Dicembre 23rd, 2025 Riccardo Fucile
DOPO L’ANNESSIONE DELLA CRIMEA, NEL 2014, L’INTELLIGENCE DI KIEV HA COSTRUITO UNA RAGNATELA DI CONTATTI DEGLI OPPOSITORI DI MAD-VLAD: LE AZIONI DI HACKERAGGIO E GLI ATTENTATI CHE HANNO FATTO SALTARE IN ARIA IL PONTE DI KERCH E HANNO PORTATO ALLA MORTE DARJA DUGINA, FIGLIA DELL’IDEOLOGO DEL NUOVO IMPERIALISMO… PETROLIERE, RAFFINERIE, GENERALI: IL MITO KYRYLO BUDANOV TIENE SULLA SCRIVANIA IL VOLUME:”ALZATI E UCCIDI PER PRIMO”
Colpire il cuore del potere di Vladimir Putin, che si tratti di petroliere, raffinerie, generali o altri simboli dell’autorità del nuovo Zar che si propaganda come invincibile. L’escalation di attacchi messi a segno dall’intelligence ucraina continua ad alzare il livello della sfida, con una sequela di azioni clamorose scatenata da quando sono iniziati i negoziati di pace indiretti tra Mosca e Kiev mediati dagli Stati Uniti e da alcuni governi europei.
Una parte di questi raid, in particolare quelli contro l’Oro Nero del Cremlino, sembrano essere stati benedetti dalla Casa Bianca come strumento di pressione sulle trattative. Washington invece ha sempre preso nettamente le distanze dalle esecuzioni di ufficiali e influencer del nazionalismo russo, a partire dalla bomba letale dell’agosto 2022 contro Darja Dugina, figlia dell’ideologo del nuovo imperialismo.
La competizione tra i due servizi segreti ucraini, quello militare Gur e quello civile Sbu, è sempre stata serrata: una lotta che cerca tramite i raid temerari di aumentare anche il prestigio e l’influenza interna. In questo momento a Kiev crescono le quotazioni del generale Kyrylo Budanov, il glaciale comandante degli 007 delle forze armate che molti indicano come erede di Andrey Yermak nel ruolo di uomo forte della cerchia del presidente Zelensky
Il loro stile non ha nulla di convenzionale e si ispira al modello israeliano: Budanov ostenta sulla scrivania il volume “Alzati e uccidi per primo” di Ronen Bergman che descrive la storia degli omicidi mirati compiuti dallo Stato ebraico.
Lo si capisce dal piano che nell’aprile 2023 è servito per assassinare Vladlen Tatarsky, alias di Maksim Fomin: il blogger che esaltava sui social la Wagner ed Evgenj Prigozin – ancora allineato al Cremlino – è stato ucciso con un ordigno nascosto in una statuetta a sua immagine e somiglianza, consegnata in un pub di San Pietroburgo da una fan, forse ignara della missione.Budanov è esile; ha uno sguardo affilato e sembra il “Dottor Sottile” dello spionaggio. Malyuk invece è tutto muscoli: lo chiamano il “Mastino”, come il cane che gli sta al fianco nel murales dipinto a Kiev.
Allo stesso modo l’Sbu era riuscito a far importare da società di copertura l’esplosivo usato nell’ottobre 2022 per far saltare in aria il viadotto di Kerch che collega Russia e Crimea: l’infrastruttura voluta da Putin che concretizza l’annessione della penisola ucraina occupata nel 2014.
C’è la convinzione che dal 2014 le spie ucraine abbiano costruito una ragnatela di contatti tra le comunità etniche ostili a Mosca e gli oppositori di Putin. Sono pronti ad allearsi con il diavolo, fedeli all’antico proverbio “il nemico del mio nemico è mio amico”.
Hanno chiamato a raccolta gli esuli ceceni, daghestani, georgiani che hanno messo a disposizione i loro referenti rimasti in territorio russo. .
Questo movimento nell’ombra negli ultimi mesi si è data una firma, in modo da creare un fantasma che si aggira per la Russia: “Black Spark”, la Scintilla Nera. Sono misteriosi militanti che incendiano oleodotti, cabine elettriche, ripetitori telefonici, antenne satellitari, scambi ferroviari, auto di ufficiali in tante città diverse
L’omicidio del generale Fanil Sarvarov dimostra la capacità di muoversi indisturbati nella capitale russa. C’è il forte sospetto che la preparazione degli agguati oltre che ad agenti sul campo possa contare su un’altra raccolta di informazioni: la penetrazione cyber nei computer e nelle telecamere di sorveglianza.
Sarebbero riusciti infatti a ottenere gli indirizzi delle abitazioni di figure con incarichi di altissimo rilievo come Igor Kirillov, il comandante dei soldati-scienziati che sviluppano armi chimiche e batteriologiche, impegnati nel realizzare gas tossici come il Novichock usato dal Cremlino per avvelenare gli oppositori all’estero ma anche nel distillare il vaccino Sputnik contro il Covid.
Avrebbero pianificato le trappole esplosive disponendo di informazioni che sembrano prese dall’hackeraggio degli apparati di sorveglianza, che il regime ha installato ovunque nelle metropoli per vigilare sulla popolazione. I tecnici informatici del generale Malyuk lo hanno fatto pure la scorsa settimana: sono entrati nelle telecamere dell’ammiragliato della flotta del Mar Nero, usandole per spiare la base navale di Novorossiysk e pilotare un drone subacqueo che ha gravemente danneggiato un sottomarino lanciamissili. Un contrappasso fenomenale: mutano gli strumenti della repressione putiniana nell’arma per assestare
colpi devastanti al Cremlino.
(da La repubblica)
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Dicembre 23rd, 2025 Riccardo Fucile
MA CHE ANTIDOTO AI NON VOTO, E’ SOLO UN ESPEDIENTE DELLA PROPAGANDA… NEI PAESI DOVE ESISTE, IL NUMERO DEGLI ELETTORI CALA UGUALMENTE
Ignazio La Russa lo dà per scontato. Il referendum sulla riforma costituzionale del
premierato si farà nella prossima legislatura e «si riuscirà a ottenere il risultato che vogliamo», prevede il presidente del Senato alla festa di Atreju. Ma dovrebbe ricordare bene com’è andata vent’anni fa, perché lui c’era. E la storia, com’è noto, ha il brutto vizio di ripetersi.
Anche nel 2006 il referendum sulla riforma costituzionale voluta dal medesimo centrodestra di oggi, ma con Silvio Berlusconi alla guida del governo anziché Giorgia Meloni, si tenne nella legislatura successiva. La maggioranza che l’aveva approvata era uscita sconfitta dalle elezioni e gli elettori bocciarono anche la sua riforma. Andò a votare più del 50 per cento e i «no» superarono il 60. Quella riforma introduceva una specie di premierato simile per certi versi a quello di oggi rafforzando notevolmente i poteri del presidente del Consiglio. Con in più l’eliminazione del bicameralismo perfetto, riproposta da Matteo Renzi dieci anni dopo, ma bocciato dal referendum del dicembre 2016, e il taglio del numero dei parlamentari poi riproposto dai grillini e stavolta approvato dal referendum dell’autunno 2020. Per completezza d’informazione, la riforma del centrodestra di Berlusconi venne sconfitta in tutte le Regioni tranne Lombardia
e Veneto.
Certo, era un’Italia diversa. Così diversa da risultare, per la partecipazione alla politica dei cittadini, irriconoscibile. Alle elezioni politiche della primavera 2006 votò l’81,2 per cento degli aventi diritto: 40,4 milioni, italiani all’estero compresi. A settembre del 2022 ha votato appena il 60,5 per cento, quasi 21 punti in meno: in tutto 30,7 milioni. In 16 anni sono andati perduti 10 milioni di elettori, un quarto di chi aveva votato nel 2006. E per dire quanto il Paese sia cambiato, fra il 2006 e il 2022 il numero dei nostri connazionali che votano all’estero è più che raddoppiato, da 2 milioni 707.382 a 4 milioni 743.980. A testimoniare il ritmo con cui è ripresa l’emigrazione.
Dunque se è scontato, come dice La Russa, che il referendum costituzionale si farà la prossima legislatura, sempre che la maggioranza riesca a completare il percorso parlamentare fermo ormai da un anno e mezzo, il risultato, invece, scontato non è affatto. E lo sa bene pure chi su quella riforma ha puntato tutto, cioè la premier. Mai prendere con sufficienza le parole del sottosegretario alla presidenza Giovanbattista Fazzolari, per Giorgia Meloni l’uomo «più intelligente che abbia conosciuto», e quindi suo prezioso consigliere. Ecco il suo piano, spiattellato giusto poche ore dopo le elezioni regionali del 23 novembre: «Il referendum con ogni probabilità si terrà nella prossima legislatura, a quel punto sarebbe bene avere una legge elettorale che rispecchi quella che dovrà essere adottata con la forma del premierato. Credo che il sistema per sindaci o Regioni, dove l’elettore sa chi sarà a guidare il governo, è il modello. Un proporzionale con premio di maggioranza e indicazione del
presidente del Consiglio». Potrebbe essere un modo, sostiene Fazzolari, anche «per interessare chi non fa politica». O chi ha smesso di votare. Il succo? Se non passa il premierato per riforma costituzionale, passerà con legge elettorale.
La tesi secondo cui l’elezione diretta del capo sia «un antidoto all’astensionismo», come afferma la ministra delle Riforme Maria Elisabetta Alberti Casellati, è una delle argomentazioni principali dei sostenitori del premierato. Anche se l’esperienza dice esattamente il contrario. L’elezione diretta del capo in Italia è già stata introdotta dal 1993, per i Comuni, e dal 1999 per le Regioni. E in tutte le elezioni comunali e regionali più recenti l’astensionismo è cresciuto ancora più che nelle elezioni politiche generali. Il sindaco di Roma Roberto Gualtieri è stato eletto nel 2021 al secondo turno con un’affluenza del 40,68 per cento. Dieci punti in meno rispetto al 2016, quando fu eletta Virginia Raggi, quasi 23 in meno rispetto al 2008 (Gianni Alemanno) e 34 in meno rispetto al 1997 (Francesco RutelliPer non parlare delle ultime elezioni regionali. In vent’anni e quattro tornate, l’affluenza in Campania è scesa di oltre 23 punti, dal 67,69 al 44,1 per cento; in Veneto è calata di oltre 27 punti, dal 72,43 al 44,65 per cento: in Puglia, di quasi 29, dal 70,49 al 41,83 per cento.
Al crollo del numero dei votanti si è accompagnata ovviamente l’emorragia dei consensi per i singoli partiti. In confronto al picco massimo di voti raggiunto alle politiche del 2022, Fratelli d’Italia ne ha persi alle ultime Regionali più di 165 mila in Campania, circa 160 mila in Puglia e più di mezzo milione in Veneto, dove il partito della premier è sceso da 821.620 a
312.839 preferenze. Sempre rispetto al picco massimo, toccato questa volta alle Europee del 2019, la Lega di Matteo Salvini ha ceduto 297 mila voti in Campania, 309 mila in Puglia e ben 627 mila in Veneto, il suo maggiore bacino elettorale. Non è andata meglio al Partito democratico, che in confronto al record delle Europee 2014 ha perduto 206 mila preferenze in Puglia, 462 mila in Campania e 622 mila in Veneto. Nulla di paragonabile, tuttavia, al disastro del Movimento 5 stelle che rispetto alle Politiche del 2018 ha perso 660 mila voti in Veneto, più di 885 mila in Puglia e un milione 300 mila in Campania dove aveva fatto il pieno promettendo il reddito di cittadinanza.
E se nel 2021 Giorgia Meloni diceva che «quando c’è un astensionismo intorno al 50 per cento non è una crisi della politica, ma della democrazia», una volta al governo ha ammesso nella sua rubrica social che si tratta invece di «una sconfitta della politica» (19 febbraio 2023). Che perciò difficilmente si può curare cambiando le regole della democrazia. Bensì riportando la politica alla sua funzione, perduta ormai da troppo tempo. Ma di questo problema i partiti non si curano, mentre cresce in silenzio in Italia un premierato strisciante.
Lo spiega bene nel suo saggio “Capocrazia”, pubblicato nel 2024 per i tipi della Nave di Teseo il costituzionalista Michele Ainis. Raccontando come negli anni più recenti il governo «si sia sostituito al Parlamento, usurpandone i poteri». E «all’interno del governo si è via via gonfiato il ruolo del presidente del Consiglio, benché l’articolo 95 della Costituzione gli attribuisca unicamente funzione di direzione e coordinamento dei ministri».
Sostiene Ainis che la deriva è cominciata negli anni Novanta, a cavallo della crisi della cosiddetta prima Repubblica. Con l’abuso del decreto legge, strumento che i costituenti avevano pensato per i soli casi di vera estrema urgenza. Va però detto che la cattiva abitudine era iniziata già prima. Nel 1987, anno dell’ultimo governo di Bettino Craxi che dopo le elezioni politiche di giugno passò il testimone a Giovanni Goria, si sfornarono la bellezza di 163 decreti legge. Niente, però, in confronto a un altro anno elettorale, il 1996, diviso a metà fra Lamberto Dini e Romano Prodi, quando la bulimia della decretazione raggiunse il massimo di 362 decreti legge in 365 giorni.
L’abuso dei decreti ha ridotto il ruolo del Parlamento a una semplice funziona notarile di ratifica delle decisioni prese a palazzo Chigi dal presidente del Consiglio e dai suoi ministri. Ulteriormente mortificato, quel ruolo costituzionale, grazie ad altri meccanismi escogitati dalla politica per aggirare il detto costituzionale, come sottolinea Ainis. Per esempio il ricorso sempre più frequente alle leggi delega, con cui il Parlamento firma al governo delle cambiali in bianco. Succede regolarmente con le riforme di sistema, dall’anticorruzione al fisco. Soprattutto, c’è l’utilizzo sistematico al voto di fiducia, che di fatto ha abolito perfino la possibilità di discutere nell’assemblea dei nostri rappresentanti il merito dei provvedimenti dell’esecutivo. Non è forse già questo un surrogato del potere assoluto di palazzo Chigi?
Sergio Rizzo
(da lespresso.it)
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