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MELONI, SALVINI E CHI SI INDIGNA PER UNA PROTESTA DI VENERDI’ NON HANNO CAPITO COSA VUOL DIRE SCIOPERARE, ANCHE PERCHE’ BISOGNEREBBE AVER LAVORATO NELLA VITA

Novembre 8th, 2025 Riccardo Fucile

SCIOPERARE VUOL DIRE RINUNCIARE A UNA GIORNATA DI PAGA… PERCHE’ MELONI NON CI SPIEGA COME MAI LE MANIFESTAZIONI NAZIONALI DI FDI LE CONVOCA DI SABATO O DOMENICA? O PERCHE’ IL SINDACATO DI DESTRA SCIOPERA DI VENERDI O DI LUNEDI?

Dal governo Meloni e dalla destra sono arrivate le ormai solite critiche e battute sarcastiche sullo sciopero generale della Cgil
La Cgil ha proclamato uno sciopero generale per protestare contro la legge di bilancio 2026. Si terrà il 12 dicembre. Pochi
minuti dopo l’annuncio sono partiti gli attacchi della destra, guidati direttamente dalla presidente del Consiglio Meloni: “In quale giorno della settimana cadrà il 12 dicembre?”, ha scritto la premier, aggiungendo anche l’emoji che si sfrega il mento pensosa. È più unica che rara, un’emoji sul profilo Twitter di Meloni, solitamente piuttosto istituzionale: evidentemente ci teneva che la battuta facesse ridere.
Di solito quello meno istituzionale è il suo vicepremier, Matteo Salvini, che in questo caso ha rinunciato alle emoji ma ha comunque seguito la stessa linea comica (“E chissà come mai, proprio di venerdì”), per poi invitare il segretario della Cgil Landini a “rinunciare al weekend lungo e organizzare lo sciopero in un altro giorno della settimana”.
Inutile dire che altri esponenti dei due partiti hanno seguito a ruota i leader, attaccando sullo stesso punto: scioperare di venerdì è ridicolo, perché significa che invece di scendere in piazza per le tue idee stai solo approfittando della protesta per farti una vacanza di tre giorni. Questa, però, è la convinzione di chi non capisce qual è il senso di uno sciopero. O, più probabilmente, fa finta di non capirlo.
È lo stesso problema che c’è in tanta retorica della destra contro le mobilitazioni sindacali. Chi le accusa di “bloccare il Paese”, chi rivendica oltre al diritto allo sciopero anche quello “di andare al lavoro” (un tormentone particolarmente amato dal ministro dei Trasporti Salvini). Un’incomprensione di fondo su cosa significhi scioperare.
E allora, che cos’è uno sciopero? È una mobilitazione con cui lavoratrici e lavoratori si astengono dal lavoro. Nel farlo subiscono un danno che, per molti, non è da poco: perdono la paga di una giornata intera. Perché lo fanno? L’obiettivo di chi sciopera non è la protesta in sé, ma il danno che questa crea.
Scioperando si danneggia qualcuno, principalmente sul piano economico. Un’azienda che smette di produrre, un negozio che smette di vendere, un ente che smette di funzionare. Facendo leva su quel danno, chi sciopera cerca di spingere la controparte – che sia il datore di lavoro, il governo o chiunque altro – a
cambiare posizione. A venire incontro alle richieste degli scioperanti.
È uno strumento delicato, potente, che ha un costo alto sia per chi lo effettua (tagliandosi lo stipendio) sia per chi lo subisce. Sta ai sindacati gestirlo con attenzione, senza abusarne.
Messa a fuoco questa definizione parecchio ampia, un punto diventa immediatamente chiaro. Lo sciopero funziona se tante persone aderiscono. Non è necessario che molti scendano in piazza. Certo, questo può servire a lanciare un messaggio, a ribadire che le rivendicazioni alla base dello sciopero sono sentite. Ma non è l’aspetto centrale. Per causare quei “danni” che sono l’obiettivo finale, moltissime persone devono scegliere di astenersi dal lavoro.
E allora è ovvio che i sindacati puntino a far partecipare più persone possibili. Ed è ovvio, di conseguenza, fissarli di venerdì. Perché chi quel giorno non va a lavorare, che decida di manifestare, o di restare a casa, oppure di partire per un famigerato weekend lungo, ha fatto la sua parte e ne ha pagato il prezzo, letteralmente.
Sembra paradossale, d’altra parte, spiegare a degli esponenti politici che scegliere la data giusta per una mobilitazione che punta su un’ampia partecipazione è importante. Atreju, il festival di Fratelli d’Italia, quest’anno durerà una settimana ma – guarda un po’ – si aprirà di sabato e si concluderà di domenica. Il raduno annuale della Lega a Pontida non si è svolto di martedì mattina, ma di domenica. Eppure Meloni e Salvini non si sono mai chiesti
come mai, chissà come mai, gli organizzatori abbiano scelto proprio quei giorni.
“Bloccare il Paese” è il punto di uno sciopero
Un’altra delle accuse più comuni, che si è già sentita anche nelle scorse ore e che tornerà più volte prima del 12 dicembre, è che gli scioperi “bloccano l’Italia” e causano “disagi ai cittadini”. Non si contano gli esponenti politici di centrodestra che hanno usato queste parole con tono allarmistico. Lo ha fatto il ministro Salvini, a più riprese. Lo ha fatto la presidente Meloni, l’ultima volta prima del grande sciopero del 3 ottobre per la Global Sumud Flotilla. Lo hanno fatto anche diversi membri di Forza Italia, un partito che pure negli ultimi anni non si è intestato la lotta agli scioperi con la stessa foga degli altri due alleati di maggioranza.
Anche qui, però, basta tornare alla definizione di sciopero per capire che è un’accusa vuota. “Bloccare l’Italia” non è un effetto collaterale, o una drammatica conseguenza che i sindacati dovrebbero cercare di evitare per senso di responsabilità: è il punto stesso della mobilitazione. Di nuovo, che piaccia o meno, uno sciopero serve a causare danni, soprattutto economici. Accusarlo di bloccare il Paese è come accusare un concerto di fare musica ad alto volume.
E il “che piaccia o meno” è da intendersi in senso letterale: il diritto allo sciopero è tutelato dalla Costituzione italiana, all’articolo 40. Naturalmente questo non significa che non ci siano limiti. Ci sono leggi che ne stabiliscono i confini – la
principale è la legge 146 del 1990, con le successive integrazioni – proprio per proteggere i cittadini dai “disagi” che sono ritenuti troppo gravi per la collettività. Al di là di questo, il diritto di scioperare non può essere represso.
Non è vero che sotto il governo Meloni ci sono più scioperi che in passato, anzi
C’è poi un altro aspetto su cui diversi esponenti del governo Meloni, Matteo Salvini su tutti, hanno insistito negli ultimi anni. A novembre del 2024, il ministro dei Trasporti andò in Aula a elencare numeri sugli scioperi: “In 25 mesi di governo 1.342 scioperi proclamati e 949 effettuati, 38 al mese, più di uno sciopero al giorno”. Salvini disse anche che, per quanto riguardava i trasporti, non c’erano mai stati “così tanti scioperi contro un governo”. Un dato che fu poi rapidamente smentito dalla Cgil.
L’accusa, tra le righe, era che i sindacati avessero aumentato il numero degli scioperi per attaccare il governo. In generale, l’idea che sigle sindacali come la Cgil abbiano un’ostilità ‘a priori’ per il centrodestra, e che per questo indicano più manifestazioni rispetto al passato, è stata ripresa da più di un membro del governo.
Si tratta, però, anche dell’affermazione più semplice da smontare. In Italia esiste una Commissione di garanzia dello sciopero, che ha il compito di garantire che il diritto di scioperare sia esercitato in equilibrio con gli altri diritti costituzionali dei cittadini. Ogni anno, la commissione invia al
Parlamento una relazione con i numeri degli scioperi. Basta scorrere l’elenco di queste relazioni, aprirle.
Nel 2024 ci sono stati 1.080 scioperi. Nel 2023 erano 1.129, lo stesso numero del 2022. Nel 2021, invece, solo 1.009 per gli effetti della pandemia. Addirittura “più di uno al giorno”, come detto da Salvini. Ma facendo un confronto con gli anni precedenti, il risultato è chiaro.
Nel 2019, in totale 1.462 scioperi. Nel 2018 erano 1.389, nel 2017 ben 1.616, il numero più alto dell’ultimo decennio. In carica c’era il governo Gentiloni.
In sintesi: i numeri non danno ragione agli attacchi del governo contro gli scioperi; le accuse per le mobilitazioni di venerdì non hanno senso; e lo stesso vale per l’indignazione verso chi “blocca il Paese”. Insomma, le accuse della destra arrivano da chi non ha capito niente di cos’è uno sciopero, o finge molto bene di non saperlo.
(da Fanpage)

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OPERAI, IMPIEGATI E STATALI: LA TRAPPOLA CHE BLOCCA GLI STIPENDI

Novembre 8th, 2025 Riccardo Fucile

IN ITALIA I SALARI SONO TROPPO BASSI PER UNA SERIE DI FATTORI: DAL PESO DELLE TASSE ALLA PRODUTTIVITA’ DEL LAVORO

Un operaio esperto in Italia, in media, guadagna 1.500-1.700 euro netti al mese, contro i 2.400 del collega tedesco, i 2.200 del francese, i 1.600 dello spagnolo ed una media europea di 1.960 euro. Un impiegato guadagna poco di più, 1.700-1.800 euro al mese contro una media Ue di 2.330, coi tedeschi che arrivano a 2.460 e i francesi a 2.220 euro, mentre gli spagnoli non vanno oltre i 1.640 euro. In ambito pubblico i travet nazionali sfiorano i 2.000 euro, per la precisione 1.980 euro di media 2024 secondo le stime di Eurostat. Ma la forbice coi colleghi europei è ben più larga rispetto agli altri comparti visto che la media Ue è pari a 2.970 euro, coi francesi un poco sotto (a quota 2.730 euro) ed i tedeschi molto sopra a 4.760.
Stipendi bassi
E’ un dato di fatto che nel nostro paese gli stipendi siano bassi, anche rispetto al costo della vita e nonostante i recenti rinnovi contrattuali. Nel settore pubblico, dai ministeri agli enti locali,
alla scuola, ad esempio, si è andati poco oltre aumenti del 6% anziché dl 15% con la Cgil che si è rifiutata di firmare i rinnovi entrando ancor di più in rotta di collisione col governo.
Il peso delle tasse
Oltre ai prezzi occorre poi considerare il peso delle tasse, quel famigerato cuneo fiscale che solo negli ultimi tre anni è stato sforbiciato un poco (ma solo a favore dei redditi più bassi, com’è noto). Il risultato, secondo l’ultimo «Salary Outlook» elaborato dall’Osservatorio Jobprocing, è che la retribuzione media annua in Italia rimane una delle più basse tra i Paesi dell’Ocse e dell’Europa unita. Tenendo in considerazione la cosiddetta parità di potere d’acquisto, che consente di valutare il peso effettivo dei salari rispetto al livello dei prezzi ed all’eventuale differente tasso di cambio tra paesi diversi, il nostro paese con una media di circa 48.874 dollari si colloca al 22esimo posto tra i 34 paesi dell’Organizzazione che raggruppa le nazioni più sviluppate del mondo. Rispetto alla retribuzione media annua dell’Ocse pari a 58.232 dollari il salario medio italiano è più basso di circa il 16% (-9.358 dollari).
Anche limitando l’analisi ai 17 Paesi dell’Eurozona l’Italia, che è pur sempre la terza economia dell’Unione europea, si colloca al decimo posto. Non solo siamo sotto a paesi come il Lussemburgo, primo in classifica con 89.767 dollari, ma anche rispetto a Germania (65.719) e Francia (59.087). Peggio di noi fanno solo Polonia, Ungheria e Grecia.
«Se si adotta la prospettiva delle singole persone – rileva lo
studio – il tema delle retribuzioni non può essere analizzato in modo disgiunto dal tema del cuneo fiscale e dal livello del costo della vita». Eggià perché da paese a paese cambiano, e spesso anche tanto, i prezzi delle abitazioni, quello dell’energia, dei trasporti e dei generi alimentari.
Il cuneo fiscale
Se si analizza il peso di tasse e contributi si vede così che il Belgio ha il cuneo fiscale totale più alto (53%), seguito dalla Germania (48,3%). Anche l’Italia si colloca ai primi posti tra i paesi con un cuneo fiscale elevato (45,9%), mentre la Svizzera è il paese col livello più basso (23,4%).
I prezzi
Per quanto riguarda i salari reali strettamente legati alla dinamica dei prezzi, che per fortuna negli ultimi tempi da noi si stanno raffreddando, si vede che anche su questo fronte l’Italia negli ultimi anni ha perso terreno. E’ vero che la perdita del potere d’acquisto è un problema non solo italiano, ma il nostro paese, soprattutto negli anni passati, ne ha sofferto in maniera particolare.
Dopo il calo del 2,3% nel 2022 nel 2023 c’è stato un ulteriore calo del 2,76% che ci ha condannato al penultimo posto tra i paesi Ocse. Rispetto al 2000 i salari italiani hanno perso nel complesso il 3,3% di potere d’acquisto mentre Francia e Germania, mostrano tassi di crescita rispettivamente del 20,6% e del 14,8%. Nel 2024 e nel 2025, grazie al rinnovo di diversi contratti di lavoro, c’è stato un significativo recupero, ma stando
all’ultimo bollettino dell’Istat riferito a settembre 2025 le retribuzioni contrattuali in termini reali risultavano sotto di 8,8 punti rispetto a gennaio 2021.
La produttività
Oltre all’inflazione ed ai prezzi c’è un terzo fattore che pesa sui salari italiani penalizzandoli: è la produttività del lavoro. Questo perché sono principalmente le aziende in grado di incrementare la produttività del lavoro quelle che creano lo «spazio» per incrementare i salari. Anche in questa classifica, l’Italia non si trova nei primi posti. Negli ultimi trent’anni la crescita media annua della produttività è stata del 2% negli Stati uniti, dell’1,5% in Germania, dell’1% in Spagna e solo dello 0,65% in Italia. E tra l’altro il grosso della crescita nel nostro paese si è realizzato prima del 2000, mentre dopo la crescita si è fermata.
In base ai dati 2024 riporta l’Osservatorio di Jobpricing un dirigente guadagna in media 106.600 euro lordi all’anno, un quadro 56.470, un impiegato 33.358, ed un operaio 27.266 euro. Al netto, calcolate su 13 mensilità, in busta paga finiscono rispettivamente di 4.593, 2.710, 1.863 e 1.608 euro.
Salari
Queste sono le classiche medie del pollo perché poi se si considerano contratti a termine, part- time e discontinuità lavorativa, non è più tanto un questione di salari bassi ma di lavoro povero. Due lavoratori su tre del settore privato (il 62,7% di 17,38 milioni di addetti in base ai dati Inps del 2023 elaborati dalla Cgil) guadagnano infatti meno di 24.999 euro lordi
all’anno e quasi uno su 4 (24,4%, 4,2 milioni di persone) non supera il tetto dei 10 mila euro lordi. Di contro solo il 7%, ovvero 1,2 milioni di occupati, guadagna più di 50 mila euro lordi l’anno.
(da La Stampa)

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SEPARAZIONE DELLE CARRIERE, IL PM NINO DI MATTEO: “UNA RIVALSA CONTRO I GIUDICI PERCHE’ INDAGANO I POTENTI”

Novembre 8th, 2025 Riccardo Fucile

INTERVISTA AL PM ANTIMAFIA

La riforma costituzionale per il pm antimafia Nino Di Matteo è il suggello dell’azione della maggioranza di governo sul fronte giustizia.
Di Matteo, lei collega la riforma ad altre leggi?
C’è un disegno unico nelle riforme che sono state approvate negli ultimi anni. A partire dalla legge Cartabia e via via fino alla riforma costituzionale approvata. Improcedibilità che fa svanire i processi in Appello e Cassazione (Cartabia, ndr). Criteri generali di priorità dell’azione penale indicati dal Parlamento (Cartabia, ndr). Limitazioni al diritto di cronaca anche per notizie non più coperte da segreto (Cartabia-Nordio, ndr). Abrogazione dell’abuso d’ufficio; sterilizzazione del reato di traffico di influenze; interrogatorio preventivo in caso di richiesta di custodia cautelare; limiti temporali alle intercettazioni e alla loro utilizzabilità processuale. Fino alla riforma delle riforme, quella costituzionale.
Quale sarebbe l’obiettivo complessivo?
Lo scopo ultimo è quello di garantire spazi sempre più ampi di impunità alla politica e più in generale di creare un vero e proprio scudo di protezione per i potenti. Tutto in un’ottica di rivalsa contro la magistratura.
Effettivamente sia la presidente Meloni, sia il ministro Nordio hanno dichiarato che la riforma costituzionale serve per stoppare le invasioni di campo della magistratura. Magari anche per responsabilità di voi toghe…
In realtà si vuole limitare l’azione di quella magistratura che in ossequio alla Costituzione ha preteso di esercitare il controllo di legalità a 360 gradi, anche nei confronti dei potenti. Semmai la magistratura è responsabile di non aver contrastato con forza quei fenomeni di gerarchizzazione, carrierismo e collateralismo
politico di una sua parte minoritaria.
Entriamo nello specifico della riforma costituzionale. Partiamo dalla separazione delle carriere.
Intanto un dato di fatto: in tutti i Paesi in cui vige la separazione delle carriere sono previste forme di controllo dell’operato delle procure da parte del ministro della Giustizia e questo fatalmente accadrebbe anche in Italia. Ma già nel Duemila, il comitato dei ministri del Consiglio d’Europa auspicava che tutti gli Stati adottassero provvedimenti con il fine opposto alla separazione: consentire a un magistrato di ricoprire nel corso della carriera le diverse funzioni di pm e di giudice. È un valore aggiunto per migliorare la qualità complessiva della giurisdizione. Giovanni Falcone, citato tante volte a sproposito, fece sia il giudice che il pm. Come Rocco Chinnici, Paolo Borsellino, Rosario Livatino e Antonino Saetta, solo per citare i magistrati uccisi per mano mafiosa.
Ma il ministro Nordio ribadisce che nella riforma non è previsto un pm sotto l’esecutivo…
Il rischio che ho paventato è desumibile da quello che è accaduto in tutti gli altri Paesi. In ogni caso già ora la separazione delle carriere provocherebbe danni irreparabili. Si verrebbe a creare un corpo di magistrati che tenderebbe inevitabilmente a perdere la cultura della terzietà. I pm sarebbero avvocati della polizia, accusatori a tutti i costi. Un grave rischio per i diritti e le garanzie di ogni cittadino
Lei è stato consigliere e giudice disciplinare del Csm. La riforma
prevede la novità dell’Alta Corte disciplinare dato il fallimento, dice il governo, dell’attuale processo disciplinare. È d’accordo?
Questa è un’altra bugia. Il numero dei magistrati sanzionati dal Csm è certamente maggiore a quello di altri dipendenti pubblici o degli avvocati, dei medici e di altri professionisti. Con l’Alta Corte si sposta il baricentro del giudizio disciplinare in una direzione più politica: tre membri sono scelti dal presidente della Repubblica; tre estratti a sorte, ma tra i nominati dal Parlamento, mentre i magistrati saranno scelti da un sorteggio secco e solo tra coloro che abbiano svolto funzioni in Cassazione. Si escludono quindi proprio i magistrati di merito, quelli più abituati a valutare ogni possibile aspetto del fatto contestato. Anche questo suscita perplessità come la previsione che i magistrati condannati potranno impugnare la decisione davanti alla stessa Alta Corte e non più innanzi alla Corte di Cassazione. Mi chiedo se il proclamato garantismo valga per tutti ma non per i magistrati.
Sorteggio secco anche per la scelta dei membri togati del Csm, per contrastare – è la motivazione politica – il potere delle correnti sulle nomine.
Per evitare le candidature precostituite dei capi corrente non era necessario cambiare la Costituzione e mortificare con il sorteggio secco la stessa dignità della magistratura. Sarebbe stato sufficiente adottare con legge ordinaria il sorteggio temperato. Una doppia fase: un sorteggio di una platea di candidati, poi la vera e propria elezione dei togati del Csm scelti tra i sorteggiati.
(da agenzie)

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GIUSTIZIA, LA VERTICALE DEL POTERE

Novembre 8th, 2025 Riccardo Fucile

MELONI, NORDIO E LA BRIGATA BERLUSCONIANA, IN LINEA CON LE DESTRE AUTORITARIE DI TRUMP E MILEI, ORBAN E ERZOGAN, AZZARDANO L’ENNESIMA RIFORMA CONTRO LA COSTITUZIONE

I sostenitori del no alla riforma della giustizia del governo Meloni hanno aperto la caccia ai volti noti della campagna referendaria. Gratteri, Carofiglio, Ranucci, Mannoia: tutti bei nomi. Ma mi permetto un sommesso consiglio. Il testimonial
perfetto c’è già, ed è il più “eccellente” di tutti. Si chiama Carlo Nordio. Nessuno meglio del ministro che l’ha firmata è riuscito a spiegare così bene il senso della legge di revisione costituzionale sulla quale in primavera andrà alle urne il popolo sovrano. In un sussulto di trasparenza, o forse di incoscienza, l’ha ribadito anche a Elly Schlein a Montecitorio: “La mia riforma è un affare anche per voi dell’opposizione!”. Curioso, no? Da mesi le destre al comando ci propinano le spiegazioni più farlocche e fantasiose, col supporto del solito drappello di dotti legulei in cerca di poltrone e prebende.
Sorelle e Fratelli d’Italia, già missini mozzorecchi e giustizialisti, folgorati sulla via del garantismo più peloso. Prefiche e orfanelli berlusconiani, già ingrassati a pane e leggi ad personam, bramosi di vendetta postuma contro le toghe rosse. Camicie verdi e leghisti salviniani, già clienti dell’hotel Metropol gravati da 49 milioni di rimborsi illeciti restituibili allo Stato in comode rate settantennali, ansiosi di riprendersi i “pieni poteri”. Tutti lì, a ripetere come una sola donna: questo “traguardo storico” renderà “il sistema giudiziario più equo ed efficiente”, lo libererà dal “cancro del correntismo” e lo “avvicinerà ai cittadini”. Tutti lì, a evocare a vanvera orrori ed errori giudiziari, dal caso Tortora al giallo Garlasco. Come se la salvifica “separazione delle carriere” possa generare in provetta magistrati infallibili e geneticamente incapaci di sbagliare un’ordinanza o una sentenza. Ma niente è vero, di tutta questa bassa propaganda per gonzi. La “Grande Riforma” serve a tutt’altro. Lo si era intuito dopo l’ultimo via
libera al Senato, quando uno sparuto corteo di forzisti aveva issato in effigie il Cavaliere, e sua figlia Marina aveva commentato “questa è la vittoria di papà”. Ma ora finalmente abbiamo la certezza definitiva, l’interpretazione autentica di quella legge.
Il candido ministro Nordio rivela al Corriere della Sera: la separazione tra magistratura giudicante e requirente “fa recuperare alla politica il suo primato costituzionale, il governo Prodi cadde perché Mastella, mio predecessore, fu indagato per accuse poi rivelatesi infondate, e mi stupisce che Elly Schlein non capisca che questa riforma gioverebbe anche a loro, nel momento in cui andassero al governo”. Nella sua ingenua sincerità, il fool scespiriano ha detto l’indicibile. Questo è l’obiettivo vero della riforma Meloni, per ammissione del suo guardasigilli: “Far recuperare alla politica gli spazi che ha abbandonato, in modo talvolta codardo…”. Cioè proteggerla dalle inchieste, metterla al riparo dalle magistrature, ridarle lo scettro perduto una volta per tutte. E il ministro è talmente naif che lo dice anche alla segretaria del Pd, nell’intervista e poi alla Camera: votate sì al referendum, così se vincete le elezioni non rischiate la fine di Prodi nel 2008, quando un avviso di garanzia a Mastella per abuso d’ufficio nell’inchiesta Why not fece cadere il governo. Più sincero o sfacciato di così, si muore.
Scordatevi la sbobba qualunquista e demagogica che i patrioti spadelleranno di qui al referendum. Dimenticate i vaniloqui omertosi sulla “giustizia giusta” e gli sproloqui oltraggiosi in
memoria di Falcone. Ignorate le menzogne sulle indagini più rapide e i processi più veloci. Qui non c’è salvezza per i cittadini: c’è solo salvaguardia dei potenti. Una causa civile continuerà a durare 8 anni e un processo penale 5, le udienze di pomeriggio continueranno ad essere off limits e nei tribunali e nelle corti d’appello continueranno a mancare i cancellieri e i computer. In compenso, sarà più difficile vedere indagati o imputati un ministro o un sindaco, un parlamentare o un industriale. Dicono che i magistrati resteranno autonomi e che la separazione delle carriere esiste anche in Francia e in Gran Bretagna.
Ma non dicono che la frammentazione di un potere dello Stato (il giudiziario) lo rende per ciò stesso più debole di fronte all’altro (l’esecutivo). Che due Csm distinti e un’Alta Corte disciplinare, con “togati” eletti a sorteggio, sviliscono l’istituzione e la rendono fungibile e permeabile. Che nessun sistema è esportabile perché in ognuno c’è un diverso check and balance, dal semipresidenzialismo francese al common law inglese. Che i padri costituenti del ’48 vollero carriere separate proprio per dare più peso alla magistratura, perché in nome del popolo garantisse la sicurezza dai poteri, non dei poteri. Prima della Costituzione, con il Codice Rocco il pm era “organo esecutivo” della politica penale e della sicurezza del governo: ora è proprio a quello schema che si vuole tornare. La separazione delle carriere è solo il primo stadio di un percorso: poi arriveranno l’abolizione dell’obbligatorietà dell’azione penale e la sottomissione delle
procure al ministero della Giustizia.
Se credete che questo sia solo un “teorema”, ascoltate cosa dice il sottosegretario Mantovano a Rete4: “Grazie a decisioni giudiziarie, oggi c’è il blocco delle espulsioni dei migranti, c’è il blocco della sicurezza e della politica industriale: c’è un’invasione di campo, e deve essere ricondotta…”. Traduzione: le toghe vanno rimesse a posto perché non ci lasciano governare. E se non vi basta, ascoltate ancora Nordio: “Non vedo perché il pm dovrebbe avere una supremazia etica o giuridica sull’avvocato: il pm deve essere garante della legalità delle indagini della polizia giudiziaria”. Di nuovo: ecco l’altra verità inconfessabile. Nel nuovo ordinamento meloniano, il pubblico ministero non dovrà avere più alcuna autonomia nelle indagini, ma dovrà limitarsi a fare “l’avvocato della polizia”. Come succedeva fino al 1987, quando entrò in vigore la legge delega 81 e il rito accusatorio voluto da Giuliano Vassalli, medaglia d’oro alla Resistenza che il Guardasigilli cita sempre a sproposito. Non fu un caso se proprio grazie a quella svolta normativa — che diede piena autonomia alle procure — tre anni dopo il pool di Milano riuscì a scoperchiare la cloaca di Tangentopoli.
I conti tornano: è esattamente quel rischio che Meloni, Nordio e l’allegra brigata berlusconiana oggi vogliono sventare. Per questo — in linea con le destre autoritarie di Trump e Milei, Orbán e Erdogan — azzardano l’ennesima riforma non della Costituzione, ma contro la Costituzione. Lo fanno rivendicando il diritto alla forza, e calpestando la forza del diritto. Lo fanno umiliando il Parlamento, privato del diritto a proporre emendamenti alla faccia di Piero Calamandrei, che diceva “quando si tocca la Costituzione, i banchi del governo restano vuoti”. Lo fanno attaccando tutti i presìdi della buona democrazia: le corti che sanzionano, i giornalisti che domandano, i sindacati che scioperano. Lo fanno per blindare l’unica cosa che adesso gli sta a cuore, per l’oggi e per il domani: la “verticale del potere”, che non sopporta limite, controllo, dissenso. La posta in gioco è questa. Non è abbastanza, per scrivere “no” su quella scheda?
Massimo Giannini
(da repubblica.it)

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QUANDO GIORGIA MELONI TIRAVA POMODORI VIRTUALI AI LEGHISTI E INVEIVA CONTRO BERLUSCONI

Novembre 8th, 2025 Riccardo Fucile

LA STORIA DIGITALE DAGLI ANNI ‘90 AI PRIMI 2000, TRA FORUM E FURIE CALCISTICHE… LAZIALE MA AI TEMPI DI BERLUSCONI DICEVA DI ESSERE ROMANISTA: GRANDE COERENZA COME SEMPRE

Che fosse un’irriducibile laziale, nonostante avesse professato una dubbia fede romanista ai tempi in cui era ministra della Gioventù nel governo Berlusconi, era notizia nota, in particolare tra i veterani dei lontani newsgroup, cioè quelle vivacissime e litigiose comunità virtuali che popolavano la rete italiana tra gli anni ’90 e i primi 2000.
Ma ieri su X è bastato un tweet di Moussoligno, troll che fece impazzire l’intelligence Usa dopo la bufala virale sull’attentato a Donald Trump in Pennsylvania, per scoperchiare un vaso di Pandora digitale: una ventiduenne Giorgia Meloni, per gli internauti “Khy-ri”, si aggirava scatenatissima su it.sport.calcio tra tifo per la Lazio, spiccato antiberlusconismo, sfoghi atrabiliari contro Mediaset, disgusto per la Lega, zero simpatia per Mike Bongiorno, Pippo Baudo e Maurizio Costanzo, passione sfrenata per il fantasy e amore indiscusso per il suo cane chiamato Ringhio, e non Benito “per colpa di Aldo, Giovanni e Giacomo”.
Negli anni ’90 una giovanissima Giorgia Meloni, non ancora leader politica ma nel 1998 già consigliera della Provincia di Roma per Alleanza Nazionale, frequentava le prime chat su Internet. Sul canale #Italia di Undernet, si faceva chiamare Khy ri, o come la ricordavano alcuni utenti, “la draghetta di Undernet Italia”.
Sul suo profilo del 1998, si presentava così: stava imparando a suonare la chitarra “da autodidatta, con scarsi risultati”, provava a cantare, si cimentava come webmaster con un sito tutto suo, molto ‘modestamente’ chiamato ‘www.khy-ri.queen.it’. Non poteva mancare la sua passione faustiana per il fantasy: amava Il Signore degli Anelli, ma anche i libri di Stephen King, Nietzsche, la musica irlandese e quella lirica.
Si definiva simpatica ma pungente, affettuosa con gli amici e pronta alla “scazzottata virtuale” con chi le stava antipatico.
E in effetti questa tendenza alla polemica non sembra essersi mai spenta. Basta spulciare un altro suo vecchio sito dedicato alla Lazio, dove campeggiano rubriche caustiche, come “Tiragli un pomodoro!” o “Fagli male!”, contenente foto segnaletiche e anatemi sparsi contro arbitri e Galliani, all’epoca amministratore delegato e vicepresidente del Milan, nonché cruccio imprescindibile della futura presidente del Consiglio.
Una volta lo chiama Zio Fester, in un’altra discussione incentrata sulle Pay Tv afferma che i suoi soldi “Berlusca e Galliani non li beccano”, motivo per cui va nel pub col suo ragazzo a vedere le partite. In un altro thread, la giovane Meloni contesta il Tg5 e Studiosport, rei di non aver dato la notizia sul rinvio a giudizio di Galliani per frode fiscale in relazione all’inchiesta sui fondi neri del Milan.
Le chicche migliori però restano le invettive contro Silvio Berlusconi, a cui dedica una velenosa ode satirica che ai tempi furoreggiava su internet, e contro la Lega “anti-romana”, il cui leader Umberto Bossi suscitava nella futura premier “conati di vomito”.
Allo stato attuale, su X in tanti stanno scavando come archeologi digitali tra gli archivi dimenticati dei newsgroup, e ogni ora spunta una nuova reliquia della futura premier. Dalle giaculatorie contro i leghisti a commenti assolutori su slogan come ‘Boia chi molla’, le sorprese, fioriscono una dopo l’altra, come margherite fuori stagione, germogliate dal terreno umido e un po’ buffo dell’internet anni ’90.
(da Il Fatto Quotidiano)

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FRATELLI COLTELLI: SOTTO LA DISASTROSA GESTIONE DI ARIANNA MELONI FRATELLI D’ITALIA È DIVENTATA UNA POLVERIERA

Novembre 8th, 2025 Riccardo Fucile

LA SORELLA D’ITALIA OGGI È A LECCE, PER PRESENTARE LE LISTE DEL PARTITO PER LE REGIONALI E PROVARE A PLACARE LE POLEMICHE DOPO L’ESCLUSIONE DELLA CONSIGLIERA DI BARI RAFFAELLA CASAMASSIMA, VICINA A RAFFAELE FITTO MA INVISA AL SOTTOSEGRETARIO MARCELLO GEMMATO… DALLA TOSCANA AL TRENTINO, LA MAPPA DELLE FAIDE TRA MELONIANI

Fratelli(ni) coltelli, su e giù per l’Italia. Non c’è solo la Lombardia, il caso Picchi. Certe tensioni, gli scontri di potere tra nuova e vecchia guardia vanno avanti da un po’, dal Trentino fino a Sicilia, Toscana e Puglia, dove oggi arriva Arianna Meloni, la sorella d’Italia sarà a Lecce, per presentare le liste di FdI. E forse non solo per questo.
“Siamo cresciuti molto, è fisiologico”, provano a minimizzare dal partito. Ma gli episodi cominciano a diventare parecchi, tra sottosegretari impallinati, candidature saltate e ricatti. A Milano, come abbiamo raccontato sul Foglio, si è avuto forse un
antipasto di quello che potrebbe accadere nei prossimi mesi.
Da una parte Arianna Meloni – che fa le prove generali da capo partito – e Giovanni Donzelli. Dall’altra Ignazio La Russa e Daniela Santanchè, i veterani. E poi c’è il ministro Francesco Lollobrigida, con il suo peso specifico.
Al Pirellone ne ha fatto le spese Federica Picchi, la sottosegretaria ormai sfiduciata, mentre Donzelli dissimulava: “Un fatto grave, un problema di lealtà tra alleati”.
Da quelle parti è già cominciata la partita per il dopo Fontana (a proposito: ieri Alessandro Sorte, di FI, ha lanciato il nome di Roberto Formigoni). C’è di mezzo la Lega, che la Lombardia non vuole mollarla.
E però solo pochi giorni prima a Bari si è consumato un altro strappo. Fabrizio Tatarella, nipote di Pino e presidente dell’omonima Fondazione, l’ha definita una “triste vicenda di bullismo politico”, un “grave danno d’immagine”. Frutto di dissidi che vanno avanti da tempo.
Raffaella Casamassima, consigliera a Bari, aveva già inaugurato il suo comitato elettorale – c’erano anche gli eurodeputati pugliesi Francesco Ventola e Michele Picaro, con il senatore Ignazio Zullo. Doveva essere candidata per la regione, ma all’ultimo è stata esclusa.
Questione di “disomogeneità” nelle liste. Casamassima è vicina all’area che fa capo a Raffaele Fitto.
Avrebbe, raccontano dal territorio, penalizzato un candidato legato a Marcello Gemmato (sottosegretario alla Salute e
coordinatore FdI in Puglia), i cui rapporti con Fitto non sono esattamente idilliaci. C’è chi se la prende pure con il senatore Filippo Melchiorre.
Casamassima si è rivolta direttamente a Giorgia Meloni: “Vengo estromessa perché non gradita al ‘club’ dei detentori del potere? Dov’è il merito?”.
Qualcosa di simile a quello che nei mesi scorsi ha portato il romano Luca Sbardella (che gode della stima di La Russa) a diventare commissario in Sicilia, per provare a riportare l’unità in un partito che sull’isola rischiava di esplodere, tra inchieste e liti intestine.
Le stesse che hanno portato alle dimissioni da FdI del deputato Manlio Messina (“mi hanno emarginato”), da sempre vicino alla premier. Non è finita benissimo, tanto che in Via della Scrofa è montata una certa preoccupazione davanti all’attivismo degli ultimi giorni da parte di Messina.
Ha parlato a Report per rispondere agli addebiti mossi contro di lui da Sbardella e Luca Cannata, altro deputato di FdI. La vicenda è destinata a proseguire
Passiamo alla Toscana: ad agosto i Fratelli hanno colpito pure nella terra di Donzelli, di nuovo durante la campagna elettorale. A rimetterci è stato Tommaso Cocci (consigliere comunale a Prato), ricattato e minacciato, fino a rinunciare alla candidatura in regione: una storia finita in tribunale coinvolgendo esponenti locali di FdI.
Qualche mese prima, siamo ad aprile, altre beghe si registrano in
Trentino: alcuni consiglieri votano in dissenso dalla linea nazionale sul terzo mandato per Maurizio Fugatti (legge bocciata ieri dalla Consulta), prima di lasciare il partito, troppo romano centrico.
Dal Trentino arrivano anche i deputati Andrea De Bertoldi (intanto espulso da FdI) e Alessia Ambrosi a cui, con una sospensione temporanea, è stato impedito di partecipare al congresso provinciale del febbraio 2024.
Un mese dopo, al congresso romano, FdI rischia la conta – e l’implosione – tra fedelissimi di Lollobrigida e gabbiani di Fabio Rampelli. Alla fine si trova la quadra su Marco Perissa. Ma oggi c’è anche Arianna. E a guardare i recenti sviluppi, da nord a sud, l’unità del partito rischia di essere sempre più complicata da preservare. Sottotraccia i movimenti in vista delle politiche sono già iniziati.
(da Il Foglio)

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VOLI NEL CAOS, DIPENDENTI PUBBBLICI IN FILA ALLE MENSE: COSA SUCCEDE NEGLI USA DOPO 37 GIORNI DI SHUTDOWN

Novembre 8th, 2025 Riccardo Fucile

UN MILIONE DI LAVORATORI SENZA STIPENDIO: COLPITI TRAFFICO AEREO E PROGRAMMI DI SOSTEGNO ALLE FAMIGLIE

Voli annullati, lavoratori senza stipendio, sussidi interrotti. Lo shutdown più lungo nella storia americana sta facendo sentire le sue conseguenze, non solo negli Stati Uniti, ma anche fuori, persino in Italia. Il blocco delle attività amministrative del governo federale – questo il significato del termine shutdown – è cominciato lo scorso 1° ottobre, quando un’impasse tra democratici e repubblicani sul tema dell’assicurazione sanitaria ha impedito al Congresso di approvare la legge di bilancio. Come da prassi, dunque, il sistema americano ha tagliato tutte le spese non essenziali, ma la chiusura forzata sta costando cara ai cittadini e con il passare dei giorni sono sempre di più i servizi interrotti per mancanza di fondi pubblici.
I lavoratori coinvolti dallo shutdown negli Stati UnitiI primi a pagare il prezzo del mancato accordo in Campidoglio sono i circa 1,4 milioni di dipendenti federali che secondo il Bipartisan Policy Center (Bpc) da settimane non percepiscono lo stipendio. Circa la metà di questi è in congedo forzato, il che significa che non stanno lavorando e non vengono pagati, ma prevedono di tornare al lavoro una volta terminata la chiusura federale. L’altra metà invece è stata ritenuta essenziale e quindi continua a
lavorare pur senza essere pagata. Per legge, i dipendenti federali dovrebbero ricevere gli stipendi arretrati una volta terminato lo shutdown, ma l’attesa per molti è già diventata insostenibile.
In molte città questo si è tradotto in una vera emergenza sociale, con dipendenti federali che fanno lunghe file per un pasto nelle mense sociali. Da fine ottobre World Central Kitchen, no profit dedicata alla distribuzione di cibo in luoghi di gravi crisi umanitarie, ha messo a disposizione i suoi food trucks per servire pasti ai dipendenti federali e alle loro famiglie.
Centinaia di voli a rischio la prossima settimana
Tra i dipendenti che continuano a lavorare non pagati ci sono i controllori del traffico aereo, che a partire da oggi vedrà una crescente riduzione delle attività. Per alleggerire la pressione sugli impiegati che la prossima settimana perderanno un altro stipendio, l’amministrazione Trump ha annunciato il taglio del 4% del traffico aereo in 40 principali aeroporti del Paese.
Tale riduzione aumenterà gradualmente fino al 10% entro venerdì prossimo, a meno che il blocco non si interrompa prima. Per questo motivo diverse importanti compagnie aeree, tra cui American Airlines e United Airlines, hanno cancellato preventivamente centinaia di voli programmati per venerdì e per il fine settimana. Un controllore del traffico aereo avverte che, se lo shutdown non terminerà presto, durante le prossime festività di Thanksgiving si potrebbe assistere al «giorno peggiore nella storia dei viaggi aerei».
(da Open)

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TURCHIA, LA PROCURA DI ISTANBUL EMETTE UN MANDATO DI ARRESTO PER NETANYAHU: “A GAZA GENOCIDIO E CRIMINI CONTRO L’UMANITA’”

Novembre 8th, 2025 Riccardo Fucile

CITATI ANCHE I REATI CIRCA L’ATTACCO ALLA FLOTILLA… MANDATI DI ARRESTO ANCHE PER 36 ALTI FUNZIONARI DI TEL AVIV

La procura di Istanbul ha emesso mandati di arresto per 37 alti funzionari israeliani,tra cui il primo ministro Benjamin Netanyahu, con le accuse di «genocidio e crimini contro l’umanità». Nel comunicato ufficiale diffuso oggi, venerdì 7 novembre, la magistratura turca sostiene che Israele avrebbe «perpetrato in modo sistematico crimini di genocidio e contro l’umanità» nella Striscia di Gaza, provocando la morte di oltre 65mila civili, tra cui donne e bambini, oltre alla distruzione di interi quartieri e infrastrutture essenziali.
Tra gli episodi citati nel documento figura l’uccisione della bambina di sei anni, Hind Rajab, colpita da 335 proiettili da parte di soldati israeliani il 29 gennaio 2024. La procura richiama, inoltre, l’attacco del 17 ottobre 2023 contro l’ospedale al-Ahli Arab, dove furono uccise circa 500 persone, e il bombardamento del 21 marzo 2025 dell’Ospedale dell’Amicizia Turco-Palestinese, assieme ad altri numerosi attacchi contro strutture sanitarie. Secondo il testo, Gaza sarebbe stata «posta sotto assedio», impedendo alla popolazione civile di accedere agli aiuti umanitari, in violazione del diritto internazionale.
L’attacco alla Global Sumud Flottilla nel comunciato della Procura
Il documento, pubblicato su X, fa inoltre riferimento all’attacco dell’Idf – avvenuto in acque internazionali – contro la Global Sumud Flotilla, la missione umanitaria portata avanti con l’obiettivo di rompere il blocco israeliano della Striscia e rifornire di viveri e medicinali la popolazione palestinese. A seguito dell’episodio, la procura ha avviato un’indagine per i
reati di «tortura, rapina aggravata, danneggiamento di beni, sequestro di persona e dirottamento di mezzi di trasporto», in base al diritto internazionale e al codice penale turco. «Le vittime dell’attacco, riportate in Turchia tra il 4 e il 10 ottobre 2025 – scrivono i giudici -, sono state sottoposte a esami medico-legali e psicologici presso l’Istituto di medicina legale di Istanbul». Le loro testimonianze sono state raccolte e trasmesse ai magistrati turchi, che hanno richiesto ulteriori approfondimenti all’Organizzazione nazionale di intelligence (Mit) e alla Direzione della sicurezza di Istanbul.
I nomi e le accuse
Oltre a Netanyahu, tra gli indagati figurano il ministro della Difesa Israel Katz, il ministro della Sicurezza Ben Gvir, il capo di Stato Maggiore Eyal Zamir e il comandante della Marina David Saar Salama. Tutti accusati di crimini contro l’umanità (articolo 77 del Codice penale turco) e genocidio (articolo 76). Poiché nessuno dei sospettati si trova attualmente in territorio turco, il giudice – su richiesta della procura – ha emesso mandati di arresto internazionali con custodia cautelare nei loro confronti.
(da agenzie)

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MAMDANI SI PREPARA ALLA GUERRA LEGALE CON TRUMP: IL NEOSINDACO DI NEW YORK HA PRONTA UNA SQUADRA DI 200 AVVOCATI PER DIFENDERSI DA “THE DONALD”, CHE HA MINACCIATO DI TAGLIARE I FONDI FEDERALI ALLA CITTÀ

Novembre 8th, 2025 Riccardo Fucile

IL COATTO DELLA CASA BIANCA HA DEFINITO IL DEM “UN COMUNISTA” E “UN PAZZO”. MA IN PRIVATO LO HA ELOGIATO COME “ABILE COMUNICATORE”… PER REALIZZARE LE SUE PROMESSE SU AUTOBUS E ASILI GRATUITI E SUL CONGELAMENTO DEGLI AFFITTI, A MAMDANI SERVONO 7 MILIARDI DI DOLLARI L’ANNO. E INTENDE IMPORRE UNA TASSA DEL 2% SU TUTTI COLORO CHE GUADAGNANO PIÙ DI UN MILIONE

Il nuovo sindaco di New York, Zohran Mamdani, ha annunciato un team di transizione guidato da donne, all’indomani della vittoria nelle elezioni. Per dimostrare di essere pronto alla sfida di gestire la più grande metropoli d’America, con un bilancio di 115 miliardi di dollari e 300 mila impiegati municipali, il sindaco 34enne ha scelto nomi conosciuti, in diversi casi persone che hanno lavorato con precedenti sindaci.
La squadra della transizione è co-presieduta da Lina Khan, che ha guidato sotto Biden la Federal Trade Commission, agenzia federale con il duplice obiettivo di proteggere i consumatori e promuovere la concorrenza leale nel mercato.
Le altre donne a capo della transizione sono: l’ex vicesindaca del primo cittadino uscente Eric Adams, Maria Torres Springer, che rassegnò le dimissioni l’inverno scorso (il New York Times scrive che potrebbe anche occupare lo stesso ruolo per Mamdani), Grace Bonilla già nell’amministrazione dell’ex sindaco Michael Bloomberg, e Melanie Hartzog, ex vicesindaca per la Sanità di Bill de Blasio, il predecessore di Adams.
Le promesse di autobus gratuiti, assistenza all’infanzia gratuita fino ai 5 anni, congelamento degli affitti per 2 milioni di newyorkesi potrebbero costare 7 miliardi di dollari l’anno. Mamdani vuole una tassa del 2% su tutti coloro che guadagnano più di un milione per aiutare a finanziare la sua agenda.
Come sindaco più giovane da oltre un secolo e come «socialista democratico», Mamdani sa che c’è una lente d’ingrandimento sulle sue scelte e che bisogna prepararsi a eventuali mosse del presidente Donald Trump. Anche per questo Mamdani ha già convocato una squadra di 200 avvocati.
Per il momento miliardari come Bill Ackman si congratulano e si rendono disponibili ad aiutarlo, pur avendo finanziato la campagna del rivale Andrew Cuomo. Jamie Dimon, amministratore delegato di JP Morgan, dice di avergli lasciato un messaggio in segreteria telefonica.
Nella sua prima conferenza stampa dopo la vittoria, Mamdani ha detto che vuole che la squadra di transizione lo aiuti a costruire una amministrazione municipale «impegnata a risolvere vecchi problemi con nuove soluzioni».
Ha già promesso che non cambierà il capo della polizia, Jessica Tisch: un impegno importante agli occhi di leader che gli hanno dato l’endorsement come la governatrice democratica dello Stato, Kathy Hochul, e dei leader del mondo del business.
I newyorkesi (e non solo) sono ansiosi di sapere che tipo di rapporto avranno Donald Trump e Zohran Mamdani. La notte della vittoria, Mamdani ha sfidato il presidente, chiedendogli di
alzare al volume per ascoltare il suo messaggio, che sostanzialmente era «giù le mani da New York».
«Dire che devo alzare il volume è una cosa pericolosa per lui – ha detto Trump in un’intervista con Fox News –. Deve essere un po’ più rispettoso con Washington, altrimenti non ha possibilità di aver successo. Io voglio che la città abbia successo. Penso che dovrebbe tenderci la mano, sono qui. Vediamo che succede».
Trump ha definito Mamdani un «comunista» e «un pazzo» (e ha detto anche di essere più bello di lui).
Secondo fonti del New York Times, allo stesso tempo, lo descrive in privato come un abile comunicatore e un politico di talento. Anche Mamdani il giorno dopo si è detto «interessato a discutere con il presidente Trump su come possiamo lavorare insieme per servire i newyorkesi, che si tratti di realizzare le sue promesse sul costo della vita (che in una recente intervista aveva definito “fallite”, ndr) o le tante questioni di cui i newyorkesi mi hanno parlato a proposito dell’impatto drastico per loro e le loro vite delle leggi approvate dal presidente Trump».
«Lavorerò con il presidente se vuole lavorare insieme per realizzare le sue promesse elettorali sui costi più basi del cibo e della vita», ha ripetuto Mamdani ma «se il presidente cerca di colpire le persone di questa città, le difenderò passo dopo passo».
Nonostante le enormi differenze tra Trump e Mamdani, entrambi sono newyorkesi proiettati al vertice da vittorie improbabili, abili a comunicare con i social, sentiti come autentici dai sostenitori
anche perché hanno preso posizioni controverse che hanno alienato i leader dei loro stessi partiti: Trump aggressivo sull’immigrazione, Mamdani in opposizione a Israele.
Molti credono che lo scontro sia inevitabile e che la città sarà presto bersaglio del presidente che ha minacciato di trattenere fondi federali (anche se non può farlo facilmente se sono stati autorizzati dal Congresso e quando ha tentato in altre città per le loro politiche sull’immigrazione, i tribunali lo hanno impedito).
Potrebbe mandare la Guardia nazionale. Trump comunque ha interessi personali nel successo finanziario della città, dove possiede numerose proprietà immobiliari, e molti gli sconsigliano mosse avventate. Il sindaco ha poche leve al di là di fargli causa.
Tanti repubblicani dicono apertamente che la vittoria di Mamdani è un regalo per Trump: potrà usarla per continuare a dire che il partito democratico è guidato da «estremisti». Il suo ex stratega Steve Bannon, che considera il populismo come motore della politica moderna, vede tuttavia nella vittoria del nuovo sindaco (che definisce un neomarxista) il segno dell’ascesa delle forze anti-sistema anche a sinistra, capaci di portare alle urne elettori che tendono a non votare: «È il modello Trump».
Secondo Bannon questo dovrebbe essere un campanello dall’allarme per i repubblicani, anche perché Mamdani sta puntando sul costo della vita, tema cavalcato da Trump contro Biden.
(da agenzie)

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