
I licenziamenti nel pubblico
Una parte consistente dei licenziamenti avvenuti quest’anno riguarda il settore pubblico. E d’altronde, è proprio quello che ci si aspettava quando Trump ha chiamato il suo — forse ex? — amico Elon Musk a dirigere il Dipartimento per l’efficienza governativa (Doge). Nella testa del patron di SpaceX, per efficienza si intende soprattutto un taglio dei costi. E a un taglidei costi ci si arriva soprattutto tagliando personale. Alla raffica di licenziamenti partiti dalla Casa Bianca nella prima metà dell’anno, in parte poi revocati perché giudicati illegittimi dai tribunali, se ne sono sommati altri, più recenti, dovuti allo shutdown del governo federale.
I tagli dei colossi Usa
I dati riassuntivi dei cosiddetti layoff, ossia i licenziamenti, vengono pubblicati periodicamente dalla Challenger, Gray and Christmas. Da gennaio a fine settembre 2025, sono stati registrati quasi 950mila posti di lavoro tagliati, in rialzo del 55% sull’anno precedente e secondo solo al tracollo del primo anno del Covid. A ottobre, si è superata abbondantemente quota un milione, con Ups che ha reso noto di aver eliminato 48mila posizioni, Paramount Skydance manderà a casa 2mila dipendenti, il grande magazzino Target snellirà la forza lavoro dell’8%. E poi ancora: c’è Amazon che ha deciso di licenziare 14mila dipendenti e vuole ridurre del 10% i colletti bianchi, Meta che ha eliminato 600 posizioni, ma anche Rivian Automotive e General Motors, giusto per citarne alcuni.
I settori con più licenziamenti
Guardando ai singoli settori, nei primi nove mesi del 2025 il settore tech ha tagliato 107mila lavoratori. I retailer, che pure si avvicinano alla stagione natalizia, ne hanno tagliati 86mila, in aumento del 203% rispetto allo scorso anno. Nei media, ci sono
stati 14mila licenziamenti, mentre nella pubblica amministrazione la scure di Trump e Musk si è abbattuta su circa 300mila posti di lavoro.
Il nuovo paradigma: no hire, more fire
Proprio i licenziamenti e l’indebolimento del mercato del lavoro hanno convinto di recente la Federal Reserve ad abbassare i tassi di interesse per la seconda volta consecutiva, ma tra l’opinione pubblica il malcontento cresce. Secondo gli ultimi sondaggi, il 52% degli americani descrive il mercato del lavoro Usa come «pessimo». Questa nuova ondata di licenziamenti, secondo gli esperti, riflette un cambio di paradigma da parte delle aziende. Un tempo la regola era «no hire, no fire», ossia niente assunzioni ma nemmeno licenziamenti. Oggi, invece, si è passati al «no hire, more fire», ossia niente assunzioni ma tagli a più non posso.
(da agenzie)
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Novembre 2nd, 2025 Riccardo Fucile
PARTITO, COMIZI, DEBUTTO NEGLI USA, DOSSIER ECONOMICI E LEZIONI DI INGLESE: LA NUOVA DINASTIA
È il filo di Arianna. Il gomitolo da seguire, destinato a portare la sorella della premier e
numero due di Fratelli d’Italia in Parlamento. Più in Senato che alla Camera. Ultimi dettagli da tenere a mente: due settimane fa il battesimo internazionale a
Washington per i 50 anni della Niaf nelle vesti di capo delegazione informale di FdI, nonostante la presenza di due ministri e parlamentari assortiti (con tanto di saluto conoscitivo con John Elkann in ambasciata). E poi l’ennesimo evento politico per le elezioni regionali (venerdì sarà a Lecce per presentare le liste provinciali). Il tutto in attesa di Atreju, la festa del partito, il prossimo dicembre a Castel Sant’Angelo, dove l’attenderà per la seconda volta un panel di prima fascia. Dunque il palco. E ancora: le polemiche contro l’audio di Report su Gennaro Sangiuliano e la moglie Federica Corsini, il caso dell’incontro con uno dei garanti della Privacy nella sede del partito. Botta, risposta, titolo assicurato.
Dietro le quinte ci sono poi le mosse private: le ripetizioni di inglese, lo studio dei dossier economici con i parlamentari fidati (su tutti Francesco Filini, coordinatore del centro studi del partito, lascito del sottosegretario Giovanbattista Fazzolari), una fitta agenda di incontri in via della Scrofa che spesso organizza nella stanza che fu prima di Giorgio Almirante, poi di Gianfranco Fini e ora della sorella, ormai «murata viva» a Palazzo Chigi.
Così Arianna Meloni si prepara al salto nel cerchio di fuoco. L’ultimo balzo nella politica dopo una trentennale militanza iniziata come ombra di Giorgia, tra la sezione casalinga della Garbatella e quella pedagogica di Colle Oppio dove aveva il
compito, tra le altre cose, di armarsi di pazienza e manciate di monete per andare alla cabina telefonica e ricordare a tutti il giorno della riunione, convocata dal capo dei «Gabbiani», Fabio Rampelli.
Romanticismo senza nostalgismi per la sorella d’Italia: cinquant’anni, due in più della presidente del Consiglio. Delle due colpisce il medesimo timbro di voce, utile in passato per spassosi scherzi telefonici a qualche malcapitato collega di partito. «So’ Giorgia». Invece era Arianna. La quasi parlamentare. Nessuno osa smentire questo scenario considerato normale. Anzi, tutti lo confermano e lo sostanziano, ma sottovoce con un discreto passaparola che da mesi aumenta sempre di più, con l’avvicinarsi della fine della legislatura: il conto alla rovescia è già iniziato.
E la diretta interessata? Dissimula. Ride. E poi risponde con il solito ritornello: si può fare politica anche dalle retrovie. Certo. Eppure, per dirla alla Nino Manfredi, fosse che fosse la volta buona: dopo l’idea di correre alle ultime Europee, dopo le spinte locali per schierarla capolista alle Regionali nel Lazio e alle Comunali di Roma (addirittura è girata l’idea di candidarla sindaco dopo l’esperienza della sorella nel 2016), il momento sembra arrivato. Tra strappi e piccoli passi.
Agenda minima. Ad agosto 2023 viene nominata responsabile del tesseramento e della segreteria politica di FdI. L’anno dopo,
a maggio, il primo comizio. A Viterbo, città di papi e papesse, già nel destino della sorella, che nel capoluogo della Tuscia venne eletta presidente di Azione giovani nel 2004. E infine, sempre lo scorso anno, la separazione ufficiale con lo storico compagno e padre delle figlie, Vittoria e Rachele, Francesco Lollobrigida, ministro e capodelegazione di FdI. Svolta personale, ma forse anche di totale emancipazione politica, anche se la coppia ancora convive sotto lo stesso tetto, sebbene su due piani diversi.
Familismo? Dio, patria e molta famiglia? Giorgia Meloni, dopo le iniziali risposte al vetriolo, nemmeno se la prende più. Perché la sorella maggiore intanto, tra polemiche e accuse di accerchiamento, sembra aver conquistato un ruolo sempre più centrale e pubblico. Arrivederci timidezza. Cortese e accogliente, ma anche feroce alla bisogna, così la descrivono. Come quando leggendo le interviste di qualche big di FdI che proponeva di togliere la fiamma dal simbolo del partito rispose così: «È più facile che esca lui dal partito». La voce della verità e forse anche della sorella, chi lo sa. Esercizi pratici e teorici in vista delle elezioni politiche del 2027. Quelle delle due Meloni.
(da corriere.it)
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Novembre 2nd, 2025 Riccardo Fucile
IL VERTICE TRA TRUMP E XI JINPING E’ IL SIMBOLO DELLA FINE DI UN’ERA
L’America farà la fine dell’Unione Sovietica? Quando nel giugno 2024 il celebre storico Niall Ferguson lanciò questa bomba poteva sembrare provocazione. Oggi nell’America in crisi d’identità la battuta può suonare senso comune.
Il biografo di Kissinger citava il mostruoso debito federale — esploso nel frattempo a 38mila miliardi di dollari — le Forze armate in affanno, l’ideologia fasulla delle élite, la precaria salute della popolazione, i leader senescenti: «Suona familiare?». E aggiungeva: «Immagino due marinai americani che mentre la loro portaerei affonda presso Taiwan si chiedono — i sovietici siamo noi?».
La lugubre fantasia di Ferguson viene alla mente scrutando il linguaggio del corpo di Donald Trump e Xi Jinping al vertice di
Busan, in Corea del Sud. L’espressione fissa, quasi assente, del leader cinese, che ignora il supposto numero uno del pianeta impegnato a snocciolare le sue iperboli insensate è il simbolo della fine di un’era. Quella che per ottant’anni ha visto gli Stati Uniti porsi al di sopra della mischia delle potenze e regolarne il traffico. L’America non è più sovraordinata rispetto al resto del mondo. Trump è il ritratto di un impero che abdica all’egemonia per salvare la nazione in pericolo di vita. Un senso di vuoto promana dal fu centro del mondo.
L’incontro sudcoreano non sarà ricordato per la vaga tregua sul fronte commerciale, inevitabile finché i duellanti sono coscienti di aver bisogno l’uno dell’altro. Passa invece agli atti come il primo vertice sino-americano in cui il numero uno non è più considerato tale dal rivale. E da gran parte degli stessi americani, che al 70% confessano di non credere più nell’American dream. Cioè in sé stessi. Non per chissà quale fantastica rimonta della Cina, tutt’altro che al meglio della salute. Ma perché il colosso a stelle e strisce è stanco di reggere le redini dell’umanità e lo strilla a squarciagola.
Quando mai si era visto un presidente americano convocare ottocento fra generali e ammiragli per ordinare loro — taglio delle barbe e cura delle panze a parte — di combattere il “nemico di dentro”, cioè i compatrioti della opposta tribù liberal, invece di quello esterno, appunto la Cina?
Quanto all’apologo dei marinai che affondano vicino a Taiwan, ecco la vera notizia di Busan: la rinuncia americana a reiterare le proteste di prammatica contro le continue provocazioni di Pechino intorno all’isola contesa. Quasi gesto di rassegnazione. Così lo interpretano a Taipei: non possiamo più contare su Washington se Xi prova a invaderci. Le probabilità che in un modo o nell’altro, magari fra dieci o vent’anni, Taiwan finisca sotto la Repubblica popolare cinese senza passare per la guerra appaiono meno labili di ieri.
Il parallelo sovietico si pone su scala molto più ampia. Gorbaciov volle liberarsi della dote europea per salvare l’Urss. Perse entrambe. Trump spiega con la fatica imperiale la necessità di concentrarsi sulle Americhe. Dottrina Monroe (1823) revisionata. Gioco a somma zero: allo spazio da cui Washington recede Pechino accede, o si prepara a farlo.
Senza sparare un colpo la Cina rossa sta allestendo una sua sfera d’influenza nel Sud-Est asiatico, nemmeno vent’anni dopo il pivot to Asia di Obama, che mirava primariamente all’Asean. Per tacere dell’Asia centrale post-sovietica, dove Mosca perde colpi perché concentrata nella guerra di Ucraina, che rischia di ridurla a junior partner di Pechino. In Europa, poi, una grossa mano ai cinesi la sta dando direttamente Washington. Trump annuncia modeste ma evocative riduzioni delle truppe Usa sul nostro continente. Dopo la Romania, avverte Bulgaria, Ungheria
e Slovacchia che intende riportare a casa qualche migliaio di combattenti.
Peggio: su spinta del segretario di Stato Marco Rubio, neocon sotto mentite spoglie trumpiane, Washington si appresta a colpire il Venezuela per rovesciarne il regime narco-terrorista. Ritorno alla non-logica della “guerra al terrore”, strafalcione strategico sempre denunciato da Trump. E Xi? Si siede confucianamente sulla riva del fiume e aspetta di vedervi passare il cadavere del rivale.
(da repubblica.it)
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Novembre 2nd, 2025 Riccardo Fucile
LA PRIORITA’ DEI REATI E LE ALTRE NORME
La separazione delle carriere, approvata dalla maggioranza giovedì, insieme alla
costituzione di due Csm e dell’Alta Corte disciplinare è, per usare le parole di Paolo Borsellino, “un cavallo di Troia per disarticolare la forza unitaria dell’azione giudiziaria”.
La riforma costituzionale sembra essere la chiusura del cerchio del disegno politico del governo Meloni di indebolire il potere giudiziario. La prossima mossa sarà, come ha detto più volte il ministro Carlo Nordio, quello dell’abolizione dell’obbligatorietà dell’azione penale o il progetto mai smentito della sottrazione al pm del controllo della polizia giudiziaria. Poi vanno ricordate le norme approvate o in progetto, anche queste tutte mirate a indebolire le indagini e a favorire l’impunità dei colletti bianchi: cancellazione dell’abuso d’ufficio, svuotamento del traffico di influenze, interrogatorio preventivo per chi ha un mandato d’arresto, giro di vite sul sequestro degli smartphone, divieto di usare le intercettazioni a strascico anche per reati gravi. E poi la proposta Zanettin-Stefani che sia la politica a dettare alle procure le priorità delle indagini. Un rafforzativo di quanto fatto dal
governo Draghi, con la riforma Cartabia: le procure, dice la norma del 2021, “nell’ambito di criteri generali indicati con legge dal Parlamento”, devono stabilire “criteri di priorità trasparenti e predeterminati…” Quindi si prevede la “manina” della politica su cosa si debbano orientare i pm.
E pensare che appena nel giugno 2022 il referendum promosso da Lega e radicali sulla giustizia, con 5 quesiti, fra cui la separazione delle carriere e la riforma del Csm, non ha raggiunto il quorum. Matteo Salvini, durante la campagna referendaria, ripeteva: “Fuori le correnti dai tribunali”. Per il sì era il centro destra ( con un distinguo di Fdi, contro la limitazione della custodia cautelare e l’abolizione della legge Severino) ma anche Azione di Calenda, e Italia Viva, che però, giovedì scorsa si è astenuta perché, ha detto Renzi, è una “riformicchia”.
Gaetano Pecorella, storico avvocato del fu Cavaliere, che si è battuto in Parlamento, senza successo, per la separazione delle carriere, ai tempi di Berlusconi premier, all’Huffpost, si dice soddisfatto, ma non del tutto. È vero, dice, che la riforma “riprende in gran parte” quella del 2010 (separazione, due Csm, Alta corte disciplinare), ma “noi ipotizzavamo che le procure dovessero rispondere a qualcuno. Ogni iniziativa del pm ha un sottofondo politico”. E spiega perché oggi sì e ieri no: “La riforma arriva ora perché la magistratura non è più intoccabile e la sinistra è debole”. D’altronde sono almeno 30 anni che ci sono
tentativi di voler mettere sotto il tacco della politica, in un modo o in un altro, pm, in particolare, e giudici, per evitare inchieste su leader politici e colletti bianchi. Da Silvio Berlusconi, passando per la Bicamerale del 1997, a Matteo Renzi, al governo Draghi fino all’attuale governo Meloni.
La separazione delle carriere e dei Csm era stata proposta nel programma elettorale di Forza Italia e del PDL nel 2001, 2006 e 2008. Per provare ad avere un pm sotto controllo politico, nel febbraio 2009 il governo Berlusconi approvò anche la cosiddetta legge bavaglio , una riforma del processo penale e delle intercettazioni, che interferiva nelle indagini dei pm e imbavagliava i giornalisti. Non andò in porto così come la riforma della separazione delle carriere, del 2010, per la caduta del governo, nel 2011.
Ecco spiegato perché Forza Italia si è intestata la riforma appena approvata in Parlamento dedicandola, ha detto il senatore Pierantonio Zanettin, “al nostro compianto Presidente Silvio Berlusconi”. E indica lo scranno dove era seduto. Marina Berlusconi, poche ore dopo dice: “La riforma è una vittoria di mio padre”. Ma con la riforma Cartabia un magistrato può passare da una funzione all’altra solo una volta. Una separazione delle carriere di fatto. Tanto che il professor Enrico Grosso, presidente onorario del comitato per il No, dell’Anm, dice che la separazione delle carriere prevista dalla riforma “è lo specchietto
per le allodole, il punto vero è il depotenziamento del Csm”” per realizzare “il controllo della politica” su pm e giudici.
(da ilfattoquotidiano.it)
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