Novembre 28th, 2025 Riccardo Fucile
A RENDERE IMPRATICABILE LA RICHIESTA SONO DUE RAGIONI: LA PRIMA È CHE LA TITOLARITÀ DELLA COMPETENZA SULL’ORO È DEL SISTEMA EUROPEO DI BANCHE CENTRALI. LA SECONDA È CHE SI TRATTEREBBE DI UN ESPROPRIO
Un esproprio. Ecco cosa accadrebbe se il Parlamento approvasse l’emendamento alla manovra di Fratelli d’Italia per trasferire l’oro di Bankitalia allo Stato. L’effetto collaterale spunta in un documento dei tecnici del Tesoro. Sono loro a scrivere che il passaggio di proprietà realizzerebbe «una sorta di “nazionalizzazione” a contenuto espropriativo della riserva aurea».
Quella messa nero su bianco non è una valutazione interna fine a sé stessa. Il documento, che Repubblica ha potuto visionare, è arrivato nelle scorse ore sulle scrivanie di Palazzo Chigi.
C’è di più. Il testo del Dipartimento del Mef è una bozza del parere contrario che il governo esprimerà sulla proposta dei senatori meloniani quando la commissione Bilancio di Palazzo Madama voterà la norma.
Una bocciatura nel merito e nel metodo. L’emendamento cerchiato in rosso è il numero 1.1, a prima firma del capogruppo di FdI al Senato, Lucio Malan. Due righe per stabilire che «le riserve auree gestite e detenute dalla Banca d’Italia appartengono allo Stato, in nome del popolo italiano».
I tecnici hanno già le idee chiare sulle ragioni che rendono impraticabile l’avanzamento della richiesta. Sono due. La prima riguarda la titolarità della competenza sull’oro. I tecnici ricordano che è del Sistema europeo di banche centrali (Sebc).
A stabilirlo è il Trattato di funzionamento dell’Unione europea. Lì dentro c’è scritto che le autorità nazionali detengono le riserve ufficiali degli Stati membri, di cui i lingotti sono una parte.
La questione tocca non solo le prerogative della Banca d’Italia, ma anche quelle di tutte le altre banche centrali dell’eurosistema e della Bce. La sottolineatura è sulla “rilevanza delle riserve ai fini della salvaguardia della stabilità economica e finanziaria dell’eurozona”.
Non è solo un principio. In ballo c’è la capacità delle banche centrali nazionali di adottare decisioni, in completa autonomia, sulla gestione, conservazione e negoziazione, anche a lungo termine.
Altro “memo” della Bce: un trasferimento delle riserve dallo stato patrimoniale della Banca d’Italia allo Stato eluderebbe il divieto di finanziamento monetario, previsto dallo stesso Trattato, che vieta alla banca centrale di finanziare il settore pubblico. Ma «contrasterebbe altresì con il principio di indipendenza finanziaria».
Poi si passa al secondo vulnus, quello dell’esproprio. La «nazionalizzazione» sovranista apre un problema di legittimità costituzionale. Andrebbe valutato. Ma anche questo punto non è
stato affrontato preventivamente da FdI.
Il tema che resta sul tavolo è indicato in modo puntuale: la limitazione della sovranità nazionale in favore dell’Unione europea. Un altro segno da matita rossa sul foglio che chiede di affidare “l’oro alla patria”.
(da Repubblica)
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Novembre 28th, 2025 Riccardo Fucile
SENZA IL GOVERNO ALLE SPALLE, I ‘CALTAMELONI’ DIFFICILMENTE AVREBBERO CORONATO IL SOGNO DI CONQUISTARE MEDIOBANCA USANDO MPS, ISTITUTO DUE VOLTE PIÙ PICCOLO E SALVATO TRE VOLTE DALLO STATO
Dai “furbetti del quartierino” ai “furbetti del concertino”. Vent’anni dopo le scalate
bancarie del 2005, quelle di Stefano Ricucci e Giampiero Fiorani fermate dalla magistratura, una nuova inchiesta sul mondo del credito può travolgere la politica e pezzi di istituzioni.
La Procura di Milano accusa Francesco Gaetano Caltagirone, Francesco Milleri e Luigi Lovaglio di un accordo segreto per scalare Mediobanca aggirando le norm.
L’indagine può travolgere anche il governo, che ha giocato due ruoli in commedia: arbitro, bloccando con il golden power chiunque potesse ostacolare l’operazione, come UniCredit che voleva prendersi Banco Bpm, e giocatore, dando l’avallo decisivo alla scalata all’ex salottino finanziario milanese lanciata dal Montepaschi, di cui era primo azionista attraverso il Tesoro.
Senza il governo alle spalle, i “Caltameloni” difficilmente avrebbero coronato il sogno di conquistare Mediobanca usando Mps, istituto due volte più piccolo e salvato tre volte dallo Stato.
Il Tesoro è arrivato perfino a riscrivere le norme della finanza per complicare la vita ai rivali e favorire gli scalatori, come i paletti alla lista del cda (che penalizzava i vertici di Generali) e si appresta ad alzare la soglia che obbliga a lanciare l’Opa.
Parafrasando una battutaccia di Guido Rossi ai tempi del governo D’Alema, Palazzo Chigi è oggi “l’unica merchant bank dove si parla romano”.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Novembre 28th, 2025 Riccardo Fucile
SI E’ DIMESSO QUALCUNO? NO, MA QUALCOSA POTREBBE ACCADERE
Partiamo dall’oggetto dell’inchiesta, l’azienda per i servizi alla persona San Michele di Roma. Cos’è un’azienda per i servizi alla persona, innanzitutto. È una di quelle strutture sociosanitarie che si occupano di quelle cose di cui le famiglie fanno molta fatica a occuparsi, soprattutto ora che si vive di più, che gli anziani sono sempre di più e l’attività di cura – fortunatamente – non è più demandata alle donne di casa. Concretamente: è una casa di riposo, una residenza per anziani non più autosufficienti e un centro di riabilitazione. La più grande di Roma, la seconda più grande d’Italia.
Non solo, però. Perché l’importanza del San Michele è anche fondata su due ulteriori motivi.
Il primo: è una struttura pubblica. O meglio: è un ente pubblico economico. Che svolge un ruolo pubblico ed è vigilata e controllata da Regione Lazio che paga anche una parte dei servizi. Ma che, sostanzialmente, ha un bilancio autonomo, autonomia e capacità di spesa di un ente privato.
Il secondo motivo, per l’appunto: il San Michele ha un sacco di
soldi. Ma proprio tanti. Originariamente infatti era un istituto religioso a cui tanti ricchi devoti hanno lasciato in eredità il loro patrimonio. A oggi, grazie a quei lasciti, oltre alla elegante palazzina sede dell’Asp, il San Michele possiede anche buona parte dei palazzi di piazza della Repubblica a Roma, l’hotel Nazionale a Montecitorio, di fronte alla Camera dei Deputati e tanti altri palazzi in giro per Roma. Roba da decine di milioni di rendita immobiliare, ogni anno. Il San Michele, insomma, è una bella cornucopia di denaro, pubblico e privato. E pur essendo una struttura pubblica, lo può spendere senza tutte le regole a cui è soggetta una struttura pubblica.
Se già da qua cominciate a sentire puzza di bruciato, sappiate che siamo ancora lontani dal fuoco. Facciamo un paio di passi avanti, allora.
Chi ha in mano il timone del San Michele? Si chiama Giovanni Libanori, detto Nanni, ed è stato nominato presidente dell’istituto sebbene non avesse alcuna pregressa esperienza nel settore socio assistenziale. Nel suo curriculum c’è altro: è il vicesindaco di Nemi, un grazioso borgo dei Castelli Romani. E soprattutto, in quel contesto, è uno dei capi di Fratelli d’Italia, il partito della premier Giorgia Meloni. Andiamo avanti: chi ha nominato Libanori e che ne controlla l’operato è l’assessore regionale all’Inclusione Sociale e ai Servizi alla Persona Massimiliano Maselli. Che, combinazione, è anche lui di Fratelli d’Italia. Non solo: è entrato nel partito insieme lo stesso giorno
in cui è entrato Libanori. Quel giorno del 2019, in Fratelli d’Italia ci entrarono in tre. Libanori, Maselli e Luciano Ciocchetti – il capo di questa piccola corrente di ex democristiani diventati patrioti. Guarda un po’ la coincidenza, Ciocchetti, da deputato, si occupa proprio delle aziende dei servizi alla persona e della loro riforma, ed è uno dei papabili per il ruolo di candidato a Sindaco di Roma nel 2027. Eccoli, insomma, gli amichetti d’Italia. Tre politici che, curiosamente, si sono posizionati attorno a una ricchissima realtà socio assistenziale. Uno la guida, l’altro la finanzia e la controlla e il terzo presidia il settore e punta al comune dove il San Michele opera.
Facciamo ancora qualche passo avanti. Che magari siamo malfidenti noi. E quel che sembra sospetto da lontano, visto da vicino potrebbe avere tutt’altro aspetto. Magari tutte le scelte del San Michele sono improntate a criteri di merito. Magari in quel contesto ci operano e ci lavorano i migliori nel loro campo. Magari siamo noi a essere i soliti malpensanti. Magari. O magari no.
In questi mesi, Billeci, Bagnariol e Garbin, in un paziente lavoro d’inchiesta, hanno raccolto trentaquattro pagine di incarichi, consulenze, appalti concessi a personaggi che hanno una caratteristica che li accomuna: sono tutti strettamente legati alla corrente politica di Ciocchetti, Maselli e Libanori. Per dirla con le parole di una importante fonte interna che ha deciso di parlare
con noi, a patto ci impegnassimo a proteggerne l’anonimato, sono gente “che ha attraversato il deserto con loro e a cui loro, ora, devono dare da bere”.
Vi faccio qualche esempio, per darvi l’idea. Prendiamo gli incarichi dati da Libanori.
C’è la psicologa candidata per Fratelli d’Italia cui viene affidata una consulenza di 110mila euro.
C’è la candidata per Fratelli d’Italia al XV municipio di Roma cui è stato affidato l’incarico di rifare il sito internet del San Michele, per 40mila euro.
C’è la compagna dell’addetto stampa di Ciocchetti, che ha un contratto col San Michele da 90mila euro.
C’è l’avvocato candidato per il centrodestra che ha una parcella di consulenza per sé e una per la figlia, per un totale di 11mila euro.
C’è il commercialista personale di Libanori che riceve 15mila euro per una consulenza in ambito fiscale.
C’è il campione di offshore e grande amico di Ciocchetti cui viene affidata l’organizzazione della giornata regionale del Caregiver Familiare, per la quale riceve 74mila euro, di cui 50mila erogati dall’assessorato regionale guidato da Maselli.
E poi ci sono gli appalti, come quello, come quello per il nuovissimo reparto per la riablitazione del reparto per i pazienti post comatosi.
La cui costruzione è affidata a un’azienda storica fornitrice del Comune di Nemi il comune di cui Libanori è vicesindaco, per 600mila euro.
La cui direzione lavori è affidata a un dirigente di Fratelli d’Italia di Ariccia che sui social si definisce in un video “grande amico di Nanni”, cioè di Libanori, e che ha seguito il presidente dell’Asp in tutta la sua avventura politica. Gli arredi, per 149mila euro, vengono affidati a un grande amico di Ciocchetti, presente a tutti i suoi eventi politici. Per funzionare, questo reparto, si avvale di 400mila di euro messi a disposizione ogni anno dalla Regione Lazio.
Questi soldi sono iniziati ad arrivare a gennaio.Il reparto è stato inaugurato a giugno. I pazienti, a fine ottobre, erano zero.
Questo è quel che abbiamo raccontato, in estrema sintesi. Tutte cose che probabilmente sono state fatte rispettando le regole. Ma che fanno storcere un po’ il naso – per usare un eufemismo – per quanto riguarda l’opportunità. Soprattutto, cito le parole di Giorgia Meloni, per una forza politica che si definisce il partito del merito, quello che combatte le clientele e l’amichettismo della sinistra
“Sono tutte illazioni”? No, sono tutti fatti.
È un fatto che Ciocchetti, Maselli e Libanori fanno parte dello stesso partito e dello stesso gruppo politico.
È un fatto che si occupino tutti di aziende di servizi alla persona.
È un fatto che la nomina di Libanori dipenda da Maselli.
È un fatto che Libanori affidi una serie di lavori ad amici suoi, di
Ciocchetti e di Maselli, spesso in assenza di competenze specifiche sui temi.
È un fatto che Maselli dovrebbe controllare e non trova nulla di male in tutto questo.
È un fatto che due progetti affidati ad amici per decine di migliaia di euro non sono mai partiti.
Ed è un fatto che troviamo quasi tutte le persone di cui parliamo a un evento politico di Ciocchetti, Maselli e Libanori.
È una vicenda piccola e locale? No, non è una vicenda piccola e locale. Perché è coinvolto un parlamentare della repubblica, del primo partito italiano.
Perché parliamo della seconda azienda per i servizi alla persona d’Italia
Perché parliamo di appalti per centinaia di migliaia di euro.
E infatti, il Partito Democratico regionale ha depositato un’interrogazione parlando di “vicenda gravissima”. Il Movimento Cinque Stelle ha depositato un’interrogazione in Parlamento e una in regione parlando dell’Asp San Michele come di un “poltronificio di Fratelli d’Italia”. Così come hanno fatto anche Pd e Avs, che hanno chiamato in causa Giorgia Meloni chiedendole di riferire in aula.
Il presidente della Regione Lazio Rocca, infine, ha immediatamente disposto un’attività ispettiva, dicendo che ci sarà “tolleranza zero” di fronte a comportamenti non trasparenti. Questa attività ispettiva, per la cronaca, doveva iniziare martedì
scorso, ma a quanto ci risulta gli ispettori non sono ancora arrivati al San Michele.
Insomma, la questione San Michele è appena iniziata.
E a voi e agli amichetti d’Italia l’unica promessa che possiamo fare è che non molleremo la presa.
(da Fanpage)
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Novembre 28th, 2025 Riccardo Fucile
IL SENATORE SPERANZON (FDI), OSPITE ORMAI FISSO DEI TG DI REGIME, SEMBRA DAVVERO CONVINTO DI VIVERE IN PAESE BEN GOVERNATO: LO RINGRAZIAMO PER L’IMPEGNO
Bisognerebbe istituire un fondo di solidarietà e di recupero sociale per quegli esponenti
politici che una pratica crudele costringe a esibirsi nei tigì Rai per dire ogni sera, se di governo, che il governo ha ragione, e se di opposizione che il governo ha torto.
Un siparietto umiliante, mal pensato, mal preparato, mal inquadrato e mal detto, al cui confronto il più improbabile testimonial del peggiore spot pubblicitario sembra George Clooney.
Sono rarissimi i casi nei quali lo spettatore non prova disagio e rincrescimento nel vedere donne e uomini adulti sottoporsi a questa penosa corvé, che ci fa pensare alla politica come a uno
dei mestieri più dequalificati del pianeta. Uno di questi casi, che riapre il cuore alla speranza, è il senatore di Fratelli d’Italia Raffaele Speranzon (nomen omen), ormai nel cast fisso dei tigì del sedicente servizio pubblico. Speranzon, unico nel mucchio, appare sinceramente felice di dire “il governo ha sempre ragione”. Lo fa con esuberanza sorgiva, accompagnando la sua frasetta con brevi gesti delle mani che ne confermano la giustezza (anche le mani di Speranzon sono governative) e si capisce già al primo sguardo che è al riparo da qualunque sospetto tipo: “Non starò dicendo una frescaccia?”. Oppure: “Ma non era meglio se me ne stavo a casa a mettere in ordine le cravatte?”.
Certo l’aspetto lo assiste: Speranzon è un bel signore sorridente e dalla voce tonante, alla quale il forte accento veneto aggiunge quel quid esotico che la Rai concede, per contrasto, a chiunque non parli come un figurante del Rugantino.
Non sappiamo se lo sia davvero, ma nei tigì sembra felice, sicuro di vivere in un magnifico Paese ottimamente governato. Pur non essendo partecipi della sua contentezza, lo ringraziamo per l’impegno.
(da Repubblica)
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Novembre 28th, 2025 Riccardo Fucile
SE INVECE VUOI UN CONFRONTO DI COALIZIONE ALLORA HA RAGIONE ELLY: “INVITA ANCHE SALVINI”… I SOLITI MEZZUCCI DA POLITICANTE, ALTRO CHE STATISTA… COMUNQUE RIMANIAMO DELLA NOSTRA IDEA: CON I SOVRANISTI NEANCHE UN CAFFE’
Giovanni Donzelli, responsabile organizzazione di Fratelli d’Italia aveva invitato Elly Schlein, in quello che poi sarebbe dovuto diventare un confronto con la premier Giorgia Meloni. La segretaria Pd accusa la presidente del Consiglio di voler scappare.
Dopo ampia riflessione, la premier Giorgia Meloni aveva accettato l’invito al confronto con Elly Schlein durante la prossima edizione di Atreju, dal 6 al 14 dicembre a Castel Sant’Angelo. In un post pubblicato su Facebook, Meloni ha definito l’evento «una casa aperta al dialogo, anche con chi la pensa diversamente» e si è detta «pronta a confrontarsi con l’opposizione». Ma a una condizione: la presenza anche di Giuseppe Conte, leader del M5s.
«Per due ragioni – ha spiegato –: la prima è che Conte, a differenza di Schlein, negli anni passati ha partecipato ad Atreju senza imporre alcun vincolo, anche quando era presidente del Consiglio. La seconda è che non spetta a me stabilire chi sia il leader dell’opposizione, dal momento che il campo avverso non ne ha ancora scelto uno. Da parte mia, quindi, sono disponibile a un confronto unico con entrambi».
Il leader del Movimento 5 Stelle, chiamato in causa dalla presidente del Consiglio, non si sottrae al dibattito. «Avevo sondato la possibilità di un confronto con Meloni ad Atreju anche nelle precedenti edizioni e mi fu risposto di no», scrive Conte sui social. «Ora leggo che la premier accetta di
confrontarsi a patto che sul palco ci siamo sia io che Schlein. Per me va sempre bene confrontarsi e dirsi le cose come stanno. Anche in “trasferta”, davanti a un pubblico che ho rispettato anche quando ero presidente del Consiglio e Fratelli d’Italia non era forza di maggioranza. Non mi sottraggo certo oggi. Ci sono!», conclude.
Schlein: «Confronto anche con Conte? Meloni porti Salvini»
La segretaria del Pd si è detta dispiaciuta che «Meloni abbia rifiutato di fare un faccia a faccia». Lo ha precisato a Piazza Pulita su La7. «Vuole fare il confronto di coalizione? Portasse anche Matteo Salvini – ha proseguito. E se vuole portare anche Tajani noi portiamo anche Fratoianni e Bonelli. È ridicolo», ha concluso.
La risposta di Meloni arriva dopo che, mercoledì 26 novembre, Schlein avrebbe ricevuto dal responsabile organizzativo di FdI, Giovanni Donzelli, un nuovo invito a partecipare ad Atreju, dopo il rifiuto dello scorso anno. La segretaria dem aveva però chiarito di essere pronta a intervenire solo in presenza di un confronto pubblico con la premier.
La nostra riflessione
1) Elly Schlein non si è invitata a casa altrui, era stata invitata. Se uno ti invita a casa sua, è buona norma che ti riceva il padrone di casa, non che ti faccia conoscere solo la servitù.
2) Elly non ha chiesto un confronto con la premier in quanto “capo” dell’opposizione, ma come segretaria del maggiore partito italiano di opposizione. Puoi legittimamente accettare o rifiutare.
3) Fanno ridere i commenti dei media di regime per cui la mossa di Meloni avrebbe avuto lo scopo di far “esplodere le diversità” all’interno della coalizione del campo largo. Perchè non ha esteso l’invito a Salvini e Tajani? Per non far emergere le contraddizioni all’interno del governo?
4) Il confronto alla fine non si terrà, così Meloni scappa dal confronto (come da tre anni scappa dalle conferenze stampa con i giornalisti): mezzucci da politicanti non da statisti. In ogni caso rimaniamo della nostra idea: con i sovranisti servi di interessi stranieri non desideriamo neanche prendere un caffe’, si dialoga solo con persone perbene.
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Novembre 28th, 2025 Riccardo Fucile
AGLI ITALIANI INTERESSA VEDER CRESCERE I SALARI REALI, NON GLIENE FREGA NULLA DEL SISTEMA ELETTORALE
Cambiare la legge elettorale, invece di rafforzare la legge di bilancio, non migliorerà la
vita degli italiani. Abolire i collegi uninominali, invece di far crescere i salari reali, non spingerà più gente a votare. Allo stesso modo forzare sull’elezione diretta del presidente del Consiglio, invece di ridurre la pressione fiscale sul contribuente onesto, non contrasterà la disuguaglianza e la rabbia sociale. Sottrarre al Capo dello Stato la discrezionalità nello scioglimento delle Camere, invece di aumentare la qualità degli eletti, non servirà a garantire governi più stabili, a stimolare la crescita del Pil, a rendere le città più sicure. Eppure, la prima reazione di Meloni e dei suoi arditi alla battuta d’arresto delle elezioni regionali è stata esattamente questa. Non un colpo d’ala sui grandi temi che stanno a cuore a tutti i cittadini: l’economia che ristagna, la micro-criminalità che dilaga. Al contrario, un colpo d’acceleratore sulle pseudo-riforme che stanno a cuore solo ai patrioti al comando: il premierato e il sistema di voto. Il doppio e immediato rilancio su “priorità” così lontane dai bisogni quotidiani del Paese, e invece così vicine ai sogni di potere del Palazzo, conferma al di là di ogni truce sparata propagandistica le preoccupazioni della Sorella d’Italia.
L’arretramento della Fiamma tricolore è stato significativo: ha fallito miseramente l’Opa sul Veneto, dove la Lega a trazione Zaia ha umiliato sia Meloni che Salvini, e ha perso copiosi consensi in Campania e Puglia, dove è stata schiantata dal Pd di Elly Schlein. Non è stato certo il “provvidenziale scossone” dolosamente attribuito dai soliti gazzettieri di regime a un consigliere di Sergio Mattarella. Ma l’allarme è suonato chiaro e forte, nelle stanze del governo. Bisogna fare qualcosa: non per governare meglio l’Italia, ma per far governare più a lungo Fratelli d’Italia.
Riaffiora un vizio quasi genetico delle destre berlusconiane e post-berlusconiane (mutuato in parte anche dalle sinistre renziane). Le regole del gioco vanno bene finché si vince: appena si fiuta il pericolo di una sconfitta possibile, allora vanno cambiate in corsa, facendo saltare il tavolo a botte di maggioranza. È la Storia della Seconda Repubblica, svilita dall’uso politico delle norme costituzionali e dall’abuso partitico delle riforme istituzionali. Per quanto sfibrata, in nessun’altra democrazia europea le leggi elettorali sono state riscritte più volte come da noi. Sempre con un solo obiettivo: non quello di assicurare più efficienza al dispositivo di voto e più efficacia al principio della rappresentanza, ma quello di impedire la vittoria dell’avversario. Dopo il Mattarellum del 1993 — con il quale scegliemmo il maggioritario, indignati da Tangentopoli — ci illudemmo di aver introiettato la cultura del bipolarismo. Ma nel
2005 a riportarci nel caos ci pensò il Cavaliere col Porcellum, fritto misto indigeribile cucinato a Lorenzago col solo scopo di farlo vomitare dall’Unione di Prodi, che infatti vinse a stento e crollò dopo due anni. Nel 2013 la Corte costituzionale giudicò illegittima quella “porcata” e subito dopo Renzi, allora royal baby di rito Nazareno, provò a metterci una pezza con l’Italicum, a sua volta tagliato a misura sul suo “regno”. Due anni dopo la Consulta bocciò anche quello, e così nel 2017 siamo approdati all’attuale Rosatellum, che fa eleggere due terzi del Parlamento col proporzionale e un terzo col maggioritario.
Questo ennesimo Frankenstein elettorale, frutto di trapianti innaturali e innesti parziali, ha consentito a Meloni di stravincere nel 2022: col 43% dei voti, si portò a casa l’82% dei collegi uninominali alla Camera, beneficiando della frammentazione/ cannibalizzazione del centrosinistra. Non solo: per quanto pasticciato, il Rosatellum le ha permesso di smerciare i suoi dsuccessi” all’orbe terracqueo, rivendicando con iattanza e tracotanza “la stabilità e la longevità” del suo governo. Ma con le ultime regionali l’incantesimo si è rotto. Pd, 5S, Avs e Casa Riformista si sono coalizzati, e le simulazioni dell’Istituto Cattaneo dimostrano che, trasferendo su scala nazionale i risultati del voto locale, la rimonta del centrosinistra nei collegi sarebbe clamorosa, azzerando il vantaggio delle destre al Sud. FdI, Lega e Fi dovrebbero scordarsi il “cappotto” di tre anni e mezzo fa, quando conquistarono 121 collegi su 147: si ritroverebbero cucito addosso un “vestitino” striminzito, inadatto per rivincere e buono tutt’al più per pareggiare. Adesso, nei collegi uninominali, la paura fa meno di 90: ecco perché, prima delle politiche del 2027, urge un altro rimaneggiamento della legge elettorale. Serve un bel Melonellum, che lasci a Giorgia quel che è di Giorgia, o tolga a Elly quello che potrebbe diventare di Elly. Chiusa la baita del Cadore, congedata la coppia Calderoli & Tremonti, dallo sgangherato pensatoio di Via della Scrofa i nuovi Stranamore Fazzolari & Donzelli annunciano l’abolizione dei temuti collegi, e un sistema proporzionale con un premio di maggioranza del 55% per il partito o la coalizione che raggiunga almeno il 40-45%. L’ennesimo patchwork, ma coerente con la parallela riforma su cui ora bisogna serrare i ranghi, cioè l’elezione diretta del presidente del Consiglio il cui nome andrà tassativamente indicato sulla scheda.
Questa, adesso, è la road-map del melonismo da combattimento. Con la virile fedeltà e la proverbiale “terzietà” che lo contraddistinguono, Ignazio La Russa ha dato la sua benedizione: per approvare il premierato “c’è tempo”, ha dichiarato la sedicente seconda carica dello Stato, precisando che è solo questione di “volontà politica”. Il che è come dire: anche sulle regole del gioco democratico non esistono spirito bipartisan, grazia di Stato, primato del Parlamento. Come sulla “riforma della giustizia” e la separazione delle carriere tra
giudici e pm: se c’è una maggioranza che decide, faccia pure. Nessuno la fermerà. Per questo, se le regionali hanno suonato il campanello d’allarme a destra, devono suonare anche la sveglia a sinistra. È finita la stagione dei sofismi, dei personalismi e degli sconfittismi: se il governo è tornato contendibile, urgono qui ed ora un programma serio e una squadra coesa che lo rendano davvero raggiungibile. E come ha detto Renzi su questo giornale, stavolta giustamente, la sfida si giocherà sulla quotidianità più che sull’ideologia, sul carrello della spesa più che sul calcolo dei seggi.
A due anni dal voto, come nella migliore tradizione italica, si profila un’altra legge elettorale ad destram, combinata a una riforma costituzionale ad personam. Sta all’opposizione proporsi al Paese come alternativa radicale a questa deriva illiberale. È evidente che il premierato calza a sua volta a pennello alla Meloni: se passasse quello sbrego alla Costituzione, lei diventerebbe la domina assoluta della Nazione. Se non passasse, sarebbe pronta a fare la presidente della Repubblica nel 2029. Comunque andasse, passeremmo da democrazia a capocrazia. Da Colle Oppio al Colle Quirinale: per l’Underdog sarebbe un salto epocale, per l’Italia un salto nel buio.
(da Repubblica)
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Novembre 28th, 2025 Riccardo Fucile
ORA IL TEATRO DOVRA’ RISARCIRE LA MASCHERA CON TUTTI GLI STIPENDI DOVUTI E PAGARE ANCHE LE SPESE PROCESSUALI
La giovane maschera aveva urlato lo slogan pro-Pal all’ingresso nella sala del principale teatro milanese di Giorgia Meloni. Fermata dagli agenti lì presenti, era stata cacciata dai vertici della Scala per presunta violazione del contratt
Era illegittimo il licenziamento della maschera del Teatro alla Scala a cui era stato stracciato il contratto per aver urlato «Palestina libera» all’ingresso in sala della presidente del Consiglio Giorgia Meloni lo scorso 4 maggio. Lo ha deciso il tribunale del Lavoro, che ha definito l’allontanamento della dipendente «un licenziamento politico».
Il Teatro dovrà risarcire la ex dipendente pagando tutte le mensilità a lei dovute dallo scorso maggio fino alla scadenza naturale del contratto a termine e rimborsarle anche le spese di lite.
L’azione di protesta della maschera e la decisione della Scala
A comunicare l’esito positivo della causa il sindacato Cub, che aveva denunciato i vertici dello storico teatro milanese. Secondo la Scala, la dipendente aveva tradito la fiducia dei datori di lavoro disobbedendo a chiari ordini di servizio durante il concerto a inviti organizzato dall’Asian development Bank, nel cui board siede il ministro delle finanze e politico di estrema destra israeliano Bezalel Smotrich.
(da agenzie)
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Novembre 28th, 2025 Riccardo Fucile
DOPO OLTRE UN ANNO IL GOVERNO ITALIANO INCAPACE DI LIBERARE IL COOPERANTE CHE NON HA SANTI IN PARADISO
L’ambasciatore d’Italia a Caracas Giovanni De Vito ha effettuato oggi a Caracas una
visita consolare a Alberto Trentini durante la quale ha potuto incontrare anche un altro detenuto, Mario Burlò. De Vito ha riferito alla Farnesina di aver trovato Trentini, detenuto in Venezuela da oltre un anno, in condizioni di umore migliori rispetto alla volta scorsa. Secondo quanto riferisce la Farnesina «la visita è stata effettuata nell’ambito
dell’azione politica e diplomatica che la premier Giorgia Meloni e il ministro degli Esteri Antonio Tajani stanno costruendo da mesi» per portare alla liberazione di tutti i cittadini italiani detenuti.
Chi è l’altro detenuto incontrato dal console
Mario Burlò è un imprenditore torinese detenuto dal 2024 in Venezuela. La sua famiglia ha denunciato la mancanza di notizie per mesi, prima che venissero confermate le sue condizioni di salute attraverso la visita dell’ambasciatore italiano nel settembre 2025. Burlò è anche stato assolto dalla Corte di Cassazione da un’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa nell’inchiesta che ha coinvolto anche l’ex assessore regionale di centrodestra Roberto Rosso.
(da agenzie)
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Novembre 28th, 2025 Riccardo Fucile
SECONDO L’EUROSTAT, IL REDDITO REALE PRO CAPITE DELLE FAMIGLIE NELL’UE È CRESCIUTO DEL 22% – LA GRECIA E L’ITALIA SONO STATI, INVECE, GLI UNICI PAESI IN CUI IL REDDITO PRO CAPITE DELLE FAMIGLIE È DIMINUITO (RISPETTIVAMENTE -5% E -4%)
Negli ultimi vent’anni sono cresciuti i redditi delle famiglie europee, tranne che in Italia e in Grecia che sono gli unici paesi ad aver registrato flessioni del 4% e del 5%. Lo rileva Eurostat. Tra il 2004 e il 2024, il reddito reale pro capite delle famiglie nell’Unione europea è cresciuto del 22%.
Guardando ai singoli paesi dell’Unione, scrive Eurostat, la Romania ha registrato la maggiore crescita del reddito reale pro
capite delle famiglie dal 2004 al 2024 (134%), seguita da Lituania (95%), Polonia (91%) e Malta (90%)
La Grecia e l’Italia sono stati invece gli unici paesi in cui il reddito pro capite delle famiglie è diminuito negli ultimi 20 anni (-5% e -4%, rispettivamente), mentre gli aumenti più bassi si sono registrati in Spagna (11%), Austria (14%), Belgio (15%) e Lussemburgo (17%).
(da agenzie)
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