Gennaio 8th, 2026 Riccardo Fucile
“LA MAMMA NON HA CURA DEGLI AMBIENTI IN CUI VIVE”
Catherine Birmingham, la mamma della cosiddetta “famiglia nel bosco” è «diffidente» e «infastidita» e «non vuole che ai figli venga insegnato nulla». È ciò che si legge nell’ultima relazione inviata al tribunale per i minorenni dell’Aquila, ripresa dal giornale Il Centro. A sottolinearlo, nel documento arrivato ai giudici prima di Natale, sono stati l’assistente sociale e gli operatori della casa famiglia di Vasto in cui, dallo scorso 20 novembre, vivono i tre bambini di Palmoli.
«Non ha cura degli ambienti in cui vive»
In sostanza, Catherine viene presentata come contraria alle indicazioni date dalle stesse educatrici e «non ha cura degli ambienti in cui ora vive». Un elemento, quest’ultimo, che assume particolare importanza, poiché richiama uno dei nodi centrali dell’intervento iniziale che hanno portato all’allontanamento dei bambini, relativo alle condizioni igienico-sanitarie dell’abitazione nel bosco. Ma non solo, la madre – che risiede nello stesso complesso dei figli, ma su un piano diverso, e può incontrarli solo durante i pasti – continua inoltre «a sostenere la sua linea educativa radicale», secondo cui ai figli «non dovrebbe essere imposto l’apprendimento standardizzato».
(da agenzie)
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Gennaio 8th, 2026 Riccardo Fucile
GROENLANDIA, UCRAINA E VENEZUELA SONO LA PROVA DEL SUO FALLIMENTO
Che ne sarà dell’Europa? E non mi riferisco alla sola architettura attuale dell’Unione
Europea a ventisette. Parlo del Vecchio Continente nella sua interezza geografica e storica, compresa la
Gran Bretagna e quei paesi dell’Est non ancora integrati. Quella che per secoli è stata il fulcro della storia globale appare oggi, più che mai, come una periferia schiacciata tra imperi.
Due, principalmente: gli Stati Uniti e la Cina. Ma a questi si aggiungono attori regionali a vocazione globale come la Russia — potenza nucleare, dettaglio che non ci si può permettere di ignorare —, l’India, la Turchia e le monarchie del Golfo. Realtà che si sono affrancate dall’influenza europea, politica e militare, e che oggi si spartiscono le zone d’influenza a colpi di operazioni belliche e accordi commerciali, in uno scenario in cui la diplomazia tradizionale è stata interamente riscritta.
I volenterosi e la Groenlandia
L’Europa dei “volenterosi”, riunitasi ieri, ha offerto uno spettacolo di mera facciata. Si parla ufficialmente di Ucraina, ma l’attenzione reale è tutta sulla Groenlandia. È la dimostrazione plastica di un continente stritolato: da una parte gli Stati Uniti di Trump, che hanno ribaltato le regole del gioco; dall’altra la Russia di Putin, che prosegue la sua invasione su vasta scala.
Il Baltico e l’Artico sono diventati i nuovi snodi cruciali. Il controllo militare di queste aree e le nuove rotte commerciali aperte dal cambiamento climatico stanno ridisegnando la geografia mondiale. Paradossalmente, mentre il clima muta radicalmente gli assetti, la questione ambientale è sparita dall’agenda di questi imperi, interessati solo a occupare e sfruttare i nuovi varchi strategici.
La Groenlandia è il perno di questa manovra. Ieri, i cosiddetti volenterosi hanno tentato timide aperture, ribadendo che l’isola è territorio europeo ma ammettendo la necessità di un quadro di
sicurezza in “stretta collaborazione” con gli Stati Uniti. È stata l’ennesima concessione a Trump da parte dei vassalli di Bruxelles, Parigi e Londra. A questo coro si è unita Roma con la premier Giorgia Meloni, confermando una linea di subalternità politica condivisa con gli altri leader continentali.
Eppure, questo non è bastato a Washington. Il Presidente degli Stati Uniti ha respinto le mezze misure, dichiarando che la Groenlandia sarà più sicura sotto la diretta protezione statunitense. Una mossa che ignora i trattati precedenti e scavalca la diplomazia interna alla NATO, rilanciando le pretese americane sull’Artico senza compromessi.
I vassalli di Trump
Tuttavia, la debolezza strutturale dell’Unione Europea e la sua sottomissione emergono con ancora più gravità su un altro fronte: il Venezuela. Nessuna voce si è levata per contestare il blitz davanti agli inviati di Trump, Witkoff e Kushner. Nessuno ha denunciato il prelevamento di Maduro come un atto di pirateria internazionale compiuto da uno Stato sovrano.
Accettando silenziosamente queste azioni, le cancellerie europee hanno inferto un colpo mortale alla propria diplomazia. Hanno indebolito l’idea stessa di Europa, rendendola definitivamente non credibile, persino agli occhi del loro ex (e attuale) padrone, Donald Trump.
(da Fanpage)
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Gennaio 8th, 2026 Riccardo Fucile
INTERVISTA AD ANGELA BERGAMINO, DOCENTE DI ECONOMIA ALL’UNIVERSITA’ DI BARI
Donald Trump starebbe valutando diverse opzioni per acquisire la Groenlandia dalla Danimarca e l’uso delle forze armate statunitensi sarebbe “sempre un’opzione”, secondo quanto
affermato dalla portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt. Dichiarazioni che riportano al centro del dibattito politico americano un territorio che negli ultimi anni è uscito dall’apparente marginalità geografica per diventare uno dei nodi più sensibili della competizione globale. L’isola artica, territorio autonomo della Danimarca e dunque parte dello spazio euro-atlantico, era già finita sotto i riflettori durante il primo mandato di Trump, quando l’ipotesi – politicamente impraticabile – di un suo acquisto, fece il giro del mondo. Oggi, tuttavia, quell’interesse non può più essere liquidato come una semplice provocazione: il cambiamento climatico, la corsa alle risorse critiche e la progressiva militarizzazione dell’Artico hanno infatti trasformato la Groenlandia in un vero e proprio tassello strategico nella rivalità tra Stati Uniti, Russia e Cina.
Per comprendere le ragioni storiche, economiche, energetiche e di sicurezza di questa rinnovata centralità, Fanpage.it ha intervistato Angela Stefania Bergantino, professoressa ordinaria di Economia all’Università di Bari e Senior Fellow dell’ISPI, che offre una lettura d’insieme di un’area sempre meno periferica e sempre più centrale negli equilibri geopolitici globali.
Professoressa Bergantino, perché negli ultimi anni la Groenlandia è entrata con tanta forza nel dibattito politico americano e quali elementi internazionali spiegano l’interesse di Trump per l’isola proprio in questa fase storica?
Gli Stati Uniti hanno da molto tempo messo gli occhi sulla Groenlandia, pensando più volte nel corso del Novecento di acquistarla, come avevano fatto per l’Alaska, comprata dalla Russia nel 1867, o le Isole occidentali danesi, nelle Antille, nel 1917. Già nel suo primo mandato Trump ha pubblicamente affermato di voler acquistare la Groenlandia, ma nell’età della democrazia questo è evidentemente impossibile: forse Trump non ha studiato che è stato un suo predecessore – Woodrow Wilson -, a sancire il principio dell'”autodeterminazione dei popoli”. Oltretutto la Groenlandia è un territorio, sebbene autonomo, di uno Stato dell’Unione Europea, alleata della Nato, quindi non ci sono mai stati come in questo momento elementi che ostacolano questo desiderio.
Qual è il reale valore economico e strategico delle risorse presenti in Groenlandia e quanto possono incidere sulle dinamiche globali legate alla transizione energetica, tecnologica e industriale?
L’isola è un vero e proprio forziere di risorse naturali. Il suo sottosuolo contiene infatti cospicue quantità di petrolio e gas naturali (le stime, non sempre disinteressate, divergono tra le varie fonti) anche se le particolari condizioni climatiche ne rendono lo sfruttamento non sempre economicamente conveniente, rispetto alle nuove risorse petrolifere americane, ad esempio quelle venezuelane, e a quelle tradizionali asiatiche. Ma soprattutto la terra groenlandese contiene quelle che anche il grande pubblico ha imparato a conoscere come “terre rare”, cioè quei minerali indispensabili per l’industria informatica e la transizione ecologica. Si tratta di cobalto, grafite, litio e nichel utilizzati nella costruzione di batterie, ad esempio, per i motori elettrici, di rame e di zinco, e anche di metalli di nicchia come il titanio, il tungsteno e il vanadio, utilizzati per creare “superleghe”. Insomma, una sorta di bengodi minerario a due
passi dalle coste dell’economia più avanzata al mondo. Come ha scritto l’Economist, l’isola possiede riserve per 43 dei 50 minerali considerati “critici” dal governo americano, con una stima di disponibilità di 42 milioni di tonnellate, circa 120 volte di più di quanto sarà estratto a livello mondiale nel 2023
Dal punto di vista della sicurezza e della difesa, invece, quale ruolo può avere la Groenlandia nell’Artico e in che modo la sua posizione geografica influisce (se influisce) sugli equilibri tra Stati Uniti, Russia e Cina?
A causa del fenomeno dell’amplificazione polare, che porta la calotta artica a riscaldarsi a velocità doppia rispetto all’equatore, parte del Circolo Polare Artico resterà con ogni probabilità, molto presto, privo di ghiaccio per mesi. Nell’arco di poche decine di anni la seconda rotta marittima artica, quella del North West Passage (NWP), che connette Oceano Pacifico e Oceano Atlantico passando vicino a Canada e Alaska, potrà diventare in tutto o in parte, e soprattutto più a lungo, utilizzabile. Siccome la prima rotta artica è la Northern Sea Route (NSR) che costeggia la Federazione Russa e l’Europa scandinava, e che è appannaggio di Russia e del principale alleato, la Cina, gli USA non vogliono lasciare nelle mani dell’altra superpotenza mondiale, Pechino, questo quadrante fondamentale dei commerci mondiali. Le rotte artiche consentono infatti in prospettiva consistenti risparmi in termini di viaggio e di emissione di Co2 nei traffici globali, nei quali il trasporto marittimo è ormai egemone.
Se gli Stati Uniti cercassero di aumentare la propria influenza sulla Groenlandia, quali scenari politici e geopolitici potrebbero allora aprirsi e quali sarebbero le implicazioni per Danimarca,
Unione europea e NATO?
Questa è una domanda che pertiene al Teatro dell’assurdo, non alla politica o all’economia. Non ricordo che la NATO abbia mai ricevuto un avvertimento ostile così serio e reiterato a un territorio che rientra nell’Alleanza da chiunque come quello lanciato dal presidente Trump. Credo che la Nato dovrebbe convocare quanto prima sia il Consiglio Nord Atlantico (NAC), dove siedono tutti gli Stati membri, presieduto dal Segretario Generale (Mark Rutte), sia il Comitato Militare per valutare la situazione diplomatica e militare. Va poi tenuto in conto che sul suolo della Groenlandia esiste ancora una base americana (l’unica straniera consentita). Insomma, per immaginare gli scenari futuri non so se servirebbero esperti di politica internazionale o di relazioni economiche quanto piuttosto degli sceneggiatori…
(da Fanpage)
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Gennaio 8th, 2026 Riccardo Fucile
A MINNEAPOLIS LE SCUOLE SONO CHIUSE PER PAURA DEI DISORDINI
Le scuole pubbliche di Minneapolis rimarranno chiuse per il resto della settimana
scolastica “per motivi di sicurezza” dopo la sparatoria avvenuta ieri in cui sono stati coinvolti agenti dell’ICE e una donna e’ rimasta uccisa.
“Per eccesso di precauzione, giovedi’ 8 gennaio e venerdi’ 9 gennaio non ci saranno lezioni a scuola a causa di problemi di sicurezza legati agli incidenti di oggi in citta’”, si legge nell’avviso delle autorita’. Saranno cancellati anche altri programmi, attivita’, attivita’ sportive e corsi di educazione alla comunita’ sponsorizzati dalla scuola. “La scuola riprendera’ lunedi’ 12 gennaio”.
Migliaia di persone, a Chicago, New York, Detroit, San Francisco e in altre città del Paese, oltre naturalmente a Minneapolis, stanno manifestando per le strade dopo che un agente dell’Ice ha sparato e ucciso nella sua auto nella città del Minnesota una donna americana di 37 anni, Renee Nicole Good. A Detroit, decine di persone si sono radunate davanti all’edificio dell’Ice in Michigan Avenue, nel centro della città, per protestare contro gli agenti.
La protesta è stata organizzata dal Comité de Acción Comunitaria, il Comitato d’Azione Comunitaria di Detroit. L’organizzatrice principale, Kassandra Rodriguez, ha denunciato “l’abuso di potere”. “Credo che questa sia una cosa che non dovrebbe mai accadere ed è del tutto inaccettabile – ha affermato – E credo che spetti alle nostre amministrazioni locali prendere una posizione dura contro una situazione del genere e non permettere all’Ice di fare quello che vuole nei nostri quartieri”.
A New York, i dimostranti hanno riempito Foley Square per quella che gli organizzatori hanno definito una manifestazione di emergenza in risposta all’incidente di Minneapolis, per poi marciare fino al 26 di Federal Plaza, la sede centrale del Dipartimento della Sicurezza Interna. I manifestanti hanno urlato
il nome di “Renee Nicole Good”.
La folla ha protestato anche fuori dall’edificio dell’Ice nel centro di San Francisco, dove i relatori di varie organizzazioni, tra cui Indivisible Sf, si sono alternati nel condividere il loro messaggio di fronte alla folla. “Minneapolis oggi sta soffrendo e noi la piangiamo”, ha detto un partecipante. Centinaia di manifestanti a Seattle invece si sono radunati fuori dal Federal Building. Una manifestazione si è tenuta anche nel Boston Common, il parco cittadino situato nel centro della capitale del Massachusetts.
Una folla di residenti del Minnesota e di attivisti sta tenendo una veglia attorno a un santuario improvvisato di fiori e candele, su un tratto di neve vicino al luogo in cui, poche ore fa, la 37enne Renee Nicole Good è stata uccisa a colpi d’arma da fuoco da un agente dell’Ice nel corso di un raid anti immigrazione.
Lo riporta la Cnn. “Non tollereremo l’Ice”, hanno intonato alcuni dei presenti. Altri reggevano cartelli con scritte come ‘Ice assassina, fuori dalle nostre strade’. Le azioni degli agenti federali, hanno affermato gli oratori, sono inaccettabili e il risultato diretto di quello che hanno definito uno Stato militarizzato senza responsabilità
Hanno poi chiesto che vengano presentate accuse contro l’agente dell’Ice che ha ucciso la donna all’interno del suo veicolo, sottolineando che si trovava lì per osservare le attività degli agenti federali.
(da agenzie)
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Gennaio 8th, 2026 Riccardo Fucile
INOLTRE, IL VEICOLO ERA PIENO DI GIOCATTOLI DEI FIGLI DI RENEE NICOLE GOOD. E SE UNO DEI BAMBINI FOSSE STATO DENTRO L’AUTO?
È accaduto di nuovo, a pochi isolati dal luogo in cui cinque anni fa George Floyd fu brutalmente soffocato da un poliziotto. La vittima questa volta non è afroamericana ma una donna bianca di 37 anni, uccisa durante un’operazione dell’Immigration and Customs Enforcement (Ice), dispiegato per ordine del presidente Donald Trump in diverse città americane contro l’immigrazione clandestina. Si tratterebbe, secondo i media americani, di Renee Nicole Good, cittadina americana madre di tre figli, originaria del Colorado.
Un video diffuso sui social mostra alcuni agenti avvicinarsi a un’auto ferma in mezzo alla strada e ordinare alla conducente di scendere. Quando uno dei federali afferra la maniglia della portiera, il veicolo fa retromarcia e poi avanza. Un altro agente, posizionato a fianco dell’auto, estrae l’arma e spara a bruciapelo tre colpi. Il suv si schianta contro una vettura parcheggiata e colpisce un palo della luce. La donna, ferita al volto, muore in ospedale.
La portavoce del Dipartimento per la Sicurezza Interna, Tricia McLaughlin, ha affermato che la sparatoria è avvenuta dopo che dei «rivoltosi» hanno ostacolato gli agenti e una donna ha tentato di «investire» le forze dell’ordine. Il video la smentisce perché si vede chiaramente che la donna per evitare di investire l’agente sterza a destra. E’ in quel momento che l’agente spara senza motivo a bruciaelo e la uccide
(da agenzie)
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