Gennaio 9th, 2026 Riccardo Fucile
SALA, RUFFINI, DEL RIO, ASSENTE GIUSTIFICATO MANFREDI: TUTTI A CERCARE LA BENEDIZIONI DI PRODI PER UNA NUOVA LISTA MODERATA DEL CENTROSINISTRA CHE ESPRIMA IL CANDIDATO PREMIER

Bologna, prima di Natale. Cena di auguri e propositi per il nuovo anno, nientemeno che a casa di Romano Prodi. Ospiti, tra gli altri, il vicecapogruppo del Pd alla Camera Paolo Ciani, area Demos vicina a Sant’Egidio, il sindaco di Milano Beppe Sala,
l’ex direttore dell’Agenzia delle Entrate Ernesto Maria Ruffini.
Un invitato manca all’appuntamento, scusandosi tanto: il sindaco di Napoli Gaetano Manfredi. Un altro, al contrario, c’è e non sarebbe mancato per niente al mondo: il senatore Graziano Delrio, ex ministro, ex renziano, anima inquieta del Pd.
Argomento della cena: fissare una road map dell’anno nuovo per dare corpo all’araba fenice del centrosinistra, costruire un luogo adatto a tutti quelli che non vogliono stare nel Pd di Elly Schlein, considerato troppo a sinistra, e nel M5S di Giuseppe Conte, considerato troppo variabile. Un obiettivo su cui i commensali sono uniti, anche se nell’ultimo anno si sono divisi sulle strade per arrivarci.
Il primo a muoversi, un anno fa, era stato Delrio. Organizzò a Milano un’iniziativa pubblica di Comunità democratica, con Prodi collegato e Sala in presenza, per lanciare la candidatura a federatore del centrosinistra (o perlomeno del centro) proprio di Ruffini.
L’assemblea si svolse il 18 gennaio, anniversario dell’appello di don Luigi Sturzo ai Liberi e forti che diede il via al Partito popolare. Insomma, le suggestioni c’erano tutte ma l’ascesa, nonostante l’avvio scintillante e l’attenzione mediatica, nel corso del 2025 si è un po’ persa per strada.
Anche Sala, nel suo peregrinare vasto quanto il suo secondo mandato da sindaco, nell’ultimo anno ha incrociato ambienti cattolici di vario conio.
Ve ne è una traccia pubblica: a metà maggio partecipò a un incontro a Matera, sul palco con Andrea Riccardi, ex ministro e fondatore della Comunità di Sant’Egidio (Ciani in prima fila), e
Angelo Chiorazzo, anima di Basilicata casa comune (11 per cento alle regionali 2024), candidato governatore mancato, adesso vicepresidente del Consiglio regionale lucano. Argomento della giornata: costruire un fronte moderato. L’incontro venne interpretato come la discesa del sindaco verso la politica nazionale. «Cattolici-laici, Sala lancia la “casa comune” al centro», titolò compiaciuto Avvenire. Poi è arrivata l’estate. Un po’ come per Ruffini.
Ora però, hanno concordato i commensali prima di Natale, è giunta l’ora di concretizzare qualcosa, anche perché l’esigenza resta, il tempo stringe e l’area continua a essere paurosamente sguarnita. Il perimetro delle ambizioni alla fine è sempre quello: costituire una lista, o addirittura un movimento politico di centro, in grado di mettere insieme gli erranti dentro e fuori il Pd, i cattolici e i laici, i moderati di vario conio purché legati al centrosinistra.
Solo questo? No. Lo schema di fondo, il modello, somiglia a quello che portò alla costituzione della Margherita. Quando nel 2001 la candidatura a premier di Francesco Rutelli, fin lì sindaco di Roma, aprì la strada alla federazione tra schegge vaganti negli anni tra il post Tangentopoli e il post primo Ulivo. Il movimento Democrazia è libertà, con simbolo appunto la margherita, nacque da quattro petali: i Popolari, l’Asinello di Prodi, la Lista Dini e l’Udeur di Clemente Mastella.
Funzionò: alle elezioni la candidatura di Rutelli a premier trascinò in alto anche la lista, che a sua volta conferì un peso politico al nome di chi la guidava (al proporzionale la Margherita arrivò due punti sotto ai Ds), evitando che il leader
diventasse ostaggio dei partiti che lo sostenevano, come invece era accaduto con Prodi (il quale pure, a differenza di Rutelli, le elezioni le aveva vinte).
Oggi, invece, non essendoci né nome né lista, il rebus somiglia a quello dell’uovo e della gallina. Da quale parte cominciare? Vista l’imperante disaffezione alla politica, si tende a virare verso la gallina: è ritenuto più conveniente cominciare dal nome. L’uovo, il movimento, la lista, la federazione, seguiranno.
Gallina, quindi. Come ai tempi di Rutelli. La Margherita è del resto un precedente considerato più illustre rispetto all’altro, pure simile, di Scelta civica. Anche lì, con Mario Monti appena uscito da Palazzo Chigi, c’era un leader senza partito che se ne costruì uno federando i movimenti esistenti: Italia futura di Luca Cordero di Montezemolo, Andrea Romano e Carlo Calenda, l’Unione per il Trentino di Lorenzo Dellai, il mondo di Sant’Egidio (che c’è anche oggi).
Scelta civica fu anche il perno che coalizzò Futuro e libertà di Gianfranco Fini e l’Udc di Pier Ferdinando Casini. Le similitudini sarebbero parecchie, ma per Scelta civica tutto finì nel giro di poco: dopo sei mesi Monti si era già dimesso da capo partito. Insomma, non proprio un percorso da citare come esempio.
Il problema è intanto individuarla, questa gallina. I riflettori, al momento, sono puntati soprattutto su Manfredi. Primo cittadino di Napoli, sindaco dei sindaci in quanto presidente dell’Anci, ministro col Conte giallorosso e primo esempio di candidato condiviso dal campo largo, ex rettore e capo dei rettori, sempre prudentemente un passo indietro rispetto agli eccessi da
sovraesposizione, abile nell’usare i fondi del Pnrr e nel farlo sapere, Manfredi è stato sotto coperta fino all’elezione del fratello Massimiliano a presidente della giunta regionale della Campania di Roberto Fico.
Per poi rilasciare un’intervista al Foglio, pubblicata il giorno in cui in Consiglio regionale votavano l’altro Manfredi, che può essere letta come un segnale positivo ai commensali della cena prenatalizia di Bologna.
È in effetti una vera intervista da candidato premier, dove parla di «modello Napoli» e del sogno di un nuovo Titolo V, dove dice no alle primarie salvo che non siano meramente «confermative» (altrimenti meglio un bel «tavolo di coalizione») e parla di Prodi e Gentiloni come di modelli.
Su Prodi: «Mi onoro della sua amicizia e dico che l’Italia ha bisogno dei suoi consigli». Su Gentiloni: «Paolo lo conosco da tanti anni. Ha una credibilità europea e il futuro dell’Italia si giocherà sempre più in Europa. Abbiamo bisogno di queste personalità e non di un partito monolitico».
Al momento, sulla strada verso la costruzione del fronte moderato, si intravedono almeno due problemi.
Il primo si chiama Matteo Renzi. Il leader di Italia viva è considerato troppo ingombrante per qualsiasi parte nella commedia del centro. Che lui non ha alcuna intenzione di lasciare: al passo coi tempi, ha già archiviato la Casa riformista e ormai parla solo di Margherita 2.0. Mentre, in chi dovrebbe costruirla, il solo evocarlo suscita sentimenti che vanno dal panico al terrore, ma anche la sofferta consapevolezza che di lui non si possa fare a meno.
Né del resto c’è alcuno che possa dire di non averlo in bio: fu il governo Renzi a nominare Ruffini ad di Equitalia, fu Renzi a fare Sala ad di Expo e poi a sceglierlo per la corsa su Milano. Quanto a Delrio, non solo Renzi lo volle ministro ma lo chiamava direttamente Mosè. Tutti ci hanno prima o poi litigato: ritrovarsi alla fine con l’ex premier dentro casa suscita sentimenti indicibili.
L’altro problema si chiama Silvia Salis. La sindaca di Genova non è stata invitata al conciliabolo, forse perché appartiene ad altri giri. O forse perché la modalità «maschi adulti nella stanza» con cui è stata fin qui trattata Elly Schlein si abbatte anche su di lei. Ma la sua sola presenza sulla scena politico-mediatica segnala il problema: davvero il nome del candidato del centrosinistra, il più concorrenziale, può essere solo quello di un maschio di una certa età? O la questione di battere Giorgia Meloni è solo una fra le tante?
Non è dato sapere se la riflessione si sia spinta fin qui. Per adesso, dopo essere andati a cercare benedizione da Prodi, gli erranti in cerca di un centro hanno stabilito di rivedersi a gennaio. E di lanciare qualcosa di pubblico in aprile. Forse una costituente, brivido.
(da lespresso.
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Gennaio 9th, 2026 Riccardo Fucile
LA INOPPORTUNA TELEFONATA DI MELONI ALLA OPPOSITRICE MACHADO NON FACILITA LA LIBERAZIONE DI TRENTINI
Un contatto diretto tra due governi: quello guidato da Giorgia Meloni e quello
venezuelano di Delcy Rodríguez. Una lista di quattro prigionieri consegnata dal ministro degli Esteri Antonio Tajani al segretario di Stato americano Marco Rubio.
Alberto Trentini al primo posto. E poi le pressioni degli altri Paesi europei — e non soltanto. Quarantotto ore fa è intervenuto direttamente anche il presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva, perché Trentini è forse diventato il simbolo dei prigionieri politici dell’era Maduro. E liberare lui significherebbe, nelle parole di uno degli uomini politici più influenti di questa fase di transizione in Venezuela, «liberare un pezzo di storia del Paese, quella che ci fa apparire così male agli occhi del resto del mondo».
Accanto alla diplomazia ufficiale si sono mossi i canali informali: i contatti a livello di intelligence, una serie di segnali indirizzati a Caracas per chiarire che non esisteva alcuna ostilità preconcetta. Tra questi, il patteggiamento concesso — nei limiti previsti dal codice penale — ad Alex Saab, uomo chiave della finanza venezuelana e figura centrale del sistema Maduro.
E poi il Vaticano. Un lavoro paziente e parallelo, tessuto per mesi dal sottosegretario Alfredo Mantovano, nel tentativo di giocare ogni carta possibile: quella dei prelati che meno di un mese fa hanno accolto la comunità venezuelana in occasione della canonizzazione di due figure simbolo, José Gregorio Hernández Cisneros e María Carmen Rendiles Martínez; e quella della Comunità di Sant’Egidio, che ha attivato tutti i contatti a sua disposizione.
Nelle ultime settimane sono stati molti i tavoli aperti per la liberazione di Alberto Trentini. Un’attesa che in queste ore si è caricata di «speranza e paura», per usare le parole dei familiari.
È il senso delle «azioni poste in essere per garantire una soluzione favorevole per ogni singolo detenuto», come ha spiegato la Farnesina nella notte, mentre cercava conferme sulla sorte degli italiani detenuti.
In tarda serata, da quel fronte sono arrivate notizie considerate rassicuranti sugli altri tre italiani inseriti nella lista consegnata da Tajani a Rubio: Gasperin — che non era in carcere, ma sottoposto a una forma di restrizione assimilabile agli arresti domiciliari — Burlò e Pilieri. Per Alberto Trentini, invece, nessuna conferma. Né ufficiale né ufficiosa. In qualche modo, se lo aspettavano. Il dossier Trentini, lo sanno bene gli apparati italiani, è il più delicato
Perché è il più esposto mediaticamente e perché di fatto non gli è mai stata fatta mossa alcuna accusa formale.
Se non uno status da «prigioniero politico» che rende ogni
trattativa più complessa, ogni apertura più lenta, ogni segnale più ambiguo.
Gli atti di «buona volontà», però, sono stati numerosi. Due sottosegretari agli Esteri — Edmondo Cirielli prima e Giorgio Silli poi — hanno avuto contatti diretti con il governo Maduro, arrivando anche a dichiarazioni pubbliche di ringraziamento quando erano state concesse alcune aperture a Trentini: le telefonate a casa, la visita dell’ambasciatore.
C’era stata poi la nomina di Luigi Vignali, diplomatico di grande esperienza, a cui però era stato riservato un vero e proprio tranello: arrivato in Venezuela con la promessa di alcuni incontri, era stato costretto a tornare in Italia a mani vuote.
Il precedente più emblematico resta però il patteggiamento concesso il 30 ottobre scorso. I venezuelani avevano chiesto la caduta delle accuse, come avevano fatto anche gli americani. In Italia questo non era possibile, trattandosi di un procedimento giudiziario. Era invece possibile — a riprova dell’assenza di una volontà punitiva verso il Venezuela — arrivare a un patteggiamento che consentisse a Saab una maggiore libertà di movimento. È accaduto. Doveva essere il segnale di una svolta imminente, l’apertura di una fase nuova.
Non è successo nulla. Perché — avevano spiegato da Caracas — nel frattempo Trump aveva lanciato i primi segnali di guerra. Dopo la caduta di Maduro erano arrivati nuovi spiragli di luce. Poi, quasi subito, si erano fatti più opachi, a detta dei mediatori, dopo la telefonata di Meloni al premio Nobel María Corina Machado, gesto che non sarebbe stato apprezzato da Rodríguez. Poi, ieri, di nuovo la fiducia. E la speranza che sia l’ultimo atto di
una storia con un lieto fine.
(da Repubblica)
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Gennaio 9th, 2026 Riccardo Fucile
SONO STATI LIBERATI L’IMPRENDITORE LUIGI GASPERIN, L’ATTIVISTA BIAGIO PILIERI, E SI SPERA PER MARIO BURLÒ… IL PATTEGGIAMENTO CONCESSO IN ITALIA AD ALEX SAAB, MINISTRO DELL’INDUSTRIA DI MADURO, E DELLA MOGLIE CAMILLA FABBRI, HA CONTRIBUITO A SBLOCCARE LA SITUAZIONE, INSIEME ALLA TELA DIPLOMATICA DEL VATICANO, CHE MANTIENE NEL PAESE SUDAMERICANO UNA FITTA RETE DI CONTATTI
Alberto Trentini è il nome più conosciuto fra gli italiani tenuti prigionieri per mesi nelle carceri venezuelane. Oltre a lui, altri 27 connazionali, alcuni con doppio passaporto italo-venezuelano, hanno subito l’arresto, quasi sempre arbitrario, sotto il regime di Nicolás Maduro. Le loro storie e le loro «colpe» sono diverse: finiti dietro le sbarre perché coinvolti in attività politiche o professionali considerate «ostili», o semplicemente perché hanno espresso opinioni contrarie al regime.
Nel famigerato El Helicoide, l’abnorme struttura carceraria che Donald Trump ha definito «una camera di tortura nel centro di Caracas», nota per essere il teatro dei brutali interrogatori del Servizio di intelligence Sebin.
Da lì, ieri, sono usciti i primi prigionieri. Tra loro Biagio Pilieri, figlio di immigrati siciliani, ex sindaco del comune di Bruzual, arrestato il 28 agosto 2024 per le sue attività politiche.
È stato scarcerato l’imprenditore Luigi Gasperin, che in passato aveva gestito numerosi appalti della compagnia petrolifera di Stato.
E si spera per Mario Burlò, che era partito da Torino nel 2024 per andare a caccia di nuove opportunità imprenditoriali in Venezuela. Non è più tornato.
Hugo Marino è l’italo-venezuelano che da più anni langue nelle carceri del regime.
Scomparso nel 2019, per lungo tempo non è riuscito a comunicare con la sua famiglia.
Daniel Enrique Echenagucia, imprenditore di Avellino, fu invece arrestato con la famiglia il 2 agosto 2024. I parenti vennero rilasciati dopo poco, lui è rimasto desaparecido per varie settimane prima della sua ricomparsa nel carcere di El Rodeo, lo stesso di Trentini.
Fiato sospeso anche per Gerardo Coticchia Guerra, Juan Carlos Marruffo Capozzi e Perkins Rocha.
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Gennaio 9th, 2026 Riccardo Fucile
“OPEN” FA IL DEBUNKING DI UN VIDEO VIRALE CHE RAFFIGURA UN’ANZIANA DONNA IN LACRIME CON IN MANO LA BANDIERA VENEZUELANA: IL FILMATO FAKE CONDIVISO ANCHE DA ELON MUSK PRESENTA I TIPICI ERRORI DELL’AI. AD ESEMPIO, LA BANDIERA SVENTOLATA DIETRO L’ANZIANA SIGNORA SEMBRA LEGATA A UN’ASTA CHE SPARISCE IMPROVVISAMENTE”
Circola un video dove diversi venezuelani starebbero ringraziando Donald Trump, tra
gioia e pianti, per la cattura di Nicolás Maduro. Tra le prime persone raffigurate troviamo un’anziana donna in lacrime con in mano la bandiera venezuelana. Le scene, però, non sono reali.
Il video è stato condiviso il 4 gennaio 2026 su Facebook e poi rilanciato anche da Elon Musk.
Il filmato è stato creato con l’intelligenza artificiale.
La clip proviene da un account TikTok che pubblica contenuti generati artificialmente.
Analisi
Il video viene condiviso con la seguente narrazione:
I venezuelani piangono in ginocchio ringraziando Trump e l’America per averli liberati da Nicolas Maduro Ho aggiunto i sottotitoli in inglese così puoi capirli
“Il popolo piange per la sua libertà, grazie agli Stati Uniti per
averci liberato”
“L’eroe, grazie Donald Trump”
Il video risulta ripreso dall’account X Wall Street Apes, condiviso anche da Elon Musk.
Gli errori dell’Intelligenza Artificiale
C’è chi ha chiesto a Grok, l’AI di Elon Musk, di verificare le scene riprese nel video, ottenendo un fact-check del tutto scorrett
In realtà, già dai primi fotogrammi sono presenti i tipici errori dell’AI. Ad esempio, la bandiera sventolata dietro l’anziana signora sembra legata a un’asta che sparisce improvvisamente, per poi comparire staccata dalla bandiera stessa.
Inoltre, ad un certo punto, i colori blu e giallo della bandiera vengono improvvisamente invertiti.
Un’altra bandiera viene erroneamente generata dall’AI, mostrando numerose stelle bianche (troppe) nella fascia blu.
Le targhe delle auto presenti nelle scene contengono caratteri privi di significato, incoerenti con quelle venezuelane.
La fonte del video
Il video è stato inizialmente pubblicato dall’account TikTok @curiousmindusa. Attualmente, risulta rimosso.
Conclusioni
Il video dei presunti venezuelani che ringraziano Trump per la cattura di Nicolás Maduro risulta creato con l’Intelligenza Artificiale.
(da Open)
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Gennaio 9th, 2026 Riccardo Fucile
COME RISCRIVERE LA STORIA
Reprimere il dissenso interno, bollare come “terrorista” chiunque osi opporsi alle misure dell’Esecutivo e, infine, riscrivere la storia creando una realtà parallela, alternativa ai fatti.
Non è una distopia futura, qualcosa che stiamo ipotizzando possa accadere prossimamente, è la cronaca di ciò che avviene negli Stati Uniti non da oggi, ma da un anno: da quando Donald Trump si è insediato nuovamente alla Casa Bianca per un secondo mandato che ha ben poco a che vedere con la parentesi 2017-2021.
Siamo di fronte alla mutazione genetica della democrazia americana e, di riflesso, degli equilibri globali.
Trump non è più un incidente della storia, ma il faro ideologico di un’internazionale di estrema destra ormai consolidata.
Una rete che collega Washington a Roma con Giorgia Meloni, passa per la Budapest di Viktor Orbán, salda i legami con Vox in Spagna, il Rassemblement National in Francia, l’AfD in Germania e Wilders nei Paesi Bassi. Un asse che attraversa l’Atlantico trovando sponda in Javier Milei in Argentina e che ora vede il Cile pronto a cadere con l’ascesa di un nostalgico di Pinochet. È un cambiamento sismico nella gestione del potere
L’ICE e le prove di forza di Trump
È in questo scenario, dominato dalla contro-narrazione e dalla post-verità, che si consuma la tragedia di Renee Nicole Good. Una donna bianca, madre, cittadina statunitense, uccisa a sangue freddo a Minneapolis e immediatamente etichettata dalla Casa Bianca come “terrorista interna”. La sua colpa? Secondo l’accusa di Trump aver tentato di investire un agente dell’ICE, la polizia speciale per l’immigrazione che da mesi, su ordine presidenziale, setaccia le città — con un accanimento chirurgico verso quelle a guida democratica — in vere e proprie retate. Il video però mostra un’altra realtà, la donna si stava allontanando quando un agente ha sparato dal finestrino.
Queste operazioni che non sono solo polizia, ma spettacolo, performance muscolare ad uso e consumo delle telecamere, esattamente come è avvenuto per la deportazione di Maduro da Caracas. Una prova di forza.
Un potere assoluto e senza controllo
Questa è la dottrina del potere trumpiano. Lo ha detto lui stesso, senza filtri, giusto ieri: i soli limiti che riconosce sono quelli della propria morale. Nessuna legge quindi, nessuna Costituzione può imporre confini al nuovo monarca. E ciò che accade oggi nelle strade di Minneapolis influenzerà il nostro mondo domani, se non già nelle prossime ore. Viviamo in un sistema interconnesso che sta subendo strattoni violenti: il diritto internazionale e umanitario, l’architettura nata dalle ceneri della Seconda Guerra Mondiale, vengono smantellati pezzo per pezzo. Trump ha già ritirato nelle ore scorse gli Stati Uniti da 66 agenzie internazionali, scegliendo un isolamento splendido e aggressivo, secondo la sua visione. Cambiamento climatico, cooperazione, diplomazia multilaterale: per il Presidente non
sono opportunità, ma fastidiosi bavagli. Le sue azioni devono essere “al di fuori della legge”, personali, imprevedibili.
Immunità totale per l’ICE
La conferma definitiva è arrivata nelle ultime ventiquattr’ore. Mentre l’agente che ha sparato a Renee Nicole Good, del quale non abbiamo ancora l’identità, si vedeva garantire “immunità totale” dal vicepresidente J.D. Vance, gli agenti federali dell’FBI estromettevano la polizia locale del Minnesota dalle indagini, bloccando l’accesso ai documenti e quindi alle prove. Il messaggio di Washington è chiaro: questo è un affare di Stato e lo gestisce il monarca. Dalla conferenza stampa di ieri, e dalle parole del responsabile per la sicurezza nazionale, la sentenza è già scritta: l’agente è un eroe, la vittima una terrorista.
In un mondo dove la separazione dei poteri era il cardine per evitare derive totalitarie, quella regola è stata cancellata. Oggi, la legge è la volontà di un solo uomo. Oggi, il re assoluto degli Stati Uniti e del mondo si chiama Donald Trump.
(da Fanpage)
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Gennaio 9th, 2026 Riccardo Fucile
I DECRETI SICUREZZA SVELANO LO STATO DI POLIZIA CUI AMBISCE IL GOVERNO SOVRANISTA
Una donna – poetessa, attivista a difesa dei migranti – manifesta in modo non
violento contro un’operazione di polizia. Un poliziotto le spara, mentre sta cercando di andarsene con la sua auto, e altri poliziotti ne rallentano i soccorsi. La donna, trentasette anni, madre di tre figli, muore. Le autorità, dalla portavoce del dipartimento per la sicurezza interna sino al presidente, dicono che gli agenti hanno agito per legittima difesa, nonostante ci siano immagini chiarissime che smentiscono clamorosamente questa versione.
Quel che avete appena letto è accaduto ieri, negli Stati Uniti d’America, a Minneapolis.
La donna si chiamava Renee Nicole Good
E a dire che la donna era “un’agitatrice professionista” che ha “violentemente, volontariamente e brutalmente investito l’agente”, è stato Donald J. Trump, presidente degli Stati Uniti d’America, l’uomo più potente del mondo.
Domanda: una cosa del genere potrebbe succedere anche da noi?
Se la vostra risposta è no, beh, andatevi a rileggere il decreto sicurezza che il governo ha approvato nel giugno del 2025, con un voto di fiducia, e quello che si appresta ad approvare ora.
Perché in quel decreto, che ci crediate o meno, c’è una storia molto, troppo simile a quella di Renee Nicole Good.
C’è la criminalizzazione di chi dissente e fa resistenza passiva. Come quello che stava facendo Renee Nicole Good.
C’è la tutela penale rafforzata, con l’aumento delle pene per ch resiste contro le forze dell’ordine, come stava facendo Renee Nicole Good.
C’è l’estensione del concetto di legittima difesa, che è ciò a cui si è appigliata la polizia per difendere chi ha ucciso Renee Nicole Good.
C’è un fondo per la tutela legale dei poliziotti indagati durante il servizio, come quelli – se mai saranno davvero indagati – che hanno ucciso Renee Nicole Good.
Quasi dimenticavo: nel nuovo decreto sicurezza, quello che il governo sta presentando ora, oltre a un’ulteriore estensione della legittima difesa, c’è lo scudo penale per gli agenti in servizio, che non saranno automaticamente indagati in casi come quelli che hanno portato alla morte di Renee Nicole Good.
Forse no, quindi. Forse oggi qualcosa del genere non potrebbe succedere anche da noi. Non ancora, perlomeno.
Ma il governo, con i suoi decreti sicurezza, sta facendo di tutto per andare nella direzione dell’America di Trump.
La direzione verso un Paese in cui una donna di 37 anni, madre di tre figli, può morire semplicemente per aver manifestato il proprio dissenso, in modo non violento, contro un’azione di polizia che riteneva sbagliata. Mentre il governo di quel Paese, anziché onorarla e renderle giustizia, la dipinge come una pericolosa criminale, difendendo a spada tratta chi l’ha uccisa.
A proposito di sicurezza: siamo sicuri che sia la direzione giusta?
(da Fanpage)
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Gennaio 9th, 2026 Riccardo Fucile
INDEGNO CHE UN PRESIDENTE SOLIDARIZZI CON UBN PISTOLERO IN DIVISA SENZA ATTENDERE CHE LA MAGISTRATURA ACCERTI LE RESPONSABILITA’ DI UN OMICIDIO
Non se ne può più di parlare di Trump, ma sembra impossibile parlare d’altro: è come una macchia che si allarga sulla tovaglia fino a diventare il colore dominante. E la tovaglia è il diritto internazionale, il galateo istituzionale e tutte le altre «fottute cazzate», direbbe lui, con cui in Occidente ci siamo baloccati per oltre mezzo secolo, finendo addirittura per crederci.
Prendiamo l’ultima tragedia consumatasi a Minneapolis. Non è la prima volta che negli Stati Ingrugniti d’America un poliziotto ammazza a bruciapelo una persona, stavolta una casalinga incensurata, solo perché si è rifiutata di scendere dall’automobile.
Ma è la prima volta che il Presidente in carica solidarizza immediatamente con il pistolero e se la prende con la vittima, sostenendo che se l’è andata a cercare, nonostante le immagini smentiscano le sue parole.
Qualcuno starà pensando: Putin e Xi Jinping fanno così dasempre. Già, ma loro non guidano nazioni libere, dove la polizia risponde alla Legge invece che al despota. Trump ancora sì, in teoria.
Dovrebbe sapere che, se il capo di uno Stato democratico assolve un pistolero in divisa prima che lo abbia fatto un giudice al termine di un regolare processo, autorizza qualunque altro poliziotto malintenzionato a togliere il freno a mano agli istinti. Il problema è che Trump lo sa benissimo. E il problema ancora più grave è che lo sanno anche i suoi estimatori.
(da Corriere della Sera)
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Gennaio 9th, 2026 Riccardo Fucile
LA RELIGIONE USATA COME SPONSOR DELLA GUERRA
Putin non è il primo – c’è da temere neanche l’ultimo – dei capi di Stato che invocano
la religione come mandante della guerra, o come suo benevolo sponsor. Lo ha fatto in occasione del Natale ortodosso, accostando il ruolo di Cristo Salvatore a quello dei soldati russi: anche loro sono salvatori, ha detto, perché difendono la Russia per ordine del Signore.
Che la salvezza promessa dal messaggio cristiano abbia per oggetto l’umanità intera, certo non questa o quella nazione, è cosa che basterebbe da sola a rendere ovvia la natura blasfema di tutti i Gott mit uns di questo mondo: uno sporco trucco, o una patologica torsione ideologica, che cancella in partenza l’universalismo religioso e quello evangelico in particolare, e arruola Dio nel piccolo cortile delle Nazioni: una unità di misura che, in rapporto allo spirito con il quale ogni essere umano guarda alle stelle e riflette sulla sua vita e sulla sua morte, vale quanto una caccola.
Ma c’è qualcosa di ancora peggiore di un capo politico che mette Dio sulla punta dei cannoni. Sono i preti che assistono (accanto a Putin ce n’era un manipolo) e benedicono quell’orrore. E non fanno una piega, per pusillanimità o perché anche loro coinvolti
nell’odio per il nemico e nella smania di sopraffazione nazionalista. E non battono ciglio quando vedono che la fede della quale dovrebbero essere testimoni e protettori viene usata come pretesto bellico. Preti traditori del Dio che dicono di servire, e lo svendono alla politica e alla guerra.
(da Repubblica)
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Gennaio 9th, 2026 Riccardo Fucile
DISPIEGARE L’ICE SENZA CONTROLLO E CON BRUTALITA’ MOSTRA L’OBIETTIVO VERO DI TRUMP: ESASPERARE IL CONFLITTO, PRODURRE REAZIONI VIOLENTE E GIUSTIFICARE LA REPRESSIONE
Aveva trentasette anni e un figlio di sei Renee Good, la donna di Minneapolis uccisa con tre colpi al volto da un agente dell’Ice, l’agenzia del dipartimento della Homeland Security responsabile per l’immigrazione trasformatasi in questi mesi in una sorta di polizia privata dell’esecutivo. Svolgeva il ruolo di legal observer: persone che monitorano l’operato delle polizie, locali e federali, e il loro rispetto delle regole. E come altri si era recata in un quartiere di Minneapolis dove l’Ice aveva lanciato uno dei suoi periodici rastrellamenti: in questo caso contro quella comunità somala che il presidente ha definito a più riprese «immondizia».
I video, scioccanti, paiono inequivoci, anche se è doveroso ora
attendere che le indagini facciano il loro corso. L’impressione è che Good possa avere agito con goffaggine, in preda al panico, ma non che la sua intenzione fosse di usare l’auto contro l’agente, giustificandone in ultimo la reazione, come sostengono le autorità federali. È probabile che nella risposta dell’agente abbia agito il combinato disposto di dilettantismo e senso d’impunità che pare contraddistinguere l’operato di persone chiaramente impreparate come molti di quelli che lavorano per l’Ice.
L’agenzia sta procedendo a reclutare a ritmo accelerato, senza i necessari criteri selettivi e, pare, privilegiando logiche di appartenenza ideologica: i suoi dipendenti sono più che raddoppiati in meno di un anno e dovrebbero crescere di quattro volte durante il mandato di Trump. Per ragioni di sicurezza personale – asseriscono – operano mascherati e privi di identificativo, il che ne facilita l’azione arbitraria e discrezionale, alimentando il rischio che ai raid di volta in volta si aggiungano membri di gruppi paramilitari del suprematismo bianco.
Il presidente Trump e la segretaria della Homeland Security, Kristi Noem, hanno subito preso le difese dell’agente, arrivando a presentare la sua azione come una forma di autodifesa o, addirittura, di risposta a un «atto di terrorismo interno». Reazioni attese, queste, e nondimeno illustrative dell’assenza di responsabilità e di senso delle istituzioni da parte di chi guida oggi il paese se non della deliberata volontà di alzare la soglia dello scontro.
Perché questo è chiaramente l’obiettivo di Donald Trump: esasperare il conflitto, produrre reazioni violente, e giustificare
un’ulteriore stretta repressiva e autoritaria. Ci si muove in altre parole su un crinale sottile e pericolosissimo, a maggior ragione in un anno elettorale come questo, con proiezioni e sondaggi che al momento lasciano prefigurare la riconquista quasi certa della Camera da parte dei democratici.
Acuire lo scontro serve a vari scopi. Legittima innanzitutto l’escalation nei raid dell’Ice, negli arresti arbitrari e nelle espulsioni. Permette, in secondo luogo, di intensificare il conflitto con le autorità statali e municipali governate dai democratici, con l’obiettivo ultimo di piegare la dialettica del federalismo ancor più a vantaggio del potere federale.
Consente, infine, di alimentare quella narrazione emergenziale a cui si appoggia sistematicamente l’amministrazione repubblicana per giustificare l’adozione di misure straordinarie se non la creazione di un vero e proprio stato di eccezione.
Che potrebbe anche essere invocato per adottare provvedimenti restrittivi nell’accesso al voto il novembre prossimo.
È un chiaro slittamento autoritario, quello in atto da quasi un anno. Contro il quale si sono attivati finora due forme di resistenza: due contropoteri. Quello, istituzionale, dei tribunali, che hanno bloccato numerosi provvedimenti dell’esecutivo e che in questo 2026 coinvolgerà molto anche la Corte Suprema, che proprio sull’abuso presidenziale nella federalizzazione e dispiegamento della Guardia nazionale a Chicago si è recentemente pronunciata contro l’amministrazione. E quello della mobilitazione popolare, fatta di proteste, manifestazioni, resistenza non-violenta e, quando vi è stata la possibilità, voto, come nel ciclo elettorale del novembre scorso.
(da agenzie)
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