Destra di Popolo.net

“NEL GOVERNO SI SEGNALANO UN’AGITAZIONE E UNA CONFUSIONE OLTRE OGNI IMMAGINAZIONE”: SORGI COMMENTA LA SCELTA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI DI RIMANDARE A GENNAIO LA DECISIONE SULLA DATA DEL REFERENDUM SULLA GIUSTIZIA (SU CUI HANNO PESATO I DUBBI DEL COLLE)

Dicembre 30th, 2025 Riccardo Fucile

“NON POTENDO O VOLENDO TRASCINARE I CITTADINI ALLE URNE A PASQUA, O POCO PRIMA, SI FINIRÀ CON IL VOTARE DOPO” – “S’È DIFFUSA LA CONVINZIONE CHE CHI VINCE IL REFERENDUM VINCERÀ POI LE SUCCESSIVE ELEZIONI POLITICHE DEL 2027. DI QUI LA GRANDE AGITAZIONE DELL’ESECUTIVO”

Il rinvio della decisione sulla data del referendum, ieri in consiglio dei ministri, dopo un evidente affannarsi del centrodestra per anticiparla il più possibile, segnala un’agitazione e una confusione in seno al governo oltre ogni immaginazione. Essendo il referendum un momento di solenne democrazia, in cui la volontà popolare viene messa a confronto con quella politico-parlamentare, e ha il potere di contraddirla o cancellarla, limitare o impedire la raccolta delle firme per la consultazione sulla riforma della separazione delle carriere dei giudici, non si può.
Neppure se la consultazione è stata già chiesta dal governo, che si sentiva sicuro dell’appoggio di cui gode tra gli elettori, ma poi appunto, alla prova dei fatti, cercando di accorciare i tempi, ha dato via via la sensazione di sentirsi un po’ meno sicuro, pur avendo i sondaggi a favore.
La ragione per cui Meloni e i suoi consiglieri hanno pensato di anticipare al massimo le urne referendarie, a gennaio, febbraio, massimo marzo, ma non più avanti, è la solita: l’illusione che il governo in fondo possa fare ciò che vuole, che finisce sempre a cozzare con le norme che valgono per tutti, esecutivo compreso.
Ragione per cui, non potendo o volendo trascinare i cittadini alle urne a Pasqua, o poco prima, si finirà con il votare dopo, più o meno com’è sempre avvenuto. E c’è poco da investire della questione fior di giuristi, come quelli che hanno scritto le riforme istituzionali che il governo o ha accantonato (premierato), o s’è visto bucherellare dalla Corte costituzionale (autonomia differenziata), tanto da renderle inservibili e da riscrivere da capo.
Questa delle carriere separate, che deve ancora passare al vaglio della Consulta, ma prima ancora del voto popolare, è la sola sopravvissuta. E dovendosi votare nel 2026, s’è diffusa la convinzione – senza alcun raziocinio che lo confermi – che chi vince il referendum vincerà poi le successive elezioni politiche del 2027. Di qui la grande agitazione, del governo in primis. E la conseguente confusione.
Marcello Sorgi
per “La Stampa

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TREGUA ARMATA NEL GOVERNO, ALLA FINE IL CONSIGLIO DEI MINISTRI HA APPROVATO IL DECRETO SUGLI AIUTI ALL’UCRAINA PER IL 2026. LA LEGA, CHE PUNTAVA A SOTTOLINEARE LA PRIORITÀ AL SOSTEGNO “CIVILE”, RIMANE SPIAZZATA PERCHÉ ALL’ULTIMO MOMENTO NEL TITOLO È RICOMPARSA L’ESPRESSIONE “EQUIPAGGIAMENTI MILITARI”

Dicembre 30th, 2025 Riccardo Fucile

SALVINI HA DISERTATO IL CDM (ERA IN VOLO PER NEW YORK) E IL SUO BRACCIO ARMATO, IL SENATORE LEGHISTA, CLAUDIO BORGHI, FA SAPERE CHE NON VOTERÀ IL DECRETO IN AULA, CROSETTO GONGOLA

All’ultimo consiglio dei ministri arriva il sì: il governo sforna il decreto Ucraina, continueremo a spedire aiuti a Kiev pure nel 2026. Varo turbolento.
Nel titolo, al fotofinish, ricompare la parola «militari», cancellata invece dalla bozza concertata dai partiti di maggioranza. Parola minuta, sei lettere, che però pesa come un Leopard. Nella
penultima versione, spedita domenica sera ai maggiorenti di FdI, FI e Lega, si parlava della «cessione di mezzi, materiali ed equipaggiamenti alle autorità governative dell’Ucraina». Con l’ultimo ritocco, torna la formulazione originaria, di tutti i decreti passati: «Equipaggiamenti militari».
Claudio Borghi, il senatore che ha trattato per conto di Salvini sul provvedimento, aveva appena brindato al cambio di titolo via tweet. Chi è stato a far rispuntare la parola all’ultimo? Dal Carroccio trapela un unico sospetto: Giovanbattista Fazzolari, il braccio destro di Giorgia Meloni. Da FdI negano, ma spiegano che la mossa è condivisa con Palazzo Chigi: «Perché di aiuti militari si tratta». Tradotto: chiamare un carro armato «mezzo» non lo rende una bicicletta.
La Lega, ufficialmente, fa buon viso. Anzi, rivendica. Dice di aver ottenuto che gli aiuti «prioritari» all’Ucraina saranno «logistici, sanitari, ad uso civile e di protezione dagli attacchi aerei, missilistici, con droni e cibernetici». Dunque in realtà anche militari. Ma anche questa «priorità» era sparita domenica mattina, facendo saltare i nervi a Borghi e riaprendo la trattativa. Fino al compromesso
Al Cdm Matteo Salvini non si presenta. Formalmente per ragioni familiari: è in volo per New York, dove trascorrerà il capodanno con la fidanzata, Francesca Verdini, e magari ci scapperà qualche stretta di mano “Maga”. Manca pure il ministro della Difesa, Guido Crosetto: il decreto viene letto ai ministri presenti da Mantovano.
Meloni presiede, ma tace. Come l’altro vicepremier, Antonio Tajani, che poi a Montecitorio minimizza le tensioni: «Gli aiuti? Avanti come sempre. Salvini assente? C’erano altri ministri della Lega». La seduta dura meno di mezz’ora. Il tempo di approvare, di non dire niente e di scambiarsi gli auguri.
Chiusa la pratica in Cdm, formalmente il Carroccio si dice soddisfatto e alza il pressing su altro: «Ora sarà utile avere interlocuzioni con tutte le parti coinvolte, comprese le istituzioni russe». Messaggio in bottiglia a Meloni: torni a dialogare col Cremlino. Non è l’unico fronte. Perché a sorpresa una fronda leghista promette comunque battaglia sul decreto, modificato o no. Non sembrano solo peones ribelli.
A scagliarsi contro il provvedimento appena licenziato dal governo è uno dei vicesegretari di Salvini, Roberto Vannacci: «A parte le acrobazie lessicali, con questo decreto si continua a garantire la prosecuzione di una guerra persa, no a ulteriori armi a Kiev». Così sostiene il generale, che fornisce pure un’indicazione di voto alle sue truppe: «Mi auguro che il Parlamento non approvi quanto stabilito oggi dal Consiglio dei ministri nel momento della conversione in legge».
Crosetto sarà in aula il 15 gennaio alla Camera, entro 60 giorni il testo va approvato pure in Senato. Sottovoce, i Fratelli sospettano: ci hanno fatto cambiare il testo e ora tentano comunque di affossarlo? Sarebbe un biscotto, versione lumbard.
(da Repubblica)

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“QUI SI FA L’ITALIA O SI DORME”. LA NOTTATA IN AULA DEI DEPUTATI PER VOTARE I CIRCA 240 ORDINI DEL GIORNO ALLA LEGGE DI BILANCIO: CUPERLO CITA MARZULLO, SCHLEIN FUMA, IL FORZISTA MULE’ GIGIONEGGIA

Dicembre 30th, 2025 Riccardo Fucile

TRA I VARI MIRACOLI C’È ANCHE LA PRESENZA IN AULA DI MARTA FASCINA, LA “VEDOVA” DI SILVIO BERLUSCONI, RIBATTEZZATA “ELSA FROZEN”, TRA LE PARLAMENTARI PIÙ ASSENTI DALL’INIZIO DELLA LEGISLATURA, CHE NON RINUNCIA AL GELATO AL PISTACCHIO

È la notte al museo e, come nel film con Ben Stiller, le statue prendono vita. La Camera, svilita dal governo, umiliata per aver dovuto approvare la legge di bilancio in una manciata di ore, senza nemmeno leggerla, si prende la sua rivincita di notte.
I deputati si rianimano, si destano, urlano e si accapigliano per un ordine del giorno – che vale come un mezzo toscano, non si
nega a nessuno – dalle otto di sera fino all’alba: ne devono votare 239 – di cui cento solo della maggioranza – sono delle raccomandazioni al governo, gli si chiede gentilmente di fare qualcosa, ma se non lo fa è lo stesso, non succede niente.
“Qui si fa l’Italia o si dorme!”, proclama in aula il dem Gianni Cuperlo, vincendo così all’unanimità il premio della notte con una lunga citazione di Gigi Marzullo, un intervento che rende alla perfezione l’atmosfera surreale di questa seduta di bilancio: “Ancora una volta siamo qui, come di consueto sempre di notte. Quando un giorno è appena finito e un nuovo giorno è appena cominciato, un giorno in più per amare, per sognare, per vivere”. Stavolta gli applausi sono bipartisan.
A Montecitorio si votano gli ordini del giorno alla legge di bilancio. Uno sfogatoio e un’orgia di parole, di acrobazie retoriche, di arzigogoli di pareri riformulati, odg accolti e respinti, il tutto in piena notte, senza pubblico, senza giornalisti, senza diretta tv. Ma con vari selfie dei deputati postati sui social.
E per capire quanto tutta questa fatica serve a qualcosa, bisogna ascoltare Ettore Rosato di Azione, uno che sta qua dentro da qualche anno: “Stiamo discutendo 240 ordini del giorno ed è davvero deprimente. Ho dato un suggerimento a Giorgetti, di fare come Ignazio La Russa quando era ministro della Difesa.
Presa la pila degli odg, che dicevano tutto e il contrario di tutto, ci mise una mano sopra e disse: il governo li accoglie tutti! Ci fu un’ovazione alla Camera, anche se naturalmente nessuno poi andò mai a controllare a quali venne dato seguito. E così anche quelli della scorsa Finanziaria…è tutto così deprimente”. Eppure, qui bisogna stare e intanto si sono fatte le undici di se
Il clima è da occupazione al liceo, un po’ goliardico e cameratesco, è un rito che si deve compiere. Il ministro Antonio Tajani anima un capannello di deputati del suo partito.
Se la prende ridendo con Giandiego Gatta, un forzista di Manfredonia: “Mi hai fatto mobilitare la Farnesina per la scomparsa all’estero di una tua concittadina, l’abbiamo trovata in Germania e ci ha detto che non voleva saperne di suo marito e di non scocciarla più!”.
Elly Schlein esce dall’aula per fumare e nel campo largo tabagista entra anche Nicola Fratoianni. Parlano della data del referendum sulla giustizia, vorrebbero sventare la manovra di Meloni per anticiparlo, e il leader di Avs è generoso con la Iqos della segretaria: “Avevo finito le sigarette, per fortuna Nicola mi è venuto incontro…la notte sarà lunga”.
Nel frattempo, il vicepresidente di turno, il forzista Giorgio Mulè, si spazientisce con la sottosegretaria Sandra Savino, chiamata a dare i pareri del governo su centinaia di ordini del giorno: “Sottosegretaria Savino, o lo accoglie con riformulazione o lo respinge: un po’ e un po’ non se po’ fa! Perché non lo accantona, ci pensa un po’ e poi me lo dice? Bene, grazie”.
Arriva la mezzanotte e il governo accoglie un ordine del giorno della Lega sull’età pensionabile. Il che è abbastanza clamoroso, perché il governo di fatto smentisce se stesso e il ministro Giorgetti, che pure sarebbe della Lega. Se ne accorge la dem Chiara Braga: “Con la legge di bilancio aumentate l’età pensionabile per il 96% degli italiani e poi date parere favorevole a un odg della Lega che chiede al governo di fermare l’aumento dell’età pensionabile”. Ma, come diceva Lucio Dalla, è la notte dei miracoli e nei vicoli di Roma può accadere di tutto.
Tra i vari miracoli c’è anche la presenza in aula di Marta Fascina, la “vedova” di Silvio Berlusconi, tra le parlamentari più assenti dall’inizio della legislatura. Ma, chissà per quale ragione, stanotte ha voluto esserci, brillando in un elegantissimo completo di velluto smeraldo.
“Elsa Frozen – maligna una collega di Forza Italia – potrebbe starsene a casa con quello che le ha lasciato Berlusconi e con 5 milioni di euro fondare un partito e mandare qualcun altro alla Camera a votare al posto suo”.
Però, onore al merito, Fascina si fa quasi tutta la notte seduta al suo posto, a parte breve parentesi alla buvette per mangiare due palline di gelato al pistacchio.
All’una esce dall’aula Gianfranco Rotondi, che da vecchio democristiano (anche se ora fa parte del gruppo di FdI) lancia un pronostico che si rivelerà azzeccato: “Ora c’è la curva pericolosa dei cinque stelle, se vanno in ansia da prestazione sono guai, si iscrivono tutti a parlare e arriviamo a domattina ancora qui dentro”. Andrà proprio così.
A dare il segnale e scatenare l’inferno è Giuseppe Conte in persona, impeccabile con cravatta e pochette nonostante l’ora. Mena colpi durissimi sul riarmo, stuzzica gli ex alleati leghisti: “Avete approvato un nuovo decreto per l’invio di armi all’Ucraina, dico ai parlamentari leghisti: fate tante dichiarazioni, ma poi la vostra firma sotto questi decreti non manca mai”.
Nessuno abbocca, nessuno gli risponde dalla maggioranza. Perché in questa situazione surreale di discussioni sul nulla, la cosa più strana è che a parlare sono soltanto gli esponenti dell’opposizione. Gli altri votano per tutta la notte “No”, senza mai prendere la parola. Si sfogano ogni tanto in Transatlantico, come Maurizio Lupi che sfotte il portavoce di Forza Italia, Raffaele Nevi: “Hai fatto una dichiarazione alle agenzie sul finanziamento della giostra della Quintana. Ma ti rendi conto? Il portavoce nazionale di Forza Italia che parla della Quintana”. L’umbro Nevi si allontana sdegnato: “Quello di Foligno uno dei palii più importanti d’Italia, ma che ne sai?!”.
Si torna in aula. Un capitolo a parte lo merita il vicepresidente di turno, Giorgio Mulè, che smentisce ogni stereotipo sui meridionali e il lavoro. È un bulldozer, una macchina da guerra macina-voti con un tocco di humor siciliano. Quando arriva il turno di un suo ordine del giorno, si interroga da solo:
“Onorevole Mulè, accetta la riformulazione del governo?”. E si risponde in falsetto: “Si!”. Gioca al gatto con il topo con la povera sottosegretaria Lucia Albano, sommersa di scartoffie e pile di fogli: “Sottosegretaria vuole riformulare un odg? Ma guardi che l’abbiamo già bocciato, è sulle nuvolette”. Un’altra volta: “Questo odg per il governo è accanto-nato o accanto-morto?”.
I Fratelli d’Italia sottoscrivono un odg del partito democratico? Mulè sornione commenta: “È notte, siamo agli amorosi sensi”. Poi, perfido, quando alle quattro del mattino tutti fremono per andarsene con lo zainetto sulle spalle, li ferma: “Accomodatevi, accomodatevi, ce ne sono altri da votare”.
Alle quattro e trenta arriva finalmente il sospirato gong, i trecento deputati delle Termopili sono sfiniti, ma hanno tenuto duro fino all’ultimo. Rassettano alla buvette, dopo aver finito tre
chili di caffè – sono circa quattrocento tazzine – in sei ore di notturna. È servita a qualcosa questa faticaccia? Probabilmente no, ma ormai il Parlamento è ridotto a questo.
Riccardo Magi, l’ultimo a prendere la parola, amaramente si appella alla maggioranza: “Se il governo vuole comprimere le prerogative dell’assemblea, siamo chiamati a difendere questo luogo tutti insieme. Altrimenti…altrimenti vendiamolo”.
Prima che il ministro Giorgetti raccolga l’ideona, Mulè chiude la seduta e manda tutti a letto. Un nuovo giorno è appena cominciato, direbbe Marzullo.
(da La Repubblica)

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I RUSSI SI SONO INVENTATI L’ATTACCO CON I DRONI , NON HANNO FORNITO UNO STRACCIO DI PROVA: GLI UNICI DRONI ERANO A 700 KM DI DISTANZA

Dicembre 30th, 2025 Riccardo Fucile

I NUMERI FORNITI DAL MINISTRO DEGLI ESTERI, SERGEI LAVROV, SONO SBALLATI: HA PARLATO DI 91 DRONI ABBATTUTI, MA È STATO SMENTITO IN TEMPO REALE DAL MINISTERO DELLA DIFESA

È stato mentre Vladimir Putin parlava con Donald Trump per respingere ancora una volta le richieste di «un cessate il fuoco temporaneo» a favore del «raggiungimento di un accordo globale», che ha raccontato dell’attacco con droni alla dacia presidenziale Valdaj nella regione di Novgorod. Accusando Kiev. E minacciando. Questo attacco «non rimarrà senza risposta. Gli obiettivi della rappresaglia sono già stati definiti», ha detto il ministro degli Esteri Sergey Lavrov. E non potrà che costringere la Russia a «riesaminare la sua posizione negoziale».
L’attacco alla dacia di Putin con i droni
Secondo i russi l’attacco è avvenuto tra il 28 e il 29 dicembre con 91 droni a lungo raggio. Tutti distrutti dalle difese di Mosca. Ma né Lavrov né altri funzionari russi hanno fornito prove a sostegno delle affermazioni sull’attacco. Non era chiaro dove si trovasse Putin in quel momento. Invece Volodymyr Zelensky ha detto: «Sono sicuro che stiano semplicemente preparando il terreno per gli attacchi, probabilmente sulla capitale, probabilmente sugli edifici governativi».
Di più: spiega Repubblica che non è stato fornito un solo elemento concreto di questa battaglia che avrebbe dovuto impegnare dozzine di batterie contraeree, di caccia e di radar. C’è solo una nota di poche righe diffusa su Telegram dal ministero della Difesa guidato da Andrej Belousov: «Nel periodo dalle 07 alle 09 i mezzi di difesa aerea di turno hanno intercettato e distrutto 23 droni ucraini sopra la regione di Novgorod».
Il bilancio
Lavrov invece ha parlato di un attacco terroristico contro la residenza del presidente. Mentre l’abbattimento sarebbe avvenuto altrove: «Nella regione di Bryansk, 49 droni che si
dirigevano verso la regione di Novgorod. Sopra la regione di Smolensk un drone che si dirigeva verso la regione di Novgorod. Sopra la regione di Novgorod, fino alle 7 sono stati intercettati 18 droni che si dirigevano verso la residenza del Presidente e dalle 7 alle 9 altri 23 droni». Quindi più della metà dei droni sarebbero caduti a ridosso della frontiera ucraina.
La villa di Putin si trova a 700 km di distanza. Secondo Kiev l’agguato contro Putin è una false flag per giustificare il fallimento dei negoziati.
Nella tradizione sovietica ce ne sono. La più famosa risale al novembre 1939. L’artiglieria dell’Armata Rossa fece fuoco contro il villaggio russo di Manila. Accusando poi i finlandesi per dare il via all’invasione. Così come è strano che gli Usa, a parte una dichiarazione di Trump, siano rimasti silenti. Satelliti, intercettazioni e spie non hanno visto nulla. O non l’hanno ancora detto. Ufficialmente le operazioni con i droni sul territorio russo sono gestite dal servizio segreto militare diretto dal generale Kyrylo Budanov e da quello civile guidato dal generale Vasyl Maljuk, il “Mastino” a cui vengono attribuite pure le uccisioni di ufficiali a Mosca.
Il canale Telegram ucraino “Dronebomber” ogni mattina posta una mappa delle spedizioni notturne. Quella di ieri mostrava uno sciame di ordigni diretti verso la regione di Novgorod: li indicava però solo nella prima parte del volo, il che non permette di stabilire la reale destinazione.
(da agenzie)

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GLI ITALIANI TEMONO UNA NUOVA CRISI ECONOMICA: UNO SU QUATTRO DICE DI STARE PEGGIO RISPETTO A UN ANNO FA

Dicembre 30th, 2025 Riccardo Fucile

“C’E’ UN SENTIMENTO DIFFUSO DI CAUTELA, SE NON VERO E PROPRIO PESSIMISMO”

Nessuna ripresa, ma nemmeno il timore di essere sull’orlo di un tracollo. Piuttosto, una sensazione di equilibrio precario, un mix di prudenza e aspettative basse. È questo il quadro che emerge dall’ultimo monitoraggio di EngageMinds Hub – Consumer, Food & Health Research Center dell’Università Cattolica. Un’analisi che misura come stanno finanziariamente gli italiani e quali sono le loro aspettative per l’anno che verrà.
Un italiano su quattro sta peggio rispetto a un anno fa
Guardando alla propria condizione economica, un italiano su quattro (il 24%) dichiara di stare peggio rispetto a un anno fa. Un dato lontano dal picco del 46% registrato nel 2022 e che negli ultimi mesi ha oscillato su valori più contenuti. La maggioranza relativa, pari al 66%, ritiene invece che la situazione sia rimasta invariata, mentre solo l’11% afferma di stare meglio. Questi dati testimoniano una sorta di “galleggiamento”, che sembra riflettere più la mancanza di prospettive concrete che un peggioramento effettivo delle condizioni di vita.
Sorpresa: i più ottimisti sono i giovani
Approfondendo i risultati della ricerca dell’Università Cattolica ci si accorge che l’ottimismo non è distribuito in modo uniforme.
Nella fascia 18-34 anni, la percentuale di chi dice di stare meglio sale al 18%, ben al di sopra della media nazionale. Valori superiori emergono anche tra chi presenta un elevato benessere psicosociale e tra le persone con alti livelli di soddisfazione sulla propria vita. Secondo Guendalina Graffigna, direttrice di EngageMinds HUB e responsabile scientifica dell’indagine, questi gruppi «dispongono di risorse personali e motivazionali che consentono di cogliere e interpretare più facilmente i segnali di miglioramento».
L’ottimismo finanziario, insomma, non è legato solo a fattori economici oggettivi, ma anche a elementi psicologici come la fiducia nelle proprie capacità e la capacità di proiettarsi nel futuro. Guardando al futuro più immediato, le aspettative restano improntate alla prudenza. Quasi due italiani su tre (62%) pensano che la propria situazione economica resterà invariata nel 2026, il 22% teme un peggioramento e solo il 16% si aspetta di stare meglio. Ancora una volta, e un po’ a sorpresa, sono i giovani a distinguersi: tra i 18 e i 34 anni la quota di chi prevede un miglioramento sale al 30%.
Il giudizio negativo sull’economia italiana
Se sul piano personale prevale la stabilità, il giudizio sull’economia del Paese è decisamente più cupo. Il 57% degli italiani ritiene che la situazione economica nazionale sia peggiorata nel corso del 2025, un dato in forte crescita rispetto al 32% del 2024. A ridursi drasticamente è la quota di chi giudica la situazione uguale all’anno precedente, scesa dal 58% al 32%, mentre rimane ferma all’11% la percentuale di chi percepisce un miglioramento. Alla domanda su come andrà l’economia nel
prossimo anno, la metà degli italiani (il 52%) risponde «così e così», il 40% teme un andamento negativo e solo l’8% ha una visione positiva.
Le preoccupazione per l’arrivo di una nuova crisi economica
Le preoccupazioni restano alte anche sul medio periodo. Più della metà degli italiani (il 54%) ritiene probabile un aumento della disoccupazione e una crisi economica, un dato in calo rispetto al picco del 65% del 2022, ma ancora su livelli elevati. Solo il 9% immagina un periodo di benessere per l’Italia nei prossimi cinque anni. Una percentuale che cresce solo tra chi dice di avere fiducia nelle istituzioni.
«Il quadro che emerge ci restituisce dunque un sentimento diffuso di cautela, se non di vero e proprio pessimismo, che accompagna il modo in cui gli italiani guardano all’economia del Paese», spiega ancora Graffigna. «L’aumento di chi percepisce un peggioramento segnala una fatica crescente nel riconoscere segnali di stabilità o ripresa, mentre la ridotta quota di ottimisti riflette un clima di incertezza che si proietta anche sulle aspettative per il futuro».
(da agenzie)

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NEL MIRINO DI FABRIZIO CORONA ORA CI SONO I DUE BERLUSCONI, PIER SILVIO E MARINA: DOPO L’AUTOSOSPENSIONE DA MEDIASET DI ALFONSO SIGNORINI, CORONA IPOTIZZA RICATTI E COMPLOTTI: “SA I SEGRETI DEI BERLUSCONI, PER QUESTO NON LO LICENZIERANNO”

Dicembre 30th, 2025 Riccardo Fucile

MEDIASET: “CONTRASTEREMO LA DIFFUSIONE DI CONTENUTI E RICOSTRUZIONI DIFFAMATORIE”

«Che strano Paese l’Italia, che quando suona un allarme non vanno a vedere se c’è qualcuno in casa ma corrono a spegnere l’allarme. E sapete perché? Perché l’allarme sono io». È questa la sicurezza che Fabrizio Corona annuncia in pompa magna davanti ai suoi follower, denunciando le «deliranti motivazioni» con cui Alfonso Signorini ha annunciato la sua auto-sospensione da Mediaset dopo le accuse s
u un presunto «sistema» per l’ingresso al Grande Fratello.L’ex re dei paparazzi se la prende con il conduttore, ma anche con Mediaset che ha accolto la decisione con un comunicato in cui definisce Signorini un «professionista». Dura la reazione di Corona: «Professionista del c***o… Come vi prendono per il c**o». Pochi giorni fa la società di produzione del Gf, Endemol Shine Italy, aveva annunciato «verifiche interne» per chiarire «il rispetto del codice etico e delle procedure» che regolano le selezioni dei concorrenti.
«Stanno provando a dire che mi sono inventato tutto perché sono io, perché ho i miei precedenti. E che tutte le chat, tutte le prove, tutti i documenti me li sono inventati. Si devono vergognare».
Fabrizio Corona ha evidentemente mal digerito le accuse mossegli dai legali di Signorini, secondo cui la ricostruzione dell’ex paparazzo sarebbe una «campagna calunniosa e diffamatoria, orchestrata con il chiaro intento di distruggere
l’onorabilità, la rispettabilità e la brillante carriera».
Corona non molla: «Continuano a prendervi per il c**o pensando che siete tutti degli incapaci, che vi possano dare in pasto tutto quello che vogliono perché comandano loro. Ho tante di quelle chat ancora da farvi leggere, ho tante di quelle prove, ho tanti di quei documenti che vi faranno tremare».
È per questo che l’ex paparazzo dichiara ulteriormente guerra al «sistema Signorini» e promette di continuare: «Li metterò ancora di più di fronte allo specchio, di fronte alla verità, perché ho centinaia e centinaia di ragazzi che mi hanno scritto e che mi hanno fatto vedere le chat, dove all’interno delle chat Alfonso Signorini propone rapporti sessuali in cambio di favori televisivi».
Nel mirino di Fabrizio Corona anche Mediaset: «Non lo licenza come avrebbe dovuto fare. Lo fa sospendere perché gli vuole stare vicino, perché deve tutelare l’azienda in Borsa. Perché quello che dicono non è vero: il codice etico che io ho citato all’interno della trasmissione lo hanno rispettato col cazzo».
Il sospetto, lanciato da Corona, è che Mediaset faccia scudo a Signorini perché è consapevole che il conduttore «custodisce i segreti di Pier Silvio e Marina Berlusconi».
Per il ritorno in pompa magna di Falsissimo bisognerà però aspettare: «Tornerò a gennaio e porterò tante di quelle prove… Ricordatevi la “exceptio veritatis”», ha detto ricordando il principio giuridico che permette all’imputato per diffamazione di dimostrare la veridicità del fatto attribuito alla persona presunta offesa.
«Questa è la cosa più importante. Buon anno a voi e soprattutto buon anno e buona fortuna agli avvocati di Signorini e al vostro cliente. Mi sa che ne avrete bisogno. Torno a gennaio, fatemi passare ste vacanze del c***o che già mi sono rotto i coglioni».
(da agenzie)

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“VI SPIEGO PERCHE’ I TAGLI ALL’IRPEF DI MELONI FINIRANNO PER ALZARE LE TASSE AI LAVORATORI”

Dicembre 30th, 2025 Riccardo Fucile

L’ECONOMISTA TOMMASO NANNICINI: “ALCUNE CATEGORIE, COME I PENSIONATI, NON HANNO AVUTO INDIETRO NULLA”

I tagli all’Irpef? A causa del fiscal drag finiscono per alzare le tasse sui lavoratori. Tommaso Nannicini, economista, in un’intervista a Repubblica, dice che «invece di giocare con le aliquote Irpef, come si è fatto anche con questa manovra, sarebbe stato giusto riformarla l’Irpef, per azzerare gli effetti del fiscal drag che in questi anni ha fatto aumentare le tasse per via dell’inflazione». Mentre alcune categorie, come i pensionati, «non hanno avuto indietro niente».
440 euro all’anno per oltre 13 milioni
Il governo Meloni sostiene che la riduzione dell’Irpef dia 440 euro all’anno per oltre 13 milioni di lavoratori, ma secondo Nannicini «c’è sempre il trucco delle due mani». Cioè: «Con quella visibile, i governi tagliano le tasse per alcune categorie. Ma con l’altra, invisibile, non risolvendo il problema del fiscal drag, finiscono per aumentare le tasse per tutti. Ci sono tre categorie che non sono mai state compensate: i pensionati, gli
autonomi che aderiscono al regime ordinario e i dipendenti con redditi medio-alti. Per loro, il prelievo fiscale è aumentato in questi anni». Le misure della Legge di Bilancio, dice l’economista, «sono tutte modeste, al ribasso. Su ognuna delle voci di questa lista della spesa si sarebbe potuto fare di più. Bastava scegliere».
La detassazione
Per esempio servivano più risorse sulla detassazione dei rinnovi contrattuali «e in generale sulla questione salariale, che è il vero vulnus del mercato del lavoro italiano». Anche sugli investimenti c’è il trucco delle due mani: «Si tagliano gli incentivi alle imprese rinegoziando il Pnrr con Bruxelles, ma poi si sbandiera qualche compensazione infilata all’ultimo nella legge di bilancio. Non si dà certezza a chi deve investire. Sull’altare della tenuta dei conti si è sacrificata qualsiasi misura per la crescita». Invece del salario minimo serve «per esempio una start tax: giù l’Irpef per chi ha meno di 35 anni. Sarebbe un segnale forte alle nuove generazioni che altrimenti fuggono all’estero. Ci lamentiamo tanto delle culle vuote, ma il problema sono gli aerei pieni di giovani che lasciano l’Italia».
(da agenzie)

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CORTE DEI CONTI, IL GOVERNO CREA SCUDI PER LA PROPRIA IMPUNITA’

Dicembre 30th, 2025 Riccardo Fucile

E’ UN TASSELLO VERSO IL DERAGLIAMENTO DELLA NOSTRA DEMOCRAZIA COSTITUZIONALE

Il peggiore governo della Repubblica. E non solo perché i salari sono al palo. In questi giorni di feste natalizie sta portando a termine la demolizione di un pezzo cruciale di governo limitato che avvia l’Italia verso un regime post-liberale, dove per liberalismo di deve intendere l’insieme degli istituti di garanzia con funzione di controllo e limitazione del potere politico.
Si parla della riforma della Corte dei conti (le norme relative alla magistratura contabile) un tassello non piccolo verso il deragliamento della nostra democrazia costituzionale. Una deforma, in effetti, che il presidente della Repubblica dovrebbe non firmare.
Riportiamo parte della dichiarazione dell’Associazione magistrati della Corte dei conti: «Oggi si scrive una pagina buia per tutti i cittadini: il Senato della Repubblica ha approvato la riforma della Corte dei conti, magistratura chiamata dalla Costituzione a garantire che le risorse pubbliche siano destinate ai servizi alla collettività e non siano sprecate, per imperizia o corruzione. Si tratta di una scelta che segna un passo indietro nella tutela dei bilanci pubblici e inaugura una fase in cui il principio di responsabilità nella gestione del denaro dei cittadini risulta sensibilmente indebolito».
Un regalo ai politici
Ci si deve chiedere che cosa i centristi, i liberali e i moderati dicano e facciano di fronte a questo scempio del principio di moderazione. Non dicono nulla o dicono pochissimo. Dimostrando di conformarsi allo stato di cose esistente e di tradire proprio quella moderazione di cui parlano con profusione ogni giorno.
La separazione delle carriere mandata a referendum e, ora, un’altra breccia che apre un’autostrada all’arbitrio concedendo ai politici più discrezionalità nell’uso delle risorse che provengono dalle nostre tasse e con meno rischi di essere perseguiti. Questa erosione della politica costituzionale è un regalo ai politici, con rischi di sprechi enormi nella spesa della pubblica amministrazione e che pagheremo noi.
Il magistrato della Corte dei conti Ferruccio Capalbo non poteva essere più esplicito: «Tutti noi cittadini saremo più nudi di fronte alla pubblica amministrazione e ai politici che potranno gestire i soldi nostri con grande nonchalance, senza rischiare nulla o rischiando pochissimo. È gravissimo». Senza rischiare o rischiare pochissimo, mentre noi rischieremmo in maniera sproporzionata.
Spiega così Capalbo la funzione della Corte dei conti: «Ha il compito di verificare che i soldi pubblici che affidiamo nelle mani di amministratori pubblici, politici, attraverso il pagamento di pesantissime tasse, vengano utilizzati in maniera corretta. Se quei soldi vengono sprecati, la procura contabile ottiene che quei politici restituiscano di tasca propria». Fa l’esempio di «rimborsopoli, tangentopoli, opere pubbliche inutili, strade rifatte e subito rotte». Cosa succederà con la nuova legge?
Chi rompe paga?
«Il principio chi rompe paga non ci sarebbe più». Ha senso parlare di una norma che fa l’opposto di quel che dovrebbe fare: ovvero «de-responsabilizza i politici». E il magistrato lo spiega: «Laddove chiedo a una persona dandogli i miei soldi di realizzare un obiettivo, ho il diritto di chiedere conto di come ha utilizzato quei soldi. E chiederne la restituzione nel caso in cui quella persona non dovesse realizzare l’obiettivo. Nella pubblica amministrazione dove confluiscono enormi quantità di risorse pagate dai cittadini, questo principio di responsabilità così non esiste più, è stato annacquato».
Noi abbiamo diritto di chiedere conto, non solo al momento delle elezioni, ma in corso d’opera. Questo governo sta costruendo uno scudo potente per sé, i suoi politici e funzionari pubblici di fiducia. E come avviene il risarcimento? Qualora si riuscisse a chiamare in giudizio un amministratore per sprechi enormi «non lo si potrà condannare se non a somme minime».
La conclusione di Capalbo è amara: «Rispetto a un’enorme mole di denaro pubblico proveniente dalle nostre tasse che ognuno di noi faticosamente paga, i politici potranno gestirlo come credono, non rischiando più o rischiando di pagare una somma minima».
È ora di dire basta! Basta a un governo che crea scudi per la propria impunità! Basta a un governo che detesta la Costituzione e vuole cambiare nei suoi punti nevralgici: le magistrature, il sistema di giustizia nel suo complesso. Con la prospettiva di un referendum che aprirebbe, se dovesse vincere, alla riforma delle riforme, quella che istituirebbe un regime dell’esecutivo. È ora di dire basta! Ci si mobilita per nobili cause morali. Questa è la
causa nobile della nostra dignità di persone e di cittadini. Non si dovrebbe acconsentire a questo scempio.
(da editorialedomani)

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FORZA ITALIA FA IL PIENO DI FINANZIAMENTI PRIVATI

Dicembre 30th, 2025 Riccardo Fucile

NEI SOLI MESI DI SETTEMBRE ED OTTOBRE HA INCASSATO OLTRE MEZZO MILIONE DI EURO…CHI SONO I FINANZIATORI

C’è almeno una buona notizia, a fine 2025, per Antonio Tajani: con lui al timone, i finanziamenti a Forza Italia vanno a gonfie vele. Mentre il partito fondato da Silvio Berlusconi continua a occupare una posizione più defilata negli equilibri del centrodestra, sul fronte delle donazioni dei privati la musica è decisamente più allegra. Anzi, tintinna.
Stando ai documenti ufficiali, nei soli mesi di settembre e ottobre gli azzurri hanno incassato oltre mezzo milione di euro. Non spiccioli, ma assegni a più zeri. Il 3 settembre, per esempio, arriva un bonifico da 100mila euro dalla Sviluppo 1 srl, società immobiliare con sede a Roma. Il 15 settembre a farsi avanti è la Ipi spa: l’assegno è sempre da 100 mila euro.
Scorrendo l’elenco dei sostenitori, poi, emergono alcune coincidenze curiose. Diverse aziende provengono dal mondo dell’energia e dell’ambiente, proprio il settore di competenza del ministro Gilberto Pichetto Fratin, guarda caso in quota Forza Italia.
Così il 18 settembre il Consorzio Italiano Biogas e Gassificazione versa 20mila euro. La Renco spa, attiva anche nelle infrastrutture energetiche, fa lo stesso. Poi c’è Eic Energia
(35mila euro), specializzata in impianti, e Gemmo spa, colosso della progettazione e gestione di impianti tecnologici complessi, che aggiunge altri 30mila euro.
Ma la generosità verso Forza Italia non conosce confini settoriali. Nella lista dei finanziatori compaiono produzioni cinematografiche come Cinemafiction produzione (12mila euro), aziende meccaniche come Zame, che realizza presse per la tranciatura (10mila), e perfino società di pulizia come Wave srl (10mila). Ci sono studi di commercialisti, e persino una palestra. Segno che il liberalismo azzurro fa bene sia ai conti che ai muscoli.
Sul fronte dei privati, però, qualcuno supera anche le aziende. L’imprenditore napoletano, e presidente di Federconfidi, Rosario Caputo, mette sul piatto 50mila euro in prima persona, che si aggiungono ai 25mila versati dalla sua Ibg, impresa attiva nel settore del beverage.
E sempre 50mila euro risultano versati il 15 ottobre da Paolo Scaroni, che non è solo il presidente del Milan, ma anche dell’Enel. Il manager aveva peraltro già firmato un’elargizione da 35mila euro a gennaio. Una presenza che ricorda come, anche quando politicamente sembra destinato a finire panchina, Tajani continua a giocare una partita tutta sua. E sul tavolo della sfida con Roberto Occhiuto, può mettere anche la capacità di attirare sostegno economico dalle imprese.
(da Domani)

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