Novembre 25th, 2025 Riccardo Fucile
“È LEI LA VERA SCONFITTA, TANTO PIÙ IN PUGLIA E PURE IN VENETO, DOVE SPERAVA DI SUPERARE LA LEGA E LE È ANDATA MALE”
La segretaria del Pd appena sbarcata a Napoli, nel quartier generale di Roberto Fico, per festeggiare insieme agli alleati la doppietta del centrosinistra nel Sud Italia.
Non sarà troppo ottimista?
«In Campania non ha vinto solo la nostra coalizione, ha perso Giorgia Meloni che oggi ha poco da saltellare. Ha candidato un esponente del governo e suo fedelissimo di FdI. Ha schierato tutti i ministri. Ha fatto una mossa vintage rispolverando il condono di Berlusconi del 2003, ma non ha funzionato. I cittadini hanno capito che li stavano prendendo in giro. È lei la
vera sconfitta, tanto più in Puglia e pure in Veneto, dove sperava di superare la Lega e le è andata male».
Non sarà la solita rondine che non fa primavera, è pronta a giurare che non vi sfascerete alla prima occasione utile?
«Io credo che da questa coalizione, la stessa messa in campo in tutte le regioni, non si possa più tornare indietro. Penso che tutti siamo ormai consapevoli che stare insieme, attorno a un programma condiviso, sia condizione non sufficiente ma necessaria per battere la destra. Il messaggio restituito dalle urne è molto chiaro: l’alternativa c’è ed è competitiva. Il riscatto parte dal Sud e nel 2027 ci farà vincere contro il governo più antimeridionalista della storia, che vuole spaccare l’Italia con l’autonomia differenziata».
È sicura che vi basti il Sud?
«Se restiamo uniti possiamo giocarcela anche in quella parte del Paese dove i sovranisti sono in vantaggio e noi però, sebbene meno forti, cresciamo molto nel consenso, come è accaduto in Veneto. In questo senso la Campania insegna: è stato fatto un gran lavoro di squadra per mettere insieme le differenze».
(da Repubblica)
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Novembre 25th, 2025 Riccardo Fucile
DALLA REGOLA DI MAGGIORANZA AL DOMINIO DELLA MAGGIORANZA DOVE IL PLURALISMO E’ TRATTATO COME UN OSTACOLO
Non ci si rende conto di quanto rischiosa sia l’attuale congiuntura politica. Forse perché
l’intero Occidente sembra muoversi all’unisono (con qualche eccezione) verso regimi autoritari e società ineguali e gerarchiche. Come i pesci non si
accorgono dell’acqua in cui nuotano, così noi non ci accorgiamo delle trasformazioni quotidiane.
Gramsci parlava di trasformazione egemonica. Tanti tasselli sono stati collocati e lasciano intravedere, poco a poco, il puzzle. Alcuni esempi. Il linguaggio, da anni diventato una fucina di assalti violenti contro le persone, spesso vuoto di idee. La scuola, luogo di formazione all’obbedienza. L’università che, in una bozza di riforma in discussione, verrebbe controllata in ogni ateneo da un funzionario nominato dal governo. La vita civile, che fa apparire ogni contestazione come violenza o insubordinazione, e spinge i cittadini a farsi i fatti loro. Conformismo civile.Ricettecontrole disuguaglianze
È opinione diffusa nei nostri paesi che le regole democratiche siano in grado di addomesticare gli eversori. Un realismo utopistico. In Germania, dove pure non si è creduto molto nel potere trasformativo delle istituzioni, lo Stato democratico è intervenuto a vari livelli: attraverso la politica culturale della memoria e l’esclusione, più decisa della nostra, delle forze politiche antidemocratiche dalla competizione elettorale.
Eppure, i movimenti nazifascisti tornano ad avere seggi nel Bundestag, competendo con nomi camuffati per idee estreme che
circolano da anni nell’Europa democratica, come la sottrazione dalla nazione delle componenti dichiarate estranee per ragioni etniche e religiose. L’immigrazione è stata la fucina della destra nell’era democratica. Una destra che è fascista nelle sue radici ideologiche, anche quando si conforma alle regole della democrazia elettorale. Fino a quando?
Vincere con regole democratiche non fa la democrazia. Questa banale norma non sembra transitare nelle menti né negli scritti di tanti opinionisti e cittadini. Non solo si diffondono menzogne, come quella secondo cui Mussolini avrebbe vinto le elezioni. Ma, quel che è peggio, si identifica la democrazia con la vittoria elettorale.
Ci hanno spiegato non i radicali democratici, ma i minimalisti democratici, che la democrazia è un sistema politico e istituzionale legittimato da regole di libera competizione per la determinazione della maggioranza e dell’opposizione. La democrazia non la si riconosce dalla vittoria, ma dall’accettazione della sconfitta. La stabilità della democrazia sta nel fatto che chi perde non rovescia il tavolo e chi vince non cambia le regole per restare al potere. Non voler andarsene è la molla del potere che le costituzioni democratiche hanno cercato
depotenziare. La nuova destra è questa molla.
Ci sono diversi modi per restare in sella. In passato abbiamo avuto violente marce di fanatici e colpi di Stato. Da qualche decennio, nei paesi occidentali si stanno sperimentando altre strategie. La più gettonata è la riforma della costituzione vigente. La destra vuole costituzionalizzarsi. E lo fa non scrivendo ex novo la costituzione (per cui servirebbe una rivolta eversiva), ma tosando quella democratica, con regole e norme che rendono più difficile l’alternanza. Ridisegnare la giustizia, eleggere direttamente il capo del governo e, magari, riscrivere la legge elettorale con un premio di maggioranza che imiti la Legge Acerbo del 1925.
Il caso ungherese mostra bene il collasso della distinzione tra politica “ordinaria” e politica “costituzionale”. La costituzionalizzazione della destra ha lo scopo di congelare la sua maggioranza. La destra al potere vuole rendere la democrazia, e a volte ci riesce, in un estremo maggioritarismo. Per vincere il più a lungo possibile.
Dalla regola di maggioranza, come procedura per prendere decisioni in un clima di pluralismo, si passa al dominio della maggioranza in un clima in cui il pluralismo è trattato come u
ostacolo al processo decisionale rapido: questa è la radicale trasformazione di mentalità, ancor prima che istituzionale, che la nuova destra mette in atto.
Non basta vincere le elezioni per essere democratici. Alla base di ciò sta il fatto, banale ma, a quanto pare, dimenticato, che nella democrazia costituzionale il popolo (e i suoi rappresentanti) non sta sopra la legge, mentre nell’ordine ipermaggioritario il leader che conquista il consenso elettorale dichiara di essere la volontà del popolo.
Gli scienziati politici lo definiscono “legalismo discriminatorio”, secondo la massima “tutto per i miei amici; il rigore della legge per i nemici”. È per perseguire questo progetto che la destra sfodera un attivismo riormatore così intenso. Tutte le sue riforme sono inanellate e interdipendenti, tenute insieme dallo stravolgimento della democrazia in un regime della maggioranza.
(da editorialedomani.it)
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Novembre 25th, 2025 Riccardo Fucile
IL “PIANO TRUMP” SCRITTO IN RUSSO E POI TRADOTTO ALLA CARLONA DAGLI AMERICANI
Non si sa se definirlo eccesso di sicurezza o stupidità (due concetti che spesso si toccano). Ma la faccenda del “piano Trump” per l’Ucraina che potrebbe sembrare o addirittura essere stato scritto in russo e poi tradotto un poco alla carlona dagli americani; e così goffamente presentato ai suoi (e al mondo) dal ministro degli Esteri Rubio, che l’ispirazione putiniana di quel piano ne esce rafforzata: è al tempo stesso una cosa da ridere e da piangere.
Va bene che gli americani, in politica estera, non hanno mai avuto fama di essere avveduti o astuti: sono certi di non averne bisogno, male che vada si manda qualche portaerei e si incarica la Cia di rovesciare il governo che intralcia. Ma qui sarebbero bastati, per non farsi scoprire, un buon traduttore dal russo; qualche sapiente ritocco a mo’ di maquillage per far sembrare — almeno sembrare — che quel piano, come tutti i piani di pace, punti a un minimo di equanimità di facciata; e una riunione di un’oretta (bene anche su Zoom o Teams) per mettersi d’accordo su cosa dire in pubblico: lo chiamiamo “piano americano” o diciamo che è la lista delle priorità dei russi?
Niente di tutto questo, come se non ci fosse più nessuna forma da salvare, nessuno scrupolo da osservare. Fare e dire la prima cosa che salta in mente — fosse anche una fesseria o una volgarità — è la regola di Trump, e in genere è la qualità che il populismo esalta nei suoi boss. Lo ha ribadito la portavoce di
Trump dopo che il presidente ha definito «porcellina» una giornalista che lo importunava con le sue domande. Si sa che il presidente è molto schietto, ha detto. Ma non è dimostrato che la schiettezza generi intelligenza.
(da repubblica.it)
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Novembre 25th, 2025 Riccardo Fucile
PIU’ CHE UN GOVERNO E’ UN’ARMATA BRANCALEONE DI COMICI INVOLONTARI DI BASSISSIMO LIVELLO
Fatte salve rarissime eccezioni, questo – lungi dall’essere un “governo” – è un’armata
Brancaleone di comici involontari di scarsissimo livello. Ogni giorno c’è tra loro una sorta di gara su chi fa ridere (sempre involontariamente) di più. È una sfida diversamente avvincente all’ultima gaffe, senza esclusione di colpi. A lungo il leader indiscusso di tale esaltante contesa è stato Lollobrigida, che era e resta un fuoriclasse nel non saper fare politicamente nulla e al tempo stesso nel “saperlo” comunicare sempre malissimo. Grandi prestazioni si sono poi avute, in rapida sequenza, da statisti autentici come Nordio e
Valditara, il primo non si sa mai a quale giro di spritz (con rispetto parlando) e l’altro encomiabile nel ruolo di preside retrogrado in una scuola italica qualsiasi del 1925. Risulta poi sontuosa la capacità rabdomantica, quasi alla Dario Fo, che ha il ministro (sic) Urso nell’inventare ogni volta una lingua astrusa e aliena, creando un Grammelot esondante e magmatico che non poteva non ammaliare Crozza. Nella top ten figurano poi anche Roccella e Montaruli, l’una esemplare nel ruolo della oscurantista ferale e l’altra in quello della saltimbanca avulsa da ogni logica e/o senso. Scegliere tra simili professionisti del disastro comunicativo (e non solo comunicativo) non è facile. Oltretutto, giusto nelle scorse ore, pure Musumeci ha voluto calare l’asso, confondendo il terremoto dell’Irpinia con quello di Amatrice (e che sarà mai? In fondo è solo il ministro della Protezione civile).
Vi confesso però che, ultimamente, il campione dei campioni mi sembra essere un altro: Antonio “Tajani”. Con quel carisma da betulla lessa, quel passato da leader dei giovani monarchici (eh?) e quello sguardo profondo di chi ha spesso in canna un peto in ascensore, ma non sa mai se sganciarlo o no, Tajani sta sbaragliando la concorrenza. E per questo va applaudito. Nelle
ultime settimane ha disegnato e sciorinato capolavori. Ha detto che in effetti Israele stava esagerando un po’ con Gaza, e quindi gli avrebbe telefonato lui di persona per dirgli “ora però basta, eh!”. Se l’è presa con Enzo Iacchetti, reo di dire bugie (non si sa ancora quali). Ha sostenuto testualmente, ospite di Bruno “onore ad Alvarez” Vespa, che “il diritto internazionale conta, sì, ma fino a un certo punto”, roba che se lo dice uno studente di Giurisprudenza lo impalano (invece, se lo dice il ministro degli Esteri, in tanti lo applaudono). Ha detto che votava per confermare l’immunità parlamentare alla Salis e poi il giorno dopo – alla faccia del “garantismo” – ha votato per togliergliela, e tutto questo solo perché Lega e Fratelli d’Italia gli avevano nel frattempo tirato un po’ le orecchie. Si è esibito nel mitologico “Tajani jumping” durante la campagna elettorale in Campania (che poi come noto è andata per Tajani benissimo), sfidando in un colpo solo ernie, sciatiche e decoro.
Infine (per ora), il colpo da funambolo. La giocata definitiva. La locura pura. Ascoltiamolo: “(Il ponte sullo Stretto servirà) anche per l’evacuazione, per garantire la sicurezza in caso di un attacco da Sud. Perché esiste anche il fianco Sud della Nato”. Tutti in piedi! Siamo di fronte alla Gioconda delle boiate: il ponte lo
vogliono costruire perché servirà anche come fuga laddove qualcuno ci attaccasse da Sud. Sì, ma chi? Gli alieni? I russi? I comunisti? O forse i mori, i lanzichenecchi, i visigoti? O magari i Gremlins coi Gormiti? E se ci attaccassero, perché poi dovrebbero lasciare intatto il ponte invece di bombardarlo in un amen? Non si sa. Si sa però che Tajani, in uno dei suoi molteplici trip da sobrio, ha immaginato i siciliani correre su e giù per il ponte di Salvini – ultimo rifugio del pianeta Terra – mentre tutt’attorno c’è l’Armageddon. Un uomo, una leggenda. Io mi sforzo anche di fare satira, ma questi ormai fanno tutto da soli.
(da ilfattoquotidiano.it)
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Novembre 25th, 2025 Riccardo Fucile
RAGAZZE E RAGAZZI CHIEDONO STRUMENTI, MA SPESSO NON TROVANO ADULTI, SCUOLE O SERVIZI
Quasi un adolescente su quattro, tra i 14 e i 21 anni, dichiara di aver accettato atti sessuali pur non volendoli. È uno dei dati più inquietanti e allarmanti della nuova indagine di Differenza Donna, che coinvolge ragazze, ragazzi e giovani persone non binarie. Accanto a questo emerge un altro elemento significativo: molte adolescenti e giovani adulti vivono la sessualità senza avere nessuno con cui parlarne; così, mentre cercano di comprendere il desiderio e di orientarsi nelle relazioni, lo fanno spesso da soli, guidati più da uno smartphone e da un algoritmo che da figure adulte competenti.
Il quadro che ne deriva è quello di una generazione che sperimenta, subisce, prova a trovare risposte, ma raramente trova un contesto capace di accompagnarla davvero. Nelle testimonianze raccolte compaiono ragazze che accettano comportamenti che non desiderano, ragazzi che riproducono ciò che vedono nei video pornografici, persone non binarie che subiscono livelli più alti di violenza. E poi intere classi dove foto intime circolano senza consenso come fossero semplici meme.
Una generazione che conosce insomma il sesso più attraverso contenuti commerciali che attraverso un discorso affettivo, rispettoso e formativo. E quando qualcosa va storto, quando un “no” non viene ascoltato, quando un’immagine viene inoltrata, quando un partner chiede la geolocalizzazione come fosse una prova d’amore, le nuove generazioni si ritrovano sole, senza figure di riferimento o istituzioni pronte a sostenerle.
Da questa realtà prende avvio la ricerca “Gen/Z – Giovani voci per relazioni libere”, che non solo raccoglie numeri e comportamenti, ma mette soprattutto in luce un grande vuoto: quello educativo, quello degli adulti, quello istituzionale.
Consenso fragile: un quarto accetta atti sessuali pur non volendo
Come anticipato, uno dei dati più netti riguarda il consenso: il 24% afferma di aver accettato atti sessuali anche se non voleva. Non si tratta solo di coazione esplicita. Qui la pressione assume forme diverse: paura di perdere la relazione, adeguamento alle aspettative del partner, normalizzazione di comportamenti visti
nella pornografia, mancanza di strumenti per nominare il proprio “no”. Accanto a questo, il 34% degli intervistati dichiara di aver già subito una forma di violenza e la distribuzione appare chiara:
Ragazze: 39%
Persone non binarie: 65%
Ragazzi: percentuali più basse ma comunque significative.
La violenza non è un episodio straordinario: è ricorrente, ed è variegata. Le forme più diffuse sono:
27% violenza verbale, 27% psicologica,16% sessuale, 12% fisica.
Un mosaico che mostra come il problema non sia emergenziale ma strutturale, radicato
Stereotipi di genere ancora radicati
L’indagine lavora molto anche su come i giovani leggono il genere e i ruoli nelle relazioni: il 43% ritiene che gli stereotipi di genere derivino da differenze biologiche, una visione che semplifica e normalizza squilibri sociali come se fossero “naturali”. Tra i maschi, questa convinzione sale a uno su due. Una percentuale più bassa, tra il 3% e il 5%, assegna ai comportamenti di cura un ruolo “biologico”; numeri piccoli ma significativi, perché mostrano quanto sia ancora presente una
narrazione che lega il valore sociale alla biologia invece che alle condizioni culturali.
Sessualità: i social come unica bussola, la famiglia quasi assente
Sulla sessualità, poi, i giovani crescono quasi senza adulti: il 63,5% si informa sui social, mentre solo il 3,2% trova interlocutori in famiglia. La mancanza di spazi di confronto è evidente e produce un paradosso: i comportamenti sessuali vengono costruiti più su video, meme e brevi clip che su contesti educativi.
La pornografia arriva prestissimo: il 66% dei giovani la vede per la prima volta prima ancora delle scuole medie, e non si tratta di una pornografia “neutra”: il 36% ha già incontrato contenuti violenti o non consensuali. Molti ragazzi, infatti, la interpretano come un manuale e non come una messa in scena; non sorprende che il 19% riferisca di aver ricevuto richieste di replicare comportamenti osservati nei video. Non solo: tra i maschi più giovani il consumo è particolarmente frequente: il 17% dichiara di guardarla ogni giorno. A questo si aggiunge un ulteriore elemento critico: la pornografia mainstream è costruita quasi sempre dal punto di vista maschile, e quindi propone ruoli femminili passivi, sottomessi o oggettificati, normalizzando
dinamiche di potere squilibrate.
Per questo, quando il 94% dei giovani chiede un’educazione sessuo-affettiva obbligatoria a scuola, non esprime un’istanza ideologica, ma la necessità concreta di strumenti minimi per comprendere il desiderio, il consenso e le relazioni in modo consapevole.
La violenza digitale di genere: un fenomeno che esiste ma che quasi nessuno sa nominare.
La parte più delicata della ricerca riguarda poi la violenza digitale: ragazze e ragazzi subiscono comportamenti vessatori online ma spesso non li riconoscono come forme di violenza; non sanno come si chiamano, non sanno come denunciarli, non sanno cosa aspettarsi. Un dato lo mostra chiaramente: il 47% crede che per evitare la diffusione non consensuale di immagini intime basti non inviarle. È l’indicatore di un problema doppio: senso di colpa interiorizzato da chi subisce e scarsa consapevolezza delle responsabilità di chi diffonde.
Gli episodi sono moltissimi: 43% ha ricevuto foto intime non richieste; 48% è stato sollecitato a inviarle; 23% ha vissuto una pressione diretta; 8% ha ricevuto minacce; 26% ha visto circolare foto di qualcun altro senza consenso; 16% ha avuto il partner che chiedeva la geolocalizzazione.
Una violenza spesso invisibile perché mimetizzata nell’idea di “normalità digitale”. Come spiega Alessia D’Innocenzo, responsabile delle attività con i giovani di Differenza Donna, molti ragazzi non distinguono tra scambio consensuale di immagini e ricatto, tra condivisione e violazione. E continuano a chiamare tutto “revenge porn”, un termine che però così minimizza la responsabilità e concentra l’attenzione sulla vittima.
Il grande vuoto: i giovani non sanno a chi chiedere aiuto
L’aspetto ancora più preoccupante della ricerca è poi l’assenza di una rete riconosciuta. Quando subiscono una violenza – fisica, psicologica o digitale – molte e molti non sanno a chi rivolgersi.
I numeri, anche qui, sono chiari: 22% non ha idea di dove chiedere aiuto, 36% non conosce i Centri Antiviolenza, solo lo 0,3% ha contattato il 1522 o un Cav dopo aver subìto violenza.
La combinazione è pericolosa: tanta esposizione, quasi nessuna protezione. È la conferma di un sistema che espone molto e protegge poco. E che lascia alle giovani generazioni il compito di gestire esperienze importanti senza strumenti, senza riferimenti e spesso senza parole.
(da Fanpage)
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