Dicembre 2nd, 2025 Riccardo Fucile
PREVENZIONE DETERRENZA CONTRO HACKER, INTRUSIONI DI DRONI E DISINFORMAZIONE
Cos’è l’attacco preventivo che la Nato sta valutando nei confronti della Russia e di cui ha parlato l’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone al Financial Times?
«Stiamo studiando tutto sul fronte informatico, siamo in un certo senso reattivi. Essere più aggressivi o proattivi invece che reattivi è qualcosa a cui stiamo pensando», ha dichiarato il militare. Che si riferiva a «prevenzione e deterrenza» contro attacchi hacker, intrusioni di droni e disinformazione. Intanto però a Roma il governo Meloni si spacca. «Smentirete?», è stata la domanda finita sul tavolo dell’Alleanza Atlantica da parte dell’esecutivo. La risposta dell’ammiraglio, però, è stata «no».
L’attacco preventivo della Nato alla Russi
L’attacco preventivo della Nato alla Russia è stato studiato per ragioni di deterrenza. Perché il Cremlino ha già messo in moto le varie forme di intrusione. Per questo l’Alleanza Atlantica punta sulla proattività. Che significa difendersi in via preventiva: «prevenire è meglio che curare». I pilastri su cui intende muoversi la Nato sono tre, spiega oggi Repubblica. Il primo è la cyber guerra. La paura è che le azioni di hackeraggio possano avere effetti di blocco sulle grandi infrastrutture come telecomunicazioni, trasporti, ospedale. Per questo l’idea è di individuare la fonte da cui partono gli attacchi e paralizzarla. Una sorta di “contro-hackeraggio”.
I tre pilastri
Il secondo è la manipolazione dell’opinione pubblica. Molto paesi andranno alle elezioni nei prossimi mesi. Pure in questo caso il progetto è di bloccare all’origine il tentativo di influenzare la vita dei paesi membri della Nato. Il terzo invece
riguarda lo spazio aereo dell’alleanza. E le intrusioni da parte di Russia e Bielorussia, come l’ultimo caso di ieri in Lituania. Per i paesi che non confinano con Mosca la soluzione è semplice: si abbatte il drone prima che entri nello spazio internazionale. Ma quando non c’è un cuscinetto neutrale intermedio questi interventi sono più complicati. L’ipotesi, allora, è di verificare in primo luogo la traiettoria dei droni.
L’esempio è semplice: se la rotta è parallela al confine, allora si può evitare in ogni caso un intervento. Se invece è perpendicolare e quindi il drone è diretto in territorio europeo, si può intervenire prima. Abbattendoli prima che violino lo spazio aereo dei paesi. Se invece la minaccia arrivasse da un aereo militare scatterebbero le misure di sicurezza già in funzione. Intanto però le parole di Cavo Dragone hanno fatto infuriare il governo. E la Lega. Con una nota ufficiale che riassume in poche righe l’ostilità alle ragioni di Kiev, la vicinanza agli slogan di
Mosca. «Mentre Usa, Ucraina e Russia cercano una mediazione – si legge – gettare benzina sul fuoco con toni bellici o evocando “attacchi preventivi” significa alimentare l’escalation. Non avvicina la fine del conflitto: la allontana. Serve responsabilità, non provocazioni».
Escalation e provocazioni
La reazione del governo invece è fatta di silenzio. Mentre la maggioranza deve infatti votare il decreto che offre copertura giuridica all’invio di armi italiane all’Ucraina per l’intero 2026. Per questo, riferisce La Stampa, la prima domanda finita sul tavolo del presidente del comitato militare Nato è stata «Smentirete?». Il fatto che l’intervista non sia stata concessa in questi giorni, mentre si discute il piano di pace, ma lo scorso 18 ottobre, viene considerato un’attenuante dall’esecutivo, tra gli uomini di Fratelli d’Italia e Forza Italia. Ma soprattutto, secondo l’esecutivo, «non si parla di certe cose– spiega una fonte di peso
a La Stampa –. Se serve, si fanno».
Senza annunci
In questi casi, è il ragionamento, meglio muoversi senza annunci. Anche perché nel frattempo è in ballo la trattativa per la pace tra Russia e Ucraina. Dove si vuole impegnare la Nato in base all’articolo 5 senza però far entrare Kiev nell’Alleanza. Quando verranno stabilite le garanzie di sicurezza, si dovranno definire i contorni del ruolo della Nato. Si dovrà capire quale sarà la sua agibilità militare in Ucraina e su quali basi giuridiche poggerà. In modo da non dare alcun pretesto alla Russia per scatenare una terza guerra di invasione, dopo la Crimea e il Donbass. E per questo ci vorranno rapporti più distesi con Mosca.
(da Open)
argomento: Politica | Commenta »
Dicembre 2nd, 2025 Riccardo Fucile
COSI’ I GRUPPI DI INTERESSI PIU’ POTENTI SARANNO ESCLUSI DAL REGISTRO SULLA TRASPARENZA
Trasparenza, ma fino a un certo punto. Perché tutti lobbisti sono uguali, ma alcuni
sono più uguali degli altri.
In caso di approvazione definitiva, la legge sulle lobby in esame alla Camera non sarà infatti applicata a varie categorie: dai balneari ai produttori di farmaci, fino ai rappresentanti dell’industria fossile. Eludendo la ratio della riforma che vuole tracciare l’attività dei legislatori, a qualsiasi livello, con i portatori di interessi.
Basta essere parte delle grandi confederazioni, come Confindustria e Confcommercio, per poter incontrare ministri, sottosegretari, parlamentari e assessori regionali senza lasciare segni. Stesso discorso varrà per i sindacati alla ricerca di interlocutori istituzionali.
Un colpo di biliardo magistrale: un’operazione di lobbying ha cambiato i connotati alla legge sulle lobby. Peraltro con il ripristino del vecchio difetto della norma sulla rappresentanza di interessi: prevedere deroghe specifiche.
Destra compatta
Il contenuto del provvedimento, che nelle prossime settimane dovrebbe approdare in aula a Montecitorio (e poi essere trasmesso al Senato per l’eventuale via libera definitivo) è stato annacquato da due emendamenti approvati nel corso dell’esame in commissione Affari costituzionali alla Camera.
La destra si è presentata compatta con una proposta depositata dal deputato di Fratelli d’Italia, Alessandro Urzì, e sottoscritta da tutti i colleghi dei partiti di maggioranza. L’altro testo, uguale, è stato firmato dell’ex ministra Maria Elena Boschi (Italia viva). Il risultato è un allargamento delle maglie con l’inserimento di ampie zone grigie rispetto al principio di trasparenza più stringente introdotto nella prima formulazione del testo base.
La modifica prevede che un’ampia platea di organizzazioni di categoria non avrà l’obbligo di iscrizione nell’apposito registro unico, che sarà istituito al Cnel, soppiantando tutti i registri ora vigenti. Lo scopo è appunto quello di documentare e rendere consultabile gli incontri (e i relativi temi) tra portatori di interessi e legislatori, ponendo fine all’attuale far west
Gli emendamenti fanno peraltro un riferimento generico alle «associazione datoriali e dei lavoratori». La vaghezza della definizione lascia intendere che praticamente tutte le realtà dei singoli settori – iscritte a Confindustria o altre confederazioni – possano aggirare l’obbligo di iscrizione al registro. E ai conseguenti adempimenti della normativa.
Tra le varie organizzazioni ci sono Assobalneari, “il sindacato” dei balneari, lobby amica del governo, l’Anpam, che unisce i produttori di armi, e l’Unione energie per la mobilità (Unem), che rappresenta anche le aziende operanti nella distribuzione dei prodotti petroliferi.
Ma sono solo alcune categorie inevitabilmente toccate dall’iter delle leggi in parlamento, perché per estensione la questione può riguardare anche Confcommercio, Confesercenti, Ance e tante altre.
Un’esenzione di massa, dunque, che fornisce un canale privilegiato. «L’emendamento sulle esclusioni renderebbe inservibile la legge», dice a Domani Federico Anghelé, direttore di The good lobby, che coordina la coalizione #Lobbying4Change, da anni in prima linea per arrivare a una legge nel settore.
Sono palesi gli squilibri innescati dalle modifiche votate in commissione Affari costituzionali a Montecitorio. Il direttore di The good lobby le spiega così: «Per fare un esempio, un’organizzazione ambientalista dovrebbe iscriversi al registro e rendere conto delle proprie attività di lobbying, mentre l’associazione di categoria dei petrolieri non dovrebbe farlo. Questo sarebbe giocare ad armi pari?».
Legge svuotata
Una falsa partenza nel percorso della proposta di legge, firmata da Nazario Pagano (Forza Italia), presidente della commissione Affari costituzionali alla Camera, che ha avviato un’indagine conoscitiva per raccogliere i pareri degli esperti e arrivare a un
testo condiviso tra le forze politiche.
Dopo decine e decine di proposte finite nel vuoto nelle precedenti legislature, il deputato forzista ha cercato la strada del dialogo per evitare che la riforma finisse su un binario morto. Ora le modifiche parlamentari rischiano di provocare un cortocircuito o far approvare una legge svuotata, che presenta gli stessi problemi denunciati negli anni scorsi.
Ci sono stati poi altri interventi su misura di altre categorie: potranno esercitare il ruolo di lobbisti anche i giornalisti, alimentando la contaminazione tra portatori di interessi ed esperti di comunicazione.
Una sovrapposizione di ruoli sempre più pressante che aveva portato Pagano a evitare che gli iscritti all’ordine dei giornalisti potessero iscriversi al registro dei lobbisti. In questo caso emendamenti bipartisan, da FdI ai Cinque stelle, hanno cancellato la norma, salvando il ruolo del giornalista-lobbista.
Il punto resta comunque l’esenzione alle associazioni datoriali e ai sindacati. L’appello per il passo indietro sugli emendamenti Urzì e Boschi è stato lanciato anche da Ferpi e Una, altre due realtà a favore di una puntuale regolamentazione dei rapporti tra legislatori e portatori di interessi. «Riteniamo che il testo vada cambiato, in aula alla Camera o al Senato. Sappiamo benissimo che sindacati e associazioni datoriali contribuiscono massicciamente a influenzare i processi legislativi», sottolinea Anghelé.
Insomma, fatta la legge (o quasi), trovata la deroga.
(da EditorialeDomani)
argomento: Politica | Commenta »
Dicembre 2nd, 2025 Riccardo Fucile
PRIMA IL CEMENTO, POI L’EDITORIA, ADESSO LA FINANZA
Francesco Gaetano Caltagirone è personaggio imponente per spalle, cravatta, sguardo e naturalmente per il suo personale forziere di monete antiche e modernissime, sesterzi da collezione e euro da paperone, appena inciampato nell’inchiesta della Procura di Milano per avere scalato i forzieri di Mediobanca – dice l’accusa – ostacolando tutti gli organi di controllo. Lo ha fatto con i suoi soci, il numero uno di Luxottica, Francesco Milleri, e l’amministratore delegato di Monte dei Paschi di Siena, Luigi Lovaglio. Ma specialmente con l’accordo – “la
complicità” dicono gli analisti – degli gnomi di Palazzo Chigi, rivestiti, profumati e pettinati da Giorgia Meloni che a forza di prendersi sul serio, s’è incapricciata dell’alta finanza, come suo personale upgrade dal complesso dell’under-dog. Dunque assecondando un nodo psichiatrico prima che politico. Rivelando smanie da potere assoluto, per fortuna affidate a strateghi di second’ordine, pasticciati e pasticcioni, anche loro per troppo entusiasmo nel servire e troppa bulimia nell’addentare.
Tutti difetti che neanche lontanamente sfiorano il poderoso Caltagirone, 82 anni saldamente compiuti, che guarda dall’alto il suo ultimissimo negozio – incamerare, proprio attraverso Mediobanca, Assicurazioni Generali, quasi 900 miliardi di patrimonio gestito, il principale arrosto dell’economia italiana – con la lentezza digestiva che gli consente il potere accumulato per dinastia, insignito, dal secolo scorso, del titolo di Ottavo Re di Roma, o meglio ancora Caltariccone, secondo la più efficace
istantanea firmata Dagospia, visto che la rivista Forbes lo stima numero 7 per ricchezza in Italia, patrimonio di 9,6 miliardi, liquidità illimitata.
La sua famiglia viene dalla lontanissima Palermo, sbarcata nel Dopoguerra tra le macerie della Capitale con sabbia, piccone e calcestruzzo. Lui è terza generazione, la più ricca di sempre. Non più palazzinaro, come il nonno, il babbo, e l’altro ramo di famiglia, i Bellavista, che furono tutti quanti cari a Giulio Andreotti, all’intera Democrazia cristiana e pure al Vaticano, massimo esperto spirituale del do ut des terreno, artefici del sacco cementizio che ha trasformato i silenzi vegetali dell’Agro Romano negli ingorghi automobilistici della periferia che dalla Bufalotta a Tor Pagnotta, da Casal Boccone alla Romanina, assedia gli asfalti del Raccordo in un inferno di tangenziali, svincoli, palazzi da otto piani, ma con un albero a testa.
Il suo quartier generale si estende tra i marmi pregiati di Roma
centro, via del Corso, piazza Barberini, via Nazionale. Da dove ha elaborato le notevoli stazioni della sua perpetua ascesa – prima cemento, poi carta stampata, ora finanza – in compagnia del suo factotum Fabio Corsico, 52 anni, un tizio capace d’alte raffinatezze lessicali, come alla sua ultima prolusione all’Università di Segovia dal titolo “Dante e la leadership: etica potere e umanità”, qualunque cosa voglia dire.
Dal tonfo sonante di Mani Pulite, anno 1992, Caltagirone ne esce con qualche ammaccatura, ma la piena assoluzione da tutte le accuse di nequizie o tangenti. Saluta senza rancori la Prima Repubblica democratico-cristiana per infilarsi nella Seconda ben più spregiudicata di Berlusconi e soci. Stavolta con la buona idea di proteggere gli interessi delle sue cento aziende, specialmente la prima, la Cementir che ha interessi in Italia, in Europa e pure negli Usa, nei fortini della carta stampata, dove si coltivano i piccoli poteri locali per farli diventare grandi. Nel 1996 compra
il Messaggero, giornale leader di Roma Capitale. Negli anni successivi, il Gazzettino di Venezia, il Quotidiano di Puglia, il Corriere Adriatico e nel 1998 il Mattino di Napoli. Dove compra, costruisce. Dove costruisce, comanda. E qualche volta la fa franca, come nella guerra dichiarata al sindaco Luigi De Magistris che nel 2013 avrebbe voluto accollargli la bonifica dell’area di Bagnoli inquinata anche dalla Cementir, costo stimato 300 milioni di euro, tutti passati in cavalleria, dieci anni dopo, quando Caltariccone gratuitamente dona i suoi terreni a Invitalia, che pagherà quei danni ambientali con i soldi del Tesoro, cioè i nostri. Un capolavoro.
L’altra intuizione, visto che va diminuendo la spesa pubblica per le costruzioni, è quelle di diversificare gli investimenti in titoli e asset finanziari. Senza mai troppi clamori, fa shopping azionari in Banca Nazionale dell’Agricoltura, Montedison, Bnl, Rcs, Unicredit. Partecipa a Acea, azienda energetica di Roma gestisce Fabrica, la holding che ha in pancia gli immobili delle casse previdenziali di avvocati, ingegneri, architetti, psicologi. Oltre che a 17 fondi di investimento che mettono palazzi in cascina per conto di investitori istituzionali, compreso l’Inps. Senza mai il fastidio di una intervista o quasi – al Financial Times una volta e a Lilli Gruber negli ultimi anni – Caltagirone mangia, scala, cresce. Ha piazzato i tre figli sulle torri di controllo del suo castello, compresa Azzurra, la preferita, che per qualche anno si è lasciata conquistare dal sempre in piedi Pierferdinando Casini, prima di accorgersi dell’errore. Ma il ponte levatoio dei Caltaricconi sale o scende solo al suo comando.
C’è un buco nero che illumina il suo indiscusso potere. Si spalanca nella notte tra il 3 e il 4 agosto dell’anno 2000, quando dalla villa con parco ai Parioli spariscono la moglie Luisa Farinon e la guardia del corpo Walter Scafati. Dopo l’allarme generale si scopre che li ha sequestrati il domestico filippino Leo
Begasson, in fuga con i due ostaggi su una Golf rossa. È un maldestro rapimento per il riscatto? È una vendetta? Sembra il classico giallo destinato durare l’intera estate. Invece si chiude in una manciata d’ore. E in modo sorprendente: i due rapiti vengono rilasciati dalle parti di Trieste, se la cavano chiedendo aiuto. Il rapitore viene ritrovato morto stecchito in una camera d’albergo di Portorose, la 399 del Palace Hotel, pochi chilometri dopo il confine con la Slovenia. Abbastanza affinché nulla trapeli delle indagini che parlano di una irruzione della polizia slovena interrotta dal suicidio del fuggitivo. L’ambasciata filippina sospetta l’omicidio, protesta e chiede spiegazioni. La polizia italiana invece si accontenta del nulla. La Procura di Roma archivia. Proprio come i giornali che dedicano tre righe al giallo, prima di dimenticarsene per sempre. Calta incassa e neanche ringrazia. Anche lui, come il campione di Machiavelli, preferisce essere più temuto che amato. Oggi festeggia la
conquista di Generali. È da vent’anni il suo sogno. Vedremo se dio o la procura, gli faranno il dispetto di esaudirlo.
(da ilfattoquotidiano.it)
argomento: Politica | Commenta »
Dicembre 2nd, 2025 Riccardo Fucile
SE VUOLE FARE UN FIORETTO PER RIMARCARE L’APPARTENENZA AI VALORI CRISTIANI AUMENTI LE PENSIONI SOCIALI: A NATALE CI SONO MILIONI DI ITALIANI CHE NON HANNO I SOLDI NEANCHE PER FARE UN REGALO AI PROPRI FIGLI
Perché mai dovrebbe interessarci che la presidente del Consiglio Meloni non beve alcol
fino a Natale? Manca ormai meno di un mese alle feste, che per qualcuno non rappresentano solo laN convenzione obbligata e consumistica dello scambio dei regali o un’occasione per passare del tempo con famiglia e amici, ma sono soprattutto un momento di raccoglimento religioso. Ed ecco che gli esponenti del governo di destra sono pronti a ostentare la loro fede, facendo a gara per esibire la loro aderenza ai valori cristiani.
Potrebbe essere questione che attiene unicamente alla sfera intima, ma perché non cercare di sfruttarla anche per allargare il proprio consenso?
Del resto Meloni ha sempre maneggiato la materia con scaltrezza. Lo abbiamo visto recentemente anche al meeting di Rimini, dove la premier è corsa a fine estate per blandire il mondo di Cl, movimento fondato da Don Luigi Giussani, che da sempre ha dettato la linea al centrodestra. Ma torniamo all’oggi. Con il Natale alle porte tornano le consuete polemiche e i vecchi refrain di dicembre: la difesa a oltranza del presepe, di Gesù Bambino e dei canti tradizionali, baluardi della cultura occidentale contro l’invasore straniero, contro il pericoloso integralismo islamico.
L’occasione si è presentata provvidenzialmente a Padova, durante i festeggiamenti per la vittoria del leghista Alberto Stefani in Veneto. A chi le offriva da bere, magari uno spritz, la premier ha risposto gentilmente: “Non se ne parla, ho fatto il fioretto. Brindiamo a Natale…”
Tanto cristiano e caritatevole, questo governo, che prevede condoni agli evasori ma non aumenta le pensioni sociali di chi è costretto a vivere con 600 euro al mese.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Dicembre 2nd, 2025 Riccardo Fucile
L’ATENEO: “MAI NEGATO ISCRIZIONI”… COME STANNO VERAMENTE LE COSE… SE QUALCUNO VUOLE UN CORSO ESCLUSIVO A DOMICILIO A MODENA GIUSTO CHE PAGHI TUTTE LE SPESE, NON C’ENTRANO UNA MAZZA I PRINCIPI COSTITUZIONALI
La premier Giorgia Meloni ha duramente criticato il Dipartimento di Filiosofia di Bologna che avrebbe negato un corso per i giovani ufficiali dell’Esercito italiano. Per la premier, si tratta di un «un atto incomprensibile e gravemente sbagliato. Non si tratta solo di una scelta inaccettabile, ma di un gesto lesivo dei doveri costituzionali che fondano l’autonomia dell’Università».
Quella posizione di rifiuto, invece, «implica una messa in discussione del ruolo stesso delle Forze Armate, presidio fondamentale della difesa e della sicurezza della Repubblica, come previsto dalla Costituzione».
La risposta dell’Università di Bologna
«L’Università di Bologna non ha mai “negato” né “rifiutato” l’iscrizione a nessuna persona. Come per tutti gli Atenei italiani, chiunque sia in possesso dei necessari requisiti può iscriversi liberamente ai corsi di studio dell’Ateneo, comprese le donne e gli uomini delle Forze Armate. Si ricorda, inoltre, che l’Università di Bologna collabora stabilmente con l’Accademia Militare di Modena, ai cui allievi, in virtù di specifici accordi
ormai ventennali, sono riservati posti presso il Corso di Laurea in Medicina Veterinaria». Lo scrive l’università di Bologna, tornando con una nota sulla polemica nata dalle parole del generale Masiello, capo di Stato Maggiore dell’Esercito, sul fatto che l’ateneo non avesse accettato la proposta dell’Accademia di organizzare un corso di laurea in filosofia riservato agli allievi ufficiali.
«Il tema oggetto di discussione riguarda non l’accesso ai corsi, bensì una richiesta di attivazione proveniente dall’Accademia, anche in virtù delle collaborazioni pregresse, per un percorso triennale di studi in Filosofia strutturato in via esclusiva per i soli allievi ufficiali», spiega Unibo: un percorso che prevedeva 180 crediti formativi complessivi, «lo svolgimento delle attività interamente presso la sede dell’Accademia, secondo il relativo regolamento interno, e un significativo fabbisogno didattico».
L’insieme delle risorse necessarie, che vanno ben oltre il costo di
eventuali contratti di docenza. Dopo un articolato confronto interno, il Dipartimento ha ritenuto di non procedere, allo stato dei fatti, alla deliberazione sull’attivazione del nuovo percorso. L’Università di Bologna, nel pieno rispetto dell’autonomia dei Dipartimenti, ha comunicato tale decisione ai vertici dell’Accademia Militare già lo scorso ottobre, manifestando al tempo stesso la piena disponibilità a ogni futura interlocuzione».
Le opposizioni all’attacco di Meloni: “Surreale, pensi a governare”
L’intervento in prima persona di Giorgia Meloni ha sollevato reazioni politiche accese. Nicola Fratoianni, di Avs, l’ha accusata di “alzare polveroni intimidatori contro l’università di Bologna al semplice scopo di fare un po’ di propaganda dozzinale, pur di sviare dai problemi del Paese che il suo governo non riesce ad affrontare”, e le ha chiesto invece di “sostenere piuttosto l’istruzione, gli atenei e la ricerca pubblica sempre più i
difficoltà grazie ai mancati interventi proprio del suo governo.
Nel Partito democratico è intervenuto Alfredo D’Attorre, responsabile Università dei dem: “È surreale che la presidente Meloni, alla continua ricerca di diversivi rispetto alla sua concreta attività di governo, oggi trovi il tempo e il modo di attaccare l’Università di Bologna”, ha dichiarato, aggiungendo: “Non c’è bisogno che la Meloni sottolinei l’ovvio, ovvero che sia un fatto positivo che gli allievi ufficiali possano arricchire la loro formazione con un percorso di studi filosofici”.
Se la presidente del Consiglio “davvero tiene al ruolo delle Università pubbliche e degli studi umanistici, lo dimostri non con polemiche prive di senso, ma smettendo di ridurre i finanziamenti al sistema universitario in rapporto al Pil, di costringere gli atenei pubblici a bloccare concorsi e assunzioni, di aumentare la precarietà dei giovani ricercatori e di favorire solo la logica di profitto degli atenei telematici privati”, ha
concluso D’Attorre.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Dicembre 2nd, 2025 Riccardo Fucile
LE BICI TOCCANO I 50 CHILOMETRI ORARI, PRATICAMENTE DEI MOTORINI…A MILANO I CARABINIERI HANNO SEQUESTRATO 54 MEZZI IN UN GIORNO. A PESCARA 36 IN DUE SETTIMANE… PER CHI MODIFICA IL MEZZO, OLTRE ALLA CONFISCA, È PREVISTA UNA SANZIONE CHE VA DAI 5 MILA AI 7 MILA EURO
Nel dedalo che porta al monumento a Cavour si avverte un ronzio lontano, come un
avviso. Gli agenti della polizia locale lo colgono al volo. Un cenno basta: un mezzo avanza troppo veloce per essere una bici. La paletta sale, il ciclista si ferma. Bastano pochi secondi: pedali finti, manopola trasformata in acceleratore.
In modalità boost il display corre fino a 49 all’ora. L’agente dice: «È stata “truccata”. Non è più una e-bike, ma un ciclomotore. E va sequestrata». Il guidatore, un rider, si agita:
«Me l’hanno venduta così… e ora come faccio a lavorare?».
Qualche ora dopo, sul piazzale dello stadio Bentegodi, il banco prova mobile della Motorizzazione civile di Bari leva ogni dubbio. Tra il rumore dei rulli e l’odore di gomma riscaldata, il sistema certifica la doppia vita di quel mezzo finito sotto sigilli: la velocità massima è superiore ai 25 km/h consentiti, la pedalata assistita esiste solo sulla carta. A pochi metri, altri mezzi attendono il loro turno: i funzionari parlottano indicando portatarghe improvvisati, sensori staccati, acceleratori.
La legge è chiara. L’articolo 50 del Codice della strada stabilisce che una e-bike è bici solo se assiste mentre si pedala, si disattiva oltre i 25 km/h e resta sotto i 250 watt. Se uno di questi paletti salta, il mezzo diventa ciclomotore: servono targa, immatricolazione, assicurazione, patente e casco.
«Chi le altera rischia una sanzione di 5.100 euro — spiega il comandante Luigi Altamura — e si può arrivare a oltre 7mila. In più c’è il sequestro finalizzato alla confisca». A Verona, su 78 mezzi controllati, il 32% è stato messo sotto sigilli. Multe per 162 mila euro. Altamura osserva le bici sequestrate:
«C’è chi ha mostrato patenti false comprate online: è scattata la denuncia. Altri hanno firmato quello che credevano fosse un regolare contratto d’acquisto: il loro legale sostiene che si trattasse invece di una liberatoria e, ora, vuole denunciarlo per truffa. E poi c’è chi le usa perché la patente l’ha persa: alcol, droga, punti esauriti».
Una bici alterata non è più una bicicletta: è un ciclomotore capace di superare anche i 50 all’ora con il guidatore che viaggia senza casco, assicurazione e targa. E Verona non è un caso isolato. A Milano i carabinieri hanno sequestrato 54 mezzi in un giorno; a Pescara 36 in due settimane; a Bolzano 15 in un pomeriggio; a Torre Annunziata i sequestri sono stati 31 e sulla Pontina una bici ha toccato i 60 all’ora.
(da Corriere della Sera)
argomento: Politica | Commenta »
Dicembre 2nd, 2025 Riccardo Fucile
“IN 8 ANNI DI GOVERNO DI CENTRODESTRA A GENOVA I PRESUNTI TRADIZIONALISTI HANNO ESPOSTO UN PRESEPE IN COMUNE SOLO DUE VOLTE, LE ALTRE SEI FORSE ERANO DISTRATTI”… “IL PRESEPE DEL COMUNE E’ PER TRADIZIONE A PALAZZO ROSSO E IO SEGUO LA TRADIZIONE, SARA’ VISIBILE FINO A MEZZANOTTE”… “LA PARROCCHIA DI VOLTRI CHE FORNIVA QUELLO ESPOSTO IN COMUNE GIA’ A NOVEMBRE CI AVEVA INFORMATO CHE NON AVREBBE POTUTO METTERLO A DISPOSIZIONE”
“Il nostro direttore artistico Scrooge non c’è, vi presentiamo noi il Natale a Genova”.
Con questa battuta la sindaca Salis ha aperto la conferenza stampa dedicata alle iniziative natalizie a Palazzo Tursi, cogliendo l’occasione per replicare alle polemiche scoppiate negli ultimi giorni sulla rimozione del presepe dal palazzo comunale, sull’albero artificiale e sul villaggio di Babbo Natale.
Le contestazioni erano state sollevate dalle opposizioni che hanno criticato la scelta di non allestire il presepe a Tursi. La sindaca, che finora aveva preferito non intervenire pubblicamente, ha spiegato: “Non sono tenuta a rispondere alle fake news e in queste modalità. Ho deciso di farlo oggi in conferenza e lo farò in Consiglio comunale”.
Il presepe – Salis ha ricostruito la vicenda partendo dai dati degli
anni precedenti:
“Bisogna dire la verità: in otto anni di centrodestra alla guida della città, il presepe a Palazzo Tursi è stato realizzato solo due volte. Quindi questo attaccamento alle tradizioni millenarie non è stato così costante come oggi viene raccontato”.
La sindaca ha poi spiegato che l’installazione del presepe presenta difficoltà tecniche e che la parrocchia di Sant’Ambrogio di Voltri, che tradizionalmente lo forniva, ha comunicato già a novembre che quest’anno non sarebbe stato disponibile. Il presepe sarà comunque esposto a Palazzo Rosso e visibile da via Garibaldi.
“Invito tutti l’8 dicembre alla benedizione del presepe”, ha aggiunto Salis.
Il villaggio di Babbo Natale – Salis ha presentato anche il villaggio di Babbo Natale, definendolo “un luogo dove tutte le famiglie potranno portare i bambini e vivere le nostre tradizioni con laboratori e un grande spirito natalizio”.
L’albero di Natale e le illuminazioni – Non è mancata una stoccata alla Regione:
“La Regione ci ha informato che quest’anno non contribuirà alle illuminazioni in piazza, come invece aveva fatto negli anni scorsi”, ha dichiarato la sindaca.
Grazie a un accordo con Iren, ha però precisato, “avremo tutte le illuminazioni gratuite, insieme all’albero di Natale, per i prossimi tre anni”.
L’assessore alla Cultura di Genova, Giacomo Montanari, presenta diverse iniziative culturali legate al Natale, tra cui il “Passaporto dei Presepi”, che propone due percorsi: uno dedicato alla tradizione con presepi storici e l’altro all’arte, con opere artistiche come dipinti e sculture. “Vogliamo raccontare la relazione tra il nostro patrimonio sacro e il territorio”, spiega Montanari, evidenziando come gli edifici di culto abbiano avuto un ruolo culturale fondamentale.
Inoltre, ritorna il presepe in Via Garibaldi, allestito nella vetrata di Palazzo Rosso, visibile fino a mezzanotte. “Crediamo che questo sia un modo molto bello per coinvolgere i passanti e avvicinarli alla tradizione dei presepi genovesi”, afferma l’assessore. Un altro progetto musicale prevede concerti nelle chiese storiche, come quella di San Matteo e della Madonnetta, dove si ascolteranno organi antichi e si potrà vedere l’unico presepe permanente della città. “L’arte presepiale, la musica e lo spazio sacro sono un tutt’uno”, conclude Montanari, sottolineando l’importanza di queste iniziative nel far conoscere e apprezzare Genova.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »