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GIANNI OLIVA SMONTA PUNTO PER PUNTO IL GENERALE VANNACCI E LA SUA RISCRITTURA STORICA DEL FASCISMO: “’SINO AL 1938 TUTTE LE LEGGI SONO STATE APPROVATE DAL PARLAMENTO’, DICE IL GENERALE. VERO: MA A QUEL PARLAMENTO ERA CANDIDATA UNA LISTA UNICA DI UN UNICO PARTITO”

Novembre 10th, 2025 Riccardo Fucile

“C’È UNA COSA FONDAMENTALE CHE IL GENERALE TACE: NELLA NOSTRA REPUBBLICA ANTIFASCISTA, UNO COME LUI PUÒ CANDIDARSI, RILASCIARE INTERVISTE, ANDARE IN TELEVISIONE E DIRE CIÒ CHE VUOLE. NEL VENTENNIO MATTEOTTI È STATO UCCISO A COLTELLATE”

Vannacci e la storia alla rovescia. Capisco che il generale […non sia in grado di formulare idee sui temi “veri” (la sanità, lo sviluppo economico, il regime fiscale) e debba ricorrere agli eccessi ideologici per non uscire di scena. Ma “rovesciare la storia” implica studi, conoscenze, documentazione: con gli slogan si fanno solo figuracce.
«Sino al 1938 tutte le leggi sono state approvate dal Parlamento», dice il generale. Vero: ma a quel Parlamento era candidata una lista unica di un unico partito, il Partito nazionale fascista. Ci mancava solo che non le approvasse!
«Il governo Mussolini del 1922 era di coalizione», con ministri fascisti ma anche popolari, liberali, democratico-sociali». Vero anche questo: ma dal 1° luglio 1924 al 25 luglio 1943 il governo fu monocolore, perché tutti gli altri partiti furono estromessi dalla vita politica.
La «marcia su Roma è stata poco più che una passeggiata»: vero (è stato il fascismo a propagandarla come “rivoluzione”). Ma la marcia su Roma era l’esibizione di forza che concludeva un biennio di squadrismo, l’atto finale di un percorso di conquista del potere condotto tra violenza e complicità.
Quando non manipola i fatti Vannacci sbaglia per ignoranza: «Mussolini almeno fino alla metà degli anni Trenta esercitò il potere attraverso gli strumenti dello Statuto Albertino». No. Mussolini introdusse nel 1925/26 le “leggi fascistissime” che svuotarono lo Statuto Albertino aprendo la strada alla dittatura.
«Tutto venne fatto secondo la legge». No. La “legge” dell’Italia liberale fu sovvertita, addomesticata, calpestata.
Quando non manipola e quando non sbaglia, Vannacci dimentica. Per esempio, dimentica l’uso delle armi chimiche nella guerra d’Etiopia (primo Paese al mondo, l’Italia fascista, ad asfissiare i civili con l’iprite, o “gas mostarda”). E dimentica la guerra 1940-’45, che Mussolini ha combattuto accanto ad Hitler sino all’ultimo giorno.
Ricordo che, studente liceale, fui portato al Teatro Alfieri per una commemorazione del 25 aprile fatta da Norberto Bobbio. Il filosofo ci disse: «Ragazzi, pensate se Saragat (allora presidente della Repubblica, ndr) dichiarasse guerra agli Stati Uniti: penseremmo che è impazzito perché c’è una tale sproporzione di mezzi, che in due giorni i Marines occuperebbero il Colosseo, il Duomo, la Mole Antonelliana. Bene, pensate che Mussolini dichiarò guerra contemporaneamente a Stati Uniti, Unione Sovietica, Francia, Gran Bretagna, Jugoslavia, Grecia, Egitto». La deriva del Paese era compresa lì, nella distanza tra le ambizioni imperialiste del regime e le possibilità dell’Italia. Il risultato furono oltre 300mila morti, interi quartieri rasi al suolo, infrastrutture distrutte, migliaia di deportati, i “morti crocifissi sul palo del telegrafo”.
E, ancora, Vannacci dimentica che Mussolini, creando la Repubblica Sociale, porta la responsabilità diretta della guerra civile 1943-’45. Il generale fa bella mostra dei libri di Renzo De Felice ma li cita senza averli letti. «La costituzione della Rsi fu la causa della guerra civile che insanguinò le regioni occupate dai tedeschi»: lo scrive proprio De Felice.
E c’è una cosa fondamentale che il generale tace: nella nostra Repubblica antifascista, uno come lui può candidarsi, rilasciare interviste, andare in televisione e dire ciò che vuole. Nel Ventennio Matteotti è stato ucciso a coltellate
(da Repubblica)

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L’INCHIESTA DI REPORT SUL GARANTE DELLA PRIVACY SI ALLARGA: LO SCANDALO NON RIGUARDA SOLO FRATELLI D’ITALIA CON AGOSTINO GHIGLIA, CHE “ANDAVA DA ARIANNA MELONI”. ANCHE GLI ALTRI MEMBRI DELL’AUTHORITY SONO IMPELAGATI CON ENORMI CONFLITTI DI INTERESSE

Novembre 10th, 2025 Riccardo Fucile

IL PRESIDENTE, PASQUALE STANZIONE, IN QUOTA PD, E PURE GUIDO SCORZA, ELETTO DAI CINQUE STELLE, CHE SI SAREBBE PRONUNCIATO SU ATTIVITÀ IN CUI ERA STATO COINVOLTO DA AVVOCATO … I RAPPORTI DI STANZIONE CON SANGIULIANO, LE TRASFERTE IN BUSINESS CLASS CON HOTEL A CINQUE STELLE, PARRUCCO E CARNE DAL MACELLAIO COMPRATA A SPESE DEI CONTRIBUENTI … CILIEGINA SULLA TORTA, LA FACCIA DELLA COLOSIMO, SPUTTANATA COL BUSTO DEL DUCE E PAMELA PERRICCIOLO, L’EX AGENTE DI PAMELA PRATI “MENTE” DEL CASO MARK CALTAGIRONE

Report torna all’attacco del Garante della privacy. Nella puntata, andata in onda ieri sera, se ne mette in dubbio l’indipendenza, spiegando, tra l’altro, i rapporti tra il presidente del Garante della privacy, Pasquale Stanzione, salernitano, l’ex ministro Gennaro Sangiuliano (a tutela del quale è stata comminata la sanzione a Report) e Salvatore Sica, fratello di Silverio, legale dello stesso Sangiuliano.
Il collegamento tra loro, osserva Report, sarebbe l’Università di Salerno, presso cui sono docenti Stanzione e Salvatore Sica, e la sua scuola di giornalismo, diretta, fino alla chiusura, da Sangiuliano. Questa familiarità, secondo Report, avrebbe dovuto indurre Stanzione ad astenersi sul caso Sangiuliano.
Quanto a Ginevra Cerrini Feroni, vicepresidente di nomina leghista, la puntata si intrattiene sulle spese ingenti di una trasferta a Tokio, fatta in business class, richiesta espressamente, anche in altre trasferte, da lei come da Ghiglia.
In varie note spese comparirebbero hotel cinque stelle, ristoranti costosi, lavanderie e servizi di parrucco e persino la carne acquistata dal presidente in una famosa macelleria di Roma
Anche sul quarto membro del Collegio, Guido Scorza, di nomina M5S, si avanzano dubbi di conflitti d’interesse su alcune pronunce che lo avrebbero coinvolto per la sua precedente attività di avvocato e sui quali Scorza dice di essersi astenuto.
E si arriva al caso del green pass ai tempi del Covid, nel 2021, su cui il Garante molto critico avanzò alla fine un ammonimento per profili non in linea con le norme sulla privacy.
Una posizione che Ghiglia, secondo Report, avrebbe anticipato a Giorgia Meloni, allora leader dell’opposizione e contraria al green pass, permettendole di commentare trionfante quel provvedimento in tempo reale.
Ranucci si sofferma sul fatto che gli stipendi dei membri del collegio, furono portati a 240 mila euro, grazie a una norma infilata in un decreto dal governo Draghi
Nella puntata si parla anche della presidente della commissione Antimafia, Chiara Colosimo, e dei suoi rapporti con lo zio, vicino a ambienti eversivi di destra, coinvolti in stragi.
E di una foto in cui è ritratta con un busto di Benito Mussolini e la manager dello spettacolo Pamela Pellicciolo, sotto la frase “Stiamo lavorando con nonno Benito per creare il nostro angolo di relax”. Una foto del 2015, quando Colosimo era già stata consigliera regionale di FdI e era stata candidata alla Camera. «Ho fatto una stronzata» commenta Colosimo
(da agenzie)

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GARANTE…DI SE STESSO. L’AUTORITÀ PER LA PROTEZIONE DEI DATI PERSONALI CI HA MESSO DUE ANNI A PRENDERE UNA DECISIONE SUL SITO “PHICA.NET”: LE PRIME DENUNCE RISALGONO AL 2023, MA SOLO NELL’AGOSTO 2025 IL PORTALE È STATO CHIUSO

Novembre 10th, 2025 Riccardo Fucile

IL COLLEGIO DEL GARANTE, COME DIMOSTRATO DALLE INCHIESTE DI “REPORT”, È SOLERTE QUANDO SI TRATTA DI VIAGGIARE IN BUSINESS CLASS E INTRATTENERE RAPPORTI CON LA POLITICA, SE CI SONO DA TUTELARE GLI INTERESSI DEI CITTADINI, STICAZZI

Giorgia Meloni, appena due mesi fa, aveva condannato con parole durissime il caso del sito phica.net, esprimendo “disgusto” e invitando le vittime di revenge porn a rivolgersi al Garante della Privacy.
Come scrive Thomas Mackinson sul “Fatto quotidiano”, quel portale, era già stato denunciato nel 2023 da diciassette donne, eppure è rimasto online fino all’agosto 2025, quando lo scandalo è esploso pubblicamente. In quel periodo ha continuato a diffondere foto e video rubati, tra cui quelli della giornalista Chiara De Luca, che oggi indaga proprio sull’Autorità che avrebbe dovuto fermarlo.
Solo nel 2024 sono arrivate 823 segnalazioni di revenge porn, ma il collegio — che si riunisce “una volta ogni quaranta giorni” — sembrava più impegnato nei viaggi istituzionali all’estero (tra business class e hotel a cinque stelle) che nella gestione dei reclami.
Le conseguenze si vedono nei procedimenti bloccati da anni. Duemila ex dipendenti Alitalia attendono da oltre 800 giorni una decisione sulla cessione dei loro dati a ITA Airways. E il caso Meta, partito da una sanzione proposta di 44 milioni di euro, si è concluso con un annullamento
Diverso il passo quando si tratta di difendere la propria immagine: il Garante ha diffidato “Report” dal mandare in onda l’inchiesta e ha negato a giornalisti e testate l’accesso agli atti interni, sostenendo che pubblicarli avrebbe potuto “pregiudicare l’attività ispettiva”. In un documento ufficiale si arriva perfino ad affermare che la trasparenza sulla gestione delle risorse pubbliche non spetta alla stampa, ma soltanto alla Corte dei Conti.
Alle richieste di accesso sono stati concessi solo dati aggregati e delibere finali, ma nessun verbale o documento istruttorio: esattamente ciò che servirebbe per capire il funzionamento (o i ritardi) dell’Autorità.
Il risultato, sottolinea Thomas Mackinson sul “Fatto quotidiano”, è quello di un Garante lento e distratto verso i cittadini, ma sollecito nel difendere se stesso, più attento a blindare la propria opacità che a tutelare davvero la privacy.
(da agenzie)

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“QUADRO GRAVE E DESOLANTE, NON C’È ALTERNATIVA ALLE DIMISSIONI DELL’INTERO CONSIGLIO”: ELLY SCHLEIN CHIEDE L’AZZERAMENTO DEL GARANTE DELLA PRIVACY

Novembre 10th, 2025 Riccardo Fucile

PD E M5S : “UN’AUTORITÀ CHE DOVREBBE DIFENDERE I CITTADINI È DIVENTATA UN COVO DI CONFLITTO DI INTERESSE, FAVORITISMI, SPESE FOLLI E LEGAMI POLITICI IMBARAZZANTI”

“Sta emergendo un quadro grave e desolante sulle modalità di gestione dell’Autorità Garante per la Privacy che rende necessario un segnale forte di discontinuità. Penso che non ci sia alternativa alle dimissioni dell’intero consiglio.
Le inchieste” di “Report hanno rivelato un sistema gestionale opaco, caratterizzato da numerosi conflitti di interesse e da una forte permeabilità alla politica. Senza un azzeramento e una ripartenza sarà impossibile ricostruire la fiducia dei cittadini nell’istituzione che deve tutelarne i diritti e assicurare la necessaria terzietà del collegio, anche rispetto alla politica”. Lo dice Elly Schlein.
“Dopo l’ulteriore ondata di rivelazioni di Report non ci sono piu’ alibi: il Garante della Privacy va azzerato subito. Un’autorita’ che dovrebbe difendere i cittadini e’ diventata un covo di conflitti d’interesse, favoritismi, spese folli e legami politici imbarazzanti.
Com’e’ possibile che Giorgia Meloni non dica nulla su questo vero e proprio scandalo? Forse perche’ i legami suoi e di sua sorella con Ghiglia la mettono in estremo imbarazzo? Forse il governo tace perche’ e’ complice? Fuori subito Ghiglia e tutto il collegio. Serve una nuova autorita’, indipendente, trasparente, e che risponda ai cittadini e non a via della scrofa”. Cosi’ gli
esponenti M5s in commissione di Vigilanza Rai.
“Ma l’Autorità per la Privacy è ancora un organo di garanzia? Se lo chiede in un’intervista a Repubblica, anche Guido Scorza, uno dei quattro componenti del collegio del Garante della privacy, per il quale si è innescato qualcosa che sta minando alla radice l’indipendenza e l’autorevolezza percepite dell’Autorità.
Le ultime settimane ci consegnano uno scontro senza precedenti tra Report, il settimanale d’inchiesta giornalistica di Rai Tre, e la stessa Autority. Tutto nasce da un fatto preciso: Agostino Ghiglia, membro del Garante, ex esponente di Alleanza Nazionale, che — il giorno prima della multa inflitta a Report — passa per via della Scrofa, sede nazionale di Fratelli d’Italia.
È evidente che ci troviamo di fronte a un conflitto di interessi macroscopico, a una sovraesposizione inaccettabile per chi dovrebbe garantire imparzialità e indipendenza. Quando un’autorità di garanzia entra in rotta di collisione con un giornalista che fa il suo mestiere, e si schiera, perde la sua credibilità.
Non viene percepita più come super partes. In questi ultimi giorni stiamo assistendo a un botta e risposta inaccettabile tra Autority e giornalista. Per questo la cosa più giusta, a questo punto, sono le dimissioni. Le autorità indipendenti non possono diventare terreno di conquista dei partiti.
E invece è quello che questo governo di destra, e in particolare Fratelli d’Italia, sta facendo: prima con la Rai — trasformata in un megafono del governo invece che in un servizio pubblico per
i cittadini — e ora con le autorità di garanzia.
È ora di cambiare registro. Perché senza indipendenza, senza libertà d’informazione, senza organi di garanzia davvero autonomi, la democrazia si svuota”. Così in una nota Sandro Ruotolo, responsabile Informazione nella segreteria nazionale del Pd.
(da agenzie)

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GIULI SI SCAGLIA CONTRO LA RAGIONIERA GENERALE DELLO STATO, DARIA PERROTTA, COLPEVOLE DI AVERE STOPPATO IL “GIOCO DELLE TRE CARTE” DEL MINISTRO DELLA CULTURA, CHE HA PROVATO A SPOSTARE AL FONDO PER IL CINEMA 100 MILIONI DI CONTRIBUTI AUTOMATICI ALLE IMPRESE DELL’AUDIOVISIVO, GIÀ IN GRAN PARTE ASSEGNATI

Novembre 10th, 2025 Riccardo Fucile

LA NOTA AL VELENO DI GIULI CONTRO LA FEDELISSIMA DI GIORGETTI: “COSÌ SI PROIETTA UNA LUCE SINISTRA DI SOSPETTO SULLA SUA VERA O PRESUNTA TERZIETÀ” DELLA RAGIONERIA GENERALE

L’attacco alla Ragioneria fa leva sulle opposizioni. Quando al mattino i dem e i pentastellati tuonano contro «la gestione fallimentare» e «l’imbarazzante balletto» del ministro della Cultura sui 100 milioni promessi al cinema, Alessandro Giuli usa le proteste contro il suo annuncio per lanciare l’affondo ai tecnici del Mef.
Una risposta alle strutture ministeriali, guidate da Daria Perrotta, che hanno negato il visto al decreto con cui il ministro pensava di spostare i residui dei contributi automatici alle imprese dell’audiovisivo, ma già in gran parte assegnati, destinandoli al Fondo per il cinema.
«Gli sguaiati attacchi personali di Pd e 5 stelle contro il tentativo del Mic di riallocare» i fondi – ribatte Giuli – «dimostrano la stolida, crassa ignoranza di chi se ne fa portavoce». Ma è la seconda parte della nota a puntare al vero bersaglio: gli attacchi – prosegue – «danneggiano la Ragioneria generale dello Stato, proiettando una luce sinistra di sospetto sulla sua vera o presunta terzietà».
Presunta. Ecco l’aggettivo che mette in dubbio l’operato dei tecnici. E in particolare quello di Perrotta.
È lei che il ministro tira di nuovo in ballo quando poche ore dopo si ritrova a confrontarsi con i suoi collaboratori. «Se continua a fare Maria Antonietta, poi sarà il popolo del cinema a giudicare», dice riferendosi all’attacco lanciato sabato nei
confronti della sua struttura («se la Ragioneria» dice no al decreto e «risponde “no, mangino brioches”, se ne assumerà la responsabilità»).
La personalizzazione dell’attacco nei confronti di Perrotta monta sull’irritazione per lo stop al decreto. La forzatura di Giuli, che ha firmato senza il via libera del Mef, è andata a vuoto.
Le ragioni indicate dalla Ragioneria sono invalicabili: il travaso non si può fare perché è incompatibile con i tempi della verifica degli equilibri di finanza pubblica che deve essere sempre fatta quando si mette mano alle poste di bilancio. La strada è sbarrata. «Si tornerà alla situazione precedente, almeno così sarà chiaro chi lavora per aiutare il cinema e chi no», aggiunge Giuli.
Il ministro tira fuori un altro caso. Sostiene che la Ragioniera gli ha negato l’utilizzo di 20 milioni di residui. Altri fondi ministeriali non utilizzati e da girare sempre al cinema. E invece – insiste con i suoi – «Perrotta li ha voluti mettere in economia». Un altro attacco all’indipendenza dei tecnici.
(da la Repubblica”)

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COLTELLI D’ITALIA. È GUERRA TOTALE IN LOMBARDIA TRA I FRATELLI LA RUSSA E LE SORELLE MELONI: ‘GNAZIO HA FATTO PARTIRE IL KILLERAGGIO CONTRO CARLO FIDANZA, EURODEPUTATO SU CUI GIORGIA E ARIANNA PUNTANO COME CANDIDATO ALLA REGIONE NEL 2028, MENTRE LA RUSSA SPINGE IL SOTTOSEGRETARIO ALESSIO BUTTI

Novembre 10th, 2025 Riccardo Fucile

NEL DOSSIER PIRELLONE SI È INFILATA ARIANNA MELONI, CON RISULTATI DISASTROSI: I LARUSSIANI HANNO IMPALLINATO LA SUA FEDELISSIMA, LA SOTTOSEGRETARIA FEDERICA PICCHI … LA RUSSA AVEVA GIÀ FATTO INCAZZARE LA MELONA SFANCULANDO IL SUO FIDANZA A SINDACO DI MILANO: ‘GNAZIO TIRÒ FUORI MAURIZIO LUPI, COSÌ CON UNA FAVA PRENDE DUE PICCIONI: PALAZZO MARINO E L’APPOGGIO ALLA SUA CORRENTE DI NOI MODERATI

Giorgia Meloni segue (e teme) il dossier Lombardia. E non c’entrano nulla le opere pubbliche, infrastrutture, investimenti. Il dossier Lombardia è la faida in corso, senza esclusione di colpi, dentro Fratelli d’Italia. Uno scontro fratricida che rischia di arrivare fino in via della Scrofa, rompendo gli equilibri nazionali nel partito.
Lo scontro coinvolge due big di Fratelli d’Italia. Da un lato, Ignazio La Russa, la seconda carica dello Stato, la cerniera tra i meloniani e il potere finanziario lombardo.
L’uomo a cui Meloni deve tanto, avendolo avuto al fianco anche nei momenti più difficili. Dall’altro lato, Carlo Fidanza, eurodeputato, il consigliere più ascoltato dalla premier (dopo il sottosegretario Giovanbattista Fazzolari).
Nel 2028 si voterà per eleggere il futuro presidente della regione Lombardia. Nell’intesa nazionale, la Lega dovrà cedere la leadership a FdI.
Meloni individua in Fidanza il candidato. Facendo infuriare La Russa e Santanchè. Subito parte il killeraggio. I fedelissimi di La Russa puntano su un altro nome: Alessio Butti, sottosegretario con delega all’Innovazione ed esponente della vecchia guardia
Nel dossier Lombardia si infila Arianna Meloni, sperando di dar man forte a Fidanza. Il primo risultato è disastroso. I larussiani in Consiglio regionale della Lombardia impallinano la sottosegretaria Federica Picchi. Il pallottoliere: 19 franchi tiratori. Almeno 7 provengono da FdI e sarebbero tutti vicini a La Russa e Santanchè.
Un affondamento guidato da Romano La Russa, fratello di Ignazio. È una guerra di vendette e sgambetti. L’ala La Russa-Santanchè sgomita anche in tv. Un esempio? Ospite fissa al talk di Paolo Del Debbio c’è Grazia Di Maggio, pupilla del presidente del Senato. Fidanza rottamato. E qui c’è lo zampino
di Emiliano Arrigo, portavoce di La Russa, per anni delegato alle ospitate tv per Fdi.
Le reazioni non si fanno attendere: Fidanza e Arianna Meloni vogliono la testa di Carlo Maccari, coordinatore lombardo FdI, fedelissimo di La Russa. Utilizzare il passo falso della sfiducia a Picchi per incassare il coordinamento. La fronda dei La Russa resiste. E non vuole cedere, dopo aver già mollato la poltrona dell’assessorato al Turismo a Debora Massari, figlia di Iginio e amica personale di Arianna Meloni. Ha infatti preso il posto di Barbara Mazzali, vicina al presidente del Senato.
(da “Domani”)

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AMBIENTE, SANITA’ SCUOLA

Novembre 10th, 2025 Riccardo Fucile

A COSA SERVE LA PATRIMONIALE

Pagare le tasse è universalmente sgradito. È un sentimento comune, rafforzato da decenni in cui il messaggio, a livello globale e nazionale, è stato che le tasse sono un male. Ma c’è di più: la frustrazione aumenta quando vediamo lo Stato Sociale, faticosamente costruito nel dopoguerra, smantellato pezzo dopo pezzo.
Ospedali con liste d’attesa interminabili e personale ridotto all’osso. Scuole pubbliche dove i genitori devono provvedere alla carta igienica o pagare contributi “volontari” per attività che dovrebbero essere curricolari. In sostanza, mentre il welfare frutto delle grandi battaglie operaie degli anni ’50 e ’60 raggiunge un punto che speriamo essere il più basso, lo Stato smette di assolvere ai suoi compiti fondamentali. E il problema non è la quantità di tasse, ma come vengono percepite e dove vanno.
Il Fantasma del Prelievo e la Reazione Isterica
Abbiamo parlato a più riprese di disuguaglianza e, di conseguenza, di tassa patrimoniale. Non è la prima volta, ed è un argomento che scatena ogni volta una levata di scudi. La semplice menzione di questa parola, che evoca un incubo economico, ha costretto persino la Premier Giorgia Meloni a
rassicurare pubblicamente il proprio elettorato, promettendo: “non applicheremo mai una tassa sul patrimonio”.
Eppure, a dispetto delle isterie e del dibattito polarizzato, i sondaggi dicono altro: una gran parte degli italiani è favorevole alla patrimoniale, inclusi molti elettori di destra che pure votano Fratelli d’Italia.
Ma appena si parla di aumentare il carico fiscale per le banche, per i grandi proprietari immobiliari, o per chi detiene un ingente patrimonio liquido, ecco che si invoca il ritorno del comunismo. Si parla di voler “mettere le mani nelle tasche degli italiani”, senza considerare che una patrimoniale, se progressiva, è innanzitutto una tassa di solidarietà. In un momento di crisi sociale, economica e di riarmo, è doveroso chiedere a chi ha di più di contribuire di più.
Tra Crisi e Feudalismo del Capitale
Il dibattito si scontra con il trauma storico del 1992, quando il governo di Giuliano Amato, nel pieno di una profonda crisi monetaria, impose un prelievo forzoso del 6 per mille su tutti i conti bancari. Quello fu un prelievo emergenziale e una tantum, un’azione non rituale dettata dal panico finanziario.
Eppure, in Europa, le imposte sui patrimoni esistono e vengono declinate in modo strutturale: non come emergenze, ma come parte del sistema fiscale ordinario. Avvengono a livello locale in Germania, in Francia (sugli immobili) e in Spagna, colpendo soprattutto i grandi patrimoni immobiliari.
In Italia, invece, si discute se aumentare le tasse su attività come i B&B – che tolgono immobili dal mercato degli affitti lunghi – mentre l’affitto a tempo breve dilaga e le famiglie vengono espulse dalle città per i costi insostenibili. Con oltre 40.000 sgomberi all’anno, spesso per morosità incolpevole derivante da lavori poveri, la forbice della disuguaglianza non fa che allargarsi.
In un contesto dove la redistribuzione della ricchezza è un’utopia moderna, è utile ricordare un dato che ci riporta al Medioevo del capitale, non a quello ideologico, citando uno studio di due economisti della Banca d’Italia riportato in un articolo del Sole24Ore del 2016:
“I Bernardi sono più ricchi dei Grasso, a Firenze è così da seicento anni. Negli ultimi sei secoli sono cambiate solo le proporzioni: oggi chi porta il primo cognome guadagna il 5% in più di chi ha il secondo e conserva un 10% in più di ricchezza. In circa 25 generazioni le cose non sono cambiate, le famiglie più ricche nella Firenze del Rinascimento sono le più ricche nel 2011; gli stessi autori di questo studio, i due economisti della Banca d’Italia Guglielmo Barone e Sauro Mocetti, si sono stupiti dei risultati”.
Forse è arrivato il momento di una redistribuzione vera del patrimonio, uscendo dal feudalismo del capitale globale.
(da Fanpage)

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NICOLAS SARKOZY TORNA A CASA: PER L’EX PRESIDENTE FRANCESE DISPOSTA LA LIBERTA’ VIGILATA

Novembre 10th, 2025 Riccardo Fucile

“L’ESTREMA GRAVITA DEI FATTI E LA DIMENSIONE DELLA PENA” NON HANNO INFLUITO SULLA SCELTA

Libertà vigilata: questa la decisione della Corte d’Appello per l’ex presidente francese Nicolas Sarkozy, che ha optato per la scarcerazione.
Una scelta che accoglie le richieste della procura che ne aveva chiesto per l’appunto il rilascio e la libertà vigilata, con divieto di avere contatti con gli altri imputati e testimoni della vicenda sui presunti finanziamenti libici alla sua campagna presidenziale del 2007.
La procura aveva precisato che «l’estrema gravità dei fatti e la dimensione della pena» non devono influire nella decisione, che deve essere ispirata «unicamente dai criteri dell’articolo 144 del Codice di procedura penale».
Nell’articolo si enumerano le condizioni che, uniche, giustificano la detenzione provvisoria: rischio di inquinamento
delle prove e contatti con altri imputati.
La decisione: «Non c’è rischio di occultamento di prove, pressioni, collusione”
Per il tribunale parigino non vi è «alcun rischio di occultamento di prove, pressioni o collusione». «La detenzione continuata non è giustificata»”, spiegano dalla Corte. Il tribunale ha disposto quindi la sorveglianza giudiziaria, che includerà il divieto di lasciare la Francia. Sarkozy dovrebbe lasciare oggi stesso il carcere de La Santé.
Sarkozy era in una detenzione che aveva definito difficile. «Voglio che ci si convinca di una cosa: non ho mai avuto l’idea folle di chiedere al signor Gheddafi qualsiasi finanziamento. Mai riconoscerò qualcosa che non ho commesso», aveva dichiarato. «Ho risposto scrupolosamente a tutte le convocazioni. Non avrei potuto immaginare di raggiungere i 70 anni per conoscere il carcere. Questa prova mi è stata imposta: l’ho vissuta. È dura, molto dura, estenuante, un incubo».
Il legale: «Il prossimo passo è il processo d’appello»
«Il prossimo passo è il processo d’appello». Questa la prima reazione dell’avvocato dell’ex presidente francese. La sentenza della Corte è una «normale applicazione delle norme del codice di procedura penale», ha detto il legale Christophe Ingrain, «il prossimo passo è il processo d’appello. Il nostro compito, quello di Nicolas Sarkozy e il nostro, è preparare questa udienza d’appello», ha aggiunto.
(da agenzie)

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GLI USA VERSO LA FINE DELLO SHUTDOWN. OTTO DEM VOTANO CON TRUMP: “TRADITORI”

Novembre 10th, 2025 Riccardo Fucile

IL PACCHETTO VERSO LA CAMERA…SUL WEB INSULTI AI DEM

Gli Stati Uniti vanno verso la fine dello shutdown. Domenica 10 novembre il Senato ha votato sulla riapertura del governo federale, dopo che il leader dei repubblicani al senato John Thune aveva parlato dei colloqui bipartisan delle ultime ore. E i future sul Nasdaq sono cresciuti dell’1%, mentre quelli dello S&P 500 sono saliti dello 0,65%. Se il Senato dovesse approvare il disegno di legge, il pacchetto dovrà comunque essere approvato dalla Camera dei Rappresentanti e inviato al presidente Donald Trump per la firma. Un processo che potrebbe richiedere diversi giorni.
Lo shutdown
Come ogni anno lo shutdown ha avuto un impatto crescente
sull’economia statunitense, con i dipendenti federali, gli aeroporti, le forze dell’ordine e l’esercito. Il consigliere economico della Casa Bianca Kevin Hassett ha dichiarato in un’intervista che il PIL nazionale del quarto trimestre potrebbe essere negativo se il blocco si protrae. I dati di venerdì hanno anche mostrato che il sentiment dei consumatori statunitensi è crollato a quasi il minimo degli ultimi 3 anni e mezzo all’inizio di novembre. A causa della preoccupazione delle famiglie per le ricadute economiche. I parlamentari repubblicani e democratici hanno concordato per finanziare il governo fino a gennaio. Intanto centinaia di migliaia di dipendenti federali sono stati messi in congedo o lavorano senza stipendio dal primo ottobre.
L’ottimismo di Trump
«Sembra che ci stiamo avvicinando alla fine dello shutdown», ha detto Trump ai giornalisti al suo ritorno alla Casa Bianca dopo aver trascorso il fine settimana nel suo resort di Mar-a-Lago in Florida. Secondo i parlamentari l’accordo raggiunto al Senato dai democratici mira a ricostituire il programma di assistenza alimentare. Che sostiene 42 milioni di americani ed è stato sospeso a causa dell’impasse di bilancio. Include anche l‘annullamento del licenziamento di migliaia di dipendenti federali da parte di Trump il mese scorso. E l’indizione di una votazione sull’estensione degli aiuti sanitari, che scadranno alla fine dell’anno. La proposta «tutelerà i dipendenti federali dai licenziamenti ingiusti, reintegra coloro che sono stati licenziati ingiustamente durante la chiusura. E garantirà che i dipendenti federali ricevano una retribuzione retroattiva», ha dichiarato il senatore democratico Tim Kaine in una nota.
I dem
Il leader della minoranza al Senato Chuck Schumer, tuttavia, ha lamentato il fatto che l’espansione degli aiuti sanitari sia stata soggetta a votazione. Invece che ad adozione diretta. «Questa lotta continuerà e deve continuare», ha dichiarato alla Camera Alta. Il ritorno alla normalità del traffico aereo potrebbe richiedere giorni dopo la fine dello shutdown. I finanziamenti federali, che includono gli stipendi, hanno bisogno di tempo per ripartire. Trump ha citato l’impasse di bilancio, causata dai disaccordi tra Repubblicani e Democratici al Congresso, come una delle ragioni della serie di sconfitte elettorali subite dal suo partito il 4 novembre.
Gli insulti ai Democratici
Intanto gli otto senatori Democratici che hanno votato con i Repubblicani per mettere fine allo shutdown sono in questo momento oggetto di un’ondata di insulti da parte di elettori e utenti. La senatrice del New Hampshire Jeanne Shaheen ha pubblicato un post per difendere la sua scelta, ma ha ricevuto centinaia di critiche. Lo stesso è accaduto agli altri sette, tra cui Maggie Hassan. «Venduti», «vergogna», «siete senza spina dorsale», tra gli insulti riportabili. Il leader della minoranza dei Democratici al Senato Usa Schumer ha affermato che si opporrà al piano di finanziamento di compromesso per interrompere lo shutdown. Anche il senatore democratico Brian Schatz ha
affermato che si opporrà al piano.
(da Open)

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