Dicembre 2nd, 2025 Riccardo Fucile
È APPENA STATO PRESENTATO IN PARLAMENTO UN DISEGNO DI LEGGE CHE AUTORIZZA LE FORZE ARMATE A ESEGUIRE ATTACCHI CYBER PER LA DIFESA E LA SICUREZZA. ED È PREVISTA LA CREAZIOBE DI UN’ARMA CIBERNETICA CON CINQUEMILA UOMINI. MA PER ORA È TUTTO SULLA CARTA
In fondo, il ministro della Difesa Guido Crosetto l’ha detto chiaramente che alla Nato
valutano l’ipotesi di rispondere più duramente alle operazioni di “guerra ibrida” portate avanti dalla Russia. «In qualche modo noi siamo già in guerra. E dovremmo reagire».
Era in una intervista al Corriere della Sera del settembre scorso. «Se non si reagisce, si soccombe. Si deve bloccare chi attacca anche, se serve, restituendo l’attacco». Ma non parlava di una guerra guerreggiata come quella in corso in Ucraina, bensì della
cosiddetta “guerra ibrida” che è un mix venefico di disinformazione, attacchi hacker, intrusioni, manipolazione dell’opinione pubblica, spionaggio tecnologico.
Restituire l’attacco? L’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone ha ora lasciato trasparire i termini del dibattito. Banalmente detto, c’è chi spinge per una reazione offensiva (sempre su un terreno digitale) che superi la mera autodifesa e chi si ferma all’ortodossia.
L’Italia sotto questo punto di vista è in grave ritardo. Mentre francesi, britannici e tedeschi hanno già riorganizzato le loro difese cyber, da noi è appena stato presentato in Parlamento un disegno di legge, a prima firma del leghista Nino Minardo, che aggiorna le norme vigenti, riconoscendo alla Difesa la possibilità di intervenire nel cyberspazio anche al di fuori di scenari di conflitto armato per proteggere cittadini, istituzioni e infrastrutture critiche§
Ebbene, l’articolo 4 del ddl autorizza le forze armate ad eseguire attacchi cyber per la difesa e la sicurezza, specialmente in uno scenario di guerra. Allo scopo è consentito al personale impegnato in operazioni che richiedono specifiche competenze tecniche, di avvalersi di persone fisiche o giuridiche specializzati.
Il ministro Crosetto, a sua volta, pochi giorni fa ha presentato un lungo documento intitolato “Il contrasto alla guerra ibrida. Una strategia attiva”. Vi è un esplicito accenno al ddl Minardo, che ha così piena copertura politica da parte del governo. E si prefigura, una volta sistemate le norme di cornice, specie il punto delicatissimo di che cosa sia una strategia “offensiva” (perché il confine con il commettere un reato è davvero labile), la nascita di una Arma cibernetica al pari di Esercito, Marina, Aeronautica e Carabinieri, composta subito da almeno 1.200 specialisti e che a regime dovrebbero essere 5.000
In appendice al suo documento, il ministro illustra come gli alleati si siano già mossi: la Germania ha dato vita a un “Kommando Cyber und Informationsraum” che tra le altre cose è adibito ad operazioni offensive in risposta a un attacco subìto; la Gran Bretagna ha un National Cyber Force, organizzazione mista tra Difesa e intelligence che conduce «operazioni cibernetiche offensive per sostenere le priorità di sicurezza nazionale del Regno Unito»; la Francia ha il “Commandement de la cyberdéfense” che si affianca all’Agenzia civile della cybersicurezza con capacità offensive
In Italia siamo molto indietro. I cyber-reparti vagheggiati dal ministro sono solo sulla carta. La discussione in Parlamento nemmeno è cominciata. E c’è un problema difficilissimo da superare: se la Difesa vorrà arruolare davvero mille o duemila hacker in grado di competere con quelli russi o cinesi, non basterà certo lo stipendio base di un soldato professionista, che si
aggira sui 1.300 euro al mese.
Un vero hacker guadagna dieci volte di più. Forse il trucco è nell’ultimo comma dell’articolo 4 del ddl Minardo, quando si prefigurano società private specializzate, con contratti sganciati dai parametri del pubblico impiego, di cui potranno avvalersi le forze armate.
(da agenzie)
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Dicembre 2nd, 2025 Riccardo Fucile
L’OBIETTIVO È EVITARE DI DOVER RICOMINCIARE DA CAPO TUTTO L’ITER CON UNA NUOVA GARA. DI CERTO SLITTERÀ DI MOLTI MESI L’APERTURA DEI CANTIERI, CON BUONA PACE DI SALVINI
Nessuna forzatura con la Corte dei conti. Quindi, tempi più lunghi di quelli auspicati dal ministro Matteo Salvini per la posa della prima pietra del ponte sullo Stretto. Il governo è intenzionato a riscrivere la delibera Cipess, accantonando quella bocciata dai magistrati contabili: una strada, l’ultima, per evitare di ricominciare tutto da capo rifacendo la gara, come comunque hanno chiesto i magistrati contabili nella relazione a supporto della bocciatura della delibera che stanziava 13,5 miliardi di euro per l’opera.
«Rifare il bando significa non fare più il Ponte», ha ammesso lo stesso Salvini. Da qui il tentativo di evitare lo stop definitivo all’iter messo in piedi dal governo, che ha voluto ripescare una
vecchia gara del 2003 vinta dal consorzio Eurolink ù
Ieri a Palazzo Chigi si è tenuta una riunione tecnica, alla presenza del sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, e dei dirigenti del Dipartimento per la programmazione e dei ministeri dell’Economia, degli Affari europei, delle Infrastrutture e dell’Ambiente. All’incontro anche l’ad della Stretto di Messina, Pietro Ciucci.
§Sul tavolo la decisione su quale strada intraprendere per rispondere ai rilievi della Corte dei conti, che non ha bollinato la delibera Cipess per una serie di motivazioni: tra queste, la carenza di documentazione a sostegno della dichiarazione di pubblica utilità dell’opera (inserita anche come strategia nell’ottica della difesa Nato), il rispetto delle direttive europee su ambiente e appalti, e i mancati pareri del Consiglio superiore dei lavori pubblici e dell’Autorità dei trasporti.
La soluzione emersa dal tavolo a Chigi è quella di non chiedere la registrazione con riserva da parte della Corte dei conti della delibera bocciata. Ma di ripresentarne un’altra, accogliendo alcuni rilievi dei magistrati. E accompagnandola con una serie di nuove relazioni e atti a sostegno del progetto.
Un lavoro che richiederà mesi, con conseguente allungamento dei tempi: impensabile la posa della prima pietra a gennaio o entro l’estate, come auspicato da Salvini. Ma questa, come hanno fatto notare ieri i tecnici, è l’unica opzione perseguibile per evitare lo stop definitivo all’appalto e doverne bandire un altro, a quel punto aperto alla concorrenza internazionale.
La speranza è che una seconda delibera Cipess, più corposa, possa passare al vaglio della Corte dei conti
Resta un ultimo scoglio: la Corte dei conti ha di fatto detto che occorre fare una nuova gara perché «l’operazione economica entro cui si collocano i rapporti negoziali differisce, in maniera significativa, da quella originaria». Questo perché nel 2003 si
prevedeva che il costo dell’opera fosse a carico del privato.
Adesso invece, cambiando i criteri della gara, a coprire la spesa sarà lo Stato. Secondo i tecnici di Chigi e del Mit, però, per evitare l’apertura di una procedura di infrazione dell’Europa per lesione della concorrenza basterà rispettare il tetto del 50 per cento dell’aumento complessivo dei costi rispetto al 2003.
(da La Repubblica)
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Dicembre 2nd, 2025 Riccardo Fucile
GALVAGNO, DELFINO DI IGNAZIO LA RUSSA, È ACCUSATO DI CORRUZIONE, PECULATO, TRUFFA E FALSO IDEOLOGICO
La Procura di Palermo ha chiesto il rinvio a giudizio del presidente dell’Assemblea
regionale siciliana Gaetano Galvagno e di altre 5 persone tra cui l’ ex portavoce del politico, Sabrina De Capitani, e l’imprenditrice Caterina Cannariato.
Galvagno è accusato di corruzione, peculato, truffa e falso ideologico. Il gip ha fissato l’udienza preliminare al 21 gennaio prossimo
Oltre a Galvagno, all’ex portavoce e alla Cannariato, il processo è stato chiesto per l’imprenditore Alessandro Alessi, per Marianna Amato, dipendente della Fondazione Orchestra sinfonica siciliana e per Roberto Marino, all’epoca dei fatti autista del presidente dell’Ars.
Secondo i pm, Galvagno e la De Capitani, avrebbero piegato gli interessi pubblici a quelli privati della Cannariato, rappresentante in Sicilia della Fondazione Marisa Bellisario e vicepresidente della Fondazione Tommaso Dragotto, facendo finanziare dalla Presidenza dell’Ars una serie di eventi come un apericena del costo di 11mila euro per l’evento “Donna, Economia e Potere” che si tenne a Palermo ad ottobre del 2023 e fu realizzato dalla Fondazione Bellisario.
L’indagato avrebbe poi fatto avere dalla presidenza dell’Ars un contributo di 15mila euro e dalla Fondazione Federico II uno di 12.200 euro alla Fondazione Tommaso Dragotto, per l’evento “La Sicilia per le donne” che si svolse a Palermo e Catania il 25 novembre 2023 e avrebbe fatto inserire nella legge di Bilancio del 2023, durante una seduta da lui presieduta, sempre in favore della Fondazione Tommaso Dragotto, 100mila euro destinati allo svolgimento dell’evento “Un Magico Natale” edizione 2023.
E ancora, il politico avrebbe fatto inserire nella legge di Bilancio del 2024 un contributo di 98mila euro in favore della Fondazione Tommaso Dragotto, destinato allo svolgimento dell’evento “Un Magico Natale” edizione 2024.
In cambio, Galvagno avrebbe ottenuto un incarico di consulenza legale da parte della A&C Broker s.r.l. (società legalmente rappresentata dalla Cannariato) per la cugina Martina Galvagno; la nomina di Franco Ricci, compagno della De Capitani nel c.d.a. di Sicily By Car s.p.a. (società della famiglia della Cannariato), e un incarico per Marianna Amato, da parte della Fondazione Tommaso Dragotto, per l’organizzazione “La Sicilia per le donne”.
Nel patto illecito ci sarebbero stati anche incarichi retribuiti ad Alessandro Alessi, Marianna Amato, Davide Sottile e la stessa De Capitani per l’ edizione 2023 di Un Magico Natale. Ad Alessi la Fondazione Tommaso Dragotto avrebbe dato l’incarico
dell’organizzazione dell’evento con l’accordo che l’imprenditore avrebbe restituito almeno 20mila alla Cannariato e fatto avere altre somme ad Amato e De Capitani.
Alessi, definito nella richiesta dei pm “intermediario e facilitatore”, avrebbe dato un “contributo necessario agli accordi corruttivi”; mentre Amato sarebbe stata “istigatrice ed intermediaria”.
A Galvagno e all’ex autista Marino sono poi contestati il reato di peculato per l’uso a fini privati dell’auto di servizio, un’Audi 6, che sarebbe stata per 60 volte a disposizione del presidente, dell’autista, della segreteria e dell’ufficio di Gabinetto per scopi personali. Infine, Marino e Galvagno rispondono di truffa e falso: l’ex autista avrebbe dichiarato di decine di missioni mai fatte e vidimate da Galvagno, intascando circa 19mila euro per rimborsi spese e diarie.
(da agenzie)
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Dicembre 2nd, 2025 Riccardo Fucile
CON IL NO DI LAGARDE, SARÀ MOLTO COMPLICATO PER BRUXELLES USARE GLI ASSET RUSSI SEQUESTRATI E DETENUTI DALLA SOCIETÀ BELGA EUROCLEAR . IL PIANO PREVEDEVA GARANZIE STATALI DEI PAESI MEMBRI PER ASSICURARE LA CONDIVISIONE DEL RISCHIO, MA SECONDO I FUNZIONARI DELLA COMMISSIONE I PAESI NON SAREBBERO IN GRADO DI RACCOGLIERE RAPIDAMENTE IL DENARO IN CASO DI EMERGENZA
“La Bce rifiuta di fornire garanzie per il prestito da 140 miliardi di euro all’Ucraina”. E’ quanto scrive il Financial Times.
Secondo diversi funzionari, la Bce “ha concluso che la proposta della Commissione europea viola l suo mandato”, scrive il foglio britannico sottolineando che “aumentano le difficoltà di Bruxelles nel raccogliere il gigantesco prestito a fronte delle attività della banca centrale russa immobilizzate presso Euroclear, il depositario belga di titoli.
Secondo il piano della Commissione europea, i paesi dell’Ue fornirebbero garanzie statali per assicurare la condivisione del rischio di rimborso del prestito di 140 miliardi di euro concesso all’Ucraina.
Tuttavia, i funzionari della Commissione hanno affermato che i paesi non sarebbero in grado di raccogliere rapidamente il denaro in caso di emergenza e questo potrebbe mettere sotto pressione i mercati, si legge sul Ft.
I funzionari – spiega il foglio britannico – hanno chiesto alla Bce “se potesse fungere da prestatore di ultima istanza per Euroclear Bank, il braccio finanziario dell’istituzione belga, al fine di evitare una crisi di liquidità, secondo quanto riferito da quattro persone informate sulle discussioni. I funzionari della Bce hannocomunicato alla Commissione che ciò era impossibile”.
(da agenzie)
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Dicembre 2nd, 2025 Riccardo Fucile
“CURIOSO, PERÒ, CHE DEBBANO ESSERE DEGLI EX SINDACI, DUNQUE DEI POLITICI, NON DEI TECNICI, A SPIEGARE L’OVVIO A TUTTI GLI AUTORI DEL PIÙ CLAMOROSO AUTOGOL CULTURALE DEGLI ULTIMI ANNI
Nuovo colpo di scena nella vicenda Venezi(a), che ormai sta diventando più lunga e
intricata dell’intero Anello del Nibelungo. A prendere carta e penna sono quattro ex sindaci di Venezia e di conseguenza ex presidenti della Fondazione La Fenice, Ugo Bergamo, Massimo Cacciari, Paolo Costa e Giorgio Orsoni. Carta, penna e randello, per la precisione: il poker di primi cittadini esprime infatti «preoccupazione per una crisi assurda,
auto-inflitta e che si sarebbe potuta facilmente evitare se solo nella delicata scelta del direttore musicale si fossero seguiti criteri di buon senso consolidati nelle regole e nelle prassi seguite in tutti i teatri del mondo», insomma la procedura, certo non difficile da capire, che i direttori prima si provano e poi eventualmente si nominano.
L’insensata scelta di Venezi «non poteva non generare la reazione dell’Orchestra e del Coro a difesa del proprio diritto-dovere di garantirsi, e garantire, la qualità artistica del proprio lavoro: il vero grande patrimonio del Teatro». I sindaci emeriti ringraziano poi «le maestranze della Fenice che responsabilmente non hanno scioperato lo scorso 20 novembre» in occasione della prima stagionale.
«Non può invece essere apprezzata – aggiungono – la decisione della Dirigenza della Fenice di sospendere la liquidazione della quota di welfare aziendale ai dipendenti: l’insussistenza di
motivazioni economico-finanziarie e la tempistica della sua applicazione suonano come una ingiustificata ritorsione», ed è «pressante il nostro invito a rivedere al più presto questa decisione per liberare tutti da ogni sospetto di ricatto», cioè esattamente quello che è. Definite le responsabilità, seguono poi gli appelli a riprendere il dialogo.
Curioso, però, che debbano essere degli ex sindaci, dunque dei politici, non dei tecnici, a spiegare l’ovvio a tutti gli autori del più clamoroso autogol culturale degli ultimi anni: il ministero, il sovrintendente Nicola Colabianchi (viene sempre in mente una delle battute migliori di Checco Zalone: «Ma è del mestiere, questo?») e il sindaco attuale, Luigi Brugnaro, incredibilmente schierato contro il suo teatro, il suo pubblico e in definitiva la sua città.§
A Venezia, Venezi non la vuole nessuno. Del resto, che le sia possibile, se e quando arriverà, fare la direttrice musicale di un
teatro dove tutti hanno fatto le barricate contro di lei può crederlo soltanto chi un teatro d’opera non sa neanche come sia fatto.
Alberto Mattioli
per “la Stampa”
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Dicembre 2nd, 2025 Riccardo Fucile
NOVEMBRE MESE POSITIVO PER I PARTITI DI OPPOSIZIONE
Novembre è stato un mese positivo per i partiti dell’opposizione. Che sia stato per le ultime elezioni regionali, per il dibattito sulla legge di bilancio 2026 o per altro ancora, rispetto a quattro settimane fa quasi tutti i partiti di minoranza fanno passi avanti nei sondaggi politici. Al contrario, tutte le forze del centrodestra – con l’eccezione di Noi moderati – sono sostanzialmente stabili o fanno registrare leggeri cali. Ecco quali sono i risultati della nuova rilevazione di Swg per La7.
Fratelli d’Italia è al 31,3% dei voti. Un risultato altissimo, che peraltro nel corso dell’ultimo mese resta di fatto stabile, perché scende di un solo decimo. Il partito di Giorgia Meloni si conferma non solo la prima forza politica nel Paese, ma anche il ‘pilastro’ di consensi a cui si devono aggrappare anche le altre forze del centrodestra, in questa fase.
Anche perché gli altri alleati si trovano parecchio più in basso. La Lega è al 7,9% e nell’ultima mese risulta essere scesa dello 0,3%. Nonostante l’indiscutibile successo in Veneto, è il peggior risultato tra tutti i partiti presenti nella rilevazione.
Il Carroccio di Matteo Salvini è in perfetta parità con Forza Italia, sempre al 7,9%. Per i forzisti la flessione è più leggera, appena un decimo di punto nell’ultimo mese.
La coalizione è completata da Noi moderati all’1,2%, in crescita dello 0,2%, unica forza della maggioranza che migliora il suo
dato rispetto a inizio novembre. Il risultato complessivo, stando a questi numeri, sarebbe del 48,3%. Una percentuale che, come detto, si poggia soprattutto sui voti portati da Fratelli d’Italia.
Nell’opposizione, il Partito democratico è al 22,2%. In quattro settimane, i consensi sono cresciuti dello 0,3%. Non una scalata rapidissima, ma comunque una crescita più o meno costante che per i dem è una buona notizia, soprattutto se si accompagna a risultati simili nel resto della minoranza.
Il Movimento 5 stelle è al 12,7%, appena un decimo in più rispetto a inizio novembre. Sostanzialmente il risultato è stabile, quindi. Dopo le regionali vinte in Puglia e, soprattutto, in Campania, il Movimento – come gli altri partiti – guarda al prossimo anno e mezzo circa che ci separa dalle elezioni politiche. Una partita fondamentale sarà quella che si giocherà tra le forze di opposizione, per capire se ci sarà o meno l’unità. Nel frattempo, il centrodestra in Parlamento potrebbe
concentrarsi su una legge elettorale proporzionale per arrivare avvantaggiato alle urne. E proprio dal M5s potrebbe arrivare un’apertura in merito, anche se è presto per anticipare come si muoverà il dibattito parlamentare.
Alleanza Verdi-Sinistra è al 6,9% con una crescita dello 0,3% in un mese. Il dato è particolarmente positivo per Avs, che si candida a essere la terza forza di una coalizione che, al momento, non esiste ancora ufficialmente.
Ci sono poi le forze centriste dell’opposizione: Azione di Carlo Calenda sale al 3,3% (+0,2%), Italia viva di Matteo Renzi va al 2,4% (-0,1%), +Europa è all’1,5% (-0,2%).
Prendendo in considerazione i partiti che si sono presentati insieme alle regionali (tutte le opposizioni tranne Azione), la somma dei loro voti è il 45,7%. Un distacco di circa due punti e mezzo che, però, conta fino a un certo punto: dato che i partiti oggi non sono in una coalizione unitaria, è difficile prevedere
come si muoverebbero gli elettori se invece lo fossero.
(da Fanpage)
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Dicembre 2nd, 2025 Riccardo Fucile
L’INDAGINE HA PORTATO AL BLITZ NEGLI UFFICI DEL SERVIZIO EUROPEO PER L’AZIONE ESTERNA… FERMATO ANCHE L’EX SEGRETARIO DELLA SEAE SANNINO
Sono tutti italiani i tre fermati stamattina dalla polizia belga e dalla Eppo, la Procura
europea, per l’inchiesta su una presunta frode relativa ad un appalto che riguarda il Seae ( il “Ministero degli Esteri dell’Ue) e il Collegio d’Europa di Bruges, autorevole università.
Si tratta di Federica Mogherini, attuale rettrice del collegio ed ex Alto Rappresentante per la politica estera europea dal 2014 al 2019. Poi Stefano Sannino, ambasciatore ex direttore generale del Seae ed ora direttore generale della Commissione per il Mediterraneo. Poi c’è un terzo fermato, sempre italiano, che occupa un posto di rilievo nell’amministrazione dell’università di Bruges.
L’oggetto dell’indagine è il progetto per l’Accademia diplomatica dell’Unione europea – un programma di formazione di nove mesi per giovani diplomatici negli Stati membri – che è stato assegnato dal Servizio europeo per l’azione esterna al Collegio d’Europa in Belgio, per il periodo 2021-2022, a seguito di una gara d’appalto.
L’inchiesta è volta a verificare se il Collegio d’Europa e/o i suoi rappresentanti fossero stati informati in anticipo sui criteri di selezione della procedura di gara e avessero sufficienti motivi per ritenere che si sarebbero aggiudicati l’esecuzione del progetto, prima della pubblicazione ufficiale del bando di gara da parte del Seae. I sospetti si concentrano sulla violazione dell’articolo 169 del Regolamento Finanziario relativo alla concorrenza leale e quindi sulla possibilità che informazioni sensibili siano state condivise con uno dei candidati partecipanti alla gara.
Stamattina la polizia federale, su richiesta dell’Eppo, ha effettuato una perquisizione negli uffici del Seae ed ha chiesto la revoca dell’immunità per diversi sospettati. Le indagini sono state condotte con la collaborazione dell’Olaf, l’Ufficio europeo per la lotta antifrode (Olaf).
La commissione europea ha oggi specificato che l’inchiesta riguarda la precedente legislatura durante la quale la carica di Alto Rappresentante era ricoperta dallo spagnolo Josep Borrell, e la presidente dell’esecutivo europeo era comunque Ursula von der Leyen.
Secondo la legge belga, i tre fermati possono essere privati della libertà personale per 48 ore nel corso delle quali potranno essere interrogati (può chiedere l’assistenza di un avvocato). Il giudice istruttore può prolungare il periodo di fermo in alcuni casi.
(da agenzie)
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Dicembre 2nd, 2025 Riccardo Fucile
E’ ACCUSATO DI FRODE E CORRUZIONE E RISCHIA IL CARCERE
Il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha chiesto al presidente Isaac Herzog una grazia preventiva nel processo a suo carico, una mossa che ha sollevato notevole attenzione politica e mediatica. La richiesta, nella sua sostanza, significa sospendere il procedimento prima che arrivi a una sentenza. Il motivo? La necessità di non compromettere la stabilità politica e il governo, soprattutto in un momento delicato per Israele. Netanyahu deve rispondere di frode e corruzione in diverse indagini, tra le altre cose avrebbe accettato regali costosi da uomini d’affari in cambio di favori politici.
Se il processo dovesse concludersi con una condanna, per il capo del governo di Tel Aviv si aprirebbero scenari pesanti: dalle multe al carcere. La sua posizione, politica e personale, è dunque in bilico. È proprio alla luce di ciò che in molti vedono la mossa della grazia preventiva come un tentativo di allontanare lo spettro di un verdetto sfavorevole
Intanto, le sue richieste di rinvio hanno inevitabilmente alimentato le polemiche: i critici sostengono che Netanyahu stia sfruttando la crisi di Gaza per rallentare le udienze e allungare ulteriormente i tempi del procedimento.
Di cosa è accusato Netanyahu in Israele: frode e corruzione
Benjamin Netanyahu è il primo capo di governo israeliano sotto processo mentre è ancora in carica. L’inchiesta è partita nel 2016. Tre anni dopo la magistratura lo ha incriminato su raccomandazione della polizia. Il processo è iniziato nel 2020. È accusato di corruzione, frode e abuso di potere in un procedimento suddiviso in tre casi principali.
Nel caso 1000, è imputato di aver ricevuto regali di lusso per circa 250 mila euro, tra cui gioielli, sigari e champagne, da uomini d’affari come Arnon Milchan e James Packer, in cambio di favori economici e assistenza per ottenere visti negli Stati Uniti
Nel caso 2000, avrebbe discusso uno scambio di favori con Arnon Mozes, editore del quotidiano Yediot Aharonot: una copertura mediatica favorevole in cambio di misure per ostacolare il rivale Israel Hayom, sebbene tale accordo non sia stato messo in pratica.
Il caso 4000 riguarda un presunto patto con Shaul Elovitch, azionista di maggioranza della telecom israeliana Bezeq: Netanyahu avrebbe favorito gli interessi di Elovitch in cambio di una copertura positiva sul sito di news Walla.
Le polemiche sui rinvii del processo e il legame con la guerra a Gaza
Il processo continua però muoversi tra slittamenti e tensioni politiche. Da oltre cinque anni l’aula di Gerusalemme è diventata il teatro di una sfida che va ben oltre le sopracitate accuse. I legali del primo ministro hanno più volte chiesto nuovi rinvii, sostenendo che gli impegni diplomatici e la gestione dei conflitti
in corso – soprattutto a Gaza – gli impediscano di prepararsi alla testimonianza.
La Corte ha respinto l’ultima richiesta, ricordando che “non si può permettere all’imputato di dettare il calendario”. Una posizione ribadita dalla Procura, che ha ricordato come a luglio Israele fosse già in guerra e come le necessità del fronte non possano trasformarsi in un argomento per sospendere un processo così delicato.
Netanyahu denuncia da anni una “caccia alle streghe”, e prima della recente richiesta di grazia aveva persino tentato la via dell’immunità parlamentare. Intanto, il dibattito nel paese resta acceso: i difensori evocano la mancanza di un rifugio antiaereo nel tribunale di Gerusalemme Est, mentre i critici vedono nelle continue domande di rinvio un tentativo di logorare i tempi della giustizia.
Sul fondo, la guerra a Gaza amplifica tutto: le pressioni su Tel Aviv, le accuse d’opportunismo, la percezione di un processo destinato a trascinarsi fino alla fine del decennio.
Si prevede infatti che la sentenza possa arrivare non prima del 2028-29. In caso di condanna definitiva, Netanyahu dovrebbe dimettersi, ma la legge israeliana consente ai capi di governo di restare in carica durante il processo, a differenza di altri ministri. È in questo spazio giuridico che si inserisce la sua richiesta di grazia al presidente Isaac Herzog, un gesto che ha scosso il panorama politico israeliano.
Di solito la grazia in Israele entra in scena solo dopo la condanna, come ultimo capitolo di una vicenda giudiziaria già chiusa. Solo una volta il presidente era intervenuto prima ancora dell’inizio del processo, e lo aveva fatto evocando ragioni di sicurezza nazionale. Nel caso di Netanyahu, invece, la richiesta arriva quando la sentenza pare ancora lontana, e proprio questo la rende anomala: in questo non c’è lo Stato da proteggere, ma
una serie di accuse che parlano di favori, pressioni e vantaggi personali, un uso del potere ritenuto da molti piegato ai propri interessi.
I sostenitori parlano di una persecuzione giudiziaria divenuta insostenibile; i critici vedono nella richiesta un tentativo di fermare il processo prima che possa concludersi. Herzog si trova così davanti a una scelta che potrebbe segnare un precedente decisivo nella storia istituzionale israeliana.
Cosa rischia Netanyahu
A seconda della gravità dei capi d’imputazione, Netanyahu potrebbe andare incontro a pene che vanno dalle sanzioni economiche a diversi anni di carcere. Una condanna definitiva lo obbligherebbe a lasciare l’incarico, mentre la normativa attuale gli permette di restare al governo finché il processo è in corso.
Un procedimento così lungo e complesso, destinato a trascinarsi per anni, rischia però di erodere la sua leadership e di
destabilizzare un esecutivo già messo alla prova dalle polemiche e dai continui rinvii legati alla guerra contro Hamas. In questo scenario, la speranza del premier è che si aprano spiragli alternativi: dal possibile patteggiamento con la magistratura a un eventuale perdono da parte del presidente Isaac Herzog, ex leader laburista che in passato lo ha più volte criticato ma ha anche condiviso con lui un governo di coalizione.
/da Fanpage)
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Dicembre 2nd, 2025 Riccardo Fucile
I CIVILI IN FUGA ARRIVANO STREMATI NEGLI OSPEDALI, TRA FAME E VIOLENZE ESTREME
La guerra in Sudan intensifica fame e violenze estreme: dopo la caduta di El Fasher i
civili in fuga arrivano stremati negli ospedali, mentre attacchi e negoziati falliti aggravano la crisi umanitaria. Il racconto di Vittorio Oppizzi, responsabile di Medici Senza Frontiere in Sudan.
Non solo a Gaza. Anche in Sudan la fame è stata trasformata in una spietata arma di guerra. A poco più di un mese dalla caduta di El Fasher, ultima roccaforte governativa nel Darfur settentrionale, intere comunità sopravvivono – quando sopravvivono – nutrendosi di scarti destinati al bestiame, mentre i casi di malnutrizione acuta esplodono anche tra gli adulti.
Quello che sta emergendo dai racconti dei superstiti va oltre la normale cronaca militare: esecuzioni sommarie, stupri, torture, rapimenti a scopo di riscatto, cadaveri lasciati lungo le vie di fuga. Il Darfur torna a essere il laboratorio di una violenza etnica e politica che ricorda gli anni Duemila, mentre il resto del
mondo guarda altrove. A Tawila, 60 chilometri dalla città conquistata dalle RSF, i team di Medici Senza Frontiere operano in un ospedale saturo di feriti da arma da fuoco, tra persone che hanno camminato per giorni, senza acqua né cibo, per scampare ai combattimenti. Intervistato da Fanpage.it Vittorio Oppizzi, responsabile dei programmi di MSF in Sudan, ricostruisce il quadro delle atrocità che si consumano contro civili disarmati, denuncia l’uso sistematico della fame e racconta come, nonostante le promesse di cessate il fuoco, sul terreno non ci sia alcun segno di reale protezione per la popolazione civile.
A poco più di un mese dalla caduta di El Fasher, qual è la situazione oggi sul terreno in Sudan? Che tipo di riscontri avete dai pazienti e dalle persone che assistete
Noi ci troviamo a Tawila, circa 60 chilometri da El Fasher, e da quando la città è caduta abbiamo immediatamente registrato un afflusso massiccio di feriti e sfollati. Il primo impatto è stato il
numero elevatissimo di vittime della guerra: per far fronte alla situazione abbiamo dovuto attivare un secondo team chirurgico, oltre a quello già presente prima dell’attacco. La popolazione che è riuscita a fuggire da El Fasher arrivava in condizioni disperate, dopo mesi di assedio totale. Parliamo di circa 500 giorni senza alcun accesso umanitario, senza nessuna possibilità di far entrare cibo, medicinali o beni essenziali.
Già mesi fa, con l’attacco al campo di Zamzam, avevamo avuto segnali chiarissimi della brutalità del conflitto: operatori sanitari uccisi, civili colpiti indiscriminatamente. Quello che è accaduto a El Fasher ala fine di ottobre ha seguito la stessa dinamica, ma su scala molto più ampia. A Tawila oggi vediamo due fenomeni: i feriti di guerra e la fame. Una malnutrizione così diffusa negli adulti è particolarmente indicativa della gravità estrema della situazione. La carestia era già stata dichiarata sulla base dei dati raccolti dalla IPC, ma ora abbiamo conferme cliniche dirette: i
pazienti che arrivano da El Fasher portano sul corpo le prove della fame prolungata.
Per capire il livello di disperazione, la popolazione sotto assedio si nutriva di una poltiglia chiamata “mbas”, un residuo di frantoio considerato cibo per animali. Non solo lo mangiano: a un certo punto hanno anche iniziato anche a venderlo, perché non c’era più nient’altro. Questo dà la misura di cosa sia stato vivere in una città completamente isolata per un anno e mezzo. E di quanto la situazione, qui in Sudan, sia letteralmente allucinante.
Le cronache – in particolar modo quelle dell’ultimo mese – riferiscono di violenze atroci contro i civili, con stupri, torture ed esecuzioni sommarie. È quello che state riscontrando anche voi sul campo?
Sì, vista la brutalità delle parti in conflitto. E anche qui c’è continuità con quello che osserviamo dall’inizio della guerra in
Darfur. Le violenze sessuali sono un elemento ricorrente: assistiamo le vittime in tutti i nostri progetti e non abbiamo alcun dubbio che siano avvenute anche in questo attacco. È molto difficile quantificare, perché i dati sulla malnutrizione sono oggettivi – sottoponiamo tutti a screening – mentre quelli sugli stupri dipendono dalla volontà delle persone di parlarne, e in un contesto di trauma, vergogna e paura non è semplice.
Ma dai racconti, dai comportamenti, dalle ferite, e anche da ciò che circola sui social locali o dalle analisi satellitari, è evidente che la presa di El Fasher è stata uno degli episodi più brutali di questi due anni e mezzo di conflitto. Donne, uomini e bambini sono stati colpiti senza alcun rispetto per la vita umana.
Sulla base di ciò che state osservando, queste violenze sono episodi isolati, pur numerosi, oppure sembrano rientrare in una dinamica più coordinata, in una sorta di “strategia”?
Non saprei parlare delle strategie militari delle parti in conflitto
Quello che è chiaro, però, è che quanto visto a El Fasher prosegue quanto accaduto a Geneina e in altre aree del Darfur: violenze mirate contro specifici gruppi etnici, in continuità con ciò che è accaduto agli inizi degli anni Duemila. Il Darfur è segnato da tensioni profonde tra comunità arabe nomadi e comunità africane come i Fur o i Massalit. In questi due anni abbiamo visto ripetersi lo stesso schema. Allo stesso tempo, la brutalità non ha risparmiato altre aree come Khartoum. Noi stessi, in un solo giorno di settembre, abbiamo ricevuto più di cento tra morti e feriti in tre diversi ospedali, vittime di attacchi con droni condotti dall’altra parte del fronte. E parliamo di zone lontane dai combattimenti diretti. La conclusione è che si tratta di una guerra che colpisce sistematicamente la popolazione civile, indipendentemente dall’appartenenza etnica o dalla distanza dal fronte
A proposito degli attacchi con i droni: stanno diventando una
componente sempre più centrale del conflitto, come accaduto a Gaza e in Ucraina?
Assolutamente sì. Gli attacchi con i droni sono documentati in varie parti del Paese. Penso a Nyala, capitale del Sud Darfur, che è lontanissima dal fronte e dove eppure ci sono stati bombardamenti. Oppure a Port Sudan, dove ci sono stati attacchi pur senza che la città fosse coinvolta nei combattimenti. Anche dopo la perdita di Khartoum, si sono registrati attacchi successivi nella capitale.
È una situazione molto simile a quella che vediamo in altri conflitti contemporanei: i droni permettono di colpire a distanza, spesso in modo non sufficientemente discriminante. E i civili continuano a morire anche dove non c’è una battaglia in corso.
Quali interessi si muovono dietro questo conflitto? C’è solo la dimensione etnica o anche altro
Quello che è evidente è che questa è una guerra massimalista di
potere. Nel 2021 il golpe militare in Sudan fu compiuto da entrambi i generali che oggi si combattono: insieme avevano rimosso la transizione civile avviata dopo la caduta di Omar al-Bashir nel 2019. Tra il 2021 e il 2023 hanno governato insieme, finché il conflitto non è diventato una guerra intestina.
Quando parlo di guerra massimalista intendo proprio questo: nessuna delle due parti ha mai mostrato reale disponibilità a cedere terreno. Gli annunci di negoziati o cessate il fuoco, compresi quelli firmati a Gedda mesi dopo l’inizio della guerra, sono rimasti sulla carta. La realtà sul campo è quella che vediamo ogni giorno: una guerra che prosegue, che ha già costretto alla fuga più di 12 milioni di persone e che non dà segnali di rallentamento.
Gli interessi regionali esistono, come sempre in un conflitto così grande, ma dal punto di vista interno resta una lotta tra due generali per il controllo totale del Paese.
Rispetto all’avanzamento del processo negoziale, c’è qualcosa che lascia intravedere un cambiamento?
Al momento no. Più volte, dall’inizio della guerra, si sono susseguiti annunci di tregue, accordi, intese per l’accesso umanitario. Ma nulla di tutto questo ha trovato applicazione concreta. Sul terreno, la guerra continua esattamente come prima.
Guardando ai prossimi mesi, e alla catastrofica situazione umanitaria, qual è la prospettiva operativa di MSF in Sudan?
Il Sudan resta una delle nostre priorità globali. Non ci sono segnali che la guerra si stia fermando, e ora il conflitto si sta spostando negli stati del Kordofan. Questo significa che dobbiamo adeguare costantemente la nostra risposta: riceviamo feriti anche qui ad Abyei, zona contesa tra Sudan e Sud Sudan, perché ogni movimento della linea del fronte genera nuovi sfollati.
Parallelamente, il sistema sanitario è in collasso ovunque, anche a Khartoum. Molto personale non riceve stipendi, le forniture mediche non arrivano, e l’accesso alla salute di base è ormai un privilegio. Abbiamo affrontato un’enorme epidemia di colera, e per due anni e mezzo è stato un problema costante. A oggi oltre un milione e trecentomila persone sono fuggite solo verso il Sud Sudan, molte provenienti dal Kordofan. La popolazione del Sud Sudan è aumentata di quasi il 10% a causa di questi arrivi, con un impatto enorme su un Paese già fragile.
Nei prossimi mesi dovremo continuare a scegliere le priorità, sia rispetto ai bisogni diretti generati dalla guerra, sia rispetto a quelli indiretti, che sono altrettanto devastanti.
(da Fanpage)
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