Novembre 23rd, 2025 Riccardo Fucile
E ROMPE IL SILENZIO SUL GAROFANI-GATE: “HO PARLATO DIRETTAMENTE CON IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA, HO CHIARITO TUTTA LA QUESTIONE”. E ALLORA PERCHÉ, USCITA DAL COLLE MERCOLEDÌ, HA VOLUTO RIBADIRE IL “RAMMARICO PER LE PAROLE INOPPORTUNE DI GAROFANI” RISCHIANDO UN INCIDENTE DIPLOMATICO RIMEDIATO QUALCHE ORA DOPO COSTRINGENDO I CAPIGRUPPO DI FDI A UNA NOTA PACIFICATRICE?
“Ho trovato disponibilità da parte del presidente degli Stati Uniti Trump. Abbiamo
avuto una telefonata abbastanza lunga anche con il presidente della Finlandia Stubb. Il lavoro dei nostri sherpa a Ginevra segue questo intendimento”. Lo ha detto la presidente del Consiglio Giorgia Meloni in conferenza stampa a Johannesburg alla fine del G20.
“Il tema non è lavorare su una totale controproposta, ci sono molti punti condivisibili, ha senso lavorare sulla proposta che c’è”. “Ci sono nel piano americano alcuni punti che devono essere oggetto di discussione, come quelli sui territori, sul finanziamento della ricostruzione o sull’esercito ucraino. Ci sono punti molto positivi, come le garanzie di sicurezza con il coinvolgimento degli Stati Uniti
“Penso che sarebbe una buona cosa, e ne abbiamo parlato nella telefonata con il presidente Trump, capire se si riesce a ottenere almeno cessate il fuoco temporaneo sulle infrastrutture strategiche e civili che russi continuano a bombardare
Anche i russi devono dare un segnale concreto di voler arrivare alla pace”. Lo ha detto la presidente del Consiglio Giorgia Meloni in conferenza stampa a Johannesburg alla fine del G20.
“Ho parlato direttamente con il presidente della Repubblica, ho chiarito tutta la questione. Approfitto per ribadire l’ottimo rapporto che da sempre ho con il presidente Mattarella. Non penso sia il caso di tornare su questa vicenda”.”Sul Purl non abbiamo una deadline, lavoriamo per priorità. Adesso stiamo lavorando per un nuovo pacchetto di aiuti. Ad ora non stiamo aderendo, poi vedremo ma non ci siamo dati una deadline”. Lo ha detto la presidente del Consiglio Giorgia Meloni in conferenza stampa a Johannesburg alla fine del G20, rispondendo a una domanda sul meccanismo di acquisto di armamenti americani da girare a Kiev. .
(da agenzie)
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Novembre 23rd, 2025 Riccardo Fucile
PER L’EVENTO NELLA GRANDE MELA LA REGIONE HA SPESO 35MILA EURO (3.900 A TESTA PER OGNUNO DEI 9 PARTECIPANTI, PER DUE GIORNI). PER IL GALÀ DI WASHINGTON DEL 18 OTTOBRE, INVECE, SONO STATI SCUCITI QUASI 50MILA EURO SOLO DI AEREI E ALBERGHI PER GLI SCROCCONI A RIMORCHIO. GLI ATTI PUBBLICI NON SPIEGANO DA QUANTE PERSONE FOSSE FORMATA LA DELEGAZIONE
Il titolo di “Regione d’Onore” per il 2025 della Niaf, la National Italian American Foundation, è costato almeno 170mila euro ai contribuenti del Lazio. È quanto ha ricostruito Domani sulla base delle delibere della giunta guidata da Francesco Rocca e dei dati sui contratti pubblici.
Niaf è la più importante associazione degli italoamericani negli Usa. Nel suo cda siedono esponenti importanti dell’economia e della società americana e di quella italiana come il produttore cinematografico Aurelio De Laurentiis, Giuseppina Di Foggia (ad di Terna), Stefano Lucchini (capo delle relazioni esterne di Intesa Sanpaolo), Maria Bartiromo (anchor di Fox News che ha intervistato in passato Giorgia Meloni)
Nel 2025 il Lazio è stato nominato regione d’onore dalla Niaf, e la giunta guidata da Rocca ha deciso di puntare soprattutto su due eventi: il business forum di New York, svoltosi ad aprile, e il galà per il cinquantesimo anniversario di Niaf del 18 ottobre scorso a Washington.
Per festeggiare il compleanno del Niaf sono arrivati 2.500 ospiti. C’erano imprenditori come John Elkann, amministratore
delegato di Exor e presidente di Ferrari e Stellantis, e manager di aziende a controllo pubblico tra cui Flavio Cattaneo (Enel), Roberto Cingolani (Leonardo) e Stefano Antonio Donnarumma (Ferrovie dello Stato). E poi i politici.
Tutti di centro-destra: Giorgio Mulè (Forza Italia), vice presidente dalla Camera; il ministro per i rapporti con il Parlamento, Luca Ciriani (Fratelli d’Italia); la viceministra dell’Ambiente, Vannia Gava (Lega), la ministra del Turismo, Daniela Santanchè (Fratelli d’Italia).
L’anniversario della Niaf è stata anche l’occasione in cui la premier Meloni, con un videomessaggio, ha puntato il dito contro “la cultura woke” che critica il Columbus Day (perché considerata una celebrazione irrispettosa nei confronti dei nativi americani). Ma, politica a parte, quanto è costato tutto questo ai cittadini del Lazio?
Analizzando i documenti pubblici è possibile mettere in fila alcuni fatti. Il business forum si è svolto a New York dall’8 al 10 aprile. Per questo viaggio di Rocca e della sua delegazione, la Regione ha speso 35.359 euro. Soldi necessari per acquistare 9 biglietti aerei Roma-New York, andata il 6 e ritorno il 13 aprile, e pagare il pernottamento. Sono circa 3.900 euro a testa.
L’affidamento diretto è andato alla Frisbee, agenzia viaggi di Cinzia Renzi, presidente di Assoviaggi Roma Confesercenti, già candidata nel 2018 alle regionali nel Lazio in una lista di centro destra, poi nel 2023 con la Lega in sostegno di Rocca.
Ma restiamo sul viaggio a New York. Al seguito di Rocca e della sua delegazione c’era anche un gruppo di una ventina di imprese italiane. Per il viaggio di queste ultime, pagato con denaro pubblico, sono stati spesi 54mila euro tra voli aerei e costi dell’hotel. «Sono soldi elargiti da Lazio Innova, società controllata dalla Regione, e provenienti da fondi Ue per l’internazionalizzazione», specifica l’ufficio stampa della Regione.
L’appalto, sempre in affidamento diretto, è andato alla Competition Travel, agenzia viaggi di Roma che dal 2023, anno in cui la giunta Rocca è entrata in carica, ha visto aumentare le commesse arrivate dalla pubblica amministrazione, quasi sempre enti pubblici del Lazio. Alle domande di Domani, Competition Travel non ha risposto.
Lazio Innova ha pagato, sempre grazie ai fondi Ue, anche 35mila euro alla I³NYC per l’organizzazione di una serie di incontri nell’ambito dell’evento di aprile. I³NYC è una non profit americana patrocinata dal consolato italiano a New York.
L’ultima spesa deliberata dalla Regione racconta che per andare a Washington a presenziare al galà del 50° anniversario della Niaf, il 18 ottobre scorso, Rocca e la sua delegazione hanno speso 48.897 euro. Di questi, 34mila euro sono serviti per i biglietti aerei e gli altri 14mila euro per le prenotazioni d’albergo. L’atto pubblico non spiega da quante persone fosse formata la delegazione, né fornisce altre indicazioni come la durata del viaggio
Secondo l’ufficio stampa della Regione Lazio, si è trattato di 10
persone, Rocca incluso. Il presidente ha volato in business, mentre gli altri componenti del gruppo si sono dovuti accontentare della economy, e i più fortunati della premium. Durata del viaggio: da mercoledì 15 a domenica 19 ottobre.
(da Domani)
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Novembre 23rd, 2025 Riccardo Fucile
UNA FIGURACCIA DOPPIA SE SI PENSA CHE, PROPRIO DOPO LA TRAGEDIA IN IRPINIA, NACQUE LA MODERNA PROTEZIONE CIVILE – IL MINISTRO È STATO BOMBARDATO DI MESSAGGI IRONICI E ALLA FINE LA COLPA SE L’È PRESA L’AGENZIA DI COMUNICAZIONE DEL MINISTRO
Gaffe di Nello Musumeci, ministro per la Protezione civile, nel giorno del ricordo del
terremoto dell’Irpinia. Sui social nel suo post commemorativo rivolto al 23 novembre 1980, invece di utilizzare un’immagine del sisma che devastò Campania e Basilicata, ha pubblicato una foto del terremoto di Amatrice (Rieti) del 2016. «A 45 anni da quella tragedia», ha scritto, «le recenti scosse nell’area di Avellino ci ricordano quanto la prevenzione strutturale sia fondamentale». Solo che le rovine nell’immagine, appunto, non corrispondono
Fu proprio da quella tragedia che nacque la moderna Protezione
civile. La stessa Protezione civile poi naturalmente intervenuta anche dopo il terremoto di Amatrice.
Uno dei primi ad accorgersi dell’errore è stato, su X, il senatore Pd Filippo Sensi: «No, ministro, Amatrice non è in Irpinia. No, ministro, ricordare significa rispettare i morti, i luoghi, le storie, le famiglie. No, ministro, rappresentare gli italiani comporta attenzione, cura, fatica».
Più tardi arriva la nota dell’agenzia di comunicazione del Ministro Musumeci. «Oggi abbiamo pubblicato un post commemorativo sul terremoto in Irpinia in cui abbiamo erroneamente postato una foto del sisma di Amatrice. Ci assumiamo pienamente la responsabilità dell’accaduto”
(da agenzie)
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Novembre 23rd, 2025 Riccardo Fucile
PASOLINI FU PIÙ VOLTE AGGREDITO DAI NEOFASCISTI, I GIORNALI D’AREA GLI DAVANO DEL PEDERASTA. “IL BORGHESE” SCRISSE CHE AVEVA “SESSUALITÀ CAPOVOLTA”… “IL FOGLIO” STRONCA L’INIZIATIVA: “UN’OPERAZIONE FIGLIA DELLA SUDDITANZA CULTURALE E DI UN PROVINCIALISMO IMBARAZZANTE”
Il barone Tommaso Staiti di Cuddia, missino, gli tirò addosso quattro chili di finocchi. Pierpaolo Pasolini era a Pavia, per una conferenza. Il barone capeggiava una ventina di ragazzi di destra. Pasolini lo avvicinò: «Ma perché non vieni a discutere con noi?». Chi ha visto la mostra su PPP a palazzo dell’Esposizione, anni fa, sa che i giornali d’area del Msi gli davano del pederasta, uno con una «sessualità capovolta», come scrisse Il Borghese. Venne più volte aggredito dai neofascisti, l’ultima volta — ha rivelato il manifesto lo scorso 1 novembre —
in piazza di Spagna a poche settimane dall’omicidio.
E quindi fa discutere il convegno che la Fondazione di An dedica a Pasolini martedì, alla Biblioteca di Palazzo Madama, dal titolo «Pasolini conservatore». A chiudere i lavori: il presidente del Senato, Ignazio La Russa.
Pasolini nel Pantheon di Fratelli d’Italia? A dare così un abito ideale ai meloniani in cerca di padri nobili, ora che si dicono conservatori? Pasolini era conservatore? «Io lo avrei definito reazionario o tradizionalista, era un nostalgico in alcune sfaccettature», dice la giornalista Annalisa Terranova, ormai volto tv dalla Gruber, che modererà l’incontro. «Ma non vogliamo appropriarcene, è fuori strada», ci tiene a dire.
Pure l’organizzatore, Francesco Giubilei, il direttore scientifico della Fondazione An, giura: «Non vogliamo portarlo a destra». Ma poi concede: «È chiaro che quel titolo è fatto per discutere. Però ci sono relatori bipartisan, come il critico letterario Andrea Di Consoli, o il professor Paolo Armellini della Sapienza, altri, come Alessandro Gnocchi del Giornale o lo scrittore Camillo Langone hanno dedicato studi a Pasolini».
«Ma che c’entra La Russa?», si è chiesto lo scrittore Fulvio Abbate nel suo Teledurruti su Instagram. «Non ha alcun titolo culturale». Per il resto Abbate, autore di Quando c’era Pasolini, non è sdegnato. «Non è un furto. Pasolini è problematico». Eppure Il Foglio ha definito l’operazione figlia della «sudditanza culturale» e «di un provincialismo imbarazzante».
È vero che, come scriveva negli Scritti corsari, «il vero fascismo è la società dei consumi», ma in quelle stesse pagine ci teneva a dire che era comunista. E va detto che a partire dalla fine degli anni Ottanta per la nuova generazione della destra Pasolini non era più un finocchio, ma uno invece con cui fare i conti, e non solo per la poesia di Valle Giulia, ma per la critica all’omologazione culturale.
Ci fu un convegno a Colle Oppio, nel 1989, organizzato da Lodovico Pace, responsabile culturale dalla federazione del Msi, guidato da Teodoro Buontempo, Er Pecora, sulla destra e Pasolini. «E se fosse un reazionario?», si chiese allora Umberto Croppi. Fatto sta che i giovani leoni, da Gianni Alemanno a Fabio Rampelli, cominciarono a coltivarne il mito. Rampelli affisse dei manifesti con le facce di Pasolini, Che Guevara, D’Annunzio e Marinetti. Paolo Desogus, che collabora con il Centro Studi Pasolini di Casarsa, sul manifesto del 18 novembre ha definito l’operazione «rozza e superficiale».
La sinistra l’ha però un po’ abbandonato Pasolini. L’ultimo a coltivarlo è stato Veltroni. E la destra, a caccia di un blasone, prova a metterlo nel suo album, con Prezzolini, Scruton, Montanelli: anche ad Atreju, la loro festa, sarà celebrato.
(da agenzie)
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Novembre 23rd, 2025 Riccardo Fucile
“RESTO PER L’ONORE DEL RUOLO, BISOGNA RESISTERE ALLE PRESSIONI DELLA POLITICA” … E, IN PERFETTO STILE MELONIANO, EVOCA IL COMPLOTTO: “ABBIAMO TOCCATO INTERESSI ENORMI. COSA C’È DIETRO QUESTO ACCANIMENTO?”
Ci penso ogni notte. Tutti i giorni. Ogni notte: ma perché resti qui? Perché non ti
dimetti? Perché continui a restare nel collegio del Garante della privacy, così da far interrompere tutti questi attacchi?». Agostino Ghiglia, membro di quel collegio in quota FdI, è stato l’origine di questo scandalo.
Perché, appunto? La risposta?
«La cosa che più mi fa star male, impazzire, è passare per uno attaccato alla poltrona».
Lei non è attaccato alla poltrona?
«Sa qual è la ragione per la quale, quando penso alle dimissioni, poi mi convinco che no, non posso farlo?».
La notte.
«Sì, la notte. Poi mi convinco che no, non posso farlo: è l’onore. Non il mio, ma quello del ruolo. Ho il privilegio di lavorare per un’autorità di garanzia così importante e non posso permettere a nessuno di calpestarne l’onore. Sono pronto anche a far pensare che io sia attaccato alla poltrona, che — ripeto — è una cosa che mi offende profondamente. Ma so di dover restare non per me,
perché, mi permetta, non ne ho proprio bisogno visto il lavoro degli anni passati»
Si sente vittima di un complotto?
«Credo che abbiamo toccato interessi enormi».
Si dice sempre così.
«Perché questo accanimento? Cosa c’è dietro?».
Volevate prendere le mail di tutti i dipendenti. Cosa deve succedere di più?
«Noi non lo sapevamo».
Quell’inchiesta l’avevate chiesta voi.
«Non certo in quel modo».
Ha letto il professor Ugo De Siervo su Repubblica? Come fate a non dimettervi? Ve lo chiede anche la politica.
«Dobbiamo metterci d’accordo: siamo indipendenti o dipendenti dalla politica? Potrei rispondere dicendo: siamo stati eletti dal vecchio Parlamento, non da questo».
E cosa dice?
«Che per il bene dell’ente a queste pressioni della politica bisogna resistere».
Resistere, resistere, resistere.
«Non si molla».
(da La Repubblica)
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Novembre 23rd, 2025 Riccardo Fucile
E PER OTTENERE UN RISULTATO, HA MESSO CON LE SPALLE AL MURO LA PARTE PIÙ DEBOLE (ZELENSKY), HA RECEPITO TUTTE LE RICHIESTE DELLA CONTROPARTE PIÙ FORTE (PUTIN), PREOCCUPANDOSI DI TRATTENERE PER GLI STATI UNITI UNA COSPICUA PARCELLA PER LA MEDIAZIONE
Chi lo ha incrociato negli ultimi mesi racconta, «off the record», che per Steve Witkoff si può trattare su tutto. Non esistono principi intangibili, valori morali irrinunciabili. È una regola, certo non particolarmente originale, che il sessantottenne uomo d’affari ha maturato in più di quarant’anni di attività nel settore immobiliare.
Nato a Long Island, nello Stato di New York, da una famiglia del ceto medio, il giovane Steve studia da avvocato, mostrando subito uno spiccato talento per il business. Gli anni Ottanta e Novanta si dimostrano propizi: Witkoff diventa rapidamente uno dei broker più attivi, navigando nel tumultuoso sviluppo edilizio
di New York.
Si mette in proprio: compra e costruisce edifici a Manhattan, fino a incrociare un altro imprenditore rampante: Donald Trump, con i suoi progetti iperbolici, i debiti, i problemi giudiziari e tutto il resto.
Tra Steve e Donald nasce un sodalizio senza riserve. Scafati, pragmatici fino al cinismo se occorre. Per Trump ciò che conta è «l’arte di fare affari». Per Witkoff è strappare le condizioni migliori possibili nel negoziato.
Quando, nel 2016, Donald si candida alle primarie repubblicane, Steve è uno dei pochi che ci crede e lo appoggia anche finanziariamente.
Per esempio quando Witkoff, nel 2011, ha perso il figlio Andrew, morto per overdose di oppioidi. Da decenni giocano insieme a golf e nel settembre del 2024, hanno fondato una società, la World Liberty Financial, che si occupa di criptovalute.
E’ forse necessario esplorare questo retroterra per provare a capire perché Trump, appena tornato alla Casa Bianca, abbia di fatto consegnato all’amico le chiavi della politica estera americana, affidandogli i dossier cruciali, dal Medio Oriente all’Ucraina.
Ed è anche un segno dei tempi se il «piano in 28 punti» non sia stato negoziato tra i capi delle diplomazie, il Segretario di Stato, Marco Rubio, e il ministro degli Esteri, Sergei Lavrov. Il protagonista è, invece, un uomo che non ha alcuna esperienza
politica e men che meno diplomatica. Ma secondo Trump conosce, quasi come lui, «l’arte» di trattare. A modo suo, però, come dimostra proprio il progetto «per la pace in Ucraina».
Per prima cosa, Witkoff ha messo la parte più debole, cioè Volodymyr Zelensky con le spalle al muro. I 28 punti non sono una proposta, ma un aut aut. Al contrario, l’immobiliarista recepisce praticamente tutte le richieste della controparte più forte, Vladimir Putin. E, naturalmente, si preoccupa di trattenere per gli Stati Uniti, per i mediatori, una cospicua parcella per il disturbo.
Tutto il resto passa in secondo piano: il diritto internazionale calpestato dai russi, il mandato di cattura della Corte penale internazionale a carico di Putin, le competenze della Nato, le prerogative dell’Unione europea.
Zelensky non può che accettare la mutilazione del Paese, rinunciando anche a una porzione di territorio ancora controllato dal suo esercito. Un abominio giuridico. Inoltre, l’Ucraina deve abbandonare la prospettiva di entrare nella Nato e ridurre di un quarto il suo esercito. Putin, invece, viene riabilitato. Tutto dimenticato: le stragi di civili, il tentativo di soggiogare una nazione indipendente. Per lui è pronto un posto al tavolo del G8.
Ma l’indole di Witkoff si rivela allo stato puro nel capitolo che riguarda la ricostruzione dell’Ucraina. Il testo prevede che gli europei, il Belgio in particolare, sblocchi 100 miliardi di dollari delle riserve monetarie russe per destinarle a investimenti in Ucraina guidati dagli Stati Uniti, cui dovrebbe andare il 50% dei
profitti.
Il resto, altri 100 miliardi di dollari dovranno, invece, essere dirottati in progetti finanziari congiunti russo-americani. Non basta: l’Europa dovrebbe aggiungere altri 100 miliardi per contribuire alla ricostruzione.
«Witkoff dovrebbe farsi vedere da uno psichiatra», ha detto un diplomatico al sito «Politico.eu». Ma da buon mercante, Steve sa che la bilancia di un accordo deve avere due piatti. Quello russo è stracarico di cose concrete.
Quello ucraino, almeno per ora, solo di promesse, tutte da verificare. Come le garanzie di difesa simili all’articolo 5 della Nato (gli alleati corrono in soccorso di un partner aggredito).
Infine, con la disinvoltura tipica del broker spregiudicato, Witkoff maneggia anche strumenti che non competono né a lui né al governo degli Stati Uniti. Per esempio: il via libera all’ingresso dell’Ucraina nell’Unione europea.
(da corriere.it)
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Novembre 23rd, 2025 Riccardo Fucile
SECONDO UN NUOVO SONDAGGIO GALLUP, IL DATO VIENE SPINTO DALLE DONNE SOTTO I 45 ANNI
Per il secondo anno consecutivo, circa un americano su cinque afferma che vorrebbe
lasciare gli Stati Uniti e trasferirsi definitivamente in un altro Paese, se potesse. Questo crescente desiderio è guidato principalmente dalle donne sotto i 45 anni.
Secondo un nuovo sondaggio Gallup, il 40% di loro vorrebbe trasferirsi all’estero in modo permanente. La quota è quadruplicata nell’ultimo decennio (era del 10% nel 2014) e nettamente superiore a quella dei coetanei maschi.
La tendenza è iniziata nel 2016 (ultimo anno del secondo mandato di Barack Obama), e riflette un crollo della fiducia nelle istituzioni e un crescente divario politico, con le giovani donne molto più orientate verso il partito democratico rispetto ad altri gruppi. Le destinazioni preferite restano come negli ultimi anni il Canada al primo posto, e poi Nuova Zelanda, Italia e Giappone a pari merito.
(da agenzie)
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Novembre 23rd, 2025 Riccardo Fucile
L’AMBASCIATORE ETTORE SEQUI: “IL PIANO AMERICANO IN 28 PUNTI È LA PROVA CHE L’ORDINE EUROPEO STA ENTRANDO NELLA SUA FASE TERMINALE. È UN ATTO DI ROTTURA CHE RIDISEGNA LA SICUREZZA DEL CONTINENTE SENZA L’EUROPA E SOPRA LA TESTA DELL’UCRAINA. NON È UN “PIANO DI PACE”, MA UN’OPERAZIONE DI POTERE IN CUI WASHINGTON E MOSCA USANO L’UCRAINA COME LEVA E L’EUROPA COME PORTAFOGLIO. IL PIANO RESTITUISCE ALLA RUSSIA LO STATUS DI GRANDE POTENZA. È IL RICONOSCIMENTO GEOPOLITICO CHE PUTIN INSEGUIVA DAL 2007”
Il piano americano in 28 punti, elaborato da Stati Uniti e Russia, è la prova che l’ordine europeo sta entrando nella sua fase terminale. Non è un’iniziativa diplomatica, ma un atto di rottura che ridisegna la sicurezza del continente senza l’Europa e sopra la testa dell’Ucraina. Non è un “piano di pace”, ma un’operazione di potere in cui Washington e Mosca usano l’Ucraina come leva e l’Europa come portafoglio. L’Ucraina è il teatro, ma il bersaglio è l’intera architettura di sicurezza europea.
Il contenuto conferma lo squilibrio: Kiev dovrebbe ritirarsi da territori ancora controllati, accettare una zona cuscinetto che diventa corridoio d’influenza russa, ridurre l’esercito, rinunciare alla Nato, tollerare un’amnistia totale a favore dei russi autori di crimini di guerra e andare al voto in cento giorni.
Mosca otterrebbe legittimazione delle conquiste, territori
aggiuntivi, accordi economici e finanziari con gli Usa e un ritorno nel concerto internazionale. Nessun limite per le forze russe: una “pace” che disarma l’aggredito e rafforza l’aggressore.
La struttura istituzionale è ancora più rivelatrice: il piano crea un “Peace Council” presieduto da Trump, organo di fatto vincolante con poteri di monitoraggio e sanzione. È un ordine parallelo all’Onu che marginalizza il diritto internazionale e concentra nelle mani del presidente americano la funzione di garante supremo.
La sicurezza diventa un servizio a pagamento. Washington “riceve compenso” per ciò che prima era un impegno strategico. La deterrenza non è più un principio, è una fattura.
La Russia ottiene molto più di quanto appare. Il piano le restituisce lo status di grande potenza. È il riconoscimento geopolitico che Putin inseguiva dal 2007, quando dichiarò che l’ordine unipolare era inaccettabile. Ora quelle parole diventano realtà. La Russia non subisce la mediazione internazionale, la co-scrive
È una vittoria poiché Mosca passa dall’essere potenza revisionista isolata a potenza legittimata, interlocutrice “alla pari” degli Stati Uniti.
Per la Cina è la prova che una potenza revisionista può cambiare i confini con la forza, resistere alle sanzioni e negoziare da posizione di vantaggio. Le implicazioni sono chiare: se l’Occidente è disposto a ratificare una revisione dei confini in Europa, potrebbe domani mostrarsi altrettanto permeabile di
fronte alle aspirazioni cinesi su Taiwan.
Il triangolo Usa-Russia-Cina entra così in una nuova fase. È il ritorno alle sfere d’influenza: la competizione tra Stati Uniti, Russia e Cina si gioca sul controllo degli spazi intermedi, non sulla volontà degli Stati che li abitano.
Washington chiude un fronte europeo cedendo spazio a Mosca; Pechino prende atto che l’Occidente accetta un fatto compiuto; Trump tenta di indebolire l’asse sino-russo. Per Mosca è proprio la riapertura, anche limitata, del canale con Washington che le permette di applicare una versione asimmetrica della teoria andreottiana dei “due forni”: la Russia è più vicina a Pechino, ma può evitare di esserne schiacciata mantenendo aperto il forno americano come contrappeso
Le conseguenze per l’Europa sono profonde. L’Ue è relegata al ruolo di finanziatore senza voce, chiamata a stabilizzare un vicinato che non ha definito. Pagare senza decidere è subalternità geopolitica.
Ettore Sequi
per “La Stampa”
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Novembre 23rd, 2025 Riccardo Fucile
“HO USATO UNA SALDATRICE PER FERRO” HA AMMESSO… LA CONFESSIONE, UNITA AL RISCHIO DI FUGA, HA SPINTO IL GIUDICE A DISPORNE LA CUSTODIA CAUTELARE
Il caso che da ore scuote il Brasile comincia con un video, diffuso dai principali media
nazionali, e con un documento formale del Segretariato dell’Amministrazione Penitenziaria di Brasilia. In quelle immagini, Jair Bolsonaro, ex presidente e già condannato in primo grado per tentato golpe, ammette senza giri di parole di aver provato ad aprire il braccialetto elettronico che
porta alla caviglia: “Ho usato una saldatrice per ferro… curiosità”, avrebbe detto agli agenti, spiegando il motivo delle bruciature trovate su tutta la superficie del dispositivo di sicurezza.
Gli accertamenti sul braccialetto avevano inizialmente lasciato dubbi: segni di danneggiamento erano stati attribuiti a possibili urti contro una scala. Ma l’arrivo di una funzionaria della Polizia penitenziaria ha chiarito le circostanze, mentre la direttrice del corpo, Rita Gaio, ha verificato che il sistema di tracciamento non fosse stato compromesso.
Perché la custodia cautelare
La confessione rappresenta una delle cinque circostanze che hanno portato il giudice della Corte Suprema, Alexandre de Moraes, a ordinare immediatamente la custodia cautelare dell’ex presidente. Il magistrato, già al centro del maxi-processo sul tentativo di colpo di Stato messo in atto dai bolsonaristi, ha spiegato che il braccialetto danneggiato indicava una concreta volontà di fuga.
Secondo l’ordinanza, poco dopo la mezzanotte è arrivata una notifica che segnalava la manomissione del dispositivo; una tempistica che, per Moraes, si collega direttamente alla veglia organizzata dal senatore Flavio Bolsonaro, figlio dell’ex presidente: una manifestazione che avrebbe potuto fungere da copertura per un’evasione verso l’ambasciata statunitense, distante appena una manciata di chilometri.
Il contesto giudiziario: una condanna storica
L’arresto arriva a poche settimane dalla sentenza che ha condannato Bolsonaro a 27 anni e tre mesi per aver orchestrato un piano destinato, secondo la Procura, a rovesciare il presidente eletto Lula da Silva. Una decisione che ha segnato così la prima condanna per tentato colpo di Stato a carico di un ex capo di Stato brasiliano.
La trama ricostruita dai giudici è molto ampia: dalla campagna di disinformazione sulle elezioni del 2022, alle pressioni sulle forze armate, fino agli atti violenti culminati l’8 gennaio 2023 nell’assalto ai palazzi del potere a Brasilia; secondo la Corte Suprema, il progetto puntava a “distruggere l’ordine costituzionale e instaurare una vera dittatura”.
Bolsonaro ha sempre negato il proprio coinvolgimento, ma la maggioranza della Corte ha ritenuto le prove schiaccianti. Al momento l’ex presidente è in attesa dell’esecuzione definitiva della pena: alcuni ricorsi sono ancora pendenti, ma i giudici brasiliani hanno già respinto i primi.
Il rischio di fuga e le condizioni di salute
La difesa dell’ex capo di Stato ha chiesto che Bolsonaro resti ai domiciliari, sostenendo che le sue condizioni cliniche, attacchi di vomito, vertigini e un singhiozzo cronico, renderebbero troppo rischioso un trasferimento in carcere. Ma per il giudice Moraes queste circostanze non cancellano la gravità del gesto: “la manomissione del braccialetto elettronico, unita al sospetto che Bolsonaro possa approfittare della mobilitazione dei suoi sostenitori, dimostra”, scrive il magistrato, “la chiara intenzione del condannato di evadere”.
Chi sono gli altri condannati della rete golpista
Il processo non riguarda però solo Bolsonaro. Sette suoi alleati, tra cui ex ministri e alti ufficiali, sono stati infatti condannati per reati legati al tentato golpe: sei di loro provengono dalle Forze Armate. Tra loro l’ex comandante della Marina Almir Garnier. Altri tre generali della riserva, Augusto Heleno, Paulo Sérgio Nogueira e Walter Braga Netto, hanno ricevuto pene tra i 19 e i 26 anni.
Nelle stesse ore, la Corte Suprema ha disposto anche la custodia cautelare del deputato Alexandre Ramagem, ex direttore dell’intelligence brasiliana e condannato insieme a Bolsonaro. Secondo gli inquirenti, però, Ramagem sarebbe già riuscito a lasciare il Paese attraversando i confini amazzonici per poi volare negli Stati Uniti.
(da Fanpage)
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