Novembre 10th, 2025 Riccardo Fucile
GEOLOCALIZZAZIONI, COME I NOSTRI MOVIMENTI SONO SPIATI
«Dimmi dove vai e dirò chi sei». Gli interessati a sapere chi siamo sono proprio tanti. Con un tocco sullo schermo del nostro smartphone e un’autorizzazione che concediamo senza pensarci, tutti i nostri spostamenti e dunque la nostra vita si trasformano in un prodotto in vendita. Le informazioni su dove abitiamo, dove lavoriamo, chi frequentiamo, come ci curiamo e dove, possono finire nelle mani di una compagnia di assicurazioni, di aziende di marketing, di un avvocato, un investigatore privato o un ricattatore. Basta pagare, e chiunque può conoscere movimenti, abitudini, luoghi, orari.
Il consenso alla geolocalizzazione
Quando si acquista uno smartphone la prima operazione è quasi
sempre quella di aprire Impostazioni, poi Privacy e sicurezza, eattivare la localizzazione. Serve a rintracciare il telefono in caso di furto o smarrimento, per accedere a Google maps, per seguire gli spostamenti dei figli, per vedere il meteo, conoscere l’oroscopo, fare incontri galanti, giocare a carte, ecc.
Occorre concedere l’accesso alla propria posizione e il dare consenso all’informativa sulla privacy, che nessuno legge, e dove di solito è indicato — in modo non del tutto chiaro — che i nostri dati possono essere ceduti a terzi. Il risultato è che la nostra posizione esatta, minuto per minuto, può essere registrata e archiviata nei server di società che di mestiere raccolgono, confezionano e rivendono dati personali. In gergo queste aziende si chiamano data broker. Lo smartphone sa sempre dove siamo perché determina la posizione tramite il Gps, che utilizza i segnali dei satelliti; le celle telefoniche a cui si connette attraverso le antenne; e le reti Wi-Fi circostanti. Inoltre, nelle app che scarichiamo, gli sviluppatori possono includere nel codice un modulo software chiamato Sdk (Software Development Kit), che consente ai data broker di raccogliere direttamente i dati di localizzazione di milioni di telefonini.
Cosa compra chi acquista
Chi acquista i dati di localizzazione da un data broker ottiene file con milioni di righe di informazioni: ciascuna contiene il Maid (Mobile Advertising ID), ossia un codice alfanumerico che – come una targa dell’auto – non indica il nome dell’utente ma identifica in modo univoco il dispositivo; e poi il sistema
operativo (Android o iOS); l’ora, la durata e il Paese di connessione; le coordinate esatte della posizione; e l’indirizzo IP utilizzato in quel momento. Siccome il servizio è costoso un data broker ha fornito a un potenziale cliente di una società di marketing un singolo campione di dati a titolo gratuito per mostrare come funziona. Il campione fotografa in media gli spostamenti di oltre due milioni di persone al giorno tra Milano, Firenze, Roma e Napoli durante 2 settimane nel mese di giugno 2025. Cosa succede a questo punto possiamo dimostrarlo per la prima volta in Italia.
Cosa sanno di noi
Dispositivo n. 1): Tizio parte da via Rovani a San Miniato Basso (dove abita) poco dopo le 6 del mattino, 7.26 Montopoli in Val d’Arno, 7.42 Empoli, 8.06 Firenze, 9.27 Fiesole. Poi si dirige a Barberino di Mugello, passa per Montepiano, alle 11.25 è a Castiglione dei Pepoli, poi Baigno, e 12.06 giro intorno al lago di Suviana. Ritorna a casa alle 20.28.
Dispositivo n. 2) Caio abita in via Di Camerino a Reggello (Firenze), dove esce di casa alle 3.29 e passa la notte spostandosi per Incisa in Valdarno, dove si ferma poi qualche ora in via Roma, alle 10.34 del mattino riparte, torna a casa, e alle 13.46 è al circolo Ippico, poi di nuovo a casa dalle 17.08.
Dispositivo n. 3) Sempronio esce di casa in via Di Taccino a Fucecchio (Firenze) alle 7.24, si sposta nel quartiere, poi si dirige verso Pistoia dove arriva alle 12.48 e si ferma in via Padre Ippolito Desideri per circa un’ora. Alle 14.04 prende viale Adua
per la Statale che lo porta alle 16.20 a Lizzano in Belvedere, alle 19.27 ritorna in centro a Pistoia, dove si ferma fino alle 21.15 e risulta di nuovo a casa alle 23.08.
Il prezzo dei dataset completi, cioè tutti i dati di posizione delle app relativi a un determinato territorio, possono variare dai 3 ai 5 mila dollari mensili. Chi compra questi dati non ottiene il nome del soggetto, ma un codice che permette di identificarlo (Maid). Con 5 centesimi in più per 100 contatti ci sono poi data broker che forniscono il Maid associato a nome, cognome, indirizzo e-mail. A questo punto l’acquirente può conoscere tutti i dati funzionali a quello che succede in una determinata area, ma anche associare i nostri spostamenti ai dati anagrafici, e quindi sapere chi sta facendo trattamenti sanitari, chi frequenta il circolo ippico, la sede di un partito, o chi entra al Ministero della Difesa.
I rischi
I pericoli legati alla vendita dei nostri dati di posizione sono enormi. A livello personale, chiunque può acquistare la nostra routine quotidiana e usarla a fini di ricatto o stalkeraggio. A livello aziendale e statale, si aprono le porte allo spionaggio industriale e a minacce per la sicurezza nazionale, monitorando gli spostamenti di dipendenti, funzionari o militari. Un’inchiesta di le Monde ha rivelato come attraverso una nota app di fitness venivano tracciati gli spostamenti del presidente Macron, mentre una indagine recentissima condotta insieme ai colleghi belgi di L’Echo e altre testate mostra il monitoraggio di funzionari Ue
fino alle loro abitazioni. Un rischio gravissimo che riguarda anche lo Stato di diritto. In Italia, un magistrato deve ottenere l’autorizzazione di un giudice per poter tracciare un telefono, con limiti precisi di tempo e di finalità. Questo sistema di garanzie viene completamente aggirato: chiunque, pagando, può acquistare un tracciamento molto più capillare.
Nel nostro Paese la divulgazione o diffusione illecita di dati personali, sensibili e non cedibili, costituisce reato ai sensi degli articoli 167 e 167-bis del Codice in materia di protezione dei dati personali (d.lgs. 196/2003 qui). Tuttavia il consenso, che regolarmente viene prestato in modo inconsapevole, legittima il trattamento dei dati da parte dei broker, che peraltro operano per lo più all’estero. Di conseguenza, perseguire penalmente questi soggetti risulta difficile, se non impossibile. Alla luce di tutto ciò, l’intera architettura burocratica sulla privacy – se non accompagnata da un adeguato controllo del Garante, delle Procure, delle Forze dell’Ordine e più in generale di tutti gli organi competenti, è in grado di garantirci una tutela effettiva?
La reazione della Commissione Ue
È una domanda che interpella direttamente il legislatore. Risponde attraverso il suo portavoce il Dipartimento Dg Justice, che presso la Commissione Ue si occupa del Regolamento generale sulla protezione dei dati (General Data Protection Regulation): «La Commissione è consapevole dei risultati preoccupanti emersi da queste inchieste. Siamo preoccupati per il commercio dei dati di geolocalizzazione dei cittadini e dei
funzionari della Commissione, un mercato di cui molti di noi e molti cittadini europei non sono consapevoli. Nella Ue disponiamo già di una legislazione solida, in particolare il Gdpr: qualsiasi dato personale può essere raccolto solo per finalità esplicite e legittime. Spetta alle autorità di vigilanza nazionali determinare se le norme europee in materia di protezione dei dati siano state violate. La Commissione è pronta a cooperare con tali autorità. Un importante promemoria: dobbiamo prestare molta attenzione quando le app e i servizi online ci chiedono di fornire il consenso, anche per tracciare la nostra posizione o la nostra attività su altre app e siti web a fini pubblicitari. Dopo aver appreso dell’indagine, la Commissione ha emanato nuove linee guida per il proprio personale sulle impostazioni di tracciamento pubblicitario nei dispositivi aziendali e privati, e ha informato altre istituzioni dell’Unione e i team di risposta agli incidenti informatici degli Stati membri».
Come possiamo difenderci? Pierguido Iezzi, direttore cyber di Maticmind – Zenita Group: «La geolocalizzazione racconta abitudini, relazioni, momenti privati. Nel quotidiano digitale la posizione va concessa solo quando serve davvero, bisogna capire perché un servizio la chiede e per quanto la userà, ed evitare di installare app concedendo tutto senza sapere cosa stai concedendo. In pratica:
1) vai su impostazioni, poi su Privacy e sicurezza, e localizzazione.
2) Scorri l’elenco delle app e per ciascuna seleziona il livello di condivisione:
a) consenti solo mentre l’app è in uso; b) chiedi ogni volta; c) non consentire».
Milena Gabanelli e Simona Ravizza
per corriere.it
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Novembre 10th, 2025 Riccardo Fucile
SONDAGGIO GHISLERI: 38,9% FAVOREVOLE, 28,9% CONTRARIO… LA BATTAGLIA E’ SULLA NARRAZIONE
Ad oggi, i sondaggi indicano che la maggioranza degli italiani si dichiara favorevole alla
riforma della giustizia che introduce la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri
Secondo l’ultima rilevazione condotta da Only Numbers, il fronte del “Sì” (38,9%) supera ampiamente quello del “No” (28,9%) di dieci punti percentuali. Se ci si concede un semplice esercizio aritmetico, limitando l’analisi ai soli voti validi in un’ipotetica proiezione elettorale, il divario apparirebbe ancora più marcato: 57,0% contro 43,0%.
Un margine significativo, ma costruito sul terreno ancora fragile dell’astensione. Perché, pur essendo un referendum confermativo e dunque privo di quorum, la vera sfida per entrambi gli schieramenti resta quella di trasformare la partecipazione in legittimazione politica, dando senso e peso al voto. Sul piano degli orientamenti, la frattura tra le forze politiche è chiara, ma non assoluta. Il 78.8% degli elettori dei partiti di maggioranza si dice pronto a confermare la riforma, mentre tra le opposizioni il 60,8% voterebbe per il “No”. Tuttavia, il 17,7% degli elettori di opposizione sostiene la proposta del governo: un dato che segnala come il tema, pur già connotato politicamente, non sia del tutto impermeabile ai confini tra schieramenti.
Il 48,0% dei cittadini intervistati afferma di sentirsi informato sui contenuti della riforma, mentre il 52,0% ammette di non conoscerne i dettagli. È un elemento rilevante, perché lascia intendere che la battaglia referendaria si giocherà più sulle narrazioni che sui contenuti. Il dibattito pubblico rischia quindi di polarizzarsi su slogan contrapposti – “una giustizia più giusta” da un lato, “un attacco all’indipendenza dei magistrati” dall’altro
– più che su una reale comprensione della portata istituzionale della riforma. In questo quadro, il voto potrebbe assumere un valore politico più ampio, fino a trasformarsi in un voto contro Giorgia Meloni e il suo governo. Infatti, già oggi lo scontro si sta caricando di valenze politiche e simboliche. La memoria collettiva rimanda a due precedenti relativamente recenti, opposti nei risultati e nel contesto politico. Il primo è il referendum costituzionale del 4 dicembre 2016, promosso da Matteo Renzi, in cui vinse il “No” con un’affluenza del 68,5%. Il secondo è quello del 12 giugno 2022 che, privo di una spinta politica – anche per la presenza del governo tecnico di larga maggioranza guidato da Mario Draghi – registrò una partecipazione molto più bassa, ferma al 20,93%. In quell’occasione, pur con la netta vittoria dei “Sì” (74,01%) alla separazione delle carriere, il risultato restò privo di effetti per il mancato raggiungimento del quorum. Alla luce di questi precedenti e del clima politico attuale, il referendum si profila come un banco di prova cruciale per l’esecutivo – per tutti i significati storici che inevitabilmente porta con sè -, ma anche come una questione di identità istituzionale.
In gioco c’è l’equilibrio tra i poteri dello Stato, un terreno storicamente delicato per la democrazia italiana. Secondo il sondaggio Only Numbers, quasi un italiano su due (48,7%) ritiene che Giorgia Meloni non dovrebbe dimettersi in caso di bocciatura del referendum. Una posizione condivisa dall’86,9% degli elettori dei partiti di maggioranza. Al contrario, il 62,3%
degli elettori delle opposizioni ritiene che, in caso di vittoria del “No”, il Presidente del Consiglio dovrebbe fare un passo indietro.
Al cuore della questione c’è la percezione del conflitto istituzionale in corso. Il 45,3% dei cittadini ritiene che lo scontro tra Governo e Magistratura sia pericoloso per la democrazia. Un timore condiviso anche da poco più di 1 elettore su 4 dei partiti di maggioranza, con dati particolarmente significativi tra i sostenitori di Forza Italia che si dividono quasi equamente sui due fronti (42,8% vs 45,3%). È un paradosso interessante: proprio per il partito di Silvio Berlusconi, che per vent’anni ha fatto della “questione giustizia” una bandiera identitaria, emergono oggi le maggiori perplessità sui toni dello scontro. Nel fronte delle opposizioni, le posizioni restano articolate, con minoranze favorevoli alla riforma. Forse anche per questo – e per i risultati che emergono via via dai sondaggi – la campagna si sta accendendo su toni prettamente politici, più che di merito. Un orientamento confermato da un dato chiave: poco più di un italiano su due non si sente realmente informato sul tema.
In un contesto simile, la battaglia referendaria rischia di trasformarsi in un test politico generale, più che in un confronto di idee sul futuro della giustizia italiana. Il referendum sulla separazione delle carriere si annuncia come uno spartiacque non solo giuridico, ma politico. Dietro ai numeri si muovono identità, simboli e paure antiche, la giustizia torna a essere terreno di scontro e di definizione del potere, tra garanzie e consensi, tra
indipendenza e controllo. Ancora una volta, come spesso accade in Italia, il vero verdetto potrebbe dipendere non tanto da chi ha ragione nel merito, ma da chi saprà raccontare meglio la propria verità.
Alessandra Ghisleri
(da lastampa.it)
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Novembre 10th, 2025 Riccardo Fucile
NELLA FINANZIARIA ALTRI INTERVENTI, MA SOLO TEMPORANEI
Il taglio di due punti della seconda aliquota Irpef è l’intervento principale della legge di Bilancio per i lavoratori, i pensionati e le famiglie. Due grafici messi a punto dall’Ufficio parlamentare di Bilancio mostrano a colpo d’occhio come a trarne beneficio sia in misura prevalente una piccola quota di contribuenti, con un reddito che forse in un altro Paese potrebbe essere medio, ma che in Italia è perlomeno medio-alto. Il 50% dei benefici va all’8% dei contribuenti con reddito più elevato: la curva che mette in relazione le fasce di reddito con l’impatto positivo in termini economici rimane piatta a lungo, e poi a un certo punto s’impenna. Alle stesse considerazioni si arriva tenendo conto dei
redditi medi per categoria: agli operai va in media un beneficio annuo di 23 euro, agli impiegati di 123, ai pensionati di 55, ai dirigenti di 408 euro.
La manovra prevede altre misure, mirate ad avvantaggiare i redditi più bassi: dal bonus mamme alla detassazione degli incrementi retributivi. Ma si tratta di interventi temporanei, e con impatti mediamente meno importanti. Vediamo cosa succede, scaglione per scaglione.
Fino a 28 mila euro
Il primo scaglione di reddito, fino a 28 mila euro, non beneficia del taglio che riguarda la fascia successiva. Però per questo scaglione di contribuenti la legge di bilancio prevede una misura specifica: sugli incrementi retributivi corrisposti, in seguito ai rinnovi dei contratti collettivi di lavoro, ai dipendenti del settore privato, si applica un’imposta sostitutiva dell’Irpef e delle addizionali locali del 5%. Per esempio, calcola l’Istat, un incremento lordo mensile di 80 euro si traduce in un beneficio di circa 15 euro. Il risparmio medio per contribuente, calcola l’Upb, è di circa 208 euro. Ci sono poi misure che interessano fasce di reddito comprese tra la prima e la seconda aliquota Irpef, a partire dal bonus mamme, che passa da 40 a 60 euro mensili per le lavoratrici con almeno due figli, e la detassazione al 15% del salario accessorio per i dipendenti pubblici, con un tetto di stipendio di 50 mila euro e un limite massimo erogabile di 800 euro.
Fino a 50 mila euro
In questa fascia di reddito si concentra l’intervento cuore della manovra per il ceto medio, e cioè la riduzione dell’aliquota dal 35 al 33%, una misura strutturale. Il beneficio massimo si ottiene a 50 mila euro, ed è di 440 euro. L’impatto sulla parte più bassa di questa fascia di reddito è molto limitato: il 50% del risparmio di imposta va ai contribuenti con reddito superiore ai 48 mila euro, che rappresentano l’8% del totale. La riduzione dell’aliquota media è dello 0,4% per gli impiegati e per gli autonomi con tassazione ordinaria (no flat tax), mentre agli operai tocca la quota minima, solo lo 0,1%, calcola l’Upb. In questa fascia di reddito si collocano anche gli effetti più significativi del bonus mamme, dal momento che il tetto massimo di reddito è di 40 mila euro. Anche in questo caso però, spiega l’Istat, i benefici maggiori vanno alle famiglie con redditi più alti, perché le lavoratrici madri delle famiglie con redditi più bassi in media lavorano per meno mesi nell’arco dell’anno, e il bonus è calcolato mensilmente. Se dunque la cifra media è di 660 euro l’anno, alle famiglie del quinto più povero ne andranno circa 581, mentre a quelle del quinto più ricco della popolazione circa 700.
Dai 50 mila ai 200 mila
La terza aliquota, dai 50 mila euro in su, rimane del 43%. Anche la terza fascia di contribuenti trae vantaggio dalla riduzione dell’aliquota intermedia, ma in misura decrescente man mano che il reddito sale, visto che la cifra massima, 440 euro, rimane fissa. In dettaglio, se in percentuale sul reddito, a 50 mila euro,
lo sconto effettivo è del 3,1% a 70 mila euro l’impatto scende all’1,9%, a 90 mila si riduce ancora all’1,4% a 90 mila euro, all’1,1% a 110 mila per poi ridursi sempre di più.
Dopo i 200 mila
Il taglio della seconda aliquota Irpef prevede una sorta di sterilizzazione, o di misura compensativa, per i redditi che vanno oltre i 200 mila euro: arriva infatti una riduzione forfettaria delle detrazioni di 440 euro, che coincide con il vantaggio fiscale. Ma non si applica a tutti: il 37% dei contribuenti di quella fascia non gode di alcuna detrazione, e un altro 31% ne potrebbe godere ma subisce già per altre norme il meccanismo di azzeramento, quindi entrambi i gruppi manterranno l’impatto positivo della riduzione dell’aliquota media.
(da repubblica.it)
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Novembre 10th, 2025 Riccardo Fucile
“IL CHIODO FISSO E’ NON FINIRE SUI GIORNALI E NON RESTITUIRE I SOLDI”
“Non c’è mai stato nessun braccio di ferro tra politica e magistratura. La politica lavora
da trent’anni per paralizzare la giustizia. Ora non hanno più paura di finire in galera, ma di finire sui giornali e restituire i soldi che hanno rubato o sprecato”. così Marco Travaglio, ospite di Accordi&Disaccordi, il talk condotto da Luca Sommi con la partecipazione di Marco Travaglio e Andrea Scanzi, in onda il sabato su Nove. “La magistratura ha iniziato approfittando del fatto che la politica si era un po’ indebolita, poi è stata liberata dalle emergenze del
terrorismo che l’hanno tenuta impegnata negli anni 70, in parte degli 80 e negli anni 90, quando ormai il debito pubblico, dovuto anche alla corruzione, era esploso. – ha spiegato il direttore del Fatto Quotidiano – Si è occupata di quell’emergenza che era la nuova emergenza nazionale, cioè la corruzione. Da allora si parla di ‘un conflitto tra magistratura e politica’. Ma i magistrati sono pagati per fare esattamente quello che hanno fatto i magistrati di Mani Pulite. Quello che fa Gratteri, strani sono semmai quelli che non lo fanno o quelli che trovano strano che qualcuno lo faccia”.
Secondo il giornalista “questa roba qua è stata chiamata ‘guerra fra politica e magistratura’, ma non c’è nessuna guerra. È come se tu addestri un cane da guardia ad abbaiare quando vede un ladro e poi appena comincia ad abbaiare perché ha visto un ladro, bastoni il cane, invece di bastonare il ladro. – ha proseguito – Questo è quello che è successo in questi anni. Quando i politici parlano di una di una giustizia efficiente loro in cuor proprio stanno sognando una giustizia inefficiente. Cioè loro lavorano da trent’anni per paralizzare la giustizia e ci sono riusciti alla perfezione. Adesso stanno occupandosi dei dettagli. Cioè lo sanno benissimo che i processi vanno tutti in prescrizione, quelli di chi ha l’avvocato bravo, ben pagato che riesce a fare tutti i cavilli per allungare i tempi. C’era stato un periodo in cui Bonafede, l’unico ministro che ha lavorato per l’efficienza della giustizia da trent’anni, aveva bloccato la prescrizione, quindi hanno subito provveduto con
l’improcedibilità per tamponare. Ma al di là di questo, per il resto si occupano degli angoli della stanza ormai, perché il resto è già tutto modificato. Nel senso che adesso hanno il problema di finire sui giornali. Il loro problema non è più finire in galera“.
“E’ impossibile finire in galera per reati commessi dai signori. – ha detto ancora Travaglio riferendosi ai reati dei colletti bianchi – Cioè se uno ci provasse a finire in galera con i reati dei signori, verrebbe respinto alle porte del carcere con le leggi che abbiamo. Quindi il loro problema è non finire sui giornali e infatti non si può più scrivere niente tra virgolette così se uno con la sua sintesi ti attribuisce qualcosa, tu dici: ‘ma questo lo dice lui, mica l’ho detto io, dove sono le virgolette?’ E poi il loro problema è quello di restituire i soldi che hanno rubato o sprecato. E infatti stanno riformando la Corte dei Conti e hanno abolito l’abuso d’ufficio“. “E se va male ti possono prendere solo il 30% del danno che hai commesso”, ha commentato Nicola Gratteri, l’altro ospite della puntata. “Stanno devastando la Corte dei Conti perché i processi per danno erariale si riescono a fare spesso in un solo anno, poi ti bloccano il conto finché non hai restituito il maltolto o lo spreco. – ha continuato il direttore – Quindi adesso stanno neutralizzando anche la Corte dei Conti. Ma la ratio è questa: quando un politico parla di giustizia efficiente, noi dobbiamo avere l’orecchio talmente fino da sapere che il loro sogno di efficienza è la paralisi. Per loro l’unica giustizia efficiente è una giustizia paralizzata, che non può più fare niente. E infatti passano il loro tempo a sistemare amici,
parenti, amanti nel pubblico impiego, nello Stato, nelle istituzioni, ad arraffare soldi, a sprecarli, ad aumentarsi lo stipendio, ecco queste sono le loro principali attività. Una volta rischiavano grosso, adesso non rischiano nemmeno più di finire sui giornali”, ha concluso Travaglio.
(da (ilfattoquotidiano.it)
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Novembre 10th, 2025 Riccardo Fucile
“C’È UNA NORMALIZZAZIONE DELLO SBALLO, SOPRATTUTTO TRA I GIOVANI, C’È UNA PRESSIONE SOCIALE AD ADERIRE A COMPORTAMENTI COLLETTIVI ASSUNTI PER RINFORZARE IDENTITÀ FRAGILI E SENSO DI APPARTENENZA”
Sulle sostanze stupefacenti «servono sistemi di monitoraggio puntuali, che invece mancano, per realizzare interventi di trattamento e di prevenzione». Per agire d’anticipo «non bastano iniziative spot e a risorse variabili». E anche sulle cure «fondi aggiuntivi non guasterebbero». Il reinserimento lavorativo dei consumatori di sostanze è ancora «troppo marginale».
Ed è vero che c’è una «normalizzazione dello sballo, che va distinto dalle dipendenze e non è detto ne sia l’anticamera», ma «l’obiettivo del consumo zero non è realistico». Augusto Consoli è il presidente della Società italiana delle tossicodipendenze
Neuropsichiatra, torinese, è stato uno dei relatori della Conferenza nazionale sulle dipendenze chiamata dal governo a Roma.
La relazione annuale al Parlamento racconta il primato della cannabis, il pareggio tra le morti per cocaina ed eroina, l’allarme per il crack. Intanto il governo ha rilanciato il piano per il fentanyl. Lei che quadro dà?
«Un riscontro puntuale dei consumi è difficile perché mancano e vanno sviluppati sistemi precisi di rilevazione. Uno dei problemi da segnalare è la normalizzazione del consumo legata a una mancata conoscenza del tipo di sostanze che vengono assunte soprattutto nelle fasce giovanili e che rientrano nelle Nps, nuove sostanze psicoattive: un coacervo di sostanze chimiche vendute e trafficate in forme anche difficili da riconoscere.
Non vanno trascurate però nemmeno le sostanze più comuni come il tabacco e l’alcol che hanno rischi significativi per la salute. Sul fentanyl invece l’allarme è ingiustificato perché in Italia non c’è una penetrazione minimamente paragonabile all’epidemia che ha portato esiti tragici negli Usa».
Cosa la mette in allarme allora?
«Il mix di sostanze stimolanti come le anfetamine e l’alcol. L’abuso di farmaci usati in modo improprio come le benzodiazepine. E la diffusione davvero molto ampia del crack in fasce di età e realtà sociali diverse: una delle sostanze che dà più problemi anche nel trattamento terapeutico e riabilitativo».
Da dove nasce il consumo giovanile?
«Da un disagio e da un tentativo di adattamento legato ai mutamenti delle relazioni e dei contesti. C’è inoltre una pressione sociale ad aderire a comportamenti collettivi assunti per rinforzare identità fragili e senso di appartenenza».
Cosa pensa della “tolleranza zero” che sembra essere la parola d’ordine dell’esecutivo?
«È comprensibile e anche condivisibile, ma un conto è l’ambizione, un altro gli obiettivi operativi. Bisogna essere realistici per intervenire. I tavoli di lavoro della Conferenza lo sono stati perché hanno messo a confronto professionisti che lavorano sul campo, tra le tossicodipendenze»
(da La Stampa)
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