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“IL CSM? CON LA RIFORMA SARÀ COME SCEGLIERE CON I DADI”: EDMONDO BRUTI LIBERATI, EX CAPO DELLA PROCURA DI MILANO E GIÀ PRESIDENTE DELL’ASSOCIAZIONE NAZIONALE MAGISTRATI

Novembre 3rd, 2025 Riccardo Fucile

” SULLA SEPARAZIONE DELLE CARRIERE, I DIFETTI SONO DI GRAN LUNGA PREVALENTI SUI PREGI. PM SEPARATI DAI GIUDICI SONO PREVISTI IN MOLTE DEMOCRAZIE EUROPEE CON UNA QUALCHE FORMA DI DIPENDENZA DAL MINISTRO DELLA GIUSTIZIA. FIN QUANDO QUESTA INFLUENZA VIENE ESERCITATA CON DISCREZIONE, TUTTO OK, MA LE INVOLUZIONI VERSO LE DEMOCRAZIE ILLIBERALI ALLE QUALI STIAMO ASSISTENDO IN EUROPA E NEGLI STATI UNITI DIMOSTRANO CHE I RISCHI PER LO STATO DI DIRITTO ESISTONO”

Lei è stato presidente dell’Anm e di Md, corrente più progressista delle toghe, oltre che procuratore di Milano.
Dottor Edmondo Bruti Liberati, che ne pensa della riforma della Giustizia?
«Diciamo che è un passo avanti rispetto alla pigrizia di chiamarla “Separazione delle carriere tra giudici e pm”, come era la proposta originaria degli avvocati delle Camere penali ripresa da diversi parlamentari e poi cestinata senza molto garbo dal disegno di legge Meloni/Nordio, nel quale la separazione è un aspetto del tutto marginale».
Cosa non le piace?
«Non mi piace nulla. Sulla separazione delle carriere, i difetti sono di gran lunga prevalenti sui pregi. Si sarebbe potuto svolgere un confronto, ma la blindatura ha vanificato la riflessione prevista per le revisioni della Costituzione.
Pm separati dai giudici sono previsti in molte democrazie europee con una qualche forma di dipendenza dal ministro della Giustizia. Fin quando questa influenza viene esercitata con
discrezione, tutto ok, ma le involuzioni verso le democrazie illiberali alle quali stiamo assistendo in Europa e negli Stati Uniti dimostrano che i rischi per lo Stato di diritto esistono».
Negli ultimi decenni, la giustizia è stata terreno di scontro. Da qui al referendum sarà peggio?
«I cittadini saranno chiamati a votare sì o no ad un pacchetto di norme inscindibile. Si vota sullo spezzettamento del Csm in due Csm non comunicanti tra loro, sul sorteggio, il mitico “uno vale uno”, dei componenti e su una Corte disciplinare chiamata Alta, ma costruita in modo sgangherato. Temi complessi sui quali mi auguro l’opinione pubblica sarà informata puntualmente».
Le principali critiche alla riforma riguardano il sorteggio dei componenti del Csm, togati e laici.
«Per i laici è una autoumiliazione del Parlamento che si dichiara incapace di scegliere. Per i magistrati è inutile, perché i sorteggiati potranno continuare a far riferimento lo stesso alle diverse anime dell’associazionismo. La scelta con i dadi di chi è chiamato ad organizzare la giustizia è insensata. La divisione in due Csm, uno per i pm e l’altro per i giudici, non comunicanti, impedisce una visione coordinata dell’organizzazione di Procure e Tribunali».
Non si è esagerato nel Csm con le nomine a pacchetto, considerate una forma di spartizione
«Il dato negativo, sempre immanente, va contrastato, ma
pretendere di abolire il raggrupparsi attorno alle diverse opzioni è impossibile e controproducente, perché apre spazio, come dicevo, ai particolarismi. Molti passi avanti sono stati fatti. Come ha ricordato il vicepresidente Pinelli sul Corriere della Sera , l’85% delle nomine lo scorso anno sono state all’unanimità. Che su alcune, magari le più importanti, ci si divida è nella fisiologia del pluralismo».
Si vuole istituire un’Alta corte disciplinare.
«Va smentita la favola che ci sia nel Csm un lassismo disciplinare, che tale è anche se rilanciata dal ministro Nordio che ha parlato di sanzioni molto morbide come le “censure”. I dati ufficiali per il 2024 dicono che prevalgono le sanzioni più gravi, come perdita di anzianità e rimozione. Il vicepresidente Pinelli ha dichiarato: “La sezione disciplinare che io presiedo, nel rispetto delle garanzie, decide con assoluto rigore”.
Questa Alta corte ha una costruzione così sgangherata che persino i, pochi, costituzionalisti che ne sono fautori evidenziano criticità insuperabili. In realtà, è uno dei tasselli per depotenziare il Csm riducendolo all’organismo assolutamente irrilevante che ha operato nell’Italia liberale e nel periodo fascista. Nel 1948 la Costituzione ha fatto una scelta diversa»
(da agenzie)

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CHE FINE HA FATTO IL TAGLIO DEL CANONE RAI? – DELLA BATTAGLIA CAVALCATA DA MATTEO SALVINI NON C’È TRACCIA NELLA MANOVRA: IL PROSSIMO ANNO SI CONTINUERANNO A PAGARE 90 EURO, COME NEL 2025

Novembre 3rd, 2025 Riccardo Fucile

LA RAI VIENE ‘GRAZIATA’ IN UN MOMENTO DELICATO: DEVE ATTUARE IL PIANO INDUSTRIALE E IMMOBILIARE, VARATI A METÀ DEL 2024, CHE PREVEDE LA VENDITA DEGLI IMMOBILI MILANESI DI CORSO SEMPIONE E L’OPERAZIONE RAI WAY

Una notizia è passata sotto traccia dopo il varo della legge di Bilancio 2026 da parte del Consiglio dei ministri: l’assenza di tagli al canone Rai. Il balzello più odiato dagli italiani, secondo la vulgata, al momento non compare nel lungo elenco delle voci da tagliare. Se tutto resterà com’è adesso, il prossimo anno si pagheranno 90 euro, come nel 2025.
Parrebbe naufragata dunque, ma il condizionale è d’obbligo e l’iter della manovra è biblico, la battaglia per l’abbattimento progressivo del canone, fino al suo azzeramento, cavalcata da Matteo Salvini. Dopo essere riuscita a portare il canone a 70 euro nella legge di Bilancio 2024 e aver fallito nello stesso tentativo l’anno scorso, la Lega questa volta pare aver scelto altri cavalli di battaglia, come il prelievo sulle banche.
La Rai dunque viene «graziata». E forse non è un caso. L’azienda pubblica è impegnata nella difficile operazione di mettersi in sicurezza, attuando i piani approvati dall’amministrazione insediata dal centrodestra: industriale e immobiliare.
Piani varati, a metà del 2024, dopo che la Rai aveva subito il taglio del canone e il rifiuto del governo Meloni di concedere aiuti, per scongiurare la prospettiva inerziale di un indebitamento di un miliardo, emersa dalla precedente gestione. Due i pilastri principali, l’operazione Rai Way, comunque si realizzi, e la vendita degli immobili milanesi di Corso Sempione.
Che ne è dei due piani? Un punto è stato fatto in uno degli ultimi consigli di amministrazione dall’ad Giampaolo Rossi, che ha convocato i manager coinvolti. Tra i problemi che potrebbero compromettere l’attuazione del piano immobiliare nei tempi previsti, c’è il blocco delle autorizzazioni a costruire, determinato dall’inchiesta sull’urbanistica a Milano. Un blocco che però, secondo indiscrezioni, potrebbe essere rimosso già questo mese.
Più complessa la vicenda di Rai Way: la cessione del 10% per 130 milioni, bloccata nel 2024 dal Tesoro, che impostò l’operazione di fusione con EI Towers, non trova ancora un esito finale. La chiusura dell’accordo è stata spostata a giugno prossimo. Ma perché il piano industriale non naufraghi, serve
incassare il dividendo straordinario della fusione o almeno realizzare la vendita di una quota entro il 2026. In questa prospettiva un taglio del canone sarebbe lunare. Ma mai dire mai.
(da agenzie)

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IN VENEZUELA TRUMP PRONTO AL COLPO DI STATO

Novembre 3rd, 2025 Riccardo Fucile

DEL REGIME AUTOCRATICO DI MADURO NON GLIENE FREGA NULLA, L’OBIETTIVO SONO I POZZI PETROLIFERI, IL VENEZUELA DISPONE DEL 18% DELLA PRODUZIONE MONDIALE

Donald Trump, l’uomo che si vanta di “chiudere le guerre”, sembra in realtà preparare il terreno per un nuovo, sanguinoso conflitto in Sud America. La recente intensificazione delle manovre militari statunitensi, con l’invio di imponenti portaerei e mezzi da guerra, non lascia spazio a interpretazioni rassicuranti. Non è solo una dimostrazione di forza; è la fase preparatoria di un’operazione di regime change che riporta alla memoria le pagine più oscure e violente della storia geopolitica americana
L’escalation è stata sottilmente preannunciata dalla controversa nomina di Maria Corina Machado al Premio Nobel per la Pace, un gesto che, lungi dall’essere un’ode ai diritti umani, si è rivelato la miccia per una campagna di destabilizzazione. Machado, pur premiata per la sua difesa dei diritti dei venezuelani, appare infatti allineata con una strategia d’attacco americana che, secondo recenti notizie, avrebbe già causato decine di vittime con attacchi alle navi venezuelane accusate di trasportare droga, senza però nessuna prova. Invece di celebrare la pace, Oslo ha, forse involontariamente, benedetto una mossa propedeutica alla guerra.
La storia, purtroppo, è maestra in questo schema.
La strategia in atto in Venezuela riecheggia una drammatica costante della politica estera statunitense in America Latina: il colpo di Stato imposto, motivato dalla Dottrina Monroe e consolidato durante la Guerra Fredda per “contenere” ogni governo a matrice socialista, nazionalista o più semplicemente indipendente dalla Casa Bianca. Questi precedenti non sono semplici analogie, ma veri e propri modelli operativi. Si pensi al Guatemala nel 1954, dove la CIA rovesciò il presidente Jacobo Árbenz Guzmán per difendere gli interessi della United Fruit Company, e alla fallimentare invasione della Baia dei Porci (1961) a Cuba. Fu un colpo di Stato sostenuto dagli USA anche quello in Brasile nel 1964 contro il presidente João Goulart. Ma
l’esempio più emblematico rimane il Cile dell’11 settembre 1973: gli Stati Uniti, attraverso la CIA, orchestrarono una sistematica campagna di destabilizzazione economica (“make the economy scream”) e infine sostennero il violento colpo di Stato del generale Augusto Pinochet, che pose fine al governo democratico di Salvador Allende. Questo modello di ingerenza culminò nell’Operazione Condor, una rete di repressione coordinata tra dittature del Cono Sud e appoggiata dagli USA per eliminare oppositori politici in tutta la regione.
L’obiettivo dichiarato è un “cambio di regime” per eliminare Nicolás Maduro, un presidente la cui leadership autocratica ha innegabilmente trascinato il Venezuela in una crisi umanitaria ed economica senza precedenti dal 2016, raccogliendo l’eredità del percorso “rivoluzionario” iniziato da Hugo Chávez. Maduro è un autocrate, ma la via d’uscita che si sta profilando non è democratica, bensì un violento golpe militare sostenuto da una potenza straniera.
La tragica realtà di questa crisi l’ho potuta toccare con mano nei mesi scorsi in Colombia per la realizzazione del podcast “Almas, le anime della Colombia”. La frontiera tra i due Paesi è un teatro di disperazione: una marea di migranti venezuelani ha attraversato il confine per sfuggire al collasso economico e alla fame. Oggi, la rotta migratoria si è invertita in modo drammatico rispetto al passato, quando erano i colombiani ad andare nel più
stabile Venezuela.
Adesso invece i migranti si dirigono verso il Nord, un’odissea che li porta verso Santa Marta, Barranquilla, o, ancora più a nord, nel lungo e pericoloso percorso che culmina al confine con gli Stati Uniti. Ma “el Norte”, la terra promessa, si rivela un miraggio bloccato dal muro e da un apparato securitario sempre più militarizzato, voluto da Trump e dai suoi predecessori per blindare la frontiera e respingere chi, spesso, scappa proprio dalle conseguenze delle scelte geopolitiche che il suo stesso governo sta alimentando. È un tragico paradosso: gli Stati Uniti prima contribuiscono alla destabilizzazione di un Paese, e poi negano l’accoglienza a coloro che ne subiscono le conseguenze.
Siamo di fronte alla preparazione di una nuova guerra, mascherata da operazione umanitaria. I 303 miliardi di barili di petrolio a disposizione del Venezuela, il 18% della disponibilità mondiale, la più alta al mondo in un solo Paese, e il controllo di un pezzo importante del Golfo del Messico hanno messo Caracas in cima alla lista delle priorità del Dipartimento della Guerra degli Stati Uniti, con il benestare della presidente in pectore, la premio Nobel Machado.
(da Fanpage)

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PONTE SULLO STRETTO, LA LEGALE DEL WWF SPIEGA PERCHE’ IL GOVERNO RISCHIA IL DANNO ERARIALE DOPO LO STOP DELLA CORTE DEI CONTI

Novembre 3rd, 2025 Riccardo Fucile

SE VANNO AVANTI POTREBBERO ESSERE CHIAMATI A RISPONDERNE DI TASCA PROPRIA

Il governo, dopo l’iniziale reazione muscolare alla bocciatura della Corte dei Conti sulla delibera Cipess che la scorsa estate ha dato il via libera al progetto definitivo del Ponte sullo Stretto, ha fatto un passo di lato.
§Non proprio un passo indietro, perché il vicepremier Salvini ha dichiarato di voler andare avanti comunque con la realizzazione dell’opera, pianificando un’apertura dei cantieri ritardata a febbraio. Ma comunque rispetto alle primissime dichiarazioni, che avevano mostrato l’intento di forzare subito le regole e chiedere alla Corte dei Conti una registrazione con riserva della delibera Cipess (procedura consentita dalla legge) i toni sono sembrati più pacati.
Certo, il governo deve aspettare comunque la pubblicazione delle motivazioni della delibera con cui i magistrati contabili lo scorso mercoledì hanno negato il visto di legittimità, perché la Sezione centrale della Corte dei Conti non tornerà a riunirsi per decidere sul Ponte, prima di allora.
Ma la questione diventa sempre più delicata, perché una volta che la Corte avrà dato l’ok apponendo un ‘visto con riserva’ alla delibera, i membri dell’esecutivo rischiano di dover rispondere in prima persona in caso di annullamento dell’iter.
Ci sono due problematiche, di cui il governo deve tenere conto: l’indennità di risoluzione dei contratti stipulati e l’avvio degli espropri, che scatteranno immediatamente non appena la Corte darà il via libera.
Cosa che potrebbe avvenire scaduti i 30 giorni previsti per la pubblicazione delle motivazioni: terminato questo periodo il Consiglio dei ministri potrà inviare una richiesta formale alla Corte, chiedendo di ‘vistare’ la delibera pur senza un parere
favorevole. Anche se Salvini spera nel frattempo che rispondendo a tutti i dubbi sollevati dai magistrati, la Corte possa cambiare idea sulla delibera, esprimendosi positivamente.
Perché il progetto del Ponte sullo Stretto è “uno stipendificio”
L’avvocata Aurora Notarianni (WWF), che da anni segue il dossier del Ponte, contattata da Fanpage.it, ha ribadito che il governo non poteva fare altro che attendere le motivazioni sul provvedimento di diniego, non avrebbe potuto in ogni caso procedere ora, chiedendo di registrare l’atto con riserva: “Non ci sarà una nuova adunanza della Sezione Centrale di controllo della legittimità sugli atti del governo e delle amministrazioni della Corte dei Conti, prima della pubblicazione delle motivazioni della delibera. L’esecutivo dunque è su una strada obbligata, non può fare altro che aspettare, senza andare subito allo scontro. Un atteggiamento prudenziale da parte del governo”.
Insomma, sarebbe stato difficile per il governo andare al buio, chiedendo una registrazione con riserva dell’atto, senza conoscere nel dettaglio i rilievi sollevati dai magistrati, che sono di carattere formale e sostanziale. Una fra tutte, la questione del ‘progetto resuscitato’: la direttiva dell’Unione europea 2014/24 stabilisce che se i costi di un’opera pubblica aumentano di oltre il 50% rispetto al contratto iniziale, bisogna fare una nuova gara d’appalto. Nel caso del Ponte, il contratto originale del 2005 era
da 3,9 miliardi, mentre oggi la stima dei costi arriva a 13,5 miliardi. In base alle norme europee, quindi, il governo avrebbe dovuto avviare una nuova gara, invece di far rivivere semplicemente il vecchio contratto con Eurolink, che aveva vinto la gara nel 2005, mantenendo lo stesso general contractor.
Perché il governo rischia di essere accusato di danno erariale
Ma perché c’è il rischio concreto di una responsabilità erariale? Notarianni ha analizzato i bilanci della Stretto di Messina, che si trovano facilmente sul sito della società: “Le spese di gestione sono schizzate già durante questo primo anno, soprattutto nel 2024. La Corte dei Conti per esempio ha evidenziato che è stato dato un incarico alla Tplan Consulting, quella che ha elaborato le stime di traffico e la conseguente tariffazione proposta, ma non c’è stata una gara, e non è stato reso noto il contratto, è un’evidente violazione”. Ma chi ne risponde? Ricordiamo che la società Stretto di Messina, la concessionaria per la progettazione, è una società a capitale interamente pubblico, dove il socio di maggioranza è il ministero dell’Economia. La responsabilità, nel caso in cui non fossero state rispettate le procedure, è in capo a chi ha firmato i contratti degli incarichi di consulenza e ha pagato, con soldi pubblici.
Le spese sostenute fino ad ora sono tante, come si vede anche dall’elenco dei pagamenti trimestrali del 2025, consultabile sul sito. “E tra l’altro non c’è un responsabile del procedimento,
responsabile delle consulenze, che in genere c’è in tutti gli appalti. Gli unici responsabili dal punto di vista organizzativo sono l’ingegnere Valerio Mele, Responsabile della Direzione Tecnica della società Stretto di Messina, e l’ingegnere Claudio Catta, nominato nel 2023 Responsabile Unico del Progetto (RUP) per l’esame del piano tariffario. Non ci sono altri responsabili, oltre all’ad Ciucci. Ma non si capisce a che titolo siano stati incaricati i diversi soggetti. Risultano spese per il personale pari a 9 milioni di euro”, ha detto l’avvocata a Fanpage.it. “Stanno gestendo uno stipendificio con spese altissime, sembra ci siano soltanto dirigenti e quadri”.
Subito dopo la registrazione con riserva della delibera Cipess, automaticamente acquistano effetti i contratti stipulati. Quindi in caso di risoluzione dei contratti, se l’iter venisse bloccato, scatterebbero anche le penali, cioè appunto l’indennità di risoluzione del contratto, che dovrebbe essere pari al 5% del totale (anche se non c’è una conferma ufficiale su questa percentuale). L’altro effetto automatico è quello degli espropri delle case e degli esercizi commerciali: “Questa è una partita pesantissima, perché il progetto incide su una zona fortemente antropizzata. Sono previsti espropri per più di 450 immobili tra Sicilia e Calabria”, ha spiegato Notarianni. Il danno per gli espropri non è quantificabile, secondo le legale del WWF.
“Forse il governo, alla luce di tutto ciò, sta cominciando a cercare una via di fuga, per evitare esposizioni gravi. Inoltre per eventuali contenziosi in tribunale, avrebbe un peso anche l’avvenuta a registrazione con riserva della delibera Cipess, visti i rilievi della Corte dei Conti, che è l’unico organismo terzo che si pronuncia sull’opera”.

(da Fanpage)

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ALBANIA, IL FLOP DEI CENTRI: CHI STA PAGANDO IL CONTO? L’ESPOSTO DI ACTIONAID ALLA CORTE DEI CONTI

Novembre 3rd, 2025 Riccardo Fucile

L’INCHIESTA DEL CORRIERE DELLA SERA: SPUTTANATI GIA’ 670 MILIONI

Gli oltre 670 milioni di euro stanziati per i centri in Albania destinati ai migranti, e di fatto vuoti, non sono soldi recuperati in più da qualche parte, ma sono risorse tolte ad altre voci di spesa. Da dove arrivano? La ricostruzione che segue mostra che quando un progetto politico diventa prioritario, i fondi si trovano, anche a costo di ridurre quelli destinati a settori già miseri, come Istruzione, Sanità, Lavoro. I
l 6 novembre 2023 il governo italiano sigla un protocollo con l’Albania per il trasferimento dei migranti soccorsi in acque internazionali da navi italiane. L’accordo prevede la creazione di
un hotspot a Shëngjin per le procedure di identificazione e una struttura a Gjadër destinata alla gestione delle richieste d’asilo e alla detenzione degli stranieri irregolari in attesa di rimpatrio, che resta comunque di competenza italiana e deve essere eseguito dal nostro Paese. Le strutture di Gjadër comprendono un Centro per il trattenimento dei richiedenti asilo, un Centro di permanenza per il rimpatrio (Cpr) e un penitenziario.
Le norme e l’azzardo
L’iter prevede che un giudice a Roma convalidi il trattenimento entro 48 ore. Il governo Meloni intende applicare la «procedura accelerata di frontiera» che riduce i tempi decisionali a 28 giorni: 7 giorni per la decisione della Commissione territoriale sull’asilo o sul rimpatrio, 14 giorni per un eventuale ricorso e altri 7 per la decisione finale (decreto-legge Cutro n. 20 del 2023 qui). Questa procedura è riservata ai migranti provenienti da Paesi di origine sicura (articolo 28-bis, comma 2-C del decreto legislativo 25 del 2008 qui). In parole povere se il governo italiano ritiene che l’Egitto sia un Paese sicuro, il migrante egiziano deve essere rimpatriato con procedura d’urgenza. Ed è proprio sulla definizione di «Paese sicuro» che si apre il problema.
Fin dall’inizio la scelta di trasferire i migranti in Albania appare un azzardo giuridico. È immediatamente chiara la possibilità che i giudici non convalidino il trattenimento. E a Shëngjin e Gjadër i migranti non possono girare a piede libero (vedi Dataroom del
25 marzo 2024 qui). Com’è andata? La cronaca giudiziaria successiva conferma i timori.
La cronaca giudiziaria
Il 4 ottobre 2024, la Corte di Giustizia dell’Unione Europea stabilisce che un Paese è sicuro solo se, in tutto il suo territorio e per tutti, non presenta rischi di persecuzione (qui). È il motivo per cui il 18 ottobre 2024, il Tribunale di Roma non convalida il trattenimento in Albania di 16 migranti da Bangladesh ed Egitto e ne ordina il trasferimento in Italia (qui): «Il diniego della convalida dei trattenimenti nelle strutture e aree albanesi equiparate alle zone di frontiera o di transito italiane è dovuto all’impossibilità di riconoscere come “Paesi sicuri” gli Stati di provenienza delle persone trattenute, con la conseguenza dell’inapplicabilità della procedura di frontiera e, come previsto dal Protocollo, del trasferimento al di fuori del territorio albanese delle persone migranti, che hanno quindi diritto ad essere condotte in Italia».
Il governo reagisce con due decreti. Il 23 ottobre 2024 viene istituita per legge una lista di Paesi sicuri (decreto legge n. 158 qui). Contestualmente, nella speranza di avere pareri dei giudici più favorevoli, la competenza sulle convalide viene trasferita dal 2025 alla Corte d’Appello di Roma (decreto legge 145 del 2024 art. 16 qui).
La strategia non produce risultati. L’11 novembre 2024 sempre il
Tribunale di Roma sospende la convalida di altri 7 trattenimenti e rinvia la questione alla Corte di Giustizia Ue (qui).
Il 4 dicembre 2024, la Corte di Cassazione specifica che la sicurezza di un Paese può essere valutata in termini di prevalenza e non assoluti, ma ribadisce che la decisione finale spetta al giudice (ordinanza n. 34898/2024 qui). In pratica occorre valutare caso per caso.
Nemmeno il cambio di competenza funziona. Il 31 gennaio 2025, la Corte d’Appello di Roma non convalida il trattenimento di 43 immigrati, ne ordina il trasferimento in Italia e rinvia nuovamente la questione alla Corte di Giustizia Ue (qui).
I nuovi decreti, il rimpallo con la Corte d’Appello e la Cassazione e i rimandi alla Corte di Giustizia Ue non risolvono il problema.
L’evoluzione del protocollo
Insomma: i nuovi decreti, il rimpallo con la Corte d’Appello e la Cassazione e i rimandi alla Corte di Giustizia Ue non risolvono il problema. A questo punto a marzo 2025 il governo destina i centri albanesi anche alla detenzione di migranti irregolari già presenti in Italia, sempre ai fini di un rimpatrio che deve comunque avvenire dal territorio italiano (decreto-legge 28 marzo 2025, n. 37 qui art. 1). Le strutture diventano di fatto Cpr extraterritoriali. Anche questa misura viene messa in discussione: la Cassazione chiede un nuovo parere alla Corte di
Giustizia Ue, ipotizzando l’illegittimità del trasferimento dall’Italia all’Albania (ordinanza n. 23105 qui). È da chiarire se trasferire e trattenere in Albania persone già destinate al rimpatrio è compatibile con la Direttiva 2008/115/CE e con i diritti di difesa riconosciuti nell’Ue. A inizio ottobre 2025 il bilancio è il seguente: almeno 66 immigrati trasferiti dall’Albania nel nostro Paese per ordine dei tribunali, circa 20 attualmente detenuti nei centri albanesi. Numeri bel lontani dallo scopo per il quale quei centri sono stati costruiti, cioè una rotazione di 3000 migranti al mese.
I costi dell’operazione
Il costo complessivo del Protocollo fino al 2028 con l’Albania ammonta a 671,6 milioni di euro. Per la fase iniziale del progetto sono stanziati 73,48 milioni (di cui 65 per le strutture e 8,48 per spese correnti; legge 21 febbraio 2024, n. 14, art. 6 qui). E per il 2024 sono finanziati altri 96,1 milioni per i costi operativi.
Vediamo allora da dove provengono i fondi per la costruzione dei centri, la loro gestione, gli apparati telematici, per i viaggi, la diaria, il vitto e alloggio degli uomini dell’Arma dei Carabinieri, della Polizia di Stato e della Guardia di Finanza, per l’affitto delle aule a Roma per le video-udienze, per luce e riscaldamento, per le spese di viaggio di avvocati e interpreti, ecc.
La provenienza dei fondi
Concentriamoci sui 169,6 milioni stanziati per la costruzione e le
spese operative del 2024.
I 73,5 milioni per la costruzione provengono da tre fonti: 10 milioni dal Fondo straordinario Difesa per la costruzione dei Cpr in Italia (dl 19 settembre 2023, n. 124, art. 21 qui), 15,8 milioni dal Fondo esigenze indifferibili utilizzato anche per calamità naturali e terremoti (legge 23 dicembre 2014, n. 190, comma 200 qui) e per 47,68 da una sorta di tesoretto di sicurezza del bilancio dello Stato (il cosiddetto «Fondo di riserva») che ha sottratto risorse a 12 ministeri. Vediamo i tagli principali: Mef (18,3 milioni di euro), Università e Ricerca (3,9), Cultura (3,8), Istruzione e Merito (3,6), Ambiente e Sicurezza Energetica (3,4), Salute (3,2). Somme minori da Difesa (2,3 milioni di euro), Affari Esteri (2,2), Lavoro (2), Turismo (2), Infrastrutture (1,6), Agricoltura (1,4).
I 96,1 milioni per le spese operative si dividono tra: 14,9 milioni presi dal Fondo interventi strutturali di politica economica, quasi 1,3 milioni dal Fondo per le emergenze e 80 milioni prelevati da 15 ministeri. I tagli principali: Affari Esteri (14,9 milioni di euro), Mef (10,3), Università e Ricerca (9,3), Infrastrutture e Trasporti (8,4), Agricoltura (8,3), Difesa (7,1), Lavoro e Politiche Sociali (6,4). Somme minori da Turismo (4,6 milioni di euro), Giustizia (3,9), Istruzione e Merito (2,6), Ambiente e Sicurezza Energetica (1,9), Interno (1,7), Imprese e Made in Italy (244.814 euro), Salute (144.937 euro) e Cultura (121.167
euro). Tutte le cifre sono arrotondate per leggibilità.
Le tabelle complete riportano i dati integrali e le fonti ufficiali.
In conclusione, dal 2025 al 2028 sono previsti costi per circa 125 milioni l’anno con il rischio che siano più di propaganda che di sostanza. Su queste spese ora pende un esposto alla Corte dei conti dell’organizzazione internazionale indipendente ActionAid.
Milena Gabanelli e Simona Ravizza
(da corriere.it)

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CAOS FRATELLI D’ITALIA IN SICILIA, IL TERRORE CHE L’EX VICECAPOGRUPPO ALLA CAMERA VUOTI IL SACCO

Novembre 3rd, 2025 Riccardo Fucile

USCITO DAL PARTITO SBATTENDO LA PORTA, IL TIMORE CHE POSSA RACCONTARE LE LOTTE INTERNE

È trascorsa una settimana in cui Messina ha preoccupato molto Fratelli d’Italia. E non solo per il ponte sullo Stretto, stoppato dai rilievi della Corte dei Conti. Quello è il minimo. Ad agitare ancora di più i meloniani è Manlio Messina, ex assessore al Turismo della regione Sicilia e soprattutto ex vice capogruppo di FdI alla Camera, che è uscito dal partito, sbattendo la porta – lo scorso agosto – per incomprensioni con i dirigenti siciliani e per la mancata tutela dei big nazionali.
Messina è deluso e amareggiato per il trattamento che gli è stato riservato. Lo ha scritto anche sui profili social. In privato ripete di essere stato abbandonato, senza un reale motivo nonostante la sua professione di lealtà. «Manlio ha anche ragione per come è stato trattato», ammettono fonti vicine ai vertici di FdI. Solo che in un partito come quello di Giorgia Meloni nessuno si sogno di
uscire allo scoperto in pubblico. Fatto sta che dopo settimane di silenzio, il deputato (ora iscritto al gruppo Misto) è apparso a Montecitorio molto pimpante e attivo, lungo il Transatlantico: è stato accolto calorosamente, almeno in apparenza, anche dagli ex colleghi di partito, tra cui il ministro del Pnrr, Tommaso Foti, passato in Transatlantico per alcuni impegni parlamentari.
L’allarme rosso è scattato quando si è saputo che Messina aveva già parlato con Report. Gli obiettivi degli attacchi erano Giovanni Luca Cannata, deputato siciliano diventato suo avversario, e Luca Sbardella, deputato anche lui e inviato dal partito come commissario in Sicilia. Messina, nel giorno in cui ha annunciato l’uscita dal gruppo meloniano, ha litigato pubblicamente con Sbardella.
Dentro FdI stanno cercando di capire se Messina è intenzionato a fare il giro dei talk show “nemici”, su La7, a raccontare i suoi malumori, a fornire la sua versione. Fino a che parla di questioni siciliane, il problema viene considerato relativo. La questione che inquieta FdI è se dovesse iniziare a prendere di mira i big nazionali. Messina è stato sempre un fedelissimo di Francesco Lollobrigida. Tra i due i contatti erano quotidiani e Messina si è sempre speso politicamente per l’attuale ministro dell’Agricoltura. Potrebbe diffondere veleni, secondo il pensiero che va per la maggiore in via della Scrofa.
Scenario che vogliono scongiurare, e per questo hanno avviato
una moral suasion attraverso i pontieri. «Aveva un canale diretto con Giorgia (Meloni, ndr). Qua non stiamo parlando di Pozzolo…», ammette una fonte di FdI, tracciando una differenza di peso politico con il parlamentare protagonista dell’ormai noto “sparo di Capodanno”.
(da editorialedomani.it)

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UGO DE SIERVO: “IL GARANTE DELLA PRIVACY SI E’ TRASFORMATO IN UN ORGANO DI PRESSIONE POLITICA, DEVONO DIMETTERSI

Novembre 3rd, 2025 Riccardo Fucile

IL PRESIDENTE EMERITO DELLA CORTE COSTITUZIONALE ED EX COMPONENTE DELL’AUTHORITY ACCUSA L’ATTUALE GESTIONE: “UNA DEGENERAZIONE INACCETTABILE”

“C’è un’unica soluzione per una degenerazione inaccettabile dell’autorità indipendente trasformata in organo di pressione politica: si devono dimettere”. Parola di Ugo De Siervo, presidente emerito della Corte costituzionale ed ex componente del Garante per la Privacy, quando l’Autorità era ancora un presidio di libertà, non un’estensione del potere politico. Lo chiamiamo prima della puntata di Report che porta nuove rivelazioni sull’incontro tra Agostino Ghiglia e Arianna Meloni nella sede di FdI, alla vigilia del voto sulla multa da 150 mila euro. Ma tanto gli basta basta per intravedere una china “più che pericolosa”.Presidente, che cosa accade al Garante per la Privacy?
Assistiamo a una degenerazione delle autorità indipendenti. Si chiamano così perché dovrebbero essere indipendenti dal sistema politico e dai partiti. E nel momento in cui progressivamente i componenti vengono sempre più palesemente scelti per i loro
rapporti politici, non va bene. Non servono più a nulla. E non perché non sono indipendenti, ma perché sono dipendenti da maggioranze o minoranze politiche.
Con quali effetti?
Mi sembra che non solo non servano alla tutela dei cittadini in senso ampio e disteso, come la intendeva Rodotà, ma che diventino un pesante strumento di pressione. È troppo facile, in nome di valori generici come la tutela dei dati, stare addosso – si potrebbe dire perseguitare – i cittadini che la pensano in modo diverso. In questo caso addirittura i giornalisti. Con il sospetto che possano abusare del loro incarico per improvvisarsi repressori legati a delle maggioranze politiche.
Quando lei era al Garante, era così?
No, no. Ricordo che entrai lì casualmente. Mi telefonarono una sera dicendo: “Guarda che ti si voterà domani”. E l’unico politico con cui tenevo qualche rapporto, ma non nel merito delle questioni, era Leopoldo Elia, persona estremamente attenta a non prevaricare sulla libertà dei rappresentanti eletti nelle autorità indipendenti.
Come si è arrivati a questo punto?
Le forze politiche hanno sempre più inteso in senso assolutistico la loro rappresentatività, e così hanno contraddetto in radice l’indipendenza delle autorità che nascono proprio per eliminare il rischio che l’operato in quei settori sia orientato da esigenze
politiche. Nel momento in cui i designati si sentono impegnati a interpretare posizioni di partito, è evidente che tutto si riduce a un gioco di maggioranze, ora per l’uno ora per l’altro.
Ghiglia dice che può andare dove gli pare, è così?
A me non sembra proprio. Ho sentito dire – e non mi sorprende – di membri che di fronte a una questione dicono: “Non c’è problema, andrò dal partito a prendere le indicazioni”. Non sarebbe mai dovuto andare al partito. Se poi era iscritto, doveva dimettersi o sospendersi. Invece evidentemente si è affermato uno stile di presenza molto diverso, e molto pericoloso. Una cosa più che pericolosa: totalmente inammissibile.
Ha ancora senso parlare di “autorità indipendente”?
No, non ha senso. Allora ridate i poteri alle autorità governative, che almeno si muovono con la logica dei governi, ma sotto il controllo della magistratura. Invece qui si dice che sono autorità indipendenti, para-giurisdizionali. Non è affatto vero: purtroppo stanno diventando organi di pressione politica.
Secondo lei come se ne esce?
Con un atto di autonomia dei componenti rispetto alle fonti di designazione: che si dimettessero dai rispettivi partiti o dall’incarico per salvaguardare la loro credibilità personale. Non è colpa loro se tutto questo è scoppiato, ma a questo punto non c’è alternativa.
(da ilfattoquotidiano.it)

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A CAPO DELLA SEGRETERIA DI FDI, ARIANNA NON NE HA AZZECCATA UNA, OGGI FDI SI RITROVA ATTRAVERSATO DA UNA GUERRIGLIA INTESTINA FATTA DI COLPI BASSI, RIPICCHE E SPUTTANAMENTI, INTRIGHI E COMPLOTTI

Novembre 3rd, 2025 Riccardo Fucile

DALLA SICILIA (CASINO CANNATA-MESSINA) A MILANO (AFFAIRE MASSARI-LA RUSSA), FINO AL CASO GHIGLIA-RANUCCI, DOVE IL FILO DI ARIANNA SI È ATTORCIGLIATO PERICOLOSAMENTE INTORNO AL COLLO … GIORGIA L’AVREBBE CHIAMATA A RAPPORTO PER LE SCELTE SBAGLIATE: SE IL PARTITO VA AVANTI COSÌ, RISCHIA DI IMPLODERE

Su, siate per una volta comprensivi: con i neuroni sprofondati nella irritabilità più scossa, Arianna Meloni aveva proprio urgente bisogno, a mo’ di sollievo, dell’articolo di debutto sul “Corrierone” di Simone Canettieri.
Benché ‘sto “retroscena” (“La numero 2 di FdI correrà alle politiche”) sia fresco come un surgelato (Canettieri si è auto-copiato avendolo già scritto su “Il Foglio” del 14 maggio scorso, dove aggiungeva anche una sapida battuta: “La lunga marcia di Arianna potrebbe risolversi in un vertice a tre.
In una chat che si chiama ‘Io, mammeta e tu’. Giorgia, Arianna e la mamma Anna”), l’elegia da Rag. Filini di oggi sul “Corriere della Sera” è arrivata in un momento che dire pesante è poco per l’ex moglie di Lollobrigida, catapultata a capo supremo di Fratelli d’Italia dall’amatissima sorellina.
Essì, dopo tre anni di Giorgia Meloni a Palazzo Chigi, il celebre detto di Giulio Andreotti va ribaltato: il potere logora anche chi ce l’ha.
Soprattutto quando non si possiede l’esperienza e la competenza necessaria per gestirlo. Del resto, siamo davanti a un partito
miracolo che al suo esordio alle politiche del 2013 non arrivò al 2% e dopo cinque anni, nel 2018, raggiunse il 4,3% (contro il 14 di Forza Italia e il 17,4 della Lega).
Un mese prima del giuramento di Draghi, a gennaio 2021, Fratelli d’Italia era data nei sondaggi al 16,3%.
La mattana di Salvini di formare un governo contronatura con il M5S, con Conte premier, e il declino psichico-fisico di Berlusconi, avevano lasciato a Giorgia Meloni campo libero per occupare lo spazio dell’opposizione di destra.
Quando poi è arrivata l’ammucchiatona del governo Draghi, l’ex ministro della Gioventù dell’ultimo governo Berlusconi si è così ritrovata a capo dell’unico partito di opposizione.
Dire no a tutto e a tutti, con la sua empatia popolaresca di comunicazione (“Io sono Giorgia, una di voi”) unita alla sua abilità da politica consumata (altro che Underdog), ha pagato.
Alle politiche del 2022, ha fatto bingo: è il primo partito non solo all’interno del centro-destra ma anche in Parlamento, ottenendo il 26% dei voti alla Camera e il 26,01% al Senato.
Più che un incremento di voti, un’autentica esplosione di consensi che ha issato, per la prima volta nella storia repubblicana, una donna sulla poltrona di premier.
Una volta intronizzata a Palazzo Chigi, l’ex “gabbianella” di Colle Oppio, pur travolta tra salamelecchi e baci della pantofola dei tanti che sgomitavano per salire sul carro del vincitore, è
stata costretta a prendere atto che la classe dirigente del partito era insufficiente, inadeguata e a volte impresentabile per governare uno sciagurato paese a forma di stivale.
E quella manciata di politici, esponenti e manager della Fiamma che si salvavano, dopo trent’anni passati reietti e a digiuno ai margini della cuccagna del potere, erano ignari dei mille artifici e giochi di potere che serpeggiano, e avvelenano i pozzi, nei Palazzi romani.
Diffidente di tutti coloro che non hanno le loro radici nella destra del Movimento Sociale e del Fronte della Gioventù, o perlomeno in quella Alleanza azionale che Fini annacquò a Fiuggi, la Melona ha sempre governato il partito concentrando tutto il potere nelle sue manine.
Una volta a capo di un governo di coalizione dove brilla il suo nemico più intimo, quel rompicazzi in servizio permanente ed effettivo di Matteo Salvini, malgrado la sua cocciutaggine da secchiona e la dipendenza patologica al lavoro politico, gli otoliti del suo sistema nervoso hanno iniziato ad andare in tilt.
Mantenere sotto schiaffo il governo e sotto controllo il partito, era un’impresa impossibile. Anche perché, durante i tre anni al potere, i miracolati Fratellini d’Italia hanno visto ingrossare le file in maniera abnorme e i potentati locali, con leader sempre più ubriachi di posti e prebende, hanno iniziato a sbroccare.

Rotti i ponti col suo antico demiurgo Fabio Rampelli, messi da parte i Donzelli e i Lollobrigida, dal 2023 la governance di via della Scrofa è passata da una sorella all’altra.
Ma pur contando due anni di più, Arianna è sempre rimasta nell’ombra di Giorgia: nel 2000 era solo una dipendente della Regione Lazio e la moglie di ‘’Lollo’’, nomignolato lo “Stallone di Subiaco”.
Che Arianna non possieda la “cazzimma” del potere, fatta di scaltrezza e determinazione e abilità oratoria che si trasforma in leadership, se n’è dovuta accorgere amaramente la secondogenita.
Messa di fronte alla governance di FdI che, alla pari di qualsiasi altro partito di massa, dal Pd alla Lega, da M5s a Forza Italia, oggi si ritrova attraversato e destabilizzato da una guerriglia intestina fatta di colpi bassi, ripicche e sputtanamenti, intrighi e complotti, Arianna non ne ha azzeccata una.
In Sicilia regna il casino più rusticano: “Soldi in nero per le sedi di Fdi in Sicilia”, Arianna Meloni sapeva del sistema Cannata”, titola Palermotoday.it. E ci fa sapere che ‘’Luca Cannata, il principale rappresentante di Giorgia Meloni nella commissione Bilancio alla Camera, di cui è vicepresidente, ha ammesso a Today.it la raccolta di denaro in contanti senza rendicontazione, sostenendo che si trattava di una colletta, un regolare contributo volontario”.
“Gli ex assessori, nel periodo in cui Cannata era sindaco di Avola in Sicilia, hanno invece dichiarato a Today.it che gli versavano una somma fissa mensile: un impegno compreso tra i 250 e i 550 euro per volta, con un totale che per tutti i cinque anni del suo mandato avrebbe superato i 150 mila euro. E, soprattutto, hanno rivelato che i soldi raccolti servivano anche a pagare le sedi del partito a Siracusa e ad Avola”.
Se in Sicilia FdI balla la rumba, a Milano impazza la tarantella. Debora Massari, figlia del divo della pasticceria Iginio è stata nominata, assessore al Turismo, Marketing territoriale e Moda alla Regione senza chiedere il permesso ai Fratelli La Russa, Ignazio e Romano, deus ex machina del potere in Lombardia. Alla Massari, che non ha nemmeno la tessera di Fratelli d’Italia, è bastato essere amica di Arianna.
La reazione non si è fatta aspettare. Secondo quanto riporta Lettera43.it: “La Russa ha preteso di decidere almeno una cosa: la caposegreteria. Roberta Capotosti torna così in Giunta: sarà lei la “burattinaia” dell’assessorato”, finito, come un gentil cadeaux, nelle mani dell’amica di Arianna.
Ma è col caso Ghiglia-Ranucci che il filo di Arianna si è attorcigliato pericolosamente intorno al suo collo.
Il 22 ottobre, il giorno prima della decisione del Collegio del Garante della Privacy di condannare “Report” a una sanzione di 150mila euro per aver diffuso l’audio della conversazione tra
Sangiuliano e la moglie, che ci faceva di bello il membro in quota FdI dell’authority, Agostino Ghiglia, riverito ospite per un’ora e dieci minuti nella sede di Fratelli d’Italia, in via della Scrofa?
Ghiglia, in un soprassalto di fantasy degna di Tolkien, ha dichiarato di aver incontrato Italo Bocchino per “parlare di libri” (sic!). Ma, a detta del direttore editoriale del “Secolo d’Italia”, l’incontro è durato venti minuti “al massimo”.
Ahia!, chi ha incontrato Ghiglia per i restanti cinquanta? E dato che l’ufficio di Bocchino si trova sullo stesso pianerottolo di Arianna Meloni, che Ghiglia ha ammesso di aver “incrociato e salutato con due convenevoli”, si è aperto il rubinetto dei veleni.
Per Arianna, l’affaire Ghiglia è stata una botta terribile per i suoi neuroni: basta vedere il video con la sua rispostaccia ai cronisti che la tampinavano. A cui ha fatto seguito il pronto soccorso del “Corrierone” che ha accolto il suo sfogo furibondo: ‘’Si sente assediata, accusata ingiustamente, coinvolta in qualcosa che – si è sfogata con i suoi – è “senza senso, fuori da ogni logica”. Ed è agguerrita”, avvisa Paola Di Caro.
Che continua: “Anche per questo martedì sera, ‘’braccata’’ come dice lei dai giornalisti per tutto il giorno, a chi le chiedeva del caso Ranucci è sbottata: “Ma avete una forma di ossessione, dovete farvi curare!”. Parole che hanno sollevato critiche: può una personalità così di spicco sottrarsi al confronto?’’
‘’Lei ai suoi lo ha spiegato: “Io non ho cariche istituzionali, faccio vita di partito e scelgo di stare dietro le quinte, non devo rispondere sempre e comunque, e comunque non a chi attacca a senso unico. Perché una cosa è il doveroso giornalismo di inchiesta, anche nei nostri confronti, altra una caccia alle streghe a senso unico”.
Dopo le rivelazioni sui messaggi tra Sangiuliano e Ghiglia, l’affaire è diventato un terreno di scontro politico con Pd, M5S e Avs che hanno chiesto che il commissario dell’Autorità venga audito in commissione, affinché possa chiarire quanto accaduto.
“Essere potente è come essere una signora”, diceva Margaret Thatcher, “Se hai bisogno di dirlo, non lo sei.” Ma la responsabile della segreteria e del tesseramento della Fiamma dimostra di non essere propriamente una Lady di Ferro.
E Giorgia, pur amandola più di sé stessa, secondo quanto sussurrano alcuni deputati di FdI, l’avrebbe chiamata a rapporto e bacchettata per le sue scelte sbagliate: se il partito va avanti così, rischia di implodere…
Su, siate compassionevoli: un articolo per rincuorarla ci voleva….
(da Dagoreport)

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IL GRANDE SCRITTORE FRANCESE EMMANUEL CARRERE SPIEGA COME NASCE IL POTERE DI PUTIN: “MI VIENE IN MENTE UN FILM DI MANKIEWICZ, IN CUI DEGLI OLIGARCHI SCELGONO UN UOMO MEDIOCRE PER CONTROLLARLO, MA FINISCONO PER ESSERNE DIVORATI. E LUI RESTA SOLO, CON IN MANO UN POTERE ASSOLUTO”

Novembre 3rd, 2025 Riccardo Fucile

“PUTIN HA ANNUNCIATO MOLTO PRESTO LE SUE INTENZIONI. QUANDO SI È IMPADRONITO DI UNA PARTE DELLA GEORGIA, IL MONDO HA GUARDATO ALTROVE”

«Nel leggere il libro di Giuliano da Empoli sono rimasto sorpreso, ha saputo cogliere elementi mantenendosi distante dal groviglio della storia. Mia madre lo ha letto, e ha subito commentato “mi sembra di leggermi”».
Del Mago del Cremlino basato sul romanzo omonimo (Mondadori) Emmanuel Carrère firma, con il regista Olivier Assayas, sceneggiatura, adattamento e dialoghi. Un tuffo in quel mare che conosce benissimo, dove accade che un pesce piccolo, in apparenza insignificante, come poteva essere nei primi Anni 90 l’impiegato del Kgb Vladimir Putin (Jude Law), diventi, guidato da un uomo astuto, «lo zar» dei nostri tempi: «In quel periodo – dice lo scrittore a Firenze al festival France Odeon
diretto da Francesco Ranieri Martinotti –, la Russia ha vissuto il suo vero, unico, momento di democrazia e libertà.
Dieci anni che però per i russi hanno coinciso con la crescita e con l’affermarsi della povertà, della mafia, della legge della giungla, dell’insicurezza. Quando penso a Putin mi viene in mente un film di Mankiewicz, in cui degli oligarchi scelgono un uomo mediocre per controllarlo, ma finiscono per esserne divorati. E lui resta solo, con in mano un potere assoluto».
L’oligarchia ha alimentato il fenomeno Putin. Giusto?
«In quella fase gli oligarchi hanno messo le mani sulle ricchezze del Paese e poi si sono comprati il potere. Quando Boris Eltsin non è stato più in grado di guidare la Russia, perché era troppo alcolizzato, allora è subentrato Putin».
La figura di Vadim Baranov si ispira a quella dell’imprenditore e politico Vladislav Surkov. Putin non si è fatto da solo ma ha avuto un consigliere insostituibile. Lo pensa anche lei?
«Secondo Giuliano da Empoli è così, ci siamo attenuti. Surkov non l’ho mai conosciuto, ma di lui so quello che si legge sui giornali. La sua biografia si sovrappone a quella del personaggio di Baranov nel romanzo e noi abbiamo seguito quel modello».
Quali sono, in questo momento, i punti di forza del sistema Putin?
«È difficile dirlo, perché la vita politica russa è molto opaca, non so per esempio in quale misura il popolo russo sostenga la guerra
e in quale proporzione sia a essa ostile.
Sappiamo sempre molto poco della realtà russa, come accadeva prima con quella sovietica. Non abbiamo strumenti per conoscerla, l’informazione è incompleta, i sondaggi non sono affidabili; quindi, non è facile capire ora come sta il potere sovietico, anzi, scusi, russo. È un lapsus, ma non è casuale».
Putin ha sempre dichiarato apertamente i suoi obiettivi, riconquistare lo spazio sovietico, in Georgia e poi in Ucraina. Perchè i leader occidentali non lo hanno capito o non hanno voluto capirlo?
«Se ne sono resi conto tardi. Putin ha annunciato molto presto le sue intenzioni, in modo aperto, a Monaco, nel 2007, ha fatto una specie di dichiarazione di guerra. Poi, quando si è impadronito di una parte della Georgia, il mondo ha guardato altrove, così come quando ha dichiarato la volontà di annettere l’Ucraina. Le vere proteste sono arrivate solo con la seconda invasione in Ucraina, a quel punto siamo stati obbligati a prendere posizione, ma ora cosa potremmo fare? Certo non manderemo soldati contro la Russia».
Il valore aggiunto del cinema rispetto alla letteratura?
«Il cinema è collettivo, sia nel farlo che nel consumarlo, la letteratura è solitaria, in entrambe le circostanze. Due esperienze molto diverse».
Cosa le piace del leggere un libro e del guardare un film?
«Sono cose che, nella mia vita, hanno avuto ambedue una grande importanza. La lettura è certo l’esperienza più centrale, leggere significa entrare in contatto con qualcuno, c’è una persona che parla a chi sta leggendo. Al cinema questo contatto è più diluito».
Sua madre era di origini georgiane ed è stata un’esperta illustre di storia sovietica. Di lei parla anche il suo ultimo libro Kolkhoze. Che cosa rappresenta la Russia per lei?
«C’è un rapporto ambivalente, da una parte l’amore per la grande cultura russa, per certi aspetti seducenti del Paese, il calore, il senso di accoglienza, ma allo stesso tempo, c’è il risvolto di tutto ciò che è fatto di totale brutalità e violenza».
È lo stesso rapporto di amore-odio che, in qualche modo, la legava a sua madre?
«Sì, ma oggi c’è più amore che odio. In un altro libro avevo parlato dell’odio, adesso i genitori sono morti, sono invecchiato anche io e sono diventato più indulgente».
Cosa la preoccupa di più del momento storico attuale?
«Tutto. Penso che stiamo andando incontro a una catastrofe generale, alla fine del mondo, quindi non saprei nemmeno che cosa augurarmi per l’avvenire».
Scrivere aiuta?
«Mi piacerebbe essere in grado di descrivere quello che succede, ma credo che sia aldilà delle mie capacità. Provo a farlo, anche
perché questa è l’unica cosa che so fare».
(da “La Stampa”)

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