Novembre 5th, 2025 Riccardo Fucile
CHI DOVREBBE ESSERE CHIAMATO A RIGENERARE LA POLITICA E’ SPESSO L’EREDE DI CHI L’HA RIDOTTA A UNA MACCHINA DI CONSENSO ELETTORALE
In Sicilia non è mai il tempo della verità. Ogni scandalo è una ferita che non si cicatrizza, ogni inchiesta una pioggia che scivola via sul volto di pietra della politica regionale. Ora che anche Totò Cuffaro e Saverio Romano tornano a riempire le cronache giudiziarie con accuse, a vario titolo, di associazione per delinquere, turbativa d’asta e corruzione, qualcuno dovrebbe pure interrogarsi. A partire da chi ha il dovere istituzionale di difendere la reputazione e l’integrità della Sicilia: il governatore Renato Schifani, che ha nel suo governo gli uomini di Cuffaro e gli amici di Romano.
Già, perché la storia di Cuffaro e Romano è quella della Sicilia intramontabile, immarcescibile. Che sopravvive capovolgendo il lavoro della giustizia penale in persecuzione, le accuse in medaglie. Ecco perché Cuffaro, che pure ha pagato il suo debito con la giustizia, ha potuto non farlo con la politica e la decenza. Ecco perché gli è stato possibile tornare sulla scena con la nuova
Dc, dopo una condanna per favoreggiamento alla mafia.
Anche Romano, a suo modo, è un prototipo del sopravvissuto. Il trasformista che cambia casacca, ma per restare al centro del gioco. Da pupillo di Cuffaro a ministro di Berlusconi, ha percorso trent’anni di politica scivolando tra le maglie larghe dell’ambiguità. È finito più volte nelle carte giudiziarie senza mai essere condannato, certo, ma oggi, insieme a Cuffaro, riemerge in una indagine che puzza di vecchio, di marcio, di antichi compromessi. Per questo possiamo dire che Cuffaro e Romano non sono una coppia ritornata. Semplicemente sono una coppia che non se ne è mai andata.
È lo specchio di una terra che sa da che parte sta il potere. Basta ricordare che il 19 luglio scorso, mentre l’Italia ricordava Borsellino, la Sicilia del potere brindava tra i filari di casa Cuffaro. Non era solo una festa di famiglia. Era un manifesto politico. Duemila persone, potenti e amici, e tra loro Gaetano Galvagno, presidente dell’Ars, che hanno scelto dove stare. Non tra chi celebrava la memoria, ma accanto al condannato di quella memoria. In Sicilia, del resto, non serve parlare. Conta la presenza quanto l’assenza. Quel giorno chi doveva rappresentare le istituzioni aveva preferito inchinarsi al passato che non passa. Nessuno si è voltato. Nessuno ha provato vergogna.
La Sicilia riemerge dunque nella sua dimensione paludosa. Ma c’è da chiedersi se ne sia mai uscita. La sanità pubblica, intorno alla quale ruota questa nuova inchiesta, è da decenni la cassaforte delle clientele, il ventre molle dove politica e
malaffare si annidano. Oggi come ieri. L’industria più ricca dell’isola è anche la più contaminata. Ogni giorno che passa emergono storie di morti di malasanità, di esami istologici consegnati con notevoli ritardi, di laboratori che operano in pessime condizioni. In un sistema di potere che usa la sanità non per curare, ma per comandare.
Schifani, in tutto questo, tace. E il silenzio è colpevole. Due assessori indagati, il presidente dell’Assemblea regionale Galvagno coinvolto in un’inchiesta pesante, e altre indagini ancora che coinvolgono la maggioranza. Qui non è (solo) una questione giudiziaria. È una questione politica. Etica. Civile. Ogni giorno che passa senza un atto chiaro, ogni silenzio, scava un baratro sempre più profondo tra le istituzioni e i cittadini. Quel baratro si chiama rassegnazione. Quel sistema di potere, trasversale, impermeabile al tempo e agli scandali non deve essere più alimentato. Serve discontinuità. Un taglio netto con chi ha fatto della politica uno strumento di gestione privata della cosa pubblica.
Ma qui è il paradosso siciliano: chi dovrebbe essere chiamato a rigenerare la politica è spesso l’erede di chi l’ha ridotta a una macchina di consenso clientelare. Il rischio è che la Sicilia, ancora una volta, venga governata non da un’idea di futuro ma dalla nostalgia di un passato compromesso e opaco. Se anche oggi si esita, se anche oggi si fa finta di nulla, si legittima l’eterno ritorno dell’impunità. E se, alla fine, il prezzo poi che ciascun siciliano paga è morire per un referto ritardato, la
politica, se ancora vuole dirsi tale, non può restare a guardare.
Lirio Abbate
(da repubblica.it)
CUFFARO, ROMANO E L’ETERNO RITORNO DEGLI IMPUNITI
CHI DOVREBBE ESSERE CHIAMATO A RIGENERARE LA POLITICA E’ SPESSO L’EREDE DI CHI L’HA RIDOTTA A UNA MACCHINA DI CONSENSO ELETTORALE
In Sicilia non è mai il tempo della verità. Ogni scandalo è una ferita che non si cicatrizza, ogni inchiesta una pioggia che scivola via sul volto di pietra della politica regionale. Ora che anche Totò Cuffaro e Saverio Romano tornano a riempire le cronache giudiziarie con accuse, a vario titolo, di associazione per delinquere, turbativa d’asta e corruzione, qualcuno dovrebbe pure interrogarsi. A partire da chi ha il dovere istituzionale di difendere la reputazione e l’integrità della Sicilia: il governatore Renato Schifani, che ha nel suo governo gli uomini di Cuffaro e gli amici di Romano.
Già, perché la storia di Cuffaro e Romano è quella della Sicilia intramontabile, immarcescibile. Che sopravvive capovolgendo il lavoro della giustizia penale in persecuzione, le accuse in medaglie. Ecco perché Cuffaro, che pure ha pagato il suo debito con la giustizia, ha potuto non farlo con la politica e la decenza. Ecco perché gli è stato possibile tornare sulla scena con la nuova
Dc, dopo una condanna per favoreggiamento alla mafia.
Anche Romano, a suo modo, è un prototipo del sopravvissuto. Il trasformista che cambia casacca, ma per restare al centro del gioco. Da pupillo di Cuffaro a ministro di Berlusconi, ha percorso trent’anni di politica scivolando tra le maglie larghe dell’ambiguità. È finito più volte nelle carte giudiziarie senza mai essere condannato, certo, ma oggi, insieme a Cuffaro, riemerge in una indagine che puzza di vecchio, di marcio, di antichi compromessi. Per questo possiamo dire che Cuffaro e Romano non sono una coppia ritornata. Semplicemente sono una coppia che non se ne è mai andata.
È lo specchio di una terra che sa da che parte sta il potere. Basta ricordare che il 19 luglio scorso, mentre l’Italia ricordava Borsellino, la Sicilia del potere brindava tra i filari di casa Cuffaro. Non era solo una festa di famiglia. Era un manifesto politico. Duemila persone, potenti e amici, e tra loro Gaetano Galvagno, presidente dell’Ars, che hanno scelto dove stare. Non tra chi celebrava la memoria, ma accanto al condannato di quella memoria. In Sicilia, del resto, non serve parlare. Conta la presenza quanto l’assenza. Quel giorno chi doveva rappresentare le istituzioni aveva preferito inchinarsi al passato che non passa. Nessuno si è voltato. Nessuno ha provato vergogna.
La Sicilia riemerge dunque nella sua dimensione paludosa. Ma c’è da chiedersi se ne sia mai uscita. La sanità pubblica, intorno alla quale ruota questa nuova inchiesta, è da decenni la cassaforte delle clientele, il ventre molle dove politica e
malaffare si annidano. Oggi come ieri. L’industria più ricca dell’isola è anche la più contaminata. Ogni giorno che passa emergono storie di morti di malasanità, di esami istologici consegnati con notevoli ritardi, di laboratori che operano in pessime condizioni. In un sistema di potere che usa la sanità non per curare, ma per comandare.
Schifani, in tutto questo, tace. E il silenzio è colpevole. Due assessori indagati, il presidente dell’Assemblea regionale Galvagno coinvolto in un’inchiesta pesante, e altre indagini ancora che coinvolgono la maggioranza. Qui non è (solo) una questione giudiziaria. È una questione politica. Etica. Civile. Ogni giorno che passa senza un atto chiaro, ogni silenzio, scava un baratro sempre più profondo tra le istituzioni e i cittadini. Quel baratro si chiama rassegnazione. Quel sistema di potere, trasversale, impermeabile al tempo e agli scandali non deve essere più alimentato. Serve discontinuità. Un taglio netto con chi ha fatto della politica uno strumento di gestione privata della cosa pubblica.
Ma qui è il paradosso siciliano: chi dovrebbe essere chiamato a rigenerare la politica è spesso l’erede di chi l’ha ridotta a una macchina di consenso clientelare. Il rischio è che la Sicilia, ancora una volta, venga governata non da un’idea di futuro ma dalla nostalgia di un passato compromesso e opaco. Se anche oggi si esita, se anche oggi si fa finta di nulla, si legittima l’eterno ritorno dell’impunità. E se, alla fine, il prezzo poi che ciascun siciliano paga è morire per un referto ritardato, la
politica, se ancora vuole dirsi tale, non può restare a guardare.
Lirio Abbate
(da repubblica.it)
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Novembre 5th, 2025 Riccardo Fucile
L’80% DEI RIFIUTI MARINI E’ PLASTICA, UN TAPPO RESISTE 1.000 ANNI E RAPPRESENTA UN PERICOLO PER LE SPECIE MARINE… SOLO UN IGNORANTE NON LO CAPISCE
Quando c’è da parlar male dell’Europa si tira sempre in ballo l’eccesso di regole. Per anni ha
dominato la bufala sulle dimensioni delle zucchine, da un annetto sono i tappi agganciati alle bottiglie di plastica. Una norma che invece è vera: dal 3 luglio 2024 la direttiva 2019/904 sulle plastiche monouso,
impone a tutti i Paesi membri la vendita di bottiglie di plastica col tappo agganciato. L’Italia l’aveva adottata già nel 2022, e consumatori e produttori si sono adattati senza problemi. Eppure durante la campagna elettorale per le europee del 2024 il ministro Matteo Salvini inveiva sui social pubblicando la foto di un tizio col naso attaccato al tappo e lo slogan «Più Italia, meno Europa».
E ancora oggi, puntualmente, qualcuno tira in ballo la normativa come «follia». Allora vediamo perché è stato necessario introdurla.
L’immagine che il ministro Matteo Salvini aveva pubblicato sui propri social in occasione della campagna elettorale per le europee 2024, che mirava a creare un sentimento antieuropeista
L’80% dei rifiuti marini è plastica
Tutto parte nel 2008 con la Direttiva 98 sui rifiuti che obbliga i Paesi membri ad attivare entro il 2015 la raccolta differenziata di carta, metalli, plastica e vetro. L’emergenza ambientale è legata, in primo luogo, alla plastica che rappresenta oltre l’80% dei rifiuti marini (stima Ue). La gran parte (oltre il 70%) è composto da attrezzi da pesca e dai 10 articoli monouso più comuni: bottiglie, tappi, cotton fioc, sacchetti per la spesa, posate e piatti, cannucce, palloncini, contenitori per alimenti, ecc. I tappi, soprattutto, sono tra i primi cinque oggetti trovati nelle operazioni di pulizia e monitoraggio dei rifiuti sulle spiagge e sono tra i rifiuti marini più pericolosi per due motivi: primo perché sono spesso fatti di polietilene ad alta densità (HDPE), il
che li rende più difficili da degradare (fino a 1000 anni); secondo perché mammiferi, tartarughe marine, uccelli e pesci li scambiano per cibo, ingerendoli.
La strategia Ue
Nel dicembre 2015 la Commissione lancia un piano per l’economia circolare e nel 2018 pubblica la strategia europea per la plastica: l’obiettivo è quello di raggiungere la totale riciclabilità e il riuso degli imballaggi di plastica nel 2030, anche attraverso la loro riprogettazione. A livello mondiale, scrive la Commissione, ogni anno finiscono negli oceani da 4,8 a 12,7 milioni di tonnellate di plastica. E nell’Unione Europea tra le 150 mila e le 500 mila tonnellate. Così si arriva alla normativa 2019/904 che prevede sette misure:
1) dal 2021 divieto di produzione in Ue per cotton fioc, posate, piatti, agitatori e cannucce;
2) dal 2024 tappo attaccato per i contenitori per bevande fino a 3 litri e obbligo di usare materiale riciclato (fino al 30% nel 2030);
3) dal 2021 nuova marcatura per bicchieri di plastica, prodotti del tabacco (filtri), assorbenti igienici e tamponi, con indicazioni sul corretto smaltimento;
4) entro il 2026 generale riduzione del consumo dei contenitori per gli alimenti (compresi bicchieri e tazze);
5) misure di sensibilizzazione per informare i consumatori sull’utilizzo di prodotti alternativi e incentivarli ad adottare un comportamento responsabile per ridurre la dispersione dei rifiuti e sull’utilizzo di prodotti alternativi;
6) raccolta differenziata dedicata per le bottiglie in plastica (77% entro il 2025 e 90% entro il 2029);
7) responsabilità estesa del produttore sull’intero ciclo di vita dei prodotti, in modo da spingere le aziende a progettare prodotti più sostenibili e riciclabili, a coprire i costi della gestione dei rifiuti e a rispettare gli obiettivi di riutilizzo e riciclo stabiliti dall’Unione Europea
Il peso dei tappi
Durante questo periodo vengono pubblicati altri studi: nel 2019 il WWF calcola che ogni anno finiscono nel Mediterraneo a 570 mila tonnellate di plastica, mentre secondo la International Union for Conservation of Nature, il nostro Paese, insieme ad Egitto e Turchia, è tra i principali responsabili. Nel 2020 Legambiente lancia l’indagine «Beach Litter» lungo le coste italiane e censisce 654 rifiuti ogni cento metri di spiaggia: il 7% sono tappi. Su circa la metà delle spiagge campionate, la percentuale di plastica era il 90% del totale dei rifiuti. D’altronde i numeri lo spiegano bene. Prendiamo le bottiglie di plastica. Secondo il Mase ogni anno in Italia si consumano 14 miliardi di bottiglie di plastica. La bottiglia la metti nella differenziata, il tappo spesso lo butti dove capita. Contando che un tappo pesa in media 1,6 grammi, stiamo parlando di 22.400 tonnellate di tappi. Cosa è cambiato
Dopo l’entrata in vigore delle direttive su differenziata e riciclo cosa è successo? Secondo Plastic Europe, mentre la produzione mondiale di plastica nel 2024 è aumenta del 16,3%, quella
europea è scesa del 12,4%. La plastica prodotta con materiale riciclato è passata da 30 a 40,8 milioni di tonnellate a livello mondiale, ma in Europa da 4,9 a 7,7 milioni di tonnellate. I dati dunque confermano che la transizione verso la circolarità della plastica è consolidata e sta accelerando. In Europa l’uso di plastica riciclata è aumentato del 70% dal 2018 e la plastica circolare rappresenta ora il 13,5% di tutte le plastiche trasformate in nuovi prodotti. E per la prima volta i rifiuti plastici riciclati superano quelli conferiti in discarica: il 26,9% contro il 25%. Una crescita importante, ma il potenziale è ancora in larga misura non sfruttato, soprattutto rispetto ad altri materiali come carta, vetro e metallo, il cui riciclo va dal 60 all’80%. Questo perché ci sono settori come quelli automobilistico, elettrico ed elettronico, se la stanno prendendo comoda. Infatti, tirando le somme, i rifiuti plastici smaltiti in discarica sono ancora troppi, mentre il tasso di incenerimento sta addirittura aumentando: rispetto al 2018 è cresciuto del 15 %. Infine: da quando sono stati introdotti i sacchetti di plastica con materiale biodegradabile, il consumo in Italia di sacchetti è calato del 60%.
Tutto il mondo si sta adeguando
Tornando ai tappi, l’Europa ha fatto da apripista e ora il resto del mondo si sta adattando: dall’Asia, dove Cina e India sono tra i più grandi produttori mondiali, agli Stati Uniti, dove la California ha adottato una legge che prevede dal 2027 l’obbligo del tappo attaccato.
E non è la prima volta che una legge, adottata da una nazione, diffonde comportamenti virtuosi a livello mondiale. Sono gli effetti positivi della globalizzazione. Chi si ricorda più la linguetta delle lattine? Era il 1989 quando una legge statunitense obbligò a introdurre quelle che rimanevano attaccate alla lattina dopo l’apertura. Oppure i famigerati anelli di plastica che tenevano insieme le lattine (i six-pack rings) e che strozzavano le tartarughe marine? Furono banditi nel 1994 da una legge del Congresso, che imponeva di realizzarli in plastica biodegradabile o carta. Ma nessuno gridò più «Texas e meno Usa». Perché poi il finale della partita sono le microplastiche, che diventano cibo per i pesci e quindi ci tornano nel piatto.
Domenico Affinito e Milena Gabanelli
(da corriere.it)
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Novembre 5th, 2025 Riccardo Fucile
HANNO PREDICATO PACE E LIBERTA’ MA HANNO SEMINATO SOLO VIOLENZA, ODIO E MISERIA PER CONCENTRARE LA RICCHEZZA
“Credo… che se i benpensanti che manifestano la loro approvazione per il massacro dei bimbi terroristi a Gaza e i politici militaristi che difendono lo sterminio dei giovani ucraini vedessero il cranio sfondato di un bimbo, se guardassero gli occhi di un diciottenne moribondo, forse rinsavirebbero”.
Ecco qua. Leggi la conclusione del I capitolo del nuovo libro di Elena Basile, e i casi sono due. O non la conosci e le pagine scritte da lei ti sono capitate per caso fra le mani, e allora puoi pensare che si tratti di uno dei tanti soliti saggi sull’incertezza del presente; o sai chi è e di che cosa di solito scrive, e in tal caso ti rendi subito conto che ci sta spiegando invece la drammatica svolta della quale siamo, insieme, vittime e protagonisti, e offrendo un Filo d’Arianna per uscire dal disorientamento.
Siamo da tempo abituati allo stile e alle problematiche della Basile-paradosso: molto diplomatica professionalmente e culturalmente, pochissimo diplomatica personalmente e caratterialmente. Ci è simpatica per questo: come per le sue doti di scrittrice. Semplice, limpida, diretta: “Napoletana verace”. Una provocatrice nata.
Centro della polemica, nel passo da noi citato, sono i benpensanti forcaioli del “non esistono palestinesi innocenti” e i politici militaristi dell’“armiamoci e partite”: due categorie esiziali che stanno portando il nostro paese alla rovina. Ci si può chiedere solo se prevalga in loro il cinismo o l’imbecillità. Ma qui a sorprenderci è la strategia scelta dalla Basile per denunziarli. Perché in questo suo libro improntato alla speranza che nasce dalla disperazione il tono è quello della pacata consapevolezza e dell’autobiografica lucidità. Siamo dinanzi all’esposizione di un progetto necessario, che emerge dai fatti obiettivi.
Un possibile approdo per noi naufraghi parte da una situazione archetipica. Il naufragio, specie per noi gente del Mediterraneo, è una realtà – e una condizione – antica quanto il mondo: dal biblico Giona e dal mitico Ulisse attraverso i naufraghi della Medusa e quelli del Titanic fino ai disgraziati che salpano dalle coste africane in gommone.
Il naufrago vive nella paura e sogna il paradiso di un’Isola Incantata: ricordate la vecchia canzone di Bruno Lauzi, Onda su onda? Ed Elena Basile descrive con lo stile semplice degli
autentici competenti, distinguendola in quattro parti, la nostra condizione attuale: l’ingloriosa fine del liberalismo nelle secche della plutocrazia oligarchica e del “pensiero unico”; l’esangue Europa sedicente “unita” che attraverso il tradimento delle sue classi dirigenti ha rinnegato i suoi obiettivi di pace e di prosperità (i “valori dell’Occidente”?) proclamati cinque decenni or sono; la fine dell’ordine internazionale basato sulle regole e il ritorno della “legge della jungla” con la corsa agli armamenti e il “neomercantilismo” dei dazi trumpisti. Tale naufragio è analizzato dalla Basile su tre registri.
Primo: l’indignazione per il suo aspetto etico ed esistenziale (la democrazia formale disseccata e quindi tradita dalla corruzione pilotata dalle élite lobbistiche il cui deep government agisce attraverso i “chierici traditori”, i chief executive officer a esso funzionalmente devoti e insinuati negli organi parlamentari dell’Unione).
Secondo: la pacata esposizione del suo disordine civico e istituzionale (conseguenza della distruzione del multilateralismo che avrebbe dovuto costituire la base per il nuovo equilibrio dopo il fallimento tanto dell’impero di Bush jr. quanto del Project for a New American Century prima architettato da personaggi come la coppia gangsteristica Robert “Clyde” Kagan-Victoria “Bonnie” Nuland, fallito dopo la figuraccia dell’Iraq e quindi riemerso nella caricatura piratesca nel Make American Great Again, con tanto di berrettino rosso e di chioma arancione.
Terzo: la concreta proposta del Naufrago Consapevole (ch’è, o dovrebb’esser, l’insieme di tutti noialtri cittadini europei) il quale, alla luce del disincanto weberiano ormai palese nel fatto stesso che l’Europa “libera e unita” è inesistente e che l’averci fatto credere che potesse esistere in quanto Ue è stato un inganno, potrebbe procedere alla sua vera edificazione partendo dalle catene la prima delle quali è la fasulla “Unione europea” di Bruxelles-Strasburgo: da rifondare forse, da riformare assolutamente no.
L’auspicata liberazione consisterebbe in quel che Emmanuel Todd ci ha spiegato nel suo La sconfitta dell’Occidente edito da noi nel 2024: l’Occidente odierno (lasciamo da parte quel che ha rappresentato un tempo) sta ormai tutto e solo negli Usa e nei paesi dell’“anglosfera”, cioè Canada e Australia.
L’avvenire dell’Europa, se ce ne sarà uno, comincerà solo col suo risveglio attraverso l’abbandono dell’utopia occidentale – che nel mondo ha predicato pace e libertà ma seminato solo violenza, odio e miseria per sfociare in un’assurda, invivibile concentrazione della ricchezza in pochissime mani – e con la scelta, magari come nuova Confederazione di Stati europei, del cammino verso l’adempimento della sua missione storica di cerniera tra l’Occidente postliberista in cerca di un nuovo equilibrio e the rest, l’altra parte del mondo, oggi egregiamente rappresentata dalla coalizione Brics (Brasile-Russia-India-Cina-Sudafrica) ch’è in ascesa e in via di consolidamento e verso la quale sarebbe nostro interesse orientarci. Difatti i media imbavagliati dal dispotismo “democratico” Usa-Nato-lobbies
hanno ordine tassativo di non parlare praticamente mai dei Brics e del loro concreto, franco multipolarismo. Noi europei non siamo più occidentali. L’Occidente odierno è altrove.
Sia chiaro che questa non è una recensione, bensì la pura presentazione di quello che dev’esser letto come un Manuale di sopravvivenza per naufraghi europei. Non sistematelo sul comodino del letto, non appoggiatelo allo sgabello della stanza da bagno. Portatelo con voi sempre e leggetevelo a ogni occasione quando avrete un ritaglio di tempo libero finché lo avrete assimilato e avrete imparato a riconoscere, attraverso le sue indicazioni, i nostri veri nemici.
Franco Cardini
(da ilfattoquotidiano.it)
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Novembre 5th, 2025 Riccardo Fucile
L’ALTA CORTE AVRA POTERI ENORMI E I PARTITI PROTANNO MANOVRARE I PROPRI FEDELISSIMI
Separazione delle carriere di giudici e pubblici ministeri, sdoppiamento del Consiglio
superiore della magistratura e sorteggio dei suoi membri togati, creazione di un’Alta Corte disciplinare per sanzionare le violazioni deontologiche dei magistrati al posto dello stesso Csm. Sono i tre pilastri della riforma costituzionale su cui il governo Meloni ha investito buona parte del proprio capitale politico, tanto da blindarla a un livello mai visto prima: la maggioranza l’ha ratificata per quattro volte in Parlamento senza cambiare una virgola rispetto alla versione licenziata dal Cdm, che è la stessa, quindi, su cui gli elettori si esprimeranno con il referendum.
Ieri i parlamentari di centrodestra hanno raccolto sia alla Camera sia al Senato le firme necessarie per chiedere la consultazione, proponendo due quesiti abrogativi diversi: mentre quello dei deputati è puramente tecnico (si limita a citare il titolo del disegno di legge) quello dei senatori è più “creativo” e arriva ad ammiccare alle buone ragioni del provvedimento. A valutare
l’ammissibilità di entrambi sarà l’apposito Ufficio centrale in Cassazione. Il blitz per presentare un quesito “politico” è stato tentato da FdI anche a Montecitorio, ma è stato bloccato dagli uffici del presidente Lorenzo Fontana. In ogni caso, nel testo su cui si voterà non c’è scritto tutto ciò che cambierà con la riforma, anzi: buona parte delle previsioni dovranno essere realizzate da leggi ordinarie di attuazione, la partita più importante che si aprirà il giorno dopo l’ipotetica vittoria del Sì.
Carriere separate
Doppi concorsi per l’assunzione
Questo vale anche per la norma-bandiera sognata da Silvio Berlusconi, la separazione dei percorsi professionali di giudici e pm. La riforma si limita a introdurre in Costituzione il principio delle “distinte carriere dei magistrati giudicanti e requirenti”, che però dovrà essere tradotto in pratica dalle norme sull’ordinamento giudiziario. Ad esempio, quasi certamente il concorso per l’accesso in magistratura si sdoppierà – il governo ha accolto un ordine del giorno in questo senso del deputato di Forza Italia Enrico Costa –, ma sulla carta potrebbe anche rimanere unico, abolendo del tutto la possibilità di passare da una funzione all’altra (già ridotta al minimo).
Altra incognita: chi vince il concorso da pm potrà candidarsi successivamente anche a quello da giudice (o viceversa)? In teoria nulla lo vieterebbe, ma visto l’obiettivo dichiarato della maggioranza – superare la promiscuità tra i due ruoli – è possibile che questo percorso venga impedito dalle leggi
attuative.
Formazione
Verso l’addio a studi e tirocini comuni
Scontato, invece, che cambierà la formazione dei futuri magistrati: attualmente i vincitori del concorso svolgono la prima parte di tirocinio sia in Procura sia nelle varie sezioni dei Tribunali, per conoscere le diverse funzioni in vista della scelta del primo incarico. Con la separazione questo non accadrà più: le due categorie impareranno due lavori diversi e non comunicanti. Incerto anche il destino della Scuola superiore della magistratura, l’ente che cura la formazione e l’aggiornamento professionale delle toghe: se non verrà sdoppiata, certamente subirà una profonda ristrutturazione.
Csm
Diventano due, però comanda sempre il “laico”
In base alla riforma, gli organi di autogoverno della magistratura diventeranno due, uno per le toghe giudicanti e uno per quelle requirenti, entrambi formalmente presieduti – come ora – dal capo dello Stato. Il numero dei componenti non è stabilito, ma la proporzione tra i membri “togati” e “laici” sarà identica: due terzi di magistrati, un terzo di professori o avvocati (l’attuale Csm unico ha trenta membri elettivi, venti togati e dieci laici).
In entrambi gli organi la vicepresidenza, cioè il governo di fatto dei lavori, continuerà a spettare a un laico.
Sorteggio
Rischia di essere solo un bluff dei partiti
A essere rivoluzionato, invece, è il metodo di selezione dei futuri Csm: i componenti magistrati non saranno più eletti dai colleghi ma selezionati tramite sorteggio. La legge non lo specifica, ma è quasi certo – lo ha detto lo stesso ministro della Giustizia Carlo Nordio – che l’estrazione avverrà all’interno di una platea ristretta per anzianità: si parla delle toghe che abbiano ottenuto la quinta valutazione di professionalità, cioè con almeno vent’anni di carriera alle spalle.
La soluzione del sorteggio è storicamente invocata da una parte della politica (e anche da alcuni magistrati) per neutralizzare il potere delle correnti, i “partiti” della magistratura, venuto a galla con lo scandalo Palamara. In teoria la riforma lo prevede anche per i laici, ma di fatto è una truffa delle etichette: l’estrazione di avvocati e professori, infatti, avverrà nell’ambito di un elenco compilato dal Parlamento, di cui però non si specifica la consistenza numerica. La lista quindi potrà essere anche poco più ampia del numero di posti da coprire, o addirittura equivalente, permettendo alla politica – a differenza della magistratura – di continuare a scegliersi i propri rappresentanti.
Alta Corte
Nuovo organo per la funzione disciplinare
La funzione disciplinare nei confronti dei magistrati – sia giudici che pm – passa dal Csm a un nuovo organismo, l’ “Alta corte disciplinare”, composta da 15 giudici, sei laici e nove togati. Tra i primi, tre saranno nominati dal presidente della Repubblica tra accademici e avvocati d’esperienza, altri tre estratti a sorte da un
elenco compilato dal Parlamento secondo lo stesso metodo previsto per i due Consigli (quindi, di fatto, nominati).
I giudici disciplinari togati, invece, saranno “sei magistrati giudicanti e tre requirenti estratti a sorte, con almeno vent’anni di esercizio delle funzioni giudiziarie e che svolgano o abbiano svolto funzioni di legittimità”, cioè di giudici o pm della Corte di Cassazione.
Ricorsi
Basta Cassazione, deciderà l’Alta Corte
Un punto delicatissimo della nuova disciplina riguarda i ricorsi: mentre ora le decisioni della Sezione disciplinare del Csm possono essere impugnate in Cassazione, contro le sentenze dell’Alta corte si potrà fare appello solo alla stessa Alta corte, che deciderà in secondo grado “senza la partecipazione dei componenti” che si sono espressi in primo. Insomma, un magistrato sospeso o radiato non potrà mai rivolgersi a un giudice indipendente per far riesaminare il suo caso, ma solo a un organo nominato per due quinti dalla politica. Una norma definita “particolarmente preoccupante” da Margaret Satterthwaite, relatrice speciale Onu sull’indipendenza dei giudici, nella lettera inviata nei giorni scorsi a Meloni chiedendo di riconsiderare il testo. Allarme, come tutti gli altri, inascoltato.
(da ilfattoquotidiano.it)
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Novembre 5th, 2025 Riccardo Fucile
VIAGGI, CONVEGNI E SPESE DI RAPPRESENTANZA PER OLTRE 400.000 EURO L’ANNO NELL’ENTE LOTTIZZATO DAI PARTITI
L’anticipazione di Report si apre all’aeroporto di Fiumicino. È giugno 2024. La giornalista Chiara De Luca ferma i membri del Collegio del Garante per la Privacy in partenza per il Canada, una missione istituzionale all’estero.
Si vedono trolley, passaporti, saluti veloci prima dell’imbarco. “Dottoressa Feroni, buongiorno. In partenza per il Canada?”
chiede la cronista. “Sì, partiamo tutti come collegio” risponde la funzionaria sorridendo. “E se partite tutti, chi guarda le istanze dei cittadini?” “No, ma che dice?”, replica lei, imbarazzata.
Poi la domanda diretta: “Lei viaggia in business o in economy?”. “Io viaggio secondo le normative”, risponde evasiva. La voce fuori campo spiega che, secondo documenti interni, i membri del Collegio pretendono la business class.
La clip mostra le mail ufficiali: la vicepresidente Ginevra Cerrina Feroni scrive al collega: “Caro Claudio, per la missione Batumi-Georgia vedo che i biglietti per me e Agostino sono in economy, non in business come di consueto. Inoltre, con un lungo scalo a Istanbul non avremmo neppure una lounge dove passare il tempo. Vuoi farci sapere?”.
Poche righe dopo, arriva la risposta di Agostino Ghiglia: “Carissimi, abbiamo sempre viaggiato in business. Non comprendo il problema. Se ci sono questioni di budget, servirà in futuro una pianificazione più attenta e selettiva”.
La giornalista incalza ancora: “Ma non pensa che si potrebbe risparmiare su qualche spesa?”. “Guardi — replica la funzionaria — abbiamo un’amministrazione molto attenta, davvero attenta a ogni tipo di spesa”. Il montaggio mostra i dati: le spese di rappresentanza decuplicate dal 2022, oggi oltre 400 mila euro l’anno, di cui la parte più consistente proprio in viaggi e trasferte.
(da ilfattoquotidiano.it)
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Novembre 5th, 2025 Riccardo Fucile
DONZELLI CONTRO GLI ALLEATI: “E’ UN FATTO GRAVE”… BRUTTA FIGURA DI ARIANNA MELONI E DONZELLI CHE ERANO ANDATI AMILANO PROPRIO PER EVITARE CHE AVVENISSE QUELLO CHE E’ ACCADUTO… PAGANO L’ARROGANZA DEL POTERE
“Un fatto grave, reale, che non posso sminuire”. Ma che, secondo la versione ufficiale dei
vertici del partito, non sarebbe dovuto a divisioni interne – “Abbiamo motivo, verificato, di credere che non sia mancato nemmeno un voto di quelli di Fratelli d’Italia” – quando a un “tradimento” da parte dei nemici-amici di Lega e Forza Italia, “è evidente che gli alleati hanno detto una cosa e poi ne hanno fatta un’altra, i numeri parlano chiaro. C’è un tema aperto”. Ovvero, “capire se c’è una lealtà reciproca oppure no”.
All’indomani del voto di sfiducia incassato al Pirellone da Federica Picchi, sottosegretaria allo Sport della giunta di Attilio Fontana nominata nel 2024 in quota FdI e amica di Arianna Meloni, in Lombardia sembra avvicinarsi la resa dei conti all’interno del centrodestra.
Perché no, i meloniani non ci stanno a far passare l’idea che il voto contro Picchi – che ha incassato una ventina di voti contrari (e segreti) da parte della sua stessa maggioranza – sia dovuto a franchi tiratori presenti tra le loro fila: i responsabili, secondo i Fratelli, sarebbero da cercare negli altri partiti della (litigiosa) coalizione di centrodestra, messa alla prova dal patto siglato da Giorgia Meloni e Matteo Salvini che assicurerebbe ai meloniani il futuro candidato lombardo nel 2028, in cambio dell’ok in Veneto alla corsa del leghista Alberto Stefani per le regionali del prossimo 23-24 novembre. Patto che ha mandato in fibrillazione i leghisti lombardi.
“La Lombardia non è una regione in cui non risiedono persone di alto spessore politico dentro i partiti, difficile dire che di quel che accade in Lombardia non se ne sono accorti i vertici di Forza Italia e della Lega e che sia successo senza nessun legame con quelli che sono responsabili importanti”, dice così Giovanni Donzelli, responsabile organizzativo del partito, che appena lunedì scorso con Arianna Meloni era arrivato a Milano per una riunione fiume con gli eletti lombardi.
Obiettivo, serrare i ranghi e insistere con le azioni di governo, (anche) in vista del possibile voto di sfiducia contro la sottosegretaria, prima dei non eletti tra le fila meloniane e ‘ripescata’ nel 2024 come sottosegretaria, forte anche di una vicinanza proprio a Meloni.
Picchi nelle scorse settimane aveva ripubblicato online stories di Robert Kennedy Jr, il titolare della Sanità nell’amministrazione di Donald Trump: i post erano molto vicini al mondo no-vax. Di qui, la mozione di sfiducia presentata dal Pd, che ieri ha portato alla spaccatura del centrodestra. Sul futuro della sottosegretaria, allora, c’è cautela, “se Picchi deve andare avanti? Penso di sì, ma non è il caso Picchi. Ho fiducia nell’operato del sottosegretario e dei nostri consiglieri tutti convinti a difenderla. Per me deve andare avanti ma il tema non è il caso specifico ma capire se c’è lealtà o no”, ha ribadito Donzelli. Se è un segnale in vista delle prossime regionali in Lombardia? “Non sarebbe intelligente visto che stiamo governando insieme”, la chiosa.
Certo è, però, che c’è da capire come andrà avanti il centrodestra lombardo. Tra la ventina di franchi tiratori che hanno votato
contro Picchi ci sarebbero dei voti arrivati da Forza Italia – che da tempo chiede più spazio in giunta in Lombardia, e peraltro sui vaccini ha posizioni diametralmente opposte: non a caso, a molti tra gli azzurri non sarebbe andata giù la bocciatura di una loro mozione presentata dopo l’estate, per chiedere l’obbligatorietà dei vaccini contro il virus sinciziale per i bambini – e probabilmente qualcuno anche dalla Lega, nonostante le assicurazioni del capogruppo salviniano Alessandro Corbetta, “siamo sorpresi e amareggiati dall’esito del voto in Consiglio regionale. La Lega è e resta leale alla maggioranza e ha votato contro questa sfiducia”.
Al tempo stesso, però, è probabile che alcuni dei voti contro la sottosegretaria siano arrivati da parte degli stessi meloniani lombardi. Del resto, Picchi nelle scorse settimane aveva allontanato dal mattino alla sera la sua capo segreteria Roberta Capotosti, storica collaboratrice di Ignazio La Russa, scatenando un mezzo putiferio dentro il partito.
E da tempo sarebbe considerata poco “dialogante” con i rappresentanti dei territori. Non solo: la compagine dei Fratelli lombarda è stata messa alla prova negli ultimi due mesi anche dalla sostituzione dell’ex assessora al Turismo Barbara Mazzali con Debora Massari, manager brasciana figlia del pasticcere-star Iginio: i malumori, insomma, dentro casa Meloni, in Lombardia, ci sono eccome. E potrebbero anch’essi aver giocato un ruolo nello schiaffo arrivato in aula.
(da agenzie)
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Novembre 5th, 2025 Riccardo Fucile
LA MOZIONE DI SFIDUCIA PRESENTATA DAL PD E’ STATA APPROVATA A SCRUTINIO SEGRETO GRAZIE A BEN 19 FRANCHI TIRATORI TRA LE FILE DEL CENTRODESTRA: 44 A 23
Il Consiglio regionale della Lombardia ha approvato una mozione di sfiducia nei confronti di Federica Picchi, sottosegretaria a Sport e Giovani ed esponente di Fratelli d’Italia, finita al centro di polemiche per aver rilanciato alcune teorie No Vax sui social.
Il testo, presentato dal capogruppo Pd Pierfrancesco Majorino, chiedeva di rimuovere la sottosegretaria dalla giunta ed è stato approvato con voto segreto: 44 voti favorevoli e 23 contrari, il che significa che ci sono stati diciannove franchi tiratori fra le fila del centrodestra. Nei giorni scorsi, Picchi aveva ricondiviso su Instagram delle storie del dipartimento di Salute americano guidato da Robert Kennedy Jr sulla correlazione tra l’autismo e il vaccino per l’epatite B.
Chi è Federica Picchi
Considerata vicina ad Arianna Meloni, la sottosegretaria era subentrata in corsa nella giunta lombarda al posto di Lara Magoni, eletta alle elezioni europee sempre con FdI.
A nulla è servito l’incontro di ieri tra i consiglieri regionali di Fratelli d’Italia e la stessa Arianna Meloni, insieme al deputato Giovanni Donzelli. Nell’ultima seduta d’Aula, il documento non era stato discusso perché non si era raggiunta la maggioranza assoluta del Consiglio regionale, ossia due terzi dell’Aula che equivalgono a 42 consiglieri, nonostante il voto di diversi franchi tiratori. Questa volta è andata diversamente, con la maggioranza che (a voto segreto) ha deciso di dare il benservito alla sottosegretaria e cacciarla dalla giunta regionale.
Esultano le opposizioni
Esultano le opposizioni, a partire dallo stesso Majorino, primo firmatario della mozione di sfiducia: «È un no secco alle sorelle Meloni e arriva il giorno successivo la visita non casuale ai consiglieri di Arianna Meloni e Giovanni Donzelli. Sono venuti qui a serrare le file a sostegno di Picchi, evidentemente senza successo. Fontana prenda atto del voto e rimuova Picchi», incalza il capogruppo del Pd Lombardia.
Anche il capogruppo del M5s, Nicola Di Marco, cita gli «importanti sponsor romani calati in Lombardia» con lo scopo di salvare Picchi, che evidentemente «non è stato sufficiente a coprire le spaccature interne al centrodestra lombardo».
I franchi tiratori del centrodestra
Ma se la mozione di sfiducia è passata, è anche perché tra le fila della maggioranza ben 19 consiglieri hanno votato a favore. La Lega, prima del voto, aveva annunciato la sua contrarietà alla mozione, mentre Forza Italia sul tema vaccini ha sempre dimostrato una certa sensibilità, come nella battaglia condotta proprio in Lombardia sull’immunizzazione per il virus respiratorio sinciziale dei neonati. Il capogruppo lombardo di FdI, Christian Garavaglia, mette la mano sul fuoco sui voti del suo gruppo e non nasconde un po’ di fastidio nei confronti degli alleati: «Prendiamo atto di quanto successo in Aula ma siamo convinti che il nostro gruppo abbia sostenuto la nostra posizione. Ora guardiamo avanti e ci confronteremo con il presidente Fontana nelle prossime ore».
(da agenzie)
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Novembre 5th, 2025 Riccardo Fucile
UN EVENTO EPOCALE, MAMDANI E’ UN SIMBOLO POTENTE CHE PUO’ RIVOLUZIONARE LA POLITICA AMERICANA
La notizia che scuote la politica statunitense non arriva da Washington, ma dalla città che
non dorme mai. L’elezione di Zhoran Mamdani a Sindaco di New York è un evento epocale, un cortocircuito ideologico che ridefinisce i contorni del consenso americano.
Mamdani non è solo un vincitore; è un simbolo potente: socialista, musulmano proveniente da una famiglia indiana, nato in Uganda. La sua vittoria è l’incarnazione della diversità globale che irrompe nel cuore pulsante della democrazia americana.
Un Voto di Rifiuto e un Segnale Forte
Questa elezione è innanzitutto una bocciatura senza appello per Donald Trump e per la sua visione autoritaria e nazionalista. New York, epicentro culturale e finanziario, ha scelto una traiettoria opposta. Certo, la metropoli non è l’America intera, ma il suo messaggio risuona con forza, amplificato dalle simultanee sconfitte dei candidati repubblicani nel New Jersey e in Virginia, e dalla vittoria democratica al referendum in California. Il consenso trumpiano vacilla.
La Rivoluzione Arriva in Taxi: Le Proposte Radicali
Il vero elemento di rottura, come ben sottolinea l’analisi di Mattia Diletti, risiede nell’agenda di Mamdani. Le sue proposte sono frutto di una cultura politica vicina a Bernie Sanders, portate a un livello di radicalità inaudito per un capoluogo di tale portata: dagli affitti calmierati ai trasporti pubblici gratuiti.
Questa piattaforma è pura dinamite per lo status quo americano. Non si tratta di aggiustamenti minori, ma di un tentativo di rivoluzione sociale e infrastrutturale attuata sul campo. Per i prossimi anni, New York sarà il laboratorio di queste idee audaci.
Se queste politiche radicali, nate dall’esperienza di un sindaco cosmopolita e progressista, dovessero funzionare, la loro eco si propagherebbe ben oltre i cinque boroughs. Per l’establishment
politico americano, Mamdani rappresenta la sfida più autentica e inaspettata all’ordine stabilito.
La strada sarà lunga e piena di ostacoli, ma l’elezione di Zhoran Mamdani segna l’inizio di quelli che si preannunciano come “anni di rivoluzione” per la politica statunitense.
(da Fanpage)
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Novembre 5th, 2025 Riccardo Fucile
RAMA HA 28 ANNI, ARTISTA E ILLUSTRATRICE SIRIANO-AMERICANA NATA IN TEXAS… RISERVATA MA INFLUENTE E’ LA PRIMA FIRST LADY DELLA GENERAZIONE Z NELLA STORIA DELLA CITTA’
Gracie Mansion, come è chiamata la residenza ufficiale del sindaco di New York, avrà di nuovo una “first lady”. Si tratta di Rama Duwaji, 28 anni, artista siriano-americana e moglie di Zohran Kwame Mamdani, il democratico socialista appena eletto sindaco della Grande Mela. Figlia di genitori siriani emigrati negli Stati Uniti, Duwaji è nata a Houston, Texas, nel 1996 e cresciuta a Dallas, per poi studiare tra Dubai, Doha e la Virginia, dove si è laureata con lode in Belle Arti.
Rama e Zohran si sono conosciuti nel 2021 sull’app di incontri Hinge e hanno celebrato un’intima cerimonia di fidanzamento a Dubai nel dicembre 2024, seguita da un matrimonio civile a New York nei primi mesi del 2025. Oggi vivono insieme a Brooklyn, dove Duwaji continua la sua carriera artistica e il suo impegno politico, rimanendo per lo più lontana dai riflettori. Nonostante la curiosità mediatica attorno alla sua nuova posizione, ha sempre preferito mantenere un profilo riservato, rifiutando interviste e presenze televisive, pur accompagnando il marito sul
palco in diverse occasioni nel corso della campagna elettorale.
La carriera di Rama Duwaji: artista, illustratrice e animatrice
Dopo aver conseguito un Master of Fine Arts in Illustration presso la School of Visual Arts di New York, Duwaji si è rapidamente affermata come una delle voci più originali della nuova generazione di illustratori. Il suo lavoro, sospeso tra arte e attivismo, è stato pubblicato da testate di rilievo come The New Yorker, The Washington Post, BBC, Vogue, VICE, e persino esposto al Tate Modern di Londra.
Le sue opere affrontano temi come identità, migrazione, memoria collettiva, antimilitarismo e resistenza politica, con uno sguardo fortemente radicato nella cultura araba e nella condizione delle donne del Medio Oriente. Attraverso illustrazioni e animazioni in bianco e nero, Duwaji racconta le contraddizioni del mondo contemporaneo, spesso con una prospettiva femminista e anticoloniale.
Sui social media, dove conta oltre 230 mila follower, alterna opere d’arte, riflessioni politiche e momenti di vita personale. Tra i suoi lavori più condivisi, un’animazione sulla Global Sumud Flotilla e una serie di illustrazioni che denunciano le violenze in Palestina, accompagnate dalla citazione di Nina Simone: “Il dovere dell’artista è riflettere i tempi”.
Dietro la vittoria di Mamdani, c’è anche l’impronta creativa della moglie. Duwaji ha infatti contribuito in modo decisivo alla costruzione dell’immagine pubblica del nuovo sindaco, curandone loghi, palette cromatiche e iconografia. L’identità
visiva della campagna – dominata dai toni del giallo, arancione e blu, ispirati alla metropolitana di New York e ai colori dei Mets, la squadra di baseball cittadina – porta la sua firma.
Oltre all’aspetto grafico, Duwaji ha contribuito a rafforzare la presenza digitale e social del marito, creando una comunicazione accessibile, giovane e coerente con i valori progressisti che hanno caratterizzato la sua ascesa politica. Tuttavia, ha scelto di restare nell’ombra, preferendo che fossero il suo lavoro e le sue competenze, più che la visibilità, a parlare per lei.
(da Fanpage)
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