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“MI RODE CHE VI DEVO RIVEDERE GIÀ IL 29 DICEMBRE”. CON LA SUA SOLITA “CLASSE”, GIORGIA MELONI MOSTRA TUTTA LA SUA INSOFFERENZA NEI CONFRONTI DEI MINISTRI DURANTE IL CDM

Dicembre 23rd, 2025 Riccardo Fucile

IL NERVOSISMO DELLA DUCETTA QUANDO IL MINISTRO ADOLFO URSO PRESENTA AI MINISTRI I FRANCOBOLLI CELEBRATIVI PER ARMANI E PIPPO BAUDO: “QUANDO MUOIO IO, NON ME LO FATE” … GIORGETTI E MATTEO SALVINI NEMMENO SI SALUTANO. NON SI STRINGONO LA MANO, NON SI PARLANO. ALTRO CHE TREGUA NATALIZIA, SIAMO AL GELO POLARE

Nel bel mezzo dell’ennesima giornata sull’ottovolante a causa della manovra, Giorgia Meloni arriva nel salone del consiglio dei ministri con l’umore di chi ha appena scartato un regalo sbagliato. Le bordate del Carroccio alla legge di bilancio le hanno rovinato la festa e, soprattutto, hanno offuscato — così dicono i Fratelli — i risultati strappati all’ultimo summit brussellese.
E il peggio deve ancora venire: all’ora di cena la premier viene avvisata del pasticcio finale, lo scudo per i datori di lavoro, che sarà cancellato al fotofinish stamane, su richiesta del Colle. La informa dell’ennesima grana il sottosegretario Alfredo Mantovano, che viene avvisato da Giancarlo Giorgetti. L’irritazione per questa batteria di pastrocchi, a Palazzo Chigi, continua a montare. E c’è un dettaglio rivelatore, sul fastidio che ronza nella testa della premier. In chiusura di Cdm si congeda così dai suoi ministri: «Auguri a tutti, mi rode solo che vi devo rivedere già il 29».
Cioè lunedì prossimo, quando andrà votato il decreto Ucraina, un pacco di Natale su cui la Lega ha già fatto sapere di non gradire il fiocco, le armi per Zelensky, oltre agli aiuti umanitari. Trattative in corso, a destra. L’aria è frizzantina. Quando il ministro Adolfo Urso presenta i francobolli celebrativi per Armani e Pippo Baudo, altra rasoiata della premier: «Quando muoio io, non me lo fate».
«Scherzi a parte, riposatevi, vi voglio bene», aggiunge più conciliante. Ma intanto, appunto, la legge di Bilancio incombe come l’elefante nella stanza. Nel chiuso del Cdm non se ne parla ufficialmente. «In caso — fa sapere Meloni — terrò un discorso più ampio domani», cioè oggi, quando è prevista una seduta lampo del consiglio dei ministri in Senato, per la nota di variazione di bilancio.
L’ultima seduta a Palazzo Chigi prima di Natale finisce per assomigliare a certi cenoni in cui zio e cognato hanno litigato e la tavola è larga abbastanza da far finta che l’altro non esista. Dopo una settimana di bizze sulla manovra, Giorgetti e Matteo Salvini si accomodano e nemmeno si salutano. Non si stringono la mano, non si parlano, neanche un «auguri» bisbigliato sull’uscio. «Non si sono guardati negli occhi», spifferano un paio di presenti. Altro che tregua natalizia, siamo al gelo polare.
A decrittare gli umori dei vertici del Carroccio ci pensa Claudio Durigon, sottosegretario leghista con delega alle pensioni, appostato in un angolo del Senato. «La verità è che Giancarlo e Matteo sono come due innamorati», sospira, «ognuno si sente un po’ tradito dall’altro». Detto da un iper salviniano, il sottotesto è chiaro: l’amore non è finito, è solo in pausa. O forse è finito, ma nessuno ha il coraggio di dirlo agli elettori. Del resto è Natale, e a Natale siamo tutti più buoni. Quasi tutti.
(da Repubblica)

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MARIO GIORDANO SFANCULA IL “FASCISMO SOLARE” IN MODALITA’ STARACE-MINCULPOP DEL MINISTRO GIULI-VO CHE HA OSCENAMENTE MANGANELLATO MARCELLO VENEZIANI, NOTO INTELLETTUALE DI DESTRA CHE SI E’ PERMESSO SU “LA VERITA’” DI OSARE L’INOSABILE: CRITICARE IL GOVERNO MELONI

Dicembre 23rd, 2025 Riccardo Fucile

“NON BASTA TATUARSI UN’AQUILA SUL PETTO PER DIMOSTRARE DI SAPER VOLARE ALTO. E NON BASTA PARLARE DI ‘APOCALITTISMO DIFENSIVO‘ E ‘INFOSFERA GLOBALE’ PER SEMBRARE INTELLIGENTI. TANTO MENO PER ESSERLO. GIULI DECIDE DI ATTACCARE UN OPINIONISTA DI UN GIORNALE COLPEVOLE SOLO DI NON AVERGLI LECCATO GLI STIVALI CON CUI MARCIAVA AL PASSO DELL’OCA”… “ANCHE QUESTO È UN SEGNALE DEL DECADIMENTO DELLA DESTRA AL POTERE … “IN ATTESA DELL’ORO ALLA PATRIA, SI ACCONTENTANO DELLA SALIVA”

A volte senti parlare il ministro Giuli e ti chiedi che diavolo voglia dire. A volte, invece, purtroppo lo capisci benissimo. Ieri per esempio ha pensato bene di rispondere a un educatamente critico articolo di Marcello Veneziani sulla destra al governo prendendosela con la «pelle esausta» del medesimo Veneziani, con la sua «bile nera», il suo «animo ricolmo di cieco rimpianto», proponendo per l’intellettuale di destra, colpevole di aver disertato dalla leva dei leccaculisti, addirittura una terapia obbligatoria a base di «vaccino anti-nemichettista» che egli stesso, il ministro, si propone di «inoculare volentieri».
Credere, obbedire e purgare, si capisce: la destra meloniana avanza spedita verso la deriva dei folli, anzi dei folletti. Giuli e giulivi.
Il dio Pan, evidentemente, acceca la mente di chi vuol perdere. L’articolo pubblicato domenica sulla Verità da Veneziani era una riflessione pacata e onesta: «Da quando è al governo la destra», ha scritto, «non è cambiato nulla nella nostra vita di italiani, di cittadini, di contribuenti e anche in qualità di intellettuali, di patrioti e di uomini di destra. Tutto è rimasto come prima, nel bene, nel male, nella mediocrità generale e particolare». Seguiva un esame della realtà, forse spietato, ma certo lucidissimo, in cui accanto agli inevitabili riconoscimenti al lavoro svolto dalla premier Giorgia Meloni («ha governato con abilità, astuzia, prudenza e con una verve passionale che suscitano simpatia. Si è affermata a livello interno e internazionale»), Veneziani avanzava dubbi sul resto: «Solo vaghi annunci, tanta fuffa, piccole affermazioni simboliche», mentre «nulla di significativo e sostanziale è cambiato nella vita di ogni giorno». Persino in Rai «ancora Vespa, Benigni e Sanremo». Niente di nuovo, insomma. «Da nessuna parte».
Di fronte a un’analisi di questo tipo si può essere d’accordo o no, chiaro. Ma se si è ministri della Repubblica, saliti al potere per altro in nome della lotta al conformismo e al pensiero unico, se si è ministri di un governo che ogni giorno si dichiara a favore del libero confronto e del rispetto dell’opinione altrui, una sola cosa si deve fare: ringraziare per il contributo critico e impegnarsi a fare meglio. Invece, no. Giuli no. Lui, ministro, decide di attaccare un opinionista di un giornale colpevole soltanto di non avergli leccato gli stivali con cui marciava al passo dell’oca. E non solo lo attacca (cosa già di per sé sbagliata), ma lo attacca pure nel modo più volgare possibile, parlando di «pelle esausta» e di «bile nera», e accusandolo di un «cieco rimpianto» perché – sostiene Giuli – Marcello Veneziani avrebbe a suo tempo rifiutato l’incarico di ministro della Cultura. Cosa che, se fosse vera, potrebbe suscitare rimpianto solo nel Paese, visto chi ricopre adesso quella poltrona. E come si è ridotto.
Non basta evidentemente tatuarsi un’aquila sul petto per dimostrare di saper volare alto. E non basta parlare di «apocalittismo difensivo» e «infosfera globale» per sembrare intelligenti. Tanto meno per esserlo. Adesso Giuli va tutto fiero del nuovo ritornello governativo, la nuova parola d’ordine dei gerarchi ottusi, e se la prende con il «nemichettismo»: per Veneziani ci vuole addirittura un premio «honoris causa» – dice il ministro – ma in fondo del «nemichettismo» è vittima tutta la «presunta destra», colpevole di non inchinarsi a baciare la pantofola e di pretendere ancora (ma come si permettono?) di pensare con la propria testa, anziché «incoraggiare» senza se e senza ma lo straordinario lavoro del medesimo ministro Giuli e di tutti i suoi eccellentissimi colleghi. A chi i leccaculo? A noi. Anche questo, in fondo, è un segnale del decadimento della destra al potere: in attesa dell’oro alla patria, si accontentano della saliva. Una volta avrebbero detto: tanto nemichettismo, tanto onore. Adesso invece si spaventano anche delle più pacate critiche, dimostrando così che il vero nemichettismo è quello che regna tra loro e la realtà. Ci devono aver bisticciato quando sono entrati nei palazzi, perché da allora hanno perso il senso della misura.
L’adoratore del dio Pan e della dea Dia, già suonatore di flauti pagani, seguace dei fauni e sospettoso nei confronti del cristianesimo (prima di diventare direttore del cristianissimo Tempi, si capisce), gran cultore dei lupi, dandy di destra amato dai salotti di sinistra, capace di definire «mammolette» i militanti del Fronte della Gioventù e allo stesso tempo di conquistare Lilli Gruber, lui, Alessandro Giuli, forse dimentica di essere diventato ministro solo in virtù di una Boccia, nel senso di Maria Rosaria, che ha tolto di mezzo Gennaro Sangiuliano.
E di esserlo diventato dopo aver seminato disastri al museo Maxxi (meno 30 per cento nei biglietti venduti, meno 44 per cento nelle sponsorizzazioni, un convegno con Morgan e Sgarbi finito in caciara e inevitabili scuse…). Se il potere non gli avesse dato alla testa più del dio Pan, verso un intellettuale vero come Veneziani, Giuli mostrerebbe solo rispetto. Lo ringrazierebbe e lo inviterebbe a prendere un caffè per cercare di capire come migliorare. Altro che «pelle esausta». Anche perché da migliorare al ministero della Cultura c’è molto.
Da quando è arrivato lui, il nemichettista di sé stesso, s’è distinto per:
a) una laurea in filosofia presa in tutta fretta per cercare di mascherare le lacune del curriculum più ricco di druidi e tori in calore che di tutto il resto;
b) una clamorosa gaffe in Parlamento con la trasformazione di Spoleto in provincia (a proposito di cultura);
c) l’approvazione alla censura del baritono russo Ildar Abdrazakov che doveva esibirsi a Verona e che è stato silenziato tra gli applausi dei veri democratici come Pina Picierno e Alessandro Giuli, per l’appunto;
d) l’invito tafazziano al ministero dell’Economia ad aumentare i tagli alla cultura, salvo poi cercare di mascherare il tutto facendo passare come nuovi finanziamenti soldi già stanziati, roba che al confronto il gioco delle tre carte è un’operazione di rara limpidezza. In tutto il resto, per dirla con Veneziani, al ministero della Cultura «non è cambiato nulla».
Mario Giordano
per “la Verità”

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ALESSANDRO GIULI, CHE OGGI ACCUSA MARCELLO VENEZIANI DI “SVERSARE SU DI NOI BILE NERA”, È LO STESSO CHE NEL 2007 NEL LIBRO “IL PASSO DELLE OCHE” NON LESINAVA BORDATE A GIANFRANCO FINI E AL SUO “AVVENTURISMO NOMADE ALLA RICERCA DEL SUCCESSO”, A LA RUSSA (“PITTORESCO SCACCIAPENSIERI”), AL “FENOMENO PATINATO” DANIELA SANTANCHE’, AD ALFREDO MANTOVANO “E ALLA SUA ESASPERAZIONE GIUDAICO-EVANGELICA STATUNITENSE”

Dicembre 23rd, 2025 Riccardo Fucile

GIA’ ALLORA SVELENAVA CONTRO VENEZIANI “IRREGOLARE STAZZONATO CHE RIPIEGA NELL’INTIMISMO VITTIMISTA”. SENZA DIMENTICARSI DI PIETRANGELO BUTTAFUOCO, TEORICO DI “UNA TELEVISIONE DI DESTRA” – COSA PENSA GIORGIA MELONI DI QUESTO LIBELLO E DELLA PREVISIONE DI GIULI SUL PROCEDERE DEI “POST-FASCISTI PER CASO” VERSO L’AGOGNATO APPRODO FINALE DEL PARTITO POPOLARE EUROPEO CHE “SEMBRA FATTO APPOSTA PER FAR SBIZZARRIRE I PROFESSIONISTI DELLA SATIRA”?

La recensione di Dario Fertilio al libro di Alessandro Giuli Il Passo delle Oche apparsa sul Corriere della Sera il 05/09/2007
A chi il potere? A noi!, rispondono insieme i seguaci di Gianfranco Fini, ex e post camerati, oppure mai stati camerati,
nostalgici o futuristi, modernisti neo-sarkoziani o sulfurei cripto-evoliani, sociali o movimentisti, giovani nazionali affiancati da atletiche bellezze mussoliniane.
A noi!, dunque, nel senso che una volta smarrito lungo la strada tutto il resto, dai valori sansepolcristi all’ ideologia corporativa, e dal momento che anche la nostalgia non è più quella di una volta, tanto vale darsi da fare ad afferrare, se non il vero potere, almeno una bella fetta di successo.
Così descrive la variopinta tribù di Alleanza nazionale Alessandro Giuli; decisamente al riparo data l’ età – trentadue anni – da qualsiasi sospetto di vendetta personale tardo-fascista, firma del Foglio ma sufficientemente introdotto nella cultura di destra da poter raccontare quel che si prova, oggi, militando laggiù. Il passo delle oche, oltre che un titolo ironico, è una rappresentazione icastica del modo di procedere della tribù «aennina»: un’ andatura senza altro obiettivo che la «legittima aspirazione di conquistare il potere».
Legittima? Certo, se si ripensa al tempo delle catacombe, gli anni ‘ 50, ‘ 60, ‘ 70, quando dichiararsi missini significava non solo rischiare le botte, ma anche l’ esclusione vita natural durante da qualsiasi posto in consigli d’ amministrazione, vertici di Stato, redazioni, case editrici non di nicchia, insomma da qualsiasi luogo decentemente lottizzabile dai partiti dell’ arco costituzionale.
Poi, come si sa, le cose cambiarono dopo Tangentopoli: visto che tutti gli altri o quasi si rivelavano corrotti, persino i «fascisti» si potevano rivalutare, se non altro perché si supponeva che, costretti nel loro ghetto, non avessero trovato il
modo di contaminarsi.
Così, ricorda Giuli, ecco i «neri» uscire dalle catacombe e farsi avanti con molte pretese di moralità, ecco i giovani di destra unirsi ai loro coetanei pre-girotondini e gettare le monetine addosso a Craxi, fuori dall’ hotel Raphael, autoproclamandosi portatori di uno stile, di un’ austerità morale degna degli azionisti, o dei berlingueriani d’ un tempo.
Se non che – constata Giuli – una volta messi alla prova i nostri eroi hanno «sbracato». Si è visto cioè che, sotto il doppiopetto che aveva sostituito a suo tempo la camicia nera, non c’ era niente. O meglio, niente di più o di meno di quello che avrebbe potuto animare un bravo giovane berlusconiano, modellato sui valori e le aspettative di carriera di Publitalia. Per dirla in maniera ideologica – e sempre con Giuli – si è visto che l’ abiura del fascismo, sanzionata nel famoso congresso di Fiuggi, era più che altro un gesto formale, dal momento che in realtà il gruppo dirigente «aennino» non era mai stato realmente fascista. E, per dire la verità, non lo era stato più nemmeno quello modellato in maniera abilmente compromissoria da Giorgio Almirante. E dunque: l’ altro ieri neofascisti per caso, ieri missini per necessità, oggi post-fascisti per convinzione liberatoria e domani antifascisti per logica di causa ed effetto, i nostri eroi procederebbero «dal quasi nulla al nulla».
Una bella parabola, non c’ è che dire, culminata nella famosa ripulsa di Gianfranco Fini, nel sacrario ebraico di Yad Vashem, con la kippah in testa e la famosa frase sul fascismo come «male assoluto» (giudizio in realtà attribuito più limitatamente alle leggi razziali del 1938)
Non sarebbe giusto, naturalmente, liquidare tutto ciò in una serie di sketch o caricature, e tuttavia questo procedere dei «post-fascisti per caso» verso l’ agognato approdo finale del Partito popolare europeo sembra fatto apposta per far sbizzarrire i professionisti della satira. L’ occasione di vedere un ex ragazzo di Salò in grisaglia sarkoziana o post-democristiana, bisogna ammetterlo, è ghiotta.
Di per sé assicura una miniera inesauribile di personaggi su cui acuminare le penne. Si comincia dal mitico Giorgio Almirante degli anni di ferro, descritto da Giuli come un «abilissimo impasto politico di realismo deideologizzato», capace, «nella sua ambiguità», di raffigurare «con cinquant’ anni di anticipo il decorso mentale e materiale dei camerati di Salò».
Si continua naturalmente con il suo delfino pienamente realizzato, quel Gianfranco Fini tutto dedito a un «avventurismo nomade finalizzato alla ricerca del successo», ma in fin dei conti capace soltanto di tenere fermo il suo «piccolo timone lì dove l’ aveva posizionato Berlusconi».
Poi, ci sono i comprimari. Ecco l’ ex segretario del Fronte della Gioventù, ed ex ministro, Gianni Alemanno, cresciuto all’ ombra del suocero Pino Rauti, che «nasce culturalmente incendiario e matura tessitore», ricalcando nei confronti di Fini lo stesso schema adottato da quest’ ultimo verso Berlusconi: un po’ di contestazione, una moderata fronda e l’ immancabile allineamento finale.
Liquidato Ignazio La Russa (come «pittoresco scacciapensieri»), ecco Francesco Storace, che «esemplifica il rapporto intimo e contorto fra la presunta diversità dei post-fascisti rispetto alla
tradizionale nomenklatura italiana e la loro trionfale caduta nel regno della banalità partitocratica che livella verso il basso».
E che dire della sua avversaria, Alessandra Mussolini, nota come soubrette fino al 1992, in seguito capace di imporsi «prima come una persona che di cognome fa Mussolini e poi come donna capace di prendersi a calci in televisione con la ministra comunista Katia Belillo?».
Di fronte a lei, persino il «marchio pubblicitario Daniela Santanchè», nonostante il glamour che le conferiscono le frequentazioni con Flavio Briatore, è soltanto «un fenomeno patinato godibilissimo».
Quanto all’ altra donna in evidenza, Renata Polverini, «non c’ entra niente con An ma per volontà di Fini ne guida il sindacato di riferimento, l’ Ugl». Sul piano culturale, spiccano «l’ esasperazione giudaico-evangelica statunitense» (di Alfredo Mantovano) e «il neodestrismo abramitico e islamizzante» (di Franco Cardini), oltre naturalmente agli irregolari «stazzonati come Marcello Veneziani che ripiegano nell’ intimismo vittimista». Senza dimenticarsi di Pietrangelo Buttafuoco, teorico di una «televisione di destra» da trapiantare nel corpaccione della Rai.
E poi c’ è il Secolo d’ Italia in blocco, voce un tempo maledetta del partito, che oggi insegue il vezzo giornalistico di tutte le possibili e immaginabili, pittoresche attribuzioni alla destra, da Gobetti a Lola Falana, passando per Moana Pozzi e il bestsellerista Federico Moccia, sempre all’ insegna dello slogan «strano ma nero». Ma l’ icona della tribù resta pur sempre quella del leader, Gianfranco Fini, l’ ex ragazzo «contro» che aveva il
coraggio di ammirare i Berretti Verdi di John Wayne nelle sale cinematografiche della rossa Bologna, in seguito abbandonatosi alla malinconia, anzi alla depressione, nel Transatlantico di Montecitorio, durante «l’ estate lunghissima del 2006», «con gli occhi deprivati di luce».
Un fumatore dedito sempre più di frequente alle «pause sigaretta», però con il coraggio di confessare: «In fondo è bello stare all’ opposizione perché non si fa praticamente nulla», e poi, in un soprassalto d’ orgoglio ferito: «Ma insomma, questo Cavaliere non si capisce se davvero vuole investire su di me oppure mi prende in giro». Il libro di Alessandro Giuli, «Il passo delle oche», editore Einaudi, pagine 176, 14,50
(da Dagoreport)

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IN AMERICA LA SPACCATURA NEL MONDO “MAGA” DI TRUMP SI FA SEMPRE PIÙ INSANABILE: UNA PARTE SI È AVVICINATA TROPPO A SUPREMATISTI, COMPLOTTARI E ANTISEMITI, FACENDO INCAZZARE L’ALA PIÙ CONSERVATRICE E FILOISRAELIANA

Dicembre 23rd, 2025 Riccardo Fucile

ALLA KERMESSE DEL MOVIMENTO CREATO DA CHARLIE KIRK, È ANDATO IN SCENA L’ULTIMO ATTO DELLO SCONTRO, CON L’ATTIVISTA BEN SHAPIRO CHE HA SPARATO A ZERO SULL’ORGANIZZAZIONE E PUNTATO IL DITO CONTRO TUCKER CARLSON, CHE HA OSPITATO NELLE SUE TRASMISSIONE IL SUPREMATISTA BIANCO (E FAN DI HITLER) NICK FUENTES… BANNON HA RISPOSTO A TONO, CHIAMANDO SHAPIRO “UN CANCRO CHE SI DIFFONDE”

Trump e la destra al governo hanno giocato a lungo col fuoco e ora cominciano a scottarsi: la spaccatura nel movimento Maga, emersa in estate con Trump contestato dai trumpiani radicali per il suo tentativo di archiviare lo scandalo Epstein, si sta allargando sempre più a questioni ideologiche che toccano soprattutto rapporto con Israele e razzismo.
Nei giorni scorsi il Turning Point Usa Fest, la kermesse di fine anno del movimento giovanile della destra radicale fondato da Charlie Kirk e ora, dopo il suo assassinio, guidato dalla moglie Erika, è stato il palcoscenico sul quale quei conflitti, fin qui fenomeni carsici, sono finiti sotto i riflettori.§
Sul palco sono saliti in rapida successione Ben Shapiro, Tucker Carlson e Megyn Kelly. L’attivista radicale e filoisraeliano ha accusato l’organizzazione di tollerare discorsi antisemiti e ha attaccato Carlson, celebre conduttore televisivo di estrema destra, per aver ospitato nelle sue trasmissioni il giovane suprematista bianco Nick Fuentes che con la sua apologia di Hitler e il suo antisemitismo si sta costruendo un notevole seguito tra giovani affascinati dalle sue idee estreme, soprannominati groypers.
Poi nel mirino di Shapiro è finita la Kelly, altra celebrity televisiva, rea di non aver condannato un’altra famosa influencer dell’ultradestra, Candace Owens, che, regina delle più fantasiose
teorie cospirative contro la sinistra, stavolta ne ha confezionata una secondo la quale Kirk sarebbe morto perché abbandonato dal suo stesso movimento, forse addirittura ucciso da Turning Point.
Al monito di Shapiro — «il movimento conservatore è in pericolo se continua a lasciare spazio a ciarlatani e truffatori» — Carlson ha replicato con espressioni di dileggio, la Kelly rompendo una decennale amicizia con l’attivista, ma il più duro è stato Steve Banno, lo stratega della prima vittoria di Trump, ora ideologo della destra tradizionalista col podcast War Room : «Shapiro è un cancro che si diffonde, metastatizza».
Ma poi contro i bianchi tradizionalisti alla Bannon, orgogliosi delle loro radici, si è scagliato anche l’ex candidato alla Casa Bianca, ora in corsa per l’elezione a governatore dell’Ohio, Vivek Ramaswamy. Lui, figlio di indiani, accusa i suoi compagni di strada di pensare di valere più dei nuovi americani figli dell’immigrazione, in base alla profondità delle loro radici nel Paese. Ramaswamy ha anche difeso a spada tratta Usha Vance, la moglie indiana del vicepresidente attaccata da Fuentes. Il quale ha anche definito JD Vance un traditore della razza.
È toccato proprio al vicepresidente, ospite d’onore della convention, accusato di non aver difeso abbastanza sua moglie dagli attacchi, cercare di ricucire gli strappi nella grande tenda del fronte conservatore
Il vicepresidente Vance ha fatto l’equilibrista: ha ribadito il sostengo a Israele ma si è rifiutato di condannare i tanti che a destra sono ostili agli ebrei e perfino i giovani repubblicani che hanno trasformato Hitler e le camere a gas in occasione per scherzi e sberleffi. Secondo Vance non bisogna confondere con l’antisemitismo l’ostilità di molti nei confronti di Israele o delle attuali politiche del suo governo.
Equilibrista anche su Fuentes e Shapiro: «Trump non ha costruito la più grande coalizione politica per poi vedere i suoi fan consumarsi in test di purezza autolesionisti e senza fine». Ma proprio mentre diceva che non condanna nessuno, è stata pubblicata una sua intervista nella quale condanna Fuentes a «mangiare m…»
(da Corriere della Sera)

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CI ATTACCHIAMO AL DAZIO E TANTE GRAZIE ALL’“AMICO” TRUMP: A OTTOBRE L’EXPORT ITALIANO È CALATO DEL 3%. COLPA SOPRATTUTTO DEI DAZI A STELLE E STRISCE

Dicembre 23rd, 2025 Riccardo Fucile

IL QUADRO ECONOMICO DIPINTO DA CONFINDUSTRIA È DA INCUBO: L’INDUSTRIA FA ANCORA FATICA, CON LA PRODUZIONE CHE CALA DELL’1,0%. SCRICCHIOLA LA FIDUCIA DELLE FAMIGLIE E QUINDI LE ATTESE SUI CONSUMI – C’È QUALCOSA CHE NON TORNA, NONOSTANTE I PREZZI DI PETROLIO E GAS SIANO IN DISCESA, IN ITALIA IL COSTO DELL’ELETTRICITÀ RESTA ALTO: 0,28 EURO/KWH, CONTRO 0,18 EURO IN FRANCIA E 0,17 EURO IN SPAGNA

Un «quadro complicato»: il dollaro debole sull’euro, dovuto anche ai tagli dei tassi Fed, continua a frenare l’export italiano nel quarto trimestre, insieme ai dazi Usa. Scricchiola la fiducia delle famiglie e quindi le attese sui consumi. L’industria fa ancora fatica, con la produzione industriale che calata ad ottobre, -1,0%, portando la variazione acquisita nel quarto trimestre a -0,1 per cento.
L’analisi emerge dalla Congiuntura Flash del Centro studi Confindustria, che spiega poi come a favore giochino gli investimenti, grazie in larga parte al Pnrr, i servizi, tirati dal turismo straniero, settore a cui il documento dedica un focus, il calo del prezzo del petrolio. Nonostante petrolio e gas siano in
discesa, il costo dell’elettricità per le imprese resta alto: i prezzi sono doppi rispetto al valore pre-2022, con 0,28 euro/KWh, contro 0,18 in Francia e 0,17 in Spagna.
Con i i tassi fermi da parte della Bce al 2%, il costo del credito alle imprese non scende più (3,52 a ottobre, quasi come a luglio). La Fed ha tagliato i tassi per tre volte di fila, annunciandone altri. Ciò contribuisce a un dollaro svalutato sull’euro: 1,17 a dicembre, quasi al picco.
L’export è in calo: le prospettive restano negative, con un nuovo calo degli ordini manifatturieri esteri a dicembre. A ottobre sono stati deboli gli scambi italiani: quasi fermo l’import, +0,3% a prezzi correnti, -3,0% l’export, dopo il +2,9% a settembre. Le vendite sono in crescita in alcuni settori, soprattutto la farmaceutica. Sugli investimenti i segnali sono ancora buoni, con gli indicatori favorevoli per gli investimenti in impianti e macchinari a fine 2025.
Per i consumi, la variazione acquisita per il quarto trimestre è nulla. Il numero di occupati è tornato in espansione a settembre e ottobre, ma la fiducia delle famiglie ha avuto una brusca interruzione a novembre, con un parziale recupero a dicembre. Ad ottobre, secondo l’indice RTT, è proseguita l’espansione dei servizi, dopo il pieno recupero di settembre. Per il quarto trimestre si prevede un buon ritmo di crescita. Anche nell’Eurozona i servizi vanno meglio dell’industria.
Il Centro studi ha dedicato un focus al turismo: è un settore ancora in crescita, grazie agli stranieri: la spesa dei turisti esteri è stimata per il 2025 a circa 57 miliardi, con un +5,6% rispetto al 2024 (a settembre la spesa ha segnato +7,5% annuo). Il flusso in
uscita, cioè gli italiani all’estero, cresce a ritmi minori, +4,5% nel 2025. Il saldo turistico dell’Italia è largamente in attivo e in crescita negli ultimi anni (+23 miliardi stimati nel 2025, da +21 nel 2024), dando un contributo importante nei nostri conti con l’estero. «Il turismo si conferma un pilastro dell’industria italiana.
Approfondendo l’analisi gli arrivi turistici nel 2024 avevano toccato un picco di 140 milioni (+4,5% sul 2023). Nel 2025 è stimato un lieve calo, a 138 milioni, -1,4 per cento, con i dati disponibili fino a settembre. Sono in aumento le presenze: +10 milioni, al picco storico, 476 milioni di notti, grazie all’aumento della permanenza media. L’espansione della spesa turistica, a prezzi correnti, mentre gli arrivi ristagnano, è spiegata in maniera significativa dall’aumento dei listini.
(da agenzie)

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I “FIGLI DI PUTIN” CADONO COME MOSCHE: IL GENERALE RUSSO FANIL SARVAROV, UCCISO A MOSCA CON UNA BOMBA PIAZZATA SOTTO LA SUA AUTO, È L’ULTIMO DI UNA LUNGA LISTA DI UFFICIALI, FUNZIONARI E FIGURE SIMBOLICHE UCCISI DURANTE LA GUERRA

Dicembre 23rd, 2025 Riccardo Fucile

DAGLI ALTI UFFICIALI IGOR KIRILLOV E YAROSLAV MOSKALIK AL CAPITANO DI MARINA VALERY TRANKOVSKY E ANDREI KOROTKIY, LEGATO ALLA CENTRALE NUCLEARE DI ZAPORIZHZHIA, MA ANCHE IL BLOGGER VLADEN TATARSKY E DARYA DUGINA, VOLTO DEL NAZIONALISMO RADICALE RUSSO E FIGLIA DI ALEKSANDR DUGIN… SARVAROV ERA UNA FIGURA CHIAVE DELLA MACCHINA BELLICA DEL CREMLINO: HA COMBATTUTO TUTTE LE GUERRE DI PUTIN, DALLA CECENIA ALLA SIRIA

Il tenente generale Fanil Sarvarov era la perfetta rappresentazione di un uomo d’apparato. La sua vita, finita all’alba in un cortile della periferia di Mosca, sembrava un copione uscito direttamente dall’Urss. Nato 56 anni fa nella regione di Perm, era cresciuto nell’ombra dello Stato maggiore, uno di quelli che non decidono la guerra ma la rendono possibile.
Basso di statura, poco loquace e restio a farsi fotografare, incarnava trent’anni di guerre russe dal crollo dell’Unione Sovietica a oggi. Per ognuna aveva guadagnato gradi e riconoscimenti. C’era nella prima e la seconda guerra Cecena, nel Caucaso tra Ossezia e Inguscezia, aveva partecipato alla guerra lampo contro la Georgia nel 2008, era intervenuto in Siria a sostegno di Bashar al-Assad, aveva dato il suo contributo anche all'”Operazione militare speciale in Ucraina”
Putin, invece, per la sua supervisione nell’addestramento dell’esercito russo in Ucraina, l’aveva promosso a Tenente Generale il 2 maggio 2024 con decreto presidenziale. Di questo momento c’è l’unica foto pubblica che lo ritrae, impettito di fronte allo Zar.
Dal 2016 guidava il direttorato dello Stato maggiore responsabile dell’addestramento operativo: un incarico chiave nella macchina militare russa. Sarvarov è il terzo alto ufficiale russo ucciso in poco più di un anno.
A dicembre 2024 era toccato al generale Igor Kirillov, capo delle truppe di protezione nucleare, biologica e chimica: una bomba nascosta in un monopattino elettrico lo aveva ucciso davanti a casa, a Mosca. Nell’aprile scorso un’autobomba aveva colpito Yaroslav Moskalik, vice comandante del direttorato operativo dello Stato maggiore, anche lui nei pressi della capitale.
Secondo Mosca, dietro questi attentati c’è la mano di Kyiv. L’elenco è lungo e racconta una strategia mirata: ufficiali, funzionari, collaborazionisti, figure simboliche del fronte russo. Dal capitano di marina Valery Trankovsky, ucciso in Crimea nel novembre 2024, e accusato da Kyiv di aver ordinato raid missilistici sui civili, ad Andrei Korotkiy, legato alla centrale nucleare di Zaporizhzhia e definito collaborazionista e criminale di guerra dall’intelligence ucraina.
L’elenco arriva fino ai casi più noti: nell’aprile 2023 Vladen Tatarsky, un blogger militare russo favorevole alla guerra, viene ucciso da una bomba nascosta in una statuetta donatagli da una donna in un caffè di San Pietroburgo. Il 20 agosto 2022 tocca a Darya Dugina volto del nazionalismo radicale russo e figlia di Aleksandr Dugin, uno dei principali ideologi dell’ultranazionalismo, teorico dell’eurasismo, sostenitore di una Russia imperiale, pro-guerra e molto vicino a Putin. Viene uccisa da un’autobomba nella regione di Mosca
La morte di Sarvarov si inserisce in questa lista. Non è solo l’eliminazione di un generale, ma un messaggio che attraversa la catena di comando russa: la guerra non si sta combattendo solo al fronte.
(da agenzie)

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“NEGLI ULTIMI 10 ANNI LA SPESA PER I SERVIZI SEGRETI È TRIPLICATA, MA NON SI RIESCE A CAPIRE CHI HA INOCULATO PARAGON A GIORNALISTI, MANAGER E A UN PRETE”

Dicembre 23rd, 2025 Riccardo Fucile

MATTEO RENZI FA IL CONTROPELO AL GOVERNO. CHE DEFINISCE “MEDIOCRE COME GIORGETTI”…. MATTEONZO VA GIU’ DURO: “È UNA LEGGE DI BILANCIO CHE HA PENSATO MOLTO AL MERCATO E POCO AI SUPERMERCATI” … E POI CITA MARCELLO VENEZIANI CHE, SU “LA VERITÀ” LE HA SUONATE AL GOVERNO (“TUTTO È RIMASTO NELLA MEDIOCRITÀ GENERALE”): “C’E’ UNA DESTRA PENSANTE CHE SI LAMENTA, NON SONO L’UNICO”

“È aumentata la qualità dei concerti ma è diminuita la quantità del tempo dedicata alla legge di bilancio e la responsabilità è del governo”. Lo ha detto il leader di Italia Viva Matteo Renzi nelle dichiarazioni di voto sulla fiducia posta dal governo sulla manovra citando il recente concerto di Claudio Baglioni nell’Aula di Senato.
“Giorgetti – ha proseguito – giudica prudente una manovra che è mediocre. Vi siete divisi come una cozza tra i sovranisti e chi voleva l’austerity. È ‘brutta senz’anima’ questa legge, visto che
siamo in vena di citazioni canore”. Citando alcune misure contenute nella legge di bilancio, Renzi ha aggiunto: “Mezzo miliardo dai pacchi, nemmeno Stefano de Martino su Rai1 è così generoso. La tobin tax, dall’eliminarla, l’avete raddoppiata.
Da Baglioni a Mike Bongiorno, ‘lascia o raddoppia’”. “Mi rivolgo poi al ministro trasformista, – ha proseguito Renzi rivolgendosi al ministro Giancarlo Giorgetti – il golden power su Unicredit risponde alle esigenze della Lega Nord”. “Mi ha sconvolto – ha concluso – la mancanza di una visione. È una legge di bilancio che ha pensato molto al mercato e poco ai supermercati. Con voi ci sono più tasse e meno sicurezza. E lei ministro Giorgetti è l’emblema di questa legge di bilancio mediocre”.
(da agenzie)

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STEFANO FOLLI: “È UNA LEGGE DI BILANCIO TIMIDA E PRIVA DI UN ORIZZONTE DI QUALCHE RESPIRO

Dicembre 23rd, 2025 Riccardo Fucile

“INVECE LA PROSSIMA FINANZIARIA CADRÀ RIDOSSO DELLA CAMPAGNA ELETTORALE E SARÀ UN’ALTRA STORIA: SARÀ CONCEPITA COME STRUMENTO DI CONSENSO E IL GOVERNO SFRUTTERÀ FINO IN FONDO I MARGINI DELLA SPESA”

La consueta tortura della legge di bilancio si avvia al termine.
La maggioranza ne esce di solito malconcia, dal momento che soffre tutte le tensioni interne.
E figuriamoci quando la legge finanziaria è la penultima della legislatura: la prossima cadrà di fatto a ridosso della campagna elettorale e sarà un’altra storia: sarà concepita come strumento di consenso, con l’unico argine imposto dai criteri generali fissati dall’Unione. Ma all’interno di questa cornice è chiaro che il governo in carica saprà sfruttare fino in fondo i margini della spesa.
Fino ad allora si può dire che il ministro dell’Economia non ne esce proprio da vincitore, ma di sicuro nemmeno da sconfitto. Giorgetti ha tenuto una linea istituzionale sul punto cruciale: mantenere i conti pubblici in equilibrio. Ha subito pressioni continue dal suo partito, la Lega, ma non ha ceduto, al di là di qualche compromesso a cui è stato indotto da circostanze certo non agevoli.
Semmai il risultato è una legge di bilancio timida e priva di un orizzonte di qualche respiro. Tuttavia l’argomento che possiamo presumere sia stato usato dalla premier è il seguente: manteniamo unita la coalizione e sforziamoci di ridurre il danno presso l’opinione pubblica; l’anno venturo sarà diverso e la prudenza di oggi potrà trasformarsi in una serie di iniziative economiche in grado di dare slancio alla battaglia elettorale.
Si capisce quindi che i toni autocompiaciuti e celebrativi con cui il governo presenta il testo finale della legge di bilancio abbiano
a che fare con un’esigenza di propaganda, anziché con la verità dei fatti che è assai più prosaica. Del resto anche l’opposizione, come in un’immagine speculare, esagera con la descrizione quasi apocalittica di quello che il governo Meloni ha fatto o non ha fatto.
Ogni anno, salvo rare eccezioni, si ripete la stessa mano di gioco. Con esiti prevedibili, cioè un sostanziale pareggio dopo giorni rissosi. In definitiva non è su questo terreno che si rompono gli equilibri politici o se ne intravedono di nuovi.
Come è ovvio, sarebbe stato diverso se Salvini avesse deciso di uscire dalla maggioranza. Una crisi sul bilancio sarebbe stata devastante. Tuttavia nessuno, nemmeno Salvini, ha mai pensato di commettere un tale, macroscopico suicidio.
I prossimi mesi offriranno a entrambi gli schieramenti l’occasione di non perdere tempo e di concentrarsi sui rispettivi obiettivi. La maggioranza dovrà contenere la tendenza leghista ad alimentare una costante guerriglia politica, pur senza giungere alle estreme conseguenze. La politica estera e il conflitto in Ucraina continueranno a essere il punto più delicato nelle relazioni fra la Lega e la premier Meloni.
Sulla carta quest’ultima è in grado di controllare la situazione, ma sul piano internazionale molti aspetti possono cambiare e non sempre in modo prevedibile. L’opposizione, dal canto suo, dovrà nel corso del 2026 definire i tratti di una credibile alternativa di governo. Quindi un’agenda di cose da fare, un’identità politica, un sufficiente grado di coesione interna tra Pd e 5S. Al momento sembra che il cammino da compiere non sia breve.

(da Repubblica)

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SIAMO PRONTI ALLA MORTE? SÌ, NO… FORSE . TRA LE FORZE ARMATE SCOPPIA LA POLEMICA PERCHÉ NON POTRANNO PIÙ URLARE “SÌ” ALLA FINE DELL’INNO D’ITALIA

Dicembre 23rd, 2025 Riccardo Fucile

È QUANTO DECISO DAL DECRETO DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA (ADOTTATO SU PROPOSTA DELLA PRESIDENTE DEL CONSIGLIO GIORGIA MELONI) – LA RIMOZIONE DEL “SÌ!” FINALE SEMBRA VOLER STEMPERARE LA PENULTIMA FRASE DEL CANTO DEGLI ITALIANI (“SIAM PRONTI ALLA MORTE”), MA DAL QUIRINALE FANNO SAPERE CHE È SOLO L’ADEGUAMENTO, RICHIESTO DAL MONDO DELLA MUSICA E DELLE BANDE MILITARI, DELLA MODALITÀ DI ESECUZIONE DELL’INNO

Non si potrà più gridare “Sì!” alla fine dell’inno d’italia. Pur “usi ad obbedir tacendo”, i militari che in queste ore si vedono arrivare l’ordine stentano a eseguire. Si tratterebbe dell’attuazione del decreto del presidente della Repubblica del 14 marzo 2025, adottato su proposta della presidente del Consiglio Giorgia Meloni e pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 7 maggio 2025. Poche storie: quel “Sì” gli italiani dovranno
trattenerlo in petto per scelta del Colle, ma anche della leader di un partito che fa di nome “Fratelli d’italia”
L’ordine perentorio è contenuto nel “foglio” dello SMD del 2 dicembre scorso (n. MD A0D32CCREG2025 0229430). Lo Stato Maggiore Difesa “ha disposto che in occasione di eventi e cerimonie militari di rilevanza istituzionale, ogniqualvolta venga eseguito ‘Il Canto degli italiani’ nella versione cantata non dovrà essere pronunciato il ‘sì!’ finale”. Il comando è riportato in queste ore nero su bianco su documenti militari simili a quello della GDF che pubblichiamo. Un no al ‘Sì!’ che sta provocando un certo mal di pancia sotto le divise.
L’ordine di tagliare il “Sì!” sta camminando tra bande e caserme con la carta intestata dello Stato Maggiore, ma la novità è vissuta come un autogol mediatico, imposto dal Colle più alto e accettato dalla Difesa. Sul sito del Quirinale, effettivamente, tra tante esecuzioni, è stata scelta quella del 1961, cantata dal tenore Mario Del Monaco. Dopo il verso in crescendo ‘siam pronti alla morte/l’italia chiamò’ segue solo musica.
La rimozione del ‘Sì!’ in questo clima sembra un outing di fronte alla domanda ‘Siam pronti alla morte?’. Il Dpr copre con la musica della banda il nostro silenzio e sembra la spia di una rimozione più grande del ‘Si!’. Rimozione non solo italiana, come testimoniano le reazioni al generale francese Mandon quando dice “il nostro Paese vacilla perché non è pronto a perdere i suoi figli” o al ministro Crosetto che evoca con studiata vaghezza una ‘leva volontaria’.
In questo momento in cui si continua a parlare con leggerezza di guerra purché sia proxy, ibrida, finanziaria, tecnologica,
comunque sterilizzata dalla morte, la musica sembra una risposta più coerente alla chiamata alle armi del grido militaresco ‘Sì!’.
Anche per questo, ai piani alti del ministero della Difesa, di tutto avrebbero avuto voglia che di scrivere su carta intestata la non risposta al “Siam pronti alla morte?”. Fonti quirinalizie stemperano la questione: non si tratterebbe di una scelta politica. Non ci sarebbe alla base un tentativo di correggere la postura oltranzista sulla guerra in Ucraina. Nulla di tutto ciò. Solo l’adeguamento, richiesto dal mondo della musica e delle bande militari, della modalità di esecuzione dell’inno al testo primigenio di Mameli. A esser pignoli però se si leggono gli spartiti si rischia un testacoda.
Il testo della legge giustificherebbe il taglio del ‘sì’ con il “riconoscimento del testo de ‘Il Canto degli Italiani’ di Goffredo Mameli e lo spartito musicale originale di Michele Novaro quale inno nazionale della Repubblica’”. Peccato che i due testi richiamati e pubblicati sul sito del governo sono diversi tra loro proprio sul ‘Sì!’ finale.
Non c’è nel testo autografo datato 10 novembre 1847 e intitolato Canto Nazionale, che Mameli inviò a Novaro affinché lo musicasse, conservato presso il Museo Nazionale del Risorgimento di Torino.
Il ‘Sì!’ però compare nello spartito (pubblicato anch’esso sul sito del Governo) firmato da Novaro e conservato presso il medesimo museo. Nell’edizione critica a cura di Maurizio Benedetti, pubblicata dalle Edizioni del Conservatorio Giuseppe Verdi di Torino nel 2019 si legge che il Sì fu aggiunto da Novaro.
(da Il Fatto Quotidiano)

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