Dicembre 31st, 2025 Riccardo Fucile
IL VELIVOLO POTREBBE ESSERE STATO ABBATTUTO OVUNQUE IN RUSSIA, DOVE OGNI GIORNO CI SONO RAID DI KIEV … IL VIDEO NON FA VEDERE DOVE E’ STATO RIPRESO E IN CHE DATA
Il ministero degli Esteri russo sul proprio canale Telegram ha diffuso un video in cui si
mostrano i rottami di uno dei droni presumibilmente diretti la notte tra il 28 e il 29 dicembre alla residenza di Putin nella regione di Novgorod.
Nel video un militare spiega che si tratta di un “drone ucraino “Chaklun-V”, abbattuto durante l’attacco terroristico da parte del regime di Kiev”.
Il militare specifica che “portava 6 chili di esplosivo, con diverse componenti per arrecare danno”.
In realtà il filmato non dimostra nulla perché ogni giorno centinaia di droni ucraini vengono abbattuti in Russia in decine di località diverse, nel video farlocco manca completamente ogni riferimento sia logistico che temporale: non ci sono prove di quando è stato abbattuto e dove.
Non solo: vari stati occidentali hanno certificato che nessuna operazione è stata rilevata in prossimità della villa di Putin.
Il solito pretesto per far saltare i negoziati.
(da agenzie)
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Dicembre 31st, 2025 Riccardo Fucile
L’ENNESIMA VERGOGNA: NONOSTANTE IL DIRITTO INTERNAZIONALE IMPONGA LO SBARCO IN UN PORTO SICURO, ITALIA E MALTA NON HANNO ANCORA RISPOSTO
Da quattro giorni 108 persone si trovano a bordo di una nave commerciale nel Mediterraneo centrale, senza che nessuno Stato europeo abbia indicato un porto sicuro. È il 30 dicembre 2025 e, mentre l’anno si chiude, l’Europa conferma ancora una volta la propria assenza davanti a un obbligo che non è politico ma giuridico: soccorrere e sbarcare le persone salvate in mare.
La vicenda comincia il 26 dicembre. Alarm Phone, la linea di emergenza che riceve richieste di aiuto dalle imbarcazioni in difficoltà, avvisa le autorità italiane e maltesi. La Maridive 703, una nave di supporto offshore impegnata presso piattaforme petrolifere nel Mediterraneo, ha soccorso 34 persone alla deriva, tra cui tre bambini piccoli; non si tratta di un’operazione facoltativa né di un atto di buona volontà: il diritto internazionale del mare stabilisce chiaramente che chi viene salvato deve essere condotto senza ritardo in un porto sicuro. Ma, da quel momento, nessuna risposta arriva né da Roma né da La Valletta
Il numero dei soccorsi sale a 108 persone
Nei giorni successivi la situazione si aggrava: la Maridive 703 presta ulteriore assistenza a un’altra imbarcazione in difficoltà e il numero delle persone a bordo sale a 108. Secondo le informazioni raccolte da Alarm Phone, due persone avrebbero perso la vita e altre sarebbero ferite. Una nave commerciale, progettata per operazioni industriali e non per accogliere decine di naufraghi per giorni, si ritrova così a gestire un’emergenza umanitaria prolungata, mentre gli Stati costieri restano immobili.
Quattro giorni senza coordinamento europeo
Sono passati quattro giorni dalla prima segnalazione. Quattro giorni senza che una guardia costiera europea assuma il coordinamento delle operazioni, senza che venga indicato un luogo di sbarco, senza che venga applicato un principio elementare del diritto internazionale. Le persone soccorse
restano sospese in mare, invisibili, come se il salvataggio non producesse alcuna responsabilità.
Negli ultimi giorni del 2025, il Mediterraneo continua così a essere il luogo in cui le norme valgono solo sulla carta e i soccorsi diventano un problema da evitare. E mentre le navi commerciali suppliscono alle mancanze degli Stati, uomini, donne e bambini restano in attesa di un porto sicuro che, per legge, dovrebbe già essere stato indicato.
Il naufragio di Natale al largo della Libia
La vicenda della Maridive 703 non è certo un caso isolato, ma si inserisce in una sequenza di tragedie che ha segnato il Mediterraneo negli ultimi mesi, e anche nei giorni immediatamente precedenti al Natale. Il 24 dicembre Alarm Phone ha confermato un naufragio al largo della Libia in cui avrebbero perso la vita 116 persone partite da Zuwarah la sera del 18 dicembre. Di un barcone con 117 migranti a bordo si erano perse le tracce poche ore dopo la partenza: nonostante le segnalazioni alle autorità competenti e i tentativi di localizzazione, nessuna operazione di soccorso era stata avviata in tempo. L’unico sopravvissuto sarebbe stato recuperato giorni dopo da pescatori tunisini e trasferito in ospedale in condizioni gravissime. Secondo Alarm Phone, per giorni si è consumato lo stesso schema già visto troppe volte: contatti senza risposta, rimpalli di responsabilità tra guardie costiere, giustificazioni legate al meteo e nessuna ricerca sistematica dopo la scomparsa dell’imbarcazione. Anche i sorvoli aerei, inclusi quelli di Frontex, non hanno portato a comunicazioni pubbliche su eventuali avvistamenti. Sulla tragedia è intervenuta anche la
Commissione episcopale italiana per le migrazioni; il presidente di Migrantes ha parlato di una ferita che interroga direttamente l’Europa: “Con che coraggio possiamo difendere i confini prima delle persone?”, chiedendo un rafforzamento reale del soccorso in mare e una collaborazione tra Stati e società civile.
I 116 morti di dicembre si aggiungono a un bilancio già drammatico: oltre 1.700 persone hanno perso la vita nel Mediterraneo nel corso dell’anno. Numeri che trasformano ogni singola vicenda, compresa quella delle 108 persone ancora bloccate in mare, in parte di un sistema che continua a produrre morte e attesa.
(da agenzie)
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Dicembre 31st, 2025 Riccardo Fucile
UNA CONSIGLIERA: “NESSUNO CI HA DETTO NULLA, E’ GRAVISSIMO”… SI E’ SAPUTO SOLO PERCHE’ LE FOTO DEL RADUNO SONO STATE PUBBLICATE SU UN SITO TEDESCO…IL COMUNE DI CENTRODESTRA E IL VIMINALE SAPEVANO?
Lo scorso sabato 15 novembre, nella sede della Pro loco di Lonate Pozzolo (in provincia di
Varese), si è tenuto l’Hammerfest: un concerto rock di estrema destra che ha visto la partecipazione di circa 500 persone provenienti dalle sezioni europee e statunitensi dell’organizzazione internazionale di estrema destra, con legami espliciti con l’ideologia nazista.
Lo ha reso noto nei giorni scorsi Exif – Recherche & Analyse, piattaforma tedesca antifascista, pubblicando un reportage
dell’evento. In seguito alla diffusione della notizia, Melissa Derisi si è dimessa dal Consiglio Direttivo della Pro loco di Lonate spiegando di esserne venuta a conoscenza “non attraverso comunicazioni interne, ma dai social e dalla stampa”.
Federico Schioppa, presidente della sezione Ferno di Anpi, ha invece inviato una lettera alla sindaca Elena Carraro chiedendo di “chiarire ai propri cittadini quanto accaduto prendendo posizione”.
L’Hammerfest tra Milano e Lonate Pozzolo
Stando a quanto riportato nel reportage pubblicato dalla piattaforma Exif, durante l’Hammerfest del 15 novembre si è esibita la band tedesca ‘Spreegeschwader’ e “le grida di ‘Sieg Heil‘ hanno echeggiato più volte per tutta la notte.
L’evento di quest’anno era stato organizzato per celebrare il 30esimo anniversario della sezione italiana degli Hammerskins, un’organizzazione neonazista internazionale. Il concerto di Lonate Pozzolo, però, è stato solo la conclusione dell’evento, che ha avuto inizio il giorno prima nella “clubhouse a Milano-Bollate per una festa di benvenuto”.
Poi ancora il sabato pomeriggio “nelle stesse stanze si è svolto un European Officers Meeting, uno dei cinque incontri strategici interni e organizzati segretamente della confraternita ogni anno” al quale avrebbe partecipato anche Malte Redeker, capo degli Hammerskin europei.
Infine, sabato sera circa 500 membri degli Hammerskins provenienti da “Spagna, Francia, Paesi Bassi, Russia, Stati Uniti, Svezia, Finlandia e Svizzera” si sono ritrovati nella tensostruttura del Cerello a Lonate Pozzolo per il concerto finale,
indicato da Exif come “il più grande evento degli Hammerskins degli ultimi anni”.
L’ex sindaca: “Insultante. Razzismo e suprematismo bianco non devono trovare cittadinanza nel mondo”
Tra le prime a parlare di quanto accaduto il 15 novembre è stata Nadia Rosa, ex sindaca di Lonate Pozzolo e oggi consigliera d’opposizione di Uniti e Liberi: “Trovo insultante che 500 neonazi da tutta Europa si siano radunati, trovando ospitalità a Lonate Pozzolo nella tensostruttura del Cerello, come si vede chiaramente nell’immagine tratta dal sito exif-recherche.org”, e ha aggiunto “razzismo omofobia, antisemitismo, suprematismo bianco non devono trovare cittadinanza nel mondo, e tanto meno nella tensostruttura della Pro loco di Lonate Pozzolo! È inaudito!”.
Per quanto accaduto, Derisi si è dimessa dal suo ruolo di consigliera nella Pro loco spiegando di esserne “venuta a conoscenza non attraverso comunicazioni interne, ma dai social e dalla stampa. La concessione di uno spazio pubblico o associativo a gruppi che si richiamano apertamente a ideologie neonaziste rappresenta un fatto gravissimo, che offende la memoria storica, i valori democratici e il senso stesso di comunità”. Per Derisi, è “ancora più preoccupante è il fatto che il Consiglio Direttivo non fosse stato informato dell’evento”.
Il presidente della sezione Ferno di Anpi, Federico Schioppa, ha invece inviato una lettera all’attuale sindaca di Lonate Pozzolo, Elena Carraro (eletta nel 2023 con il supporto della coalizione di centrodestra), esprimendo “indignazione e preoccupazione” e chiedendo “all’amministrazione comunale di chiarire ai propri
cittadini quanto accaduto prendendo posizione nei confronti di chi ha permesso che avvenisse e di farsi promotrice di convocare tutte le organizzazioni culturali e sportive accreditate presso il Comune affinché si adotti un protocollo comune di comportamento teso a evitare in futuro altre simili e disdicevoli situazioni”. Secondo Schioppa, “non è possibile che si permetta a questi oscuri personaggi di potersi organizzare in manifestazioni esaltando il suprematismo bianco, il razzismo e l’omofobia. Questo evento è insultante nei confronti di tutti i cittadini democratici di Lonate Pozzolo”.
(da agenzie)
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Dicembre 31st, 2025 Riccardo Fucile
DALLE VILLE DI MELONI E DI SALVINI NON SI VEDE IL PAESE REALE E LA POVERTA’ CHE DILAGA
Nel 2025 Meloni si è comperata una grande villa con piscina a Roma. E Salvini, sempre a Roma, una villa ancora più grande. Saremmo contenti per loro, se non fosse che la povertà assoluta in Italia è salita dal 9,8% del 2024 (in aumento sul 2023) a quasi l’11% del 2025, ovvero da 5,7 milioni a oltre 6 milioni di cittadini. Ci avviciniamo agli Usa dove la povertà cresce di pari passo con l’aumento dei miliardari: nel Paese più ricco del mondo i poveri sono il 13% della popolazione, ovvero 42 milioni assistiti dalle mense delle varie Charities su un totale di 338 milioni.
Torniamo all’Italia. Ai 6 milioni in povertà assoluta vanno aggiunti quelli in povertà relativa, che nel solo 2024 erano saliti a 8,7 milioni e nel 2025 sono aumentati ancora, pur con stime incomplete. Parliamo dunque di circa 15 milioni di italiani che su base regolare o periodica non hanno accesso al cibo per vivere. Lo stop al Reddito di cittadinanza e il tradimento delle tante promesse elettorali hanno accresciuto la povertà nei 3 anni del governo Meloni, mentre il potere d’acquisto degli italiani è sceso dell’11% creando nuovi poveri. Però “abbiamo i conti in ordine”, come dice il ministro Giorgetti.
Sennonché quei “conti in ordine”, che hanno negato interventi per i poveri, hanno trovato grande spazio per servire in guanti bianchi l’Ucraina con donazioni e finti prestiti a babbo morto. I trasferimenti di capitali vivi si dividono in due parti: una è la partecipazione ai finanziamenti disposti dall’Ue, 186 miliardi in tre anni e mezzo, di cui circa il 17% a carico dell’Italia, e l’altra è la donazione umanitaria unilaterale dell’Italia. La prima voce ammonta a qualcosa come 31,62 miliardi di euro. La seconda voce (aiuti unilaterali) è di 2,8 miliardi. Tralasciando il valore delle donazioni in armi e tralasciando il finanziamento deciso dall’Ue per il biennio ‘26-27 (95 miliardi, di cui 16 a carico nostro), a oggi il trasferimento di ricchezza dall’Italia all’Ucraina è stato dunque di 34,42 miliardi in soldi veri. È una cifra pari a un’intera finanziaria. Potremmo dire che gli italiani hanno lavorato quattro anni, ma hanno pagato per cinque finanziarie perché un anno lo abbiamo regalato all’Ucraina.
Vorremmo gioire, nello spirito natalizio, delle ville e mega ville che passano di mano a Roma e a Kiev, queste ultime all’occorrenza dotate di bidet d’oro massiccio. Ma francamente ce lo impedisce l’immagine delle mense della Caritas che a Natale erano gremite di diseredati in cerca di un pasto caldo. A Milano il giorno di Natale 5 mila poveri, intere famiglie con bambini, hanno fatto due ore di fila sotto la pioggia gelida per avere un cestino di cibo dalla Ong laica “Pane quotidiano”. Faceva un freddo da cani, i bambini tremavano, ma nelle super ville di Roma e Kiev nessuno se n’è accorto.
(da agenzie)
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Dicembre 31st, 2025 Riccardo Fucile
SI CHIUDE UN ANNO DI PROMESSE NON MANTENUTE
I momenti di passaggio non sono mai buoni per i bilanci, e il 2025 per il governo di Giorgia
Meloni è stato proprio questo: l’anno dell’equilibrismo internazionale tra l’Unione europea e gli Stati Uniti, del pareggio con il centrosinistra nelle elezioni regionali e delle schermaglie tutt’ora irrisolte dentro la sua coalizione, con Lega e Forza Italia che si contendono il secondo posto con distacco da Fratelli d’Italia.
L’anno si chiude in affanno, con una Manovra approvata in extremis, dal respiro corto e al risparmio (appena 22 miliardi di euro) e dopo turbolenze interne, con la Lega sempre più decisa ai distinguo rispetto alla linea della premier e decisa a farli pesare per ottenere dividendi sia politici che elettorali.
Gli ultimi 365 giorni, del resto, hanno dimostrato quale sia lo standing dell’esecutivo: la premier davanti, lanciata sullo scenario internazionale come prudente mediatrice e invece decisa a usare il pugno duro sul fronte interno. Dietro di lei tutti gli altri, dai ministri ai vicepremier: tutti con la loro personale agenda e che lei deve richiamare ciclicamente all’ordine.
Così, il 2025 si chiude con molte promesse non mantenute: due riforme su tre sono ferme (il premierato impantanato su un testo che non convince, l’autonomia differenziata smontata a fine 2024 dalla sentenza della Corte costituzionale), niente posa della prima pietra del ponte sullo Stretto; centri per migranti in Albania ancora bloccati e a rischio danno erariale; con i dazi di Donald Trump che zavorrano l’export italiano.
Unico successo, che sarà anche tappa fondamentale dell’anno che verrà: il via libera alla riforma costituzionale della magistratura, che sarà oggetto di referendum a marzo e di fatto è l’unica rivendicazione di sistema che il governo può vantare.
Tutto, però, appare finalizzato a una strategia: rifiatare, in vista dell’anno che si preannuncia il vero momento della verità per il governo, che poi dovrà prepararsi alle elezioni politiche. Questa è già la prima incognita: a quando la data del voto? Scadenza naturale vorrebbe a ottobre 2027, ma è scontata l’anticipazione alla primavera per evitare la scomoda coincidenza con la legge di Bilancio. Eppure, c’è chi continua a sussurrare che si potrebbe votare anche prima, già nel 2026, se una serie di astri si allineeranno. Uno in particolare: la riforma della legge elettorale, visto che quella attuale «non garantisce stabilità», come ha ripetuto Giovanni Donzelli, ma soprattutto non garantisce la
vittoria del centrodestra nel caso in cui il campo largo riesca a solidificare l’alleanza.
Sul fronte politico, dunque, questo è il primo obiettivo 2026: approvare una legge che sia, in concreto e senza toccare la Costituzione, la riforma dell’impianto istituzionale che doveva essere il premierato. Di qui la volontà di FdI di riaprire il cantiere costituzionale già a gennaio con l’obiettivo di legare a quel percorso – e così giustificare – la legge elettorale. Secondo chi sta seguendo il dossier, una bozza dovrebbe arrivare anche prima di marzo, con l’obiettivo di chiuderla entro un mese, contando sulla sponda di un Pd potenzialmente agevolato rispetto ai Cinque stelle da una legge che punta a imporre l’indicazione del premier sulla scheda. Le incognite sono molte, ma Meloni sa che attendere troppo sarebbe un azzardo ed è disponibile a trovare mediazioni, soprattutto con la Lega.
Le date in rosso
Ad oggi, tre sono le date cerchiate in rosso nel 2026. La prima è quella del referendum della giustizia, che si terrà a marzo e sarà il primo test elettorale sul gradimento dell’esecutivo. Meloni ha ripetuto che l’esito non influenzerà la tenuta del governo e questo è certamente vero, ma altrettanto certamente l’esito offrirà fondamentali elementi di valutazione: una vittoria netta del sì sarà il segnale rassicurante che la premier cerca; una vittoria del no – seppur ad oggi considerata difficile – sarebbe invece la dimostrazione che qualcosa si è silenziosamente incrinato. Una vittoria di misura, invece, sarebbe l’esatta dimostrazione del perché serva una nuova legge elettorale per poter tornare a governare. In tutti i casi, l’interpretazione
dell’esito sarà politica e segnerà un punto di passaggio centrale nel correggere la strategia del governo.
Il secondo momento nodale sarà giugno 2026, con la conclusione del Piano nazionale di ripresa e resilienza e la verifica che tutti gli obiettivi siano stati raggiunti. Secondo quanto certificato dalla Corte dei Conti, l’economia italiana in questi anni si è tenuta a galla proprio grazie ai fondi europei (che sia Meloni che Salvini erano contrari a sottoscrivere) e, ora che sta per essere incassata l’ultima tranche, sarà necessario pensare a quale sarà la nuova via per far crescere il Pil e continuare a mangnificare la crescita economica sotto la guida del centrodestra. Parallelamente, poi, il governo dovrà trovare il modo di continuare a garantire quei servizi (con conseguenti posti di lavoro) che il Pnrr ha indirettamente prodotto: un esempio, nel mondo della giustizia, sono i 12mila precari assunti a tempo determinato nell’Ufficio del processo, il cui futuro è ad oggi incerto.
Ultima data fondamentale è esattamente ad un anno da ora: la legge di Bilancio 2027 sarà l’ultima prima del voto, la prima dopo l’uscita dalla procedura di infrazione e dunque quella in cui elargire mance, ridurre le tasse, trovare spazio per i bonus. In una parola, dovrà essere la manovra espansiva che quella di quest’anno non è stata e avrà l’obiettivo di convincere gli elettori che un altro quinquennio meloniano sia la miglior prospettiva possibile. Con la solita incognita, però, a rischiare di guastare i piani della premier: che gli alleati, come è già stato quest’anno, si mettano di mezzo.
Lega e Forza Italia
Proprio la potenziale instabilità degli alleati rischia di diventare un problema per Meloni. Matteo Salvini e Antonio Tajani, stretti sotto l’ombrello meloniano che tutto catalizza sulla leader, si trovano con due fastidiosi Pierini in casa. Da una parte l’ex governatore del Veneto, Luca Zaia, affascinato dal progetto di staccare la Lega del Nord e confederarla con quella nazionale. Dall’altra il governatore della Calabria, Roberto Occhiuto, che ha lanciato la sua corrente e risponde all’input di Piersilvio Berlusconi di un rinnovamento degli azzurri. Entrambi dicono di non voler insidiare i leader, almeno uno – Occhiuto – è però deciso a candidarsi al prossimo congresso. Fin tanto che il governo Meloni sarà in carica, i due vicepremier rimangono blindati in virtù del loro ruolo nell’esecutivo. L’assalto, però, rischia di scattare quando si comporranno le prossime liste per le politiche e questa consapevolezza influenzerà le mosse di Tajani e Salvini, anche in relazione alla postura da tenere con Meloni.
Se sotto l’albero di Natale del 2025 Meloni ha potuto mettere la «stabilità», sotto quello del prossimo anno servirà una parola d’ordine più di impatto per convincere gli elettori. Eppure, l’anno per lei si chiude con una nota positiva: secondo i sondaggi dell’istituto Piepoli, FdI è al 32 per cento, con una crescita dell’1,5 per cento rispetto a gennaio 2025. La tenuta conferma che, nonostante le poche promesse mantenute, l’elettorato sta ancora accordando a Meloni fiducia e soprattutto tempo. L’interrogativo è ancora per quanto.
(da editorialedomani.it)
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Dicembre 31st, 2025 Riccardo Fucile
LA STORYTELLING DEL POTERE MELONIANO SI SFORZA DI ACCREDITARE UNA NARRAZIONE CHE HA TUTTI I CRISMI DI UNA RISCRITTURA DELLA REALTA’
Corrono tempi strani, in cui lo storytelling del potere meloniano si sforza di accreditare una narrazione che ha tutti i crismi di una riscrittura della realtà. Come se l’urgenza di garantirsi un primato di continuità nel futuro guardi di sottecchi a ritroso, con nostalgie mal sopite, alla possibilità di riabilitare finalmente un pezzo di storia personale, passato ahimè senza gloria. Sempre più evidente è il tentativo di affermare un destino, vissuto ormai come inevitabile nei modi e nelle forme, ispirato alla voglia di cambiare la rappresentazione dei fatti del Paese (pardon, della Nazione) a misura delle proprie smisurate urgenze di rivalsa. Un universo di verità contro-fattuali orientato a costruire un nuova tessitura di pensiero. Uno schema e una trama semplificata e ossessiva di racconto che rimanda ad almeno tre caratterizzazioni identitarie, suggestive nella loro capacità di stravolgere punti di vista a lungo accreditati.
La prima è la rivalsa su quel mondo mal digerito che alla destra postmissina sembrava ruotare intorno, e avvalersi impropriamente, di ciò che passava sotto la formula magica di “egemonia culturale”. Appurato che, qualunque cosa volesse dire la suggestione del termine, la costruzione di una egemonia alternativa si presentava complessa, scivolosa e anche, per certi
aspetti, foriera di più di una delusione, si è trovato il modo di supplire alla sostanza virando su una più redditizia formula operativa, ricca di ritorni quasi immediati: l’egemonia nella occupazione dei posti, culturali o meno.
Quelli disponibili, quelli liberati d’autorità, quelli dispersi anche ai livelli bassi delle organizzazioni di impresa e delle istituzioni, quelli creati generosamente ad hoc. Nella convinzione che occupare sia più semplice che meritare, stante che la semplificazione riduce i tempi e consente poi di imbrigliare le attività correlate alle posizioni attribuite. Avviando, oltretutto, un processo secondario: la propensione quasi inevitabile delle persone ad affiliarsi per “occuparsi”. Garantendosi così un controllo sull’esercizio dei meccanismi affidati e, insieme, sulla fedeltà dei beneficiati.
La seconda caratterizzazione ha a che fare con la decadenza della figura dell’avversario. A dispetto del fatto che, esauritesi le grandi spinte ideologiche, uno potesse aspettarsi esattamente il contrario, ha ripreso quota e considerazione la figura del “nemico”: qualcuno da combattere a livello personale, costi quel che costi.
Con l’avversario si discute, si negozia, ci si confronta su opinioni e scelte anche divergenti, ci si rispetta. Il nemico no, è per definizione uno da abbattere. I latini, che sapevano distinguere, chiamavano inimicus l’avversario con cui ci si confrontava; per loro il nemico era l’hostis, nei confronti del quale non c’era soluzione possibile se non l’annientamento. Non a caso poi i latini affermavano saggiamente che salus ex inimicis, nel senso che avere un avversario aiutava a rendersi
conto della tenuta e della correttezza o meno delle proprie ragioni.
La terza caratterizzazione merita di essere narrata attraverso l’uso strumentale, e sostanzialmente falsificato, di un evento di poco tempo fa poi celebrato in comizi e pressioni giornalistiche. Ci si riferisce al famoso articolo del Financial Times, sbandierato come la legittimazione del nuovo ruolo dell’Italia in Europa, e di conseguenza della grandezza dei suoi condottieri. Un battage impressionante che, nell’idea del cerchio magico, avrebbe dovuto sgomberare ogni critica e officiare la presidente del Consiglio come nuova icona internazionale. Quello che si è nascosto nella costruzione dello storytelling fasullo è la sequenza che ha preceduto la grancassa
Nella realtà i fatti sono andati così: un professore della Bocconi, firmandosi con il suo ruolo istituzionale di Dean della Sda Bocconi, manda un pezzo al quotidiano che il Financial Times colloca nella rubrica opinion, cosa che dice a sufficienza del peso con cui il giornale valuta il contributo. Il docente è un esperto di intermediari finanziari e non un macro-economista, e per di più l’articolo contiene almeno un paio di errori. Nel frattempo, peraltro, in un decreto governativo lo stesso docente viene nominato in una delle commissioni per la riforma del Testo unico della Finanza. Coincidenza curiosa!
A seguire la pubblicazione inizia il bombardamento di dichiarazioni trionfalistiche del cerchio magico meloniano su giornali e tv, fino ai toni sopra le righe della premier che, nelle sue uscite elettorali prima delle regionali in Campania e in Puglia, avalla la versione e sostiene che il Financial Times
suggerisce che l’Europa copi dall’Italia. Ma non l’aveva detto il quotidiano.
Come si vede, uno storytelling assolutamente in grado di travisare la realtà. Un esempio lampante di come si apparecchiano ostinatamente gli elementi per portare mattoni a una costruzione fantasiosa delle magnifiche sorti e progressive del Paese. Come cantava non molto tempo fa un poeta norvegese, «un paese che non abbia una storia (…vera ) è destinato a morire di freddo».
(da repubblica.it)
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Dicembre 31st, 2025 Riccardo Fucile
“PASTICCIO SULL’IRPEF, PENALIZZATO CHI E’ IN AFFITTO”
«Il governo ha deciso che la povertà è sparita o è fatta da imbroglioni. Basta leggere la
manovra: si dà di più a chi ha di più mentre bisognava dare di più a chi ha di meno».
A bocciare la direzione di marcia della legge di bilancio è la sociologa Chiara Saraceno. «Anche l’abbassamento dell’Irpef – aggiunge – avvantaggia i redditi più alti».
Il governo rivendica il sostegno al ceto medio dopo l’aiuto ai redditi bassi. Perché sbaglia?
«Sbaglia perché il taglio dell’Irpef per il ceto medio è una misura simbolica che aiuta chi non ne ha bisogno. Ha una progressività al contrario: non aiuta i redditi modesti. Bisognava agire diversamente».
Come?
«Sarebbe stato più opportuno indicizzare le aliquote, facendo in modo che tengano conto dell’inflazione, invece di continuare a pasticciarle».
È una manovra per i ricchi?
«È una manovra che dimentica i poveri».
Perché?
«Perché si è alzato il valore della casa per l’esclusione dal calcolo dell’Isee e non l’affitto? Così si penalizzano i più poveri, sono loro a vivere in affitto».
Tra le misure contro la povertà c’è la carta “Dedicata a te” per
l’acquisto dei beni alimentari di prima necessità. Basta?
«Non si capisce perché viene escluso chi prende l’Adi (assegno di inclusione, ndr) e ha quindi un reddito inferiore a diecimila euro. Chi riceve l’Adi mangia di meno rispetto a chi ha 15mila euro? (il tetto della carta, ndr). ll governo ha creato due categorie di poveri alimentari. La carta deve andare a chi ha l’Adi o altrimenti si alzi il valore dell’assegno».
A proposito di Adi. La manovra dimezza la prima mensilità del rinnovo. Come legge questa misura?
«Senza senso. Mi colpisce questo disprezzo per i poveri, forse il governo pensa che nascondano qualcosa sotto al materasso».
Cosa serve allora?
«Prima di tutto affrontare le urgenze. L’assenza di una casa sta diventando una delle cause principali della povertà. Bisognerebbe rifinanziare subito il fondo per gli affitti,».
Il governo punta sulla detassazione dei rinnovi contrattuali e dei premi di produttività per alzare i salari. È la spinta che serve?
«Chi ha salari bassissimi, chi ha un contratto da cinque euro ha i premi di produzione? Non mi pare che possano beneficiare degli interventi sui rinnovi contrattuali o sui premi. E le domestiche? Vengono sempre escluse da qualsiasi aiuto, sembrano lavoratrici senza diritti».
Nel pacchetto per la famiglia c’è l’aumento del bonus mamme. È sufficiente per aiutare le lavoratrici madri?
«No. Tra l’altro è un bonus selettivo, va solo a chi ha due figli o più. Ma prima di farne due, bisogna farne uno: il sostegno dovrebbe arrivare prima».
(da agenzie)
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Dicembre 31st, 2025 Riccardo Fucile
QUESTO SCHEMA RIGUARDA UN’INTERA COMUNITA’ CHE VIENE SORVEGLIATA E CRIMINALIZZATA… L’ARTICOLO DI DALIA ISMAIL, GIORNALISTA PALESTINESE
Il 27 dicembre sono svegliata con una notizia che mi ha tolto il respiro. Non so spiegare esattamente cosa provo: non è solo rabbia, non è solo paura, non è solo stanchezza. È lo shock di capire, ancora una volta, che non importa quanto tu provi a vivere normalmente, a studiare, lavorare, prendere parola, e men che meno che il genocidio è sotto agli occhi di tutti: per questo Stato resti sempre un corpo sospetto.
L’arresto di Mohammad Hannoun, presidente dell’Associazione dei Palestinesi in Italia, insieme ad altre otto persone palestinesi e di altre nazionalità arabe e di religione islamica per presunti finanziamenti ad Hamas, non è avvenuto in un giorno qualunque. Sono state eseguite all’alba, la mattina successiva alle festività natalizie. Il momento in cui tutti – noi compresi – abbassiamo le difese. Quando le reti di supporto sono più fragili, quando ci si
illude, anche solo per pochi giorni, di poter respirare.
Non è un caso, a mio avviso. È una tecnica. Durante le festività natalizie gli studenti, che sono tra i principali soggetti della mobilitazione per la Palestina, tornano nelle loro città di origine. Le piazze si svuotano, le persone si disperdono, la capacità di risposta collettiva si indebolisce. È in questo contesto che la repressione colpisce più facilmente: quando siamo divisi.
Io sono palestinese e questo non è il primo risveglio così. Questo schema lo conosco bene. Non riguarda solo chi viene arrestato, ma un’intera comunità, la mia, che viene sistematicamente sorvegliata, criminalizzata e resa vulnerabile. La responsabilità di ciò che è accaduto ad Hannoun e alle altre persone coinvolte non può essere letta come un fatto isolato: si inserisce in un clima politico e mediatico che da anni legittima una narrazione islamofobica, tracciando linee divisorie tra musulmani “accettabili” e “pericolosi”, tra palestinesi “innocui” e “sospetti”.
In questi anni, a terrorizzarmi non è stato Hannoun. Non è stato Shahin. Non è stato Yaeesh. A terrorizzarmi sono stati Israele e gli italiani “buoni” attorno a me: quelli indifferenti, quelli che minimizzano, quelli che hanno bisogno che la violenza colpisca corpi bianchi per indignarsi, quelli che non sanno prendere posizione senza infinite premesse per non disturbare i potenti.
In questi anni, la parola “terrorismo” è stata usata con una leggerezza devastante, come se fosse neutra, come se non producesse conseguenze materiali, quotidiane, violente sui corpi dei musulmani e degli arabi in questo Paese.
Anche il Cred (Centro di Ricerca ed Elaborazione per la Democrazia) ha espresso forti preoccupazioni per il modo in cui
è stato costruito questo impianto accusatorio. In particolare, segnala il fatto che materiali provenienti dall’apparato militare israeliano siano utilizzati come elementi di accusa senza un controllo adeguato sulla loro attendibilità. Affidarsi a documenti prodotti da uno Stato direttamente coinvolto nel genocidio, e oggi sotto giudizio internazionale, significa indebolire le garanzie di autonomia e imparzialità della giustizia.
È preoccupante anche il tentativo di far rientrare tutte le attività di solidarietà e assistenza umanitaria nella categoria del “finanziamento al terrorismo”, facendo leva su accuse e classificazioni politiche prodotte da governi stranieri, in particolare quello di Israele. È una dinamica che conosciamo fin troppo bene. Israele ha dichiarato che gli ospedali erano basi di Hamas, e poi li ha distrutti. Ha sostenuto che l’UNRWA fosse Hamas. Ha giustificato il blocco degli aiuti a Gaza sostenendo che, in qualche modo, fossero collegati ad Hamas. Accuse ripetute, smentite una a una, e pagate con il prezzo che sappiamo.
Dopo questa lunga sequenza di menzogne smontate dai fatti, il dubbio avrebbe dovuto essere automatico, quasi ovvio: forse anche in questo caso non dovremmo accettare senza verifica la narrazione del “mandare soldi a Hamas”. E invece no. Ancora una volta, sono i media a raccogliere e amplificare questa accusa senza esercitare alcuna funzione critica, trasformandola in verità indiscussa e contribuendo a demonizzare chiunque sia coinvolto in forme di solidarietà con la Palestina. In questo modo, il diritto smette di essere uno strumento di tutela per diventare un mezzo di pressione politica
Questo è il terrorismo. Perché serve a costringerci a stare zitti, a dividerci, a prenderci le distanze gli uni dagli altri per sopravvivere. Serve a farci dubitare persino della nostra indignazione, a chiederci se non sia meglio abbassare il tono, scegliere parole meno “scomode”, rendere la nostra esistenza più accettabile agli occhi di chi ha il potere di colpirci. Ma io non voglio rendermi accettabile. Voglio restare fedele allo shock che provo, perché quello shock è lucidità. È la prova che tutto questo non è normale. E scriverne, oggi, è un atto di resistenza.
Dalia Ismail, Giornalista indipendente –
(da ilfattoquotidiano.it)
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