Destra di Popolo.net

VOGLIAMO RISPOSTE SUL CASO PARAGON; PERCHE’ CONTINUEREMO A CHIEDERNE CONTO AL GOVERNO E A GIORGIA MELONI

Gennaio 10th, 2026 Riccardo Fucile

L’ENNESIMA VERSIONE VITTIMISTICA E OMISSIVA

Ci sono tante cose di cui parlare, a proposito delle prime parole che Giorgia Meloni, nella conferenza stampa di inizio 2026, a quasi un anno di distanza dall’inizio di questa storia, ha speso sul caso Paragon. Però, a questo giro, permettetemi di concentrare l’attenzione su un piccolo passaggio che merita una risposta articolata.
Dall’inizio di questa vicenda ho chiesto al governo di aiutarmi a scoprire chi è stato. È stata sempre la mia prima domanda e mi è sembrato giusto porre la stessa domanda, a distanza di un anno, nella prima occasione utile in cui ho avuto l’opportunità di porla.
A questa domanda il governo non ha mi dato risposta.
Né personalmente, né pubblicamente, né coi fatti.
Al contrario, ha inanellato, mese dopo mese una serie francamente impressionante di silenzi, omissioni, retromarcia e bugie.
Le metto in fila, per l’ennesima volta.
Si è dimenticato di dire che era cliente di Paragon.
Una volta che qualcuno l’ha scoperto, ha detto che i contratti erano regolarmente in essere e non c’erano state violazioni.
Una volta che Paragon ha detto che i contratti con l’Italia erano stati rescissi unilateralmente, a causa di violazioni nei termini d’uso, ha detto che la decisione era stata consensuale
E una volta che Paragon ha ribadito la sua versione, dicendo che
quella rescissione era avvenuta a causa del fatto che il governo non aveva accolto l’offerta di aiuto nello scoprire chi aveva spiato i giornalisti, si è trincerato nel silenzio più assoluto.
Silenzio che è proseguito quando si è scoperto che anche il nostro collega Ciro Pellegrino era stato spiato, spionaggio per cui c’è stata anche conferma forense del riuscito hackeraggio, e quindi dell’esistenza di un cluster di giornalisti di Fanpage sotto osservazione. E poi con lui anche Roberto D’Agostino di Dagospia. E con loro anche il comunicatore politico vicino all’opposizione Francesco Nicodemo. E con loro anche editori e manager finanziari.
Non solo.
Quando la commissione Libe del Parlamento Europeo ha chiesto che fossimo auditi io e Ciro Pellegrino, il partito europeo di Giorgia Meloni ha fatto in modo che ciò non avvenisse.
E quando il senatore Matteo Renzi ha per due volte chiesto alla presidente del Consiglio del caso Paragon, in Parlamento, Giorgia Meloni si è rifiutata di rispondere, bollando la vicenda come“questione da campagna elettorale” e la domanda di Renzi come “pubblicità per il suo libro”.
Spiacenti, quindi. Ma questo non è aiutare un cittadino italiano a scoprire chi l’ha spiato. Non è fare il possibile affinché la verità venga a galla
E di fronte a questa inazione – o peggio: di fronte a questo tentativo di insabbiare il caso – noi non potevamo stare in silenzio.
Ma questo non è accusare qualcuno di averci spiato. Semmai, questo è accusare qualcuno di non aver fatto niente di quel che
poteva fare per aiutarci a scoprirlo.
Che Meloni non l’abbia fatto perché ce l’ha con noi per le inchieste che abbiamo realizzato, perché è un caso che la imbarazza, perché ci sono fili che è meglio non toccare, non ci riguarda. È un problema suo.
Quel che continuiamo a rimarcare è che quando vengono spiati illegalmente giornalisti, comunicatori politici, editori, imprenditori, manager esposti politicamente, questo sì, è un problema anche suo.
Quindi, a distanza di un anno, continuiamo a fare con forza la stessa domanda: aiutateci a scoprire chi è stato.
E continueremo a non stare zitti fino a che tutto questo non avverrà, e non verrà fatta piena luce su questo scandalo.
Francesco Cancellato
direttore di Fanpage

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REFERENDUM GIUSTIZIA, SCHLEIN E CONTE DICONO NO: “GOVERNO VUOLE SFUGGIRE AI CONTROLLO, E’ IL RITORNO DELLA CASTA”

Gennaio 10th, 2026 Riccardo Fucile

SALA PIENA ALLA PRESENTAZIONE DEL COMITATO PER IL NO AL REFERENDUM… “GRIDANO AL COMPLOTTO MA NON E’ COLPA DEI GIUDICI SE LORO NON SANNO SCRIVERE LE LEGGI”

Prende ufficialmente il via la campagna per il No al referendum sulla giustizia, o almeno quella del comitato Società civile per il No (quella legata all’Associazione magistrati, invece, è già partita). Ora sappiamo che si voterà tra circa due mesi e mezzo: la presidente del Consiglio Meloni, nella conferenza stampa di inizio anno, ha fatto sapere che la data del referendum sarà il 22 e 23 marzo, a meno di stravolgimenti dell’ultimo minuto. All’evento di lancio del comitato hanno preso parte esponenti di spicco del mondo sindacale (il segretario della Cgil Maurizio Landini) e associativo, ma anche della politica: in platea e sul palco Elly Schlein, Giuseppe Conte, Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni, tra gli altri.
Schlein: “La riforma serve solo a chi governa, vogliono le mani libere”
“Questo governo in tre anni ha fatto la riforma sull’autonomia differenziata – bocciata dalla Corte costituzionale. Ha fatto dei centri inumani, illegali e vuoti in Albania – bloccati perfino dalla Corte europea di giustizia. E ha fatto l’unico investimento nelle sue manovre, di 13 miliardi (sul ponte sullo Stretto, ndr) – bocciato dalla Corte dei conti. Loro gridano al complotto, ma non è colpa dei giudici se loro non sanno scrivere le leggi”, ha detto la segretaria del Pd dal palco.
Schlein ha assicurato il “supporto” del suo partito al comitato.
“Questa non è una riforma della giustizia perché non migliora il sistema giustizia”, ha attaccato. “Non incide sul sovraffollamento delle carceri, né sul numero record di suicidi tra detenuti e agenti di polizia penitenziaria”. Non ha un effetto importante nemmeno sulla separazione delle carriere tra giudici e pm: “Lo fanno venti, quaranta persone all’anno al massimo, dopo la riforma Cartabia. Per venti persone si cambia la Costituzione?”.
E quindi, ha proseguito il ragionamento: “Se non serve al funzionamento della giustizia né alla separazione delle carriere, a cosa serve questa riforma, e a chi serve? Serve a chi sta già potere e vuole sfuggire a ogni controllo. Serve a dire che la legge non è uguale per tutti. La politica vuole limitare l’indipendenza della magistratura”. La riforma serve “solo a chi governa per avere mani libere e stare sopra a leggi e Costituzione”. Ma, ha aggiunto la leader del Pd, “la democrazia non è un assegno in bianco nelle mani di chi prende un voto in più alle elezioni”.
Schlein ha risposto anche al ministro della Giustizia Nordio: “Dice che dovrei capire che questa riforma serve anche a noi se andremo al governo. Noi vinceremo le elezioni, e non ci interessa controllare la magistratura, ma essere controllati come avviene in ogni democrazia”. In conclusione la segretaria democratica ha citato il caso di Renne Nicole Good, cittadina statunitense uccisa negli Usa da un agente dell’Ice: “Quando l’abuso della forza da parte dello Stato arriva ad uccidere poeti, e quel governo parla di legittima difesa, ci vuole un giudice indipendente e imparziale che possa far giustizia. È proprio l’esempio del perché questa riforma è rischiosa per le cittadine e per i cittadini”.
Conte: “Torna la casta degli intoccabili”
“Ieri Meloni ha detto una cosa che fa accapponare la pelle: ha detto che governo e giudici devono lavorare nella stessa direzione. Allora non c’è contropotere, ma un potere sottoposto a un altro potere”, ha detto Giuseppe Conte. “Dobbiamo contrastare in tutti i modi questo disegno: è il ritorno della casta dei politici, degli intoccabili, di chi vuole avere le mani libere per poter agire e non rispondere a nessun contropotere”, ha attaccato il presidente del M5s. “Dovremo far capire che i cittadini diventeranno tutti di serie B rispetto invece ai ‘privilegiati’ della giustizia che sono politici, colletti bianchi e imprenditori amici. Per noi vale il principio ‘la legge è uguale per tutti'”.
Il Movimento “sin dall’inizio ha combattuto questo disegno di riforma”, ha rivendicato l’ex premier, “che si inquadra in un processo più ampio che ha l’obiettivo preciso di una vecchia politica di destra di restituire il primato alla politica. Cosa significa dare il primato alla politica? Scardinare il sistema costituzionale. Se hai un investitura popolare non puoi fare quello che vuoi, ma devi rispettare i fondamenti dello Stato di diritto, devi rispettare la legge”. E anzi: “Io che sono stato eletto in Parlamento, sono un politico, ho un incarico pubblico, ho una responsabilità maggiore nel rendere conto del mio operato e del rispetto delle leggi”.
Landini: “Andiamo quartiere per quartiere, è in gioco la democrazia”
Tra i più accesi sostenitori della campagna per il No c’è il segretario della Cgil Maurizio Landini. All’evento, Landini ha detto che “è evidente la gestione autoritaria di questo governo”, ma che “questo governo la maggioranza di questo Paese non lo rappresenta, e il problema che abbiamo è che la maggioranza di questo paese non si sente rappresentata da nessuno”. Il segretario ha criticato il governo perché “pensano che avendo la maggioranza in Parlamento possono fare quello che gli pare, anche cambiando la Costituzione di questo paese”.
La “battaglia” è quella di “ridare un significato al voto” e “rendere evidente che noi vogliamo essere parte del Paese che vuole costruire, anche a partire da questo referendum, un altro modello sociale”. Landini ha quindi invitato a “porsi l’obiettivo di parlare con tutte le persone. Abbiamo bisogno di un lavoro Comune per Comune, quartiere per quartiere, territorio per territorio, parlando con le persone e rendendo evidente quella che è la posta in gioco che abbiamo di fronte: il futuro della nostra democrazia”.
Bonelli: “Vinceremo”. Fratoianni: “Meloni vuole lo scalpo dei giudici”
Ottimista Angelo Bonelli, co-portavoce di Europa verde e deputato di Alleanza Verdi-Sinistra, secondo cui il governo “ha paura, perché sa che, giorno dopo giorno, il No aumenta e vinceremo”. Il parlamentare ha chiesto di “costruire una grande mobilitazione a difesa della democrazia, in difesa della Costituzione e contro l’autoritarismo”, perché “c’è una destra che non vuole i contrappesi che ci sono in tutte le democrazie. Chi vuole creare impunità, sottoporre al controllo del governo la magistratura”.
Nicola Fratoianni, deputato di Avs e segretario di Sinistra italiana, ha lanciato l’accusa: “Giorgia Meloni ha confessato, la sua conferenza stampa è stata un lungo attacco nei confronti della magistratura, un lungo lavoro di delegittimazione della magistratura. I giudici sono l’ossessione di questa destra da trent’anni e con questa controriforma vogliono portarne a casa lo scalpo, questa è la verità”. E sulla data del voto: “Avremmo voluto tempi più lunghi che rispettassero anche la raccolta delle firme che è ancora in corso. In ogni caso, se il governo decide, con quella data bisogna fare i conti e ciascuno di noi farà tutto quello che può per arrivare pronti a quella data e per vincere il referendum”.
(da Fanpage)

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IL PRESIDENTE DELLA COLOMBIA PETRO STAVA PER FARE LA FINE DI MADURO

Gennaio 10th, 2026 Riccardo Fucile

“C’ERA UNA AZIONE MILITARE IN CORSO”… LO PSICOPATICO , DOPO AVERLO DEFINITO “UN NARCOTRAFFICANTE DELINQUENTE”, ORA LO INVITA ALLA CASA BIANCA

Gustavo Petro stava per fare la fine di Nicolás Maduro. E vedere una forza d’assalto atterrare sul tetto della Casa de Nariño, la residenza presidenziale della Colombia. Dove non ci sono bunker.
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha definito Petro tossicodipendente, delinquente, narcotrafficante e prestanome (proprio di Maduro). Lo ha inserito nella Lista Clinton revocandogli il visto. Poi però con una telefonata è cambiato tutto. I due hanno parlato per un’ora questa settimana. E al termine è arrivato l’invito alla Casa Bianca. Per un incontro che si terrà all’inizio di febbraio. Lui parla oggi in un’intervista a Repubblica del rischio concreto di fare la fine di Maduro: «Qualsiasi presidente al mondo può essere rimosso se non si allinea a determinati interessi».

E spiega: «Qui non abbiamo nemmeno una difesa aerea. Non è mai stata acquistata perché la lotta è interna. La guerriglia non ha caccia F-16 e l’esercito non può contare su questo tipo di difesa». La minaccia ora sembrerebbe «congelata, ma potrei sbagliarmi. Non sapevamo quale azione militare avessero pianificato, sapevamo solo che ce ne era una in corso». A dirglielo è stato proprio Trump: «Durante la telefonata mi ha sussurrato che stava pensando qualcosa di brutto in Colombia. Il messaggio era che stavano già preparando qualcosa, pianificando un’operazione militare».
Prima di parlare con Trump Petro ha fissato delle regole: «La conversazione si è basata sulla possibilità che io esprimessi la mia opinione. Lui aveva solo ricevuto delle informazioni dall’opposizione tramite lo Stato della Florida, dove ha sede l’ala repubblicana più radicale. Quell’opposizione mente sulla nostra lotta al narcotraffico. Se legge quello che dice Álvaro Uribe (ex presidente colombiano) si rende conto che praticamente difende la possibilità che ci attacchino».
Un uomo pragmatico
Trump, secondo Petro, «fa quello che pensa, come me. È un uomo pragmatico, anche se più di me. A me piace parlare. Le sue opinioni su molte questioni sono molto diverse dalle mie. Ma, per esempio, sul narcotraffico non abbiamo differenze. Mi ha detto una cosa che mi è piaciuta: “So che sono state inventate molte bugie su di lei, proprio come su di me”». Poi parla di Delcy Rodríguez, la nuova presidente del Venezuela in assenza di Maduro: «Sono suo amico. Subisce pressioni sia interne che dall’esterno. L’hanno accusata di essere la traditrice. Lei vede la
necessità di rafforzare l’unità latinoamericana, ma il suo compito principale dovrebbe essere quello di unire il popolo venezuelano. Se il popolo si divide, ci sarà una colonizzazione».
40 a 15
Petro sostiene che «fondamentalmente, nella nostra conversazione, io ho esposto la mia posizione per 40 minuti e lui, per 15, ha parlato di come comunicare tra di noi». E riguardo le urne che hanno incoronato Maduro, «io non ho riconosciuto quelle elezioni. Nemmeno il Brasile e il Messico. E dopo questi fatti, non potevo andare in Venezuela. E con Trump, ancora meno; è caduta ogni possibilità di mediazione. L’amministrazione Trump ha voluto fare a modo suo».
E ancora: «La questione centrale è che c’è uno scontro di visioni: la legge statunitense consente loro di entrare in un altro Paese in caso di attività criminali come il traffico di droga, ma il diritto internazionale no. Se questo principio si generalizza, potrebbe portare a una guerra mondiale. Il problema non è il Venezuela, ma la Cina: gli Stati Uniti temono la concorrenza cinese e stanno cercando energia per competere commercialmente, ma questo porterà alla guerra».
(da agenzie)

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PROTESTE IN IRAN, CENTINAIA DI MORTI, OSPEDALI IN TILT E BACKOUT A OLTRANZA

Gennaio 10th, 2026 Riccardo Fucile

CI MANCAVA PURE IL FIGLIO DELLO SCIA’ DI PERSIA CHE SI DICE PRONTO A TORNARE

«Morte a Khamenei». Proseguono le proteste in Iran, tra repressione e sangue, con centinaia di morti e feriti. Solo sei ospedali della capitale avrebbero registrato almeno «217 morti» tra i manifestanti, per lo più giovani, molti dei quali colpiti da proiettili veri. Lo ha dichiarato un medico di Teheran alla rivista Time. Ma i numeri non sono ancora definitivi e l’agenzia di stampa statunitense Human Rights Activists News Agency afferma che il numero delle vittime delle proteste in Iran è salito almeno a 65. Il sistema sanitario è sotto pressione estrema. Secondo quanto riferiscono i medici e gli assistenti sociali di due ospedali iraniani contattati dalla Bbc, le strutture sono «sopraffatte» dai feriti. All’ospedale Farabi, principale centro oculistico della capitale, i ricoveri e gli interventi non urgenti sono stati sospesi e il personale richiamato a gestire i casi di emergenza. Un medico di Shiraz ha confermato la carenza di chirurghi per far fronte all’afflusso, con molti pazienti colpiti
alla testa e agli occhi.
Blackout da oltre 36 ore
Il blackout nazionale di internet imposto dalle autorità iraniane, ormai in vigore da oltre 36 ore, complica ulteriormente la diffusione delle informazioni, come segnala l’osservatorio NetBlocks. Intanto, dalla comunità internazionale arrivano messaggi di sostegno ai manifestanti. «Gli Stati Uniti sostengono il coraggioso popolo iraniano», ha scritto su X il segretario di Stato Marco Rubio.
Il figlio dello Scià «pronto a tornare»
Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià di Persia, ha sollecitato stamattina con un videomessaggio online uno sciopero generale. «Sono certo che, rendendo la nostra presenza in piazza più concentrata e, allo stesso tempo, interrompendo i canali finanziari, rovesceremo completamente la Repubblica Islamica e il suo logoro e fragile meccanismo di repressione». Il videomessaggio è stato riportato dalla tv pubblica israeliana Kan. «Invito i lavoratori e gli impiegati dei settori chiave dell’economia, in particolare nei trasporti, nel petrolio, nel gas e nell’energia ad avviare un processo di sciopero a livello nazionale. Chiedo inoltre a tutti voi di scendere in piazza oggi e domani dalle 18 con bandiere, immagini e simboli nazionali e di occupare gli spazi pubblici. Il nostro obiettivo non è più solo scendere in piazza, ma prepararci a occupare e difendere i centri cittadini», ha detto. Pahlavi ha inoltre chiesto di prepararsi a rimanere in piazza a lungo e di fare scorta di provviste. «Mi preparo anche a tornare in patria e a essere con voi”
(da Open)

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GLI EQUILIBRISMI DI UNA EX PROVOCATRICE

Gennaio 10th, 2026 Riccardo Fucile

QUANDO A DESTRA SI DICEVA “NON VOGLIAMO MORIRE DEMOCRISTIANI”, ORA TUTTO FA GIOCO PUR DI NON PERDERE LA POLTRONA

Si può solo immaginare la fatica di rimettere a sistema, almeno a parole, un Occidente, un’Europa, un’Italia attraversati da conflitti vertiginosi, un Donald Trump partito alla conquista della Groenlandia, un Macron diventato stella dei Volenterosi dell’Unione, una Lega che vuol mettere fiori nei cannoni di Crosetto e della Nato, un’economia ferma allo zero virgola e pure le paure di un referendum che vai a vedere come va a finire. È lo sforzo che ha affrontato Giorgia Meloni nella sua quarta conferenza stampa di inizio d’anno: riannodare filo dopo filo la fune da equilibrista su cui ha camminato finora, trovare il modo di percorrerla fino alle prossime Politiche e al tempo stesso offrirla come cima di sicurezza a un’opinione pubblica spaventata dai cambiamenti del mondo.
Scordarsi la battutista, la provocatrice, quella che non le manda a dire agli avversari. Ne è rimasto appena il lampo nelle risposte più arrabbiate ai giornalisti giudicati ostili. Per il resto, calma e gesso. Le minacce americane alla Danimarca sono solo «metodi molto assertivi per indicare l’importanza strategica dell’area artica». Le sparate di Donald Trump contro il diritto internazionale non sono condivisibili, ma meglio «guardare le luci piuttosto che le ombre». La legge elettorale deve essere condivisa perché conviene pure alle opposizioni. Il referendum sulla riforma del Csm non porterà scossoni, non ci saranno dimissioni se la maggioranza perde né elezioni anticipate se vince. La Presidenza della Repubblica non è nei piani per il futuro, piuttosto «vorrei lavorare pagata per Fiorello», e su tutto il resto – sicurezza, lavoro, salari, casa – ci sono piani, progetti, cambi di passo alle porte.
L’incontro-fiume con la stampa ha fornito comunque risposte su tre elementi centrali dell’identità del centrodestra. Il primo sono i rapporti con il mondo Maga, che fino al settembre scorso, fino all’omicidio di Charlie Kirk e alla sua celebrazione senza precedenti nel Parlamento italiano, sembravano un riferimento di primo piano per la maggioranza, una medaglia da appuntarsi al petto. Quel tipo di emozione è alquanto scemato. Il rapporto con Trump comincia ad essere vissuto come un problema e la premier preferisce semmai esibire la sua capacità di dirgli no quando serve, come è successo con la dichiarazione europea sulla Groenlandia, e richiamarsi al pensiero di Mattarella sulle direttrici di politica estera (assai severo verso certe esondazioni della Casa Bianca contro l’Europa e gli organismi internazionali).
Poi c’è la questione sicurezza, fonte principale delle fortune della destra, alquanto appannata dagli ultimi episodi di cronaca, e anche lì si comincia a intuire la tattica per la prossima campagna elettorale: spostare la responsabilità sulle toghe più che produrre nuovi provvedimenti-choc (al massimo una mini-norma sui coltelli ai minorenni).
Si dovrà attribuire ogni disgrazia alla scarsa collaborazione della magistratura, alle scarcerazioni improvvide e a una presunta indifferenza dei giudici alle esigenze “law and order” del Paese
che rende «vano il lavoro delle forze dell’ordine e del Parlamento». Qui la destra punta soprattutto ad arginare il fuoco amico della concorrenza leghista. Ieri Meloni aveva appena finito di parlare che entrambi i capogruppi del Carroccio, Riccardo Molinari e Massimiliano Romeo, già la incalzavano: se ha tanto a cuore la questione perché sta riducendo il contingente militare della missione Strade Sicure? Ecco, domande come queste vanno eluse con abilità. E la linea è: abbiamo fatto quel che dovevamo, non è colpa nostra se tanti delinquenti restano a piede libero.
La terza sterzata riguarda un ambito più generale, i toni, i modi, le facce. La campagna elettorale 2027 non potrà essere giocata sulle pulsioni dell’Italia arrabbiata e in cerca di cambiamenti radicali. Presentarsi come fattore di protezione rispetto alle incertezze del mondo e a un’alleanza Pd-M5S presentata come un salto nel buio diventa l’obiettivo. E dunque: farsi campioni di continuità dopo essere stati protagonisti di clamorosi strappi. Rassicurare gli elettori dopo averli galvanizzati, elettrizzati, spinti al conflitto contro un intero sistema politico-culturale. Coltivare l’immagine dei prudenti timonieri dopo aver esaltato l’avventura di un cambio radicale di prospettiva al seguito dei sovranismi internazionali, cercando peraltro di non perdere il consenso di chi ancora ci crede. È questa la nuova fune che Meloni deve intrecciare per arrivare al bis in equilibrio, evitando scivoloni pericolosi per il consenso: ieri ha cominciato a farlo.
(da La Stampa)

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MELONI. IL POTERE RACCONTATO COME UNA TELEVENDITA

Gennaio 10th, 2026 Riccardo Fucile

SLOGAN PRONTI, RESPONSABILITA’ ASSENTE

Giorgia Meloni si presenta in conferenza stampa come se fosse sul palco di una televendita: voce ferma, slogan pronti, responsabilità assenti. Il governo, ancora una volta, è un dettaglio secondario rispetto alla sua narrazione personale.
La bugia più grave riguarda il caso Paragon. Alla domanda elementare – che cosa sta facendo il governo per chiarire uno spionaggio che coinvolge giornalisti e cittadini – Meloni risponde spostando tutto su di sé. «La spiata sono io». È il solito ribaltamento della realtà.
Non solo perché nessuna evidenza la riguarda, ma perché serve a cancellare il punto. È il suo metodo, sempre: chiagnere e fottere. Poi c’è la libertà di stampa, evocata come una bandiera mentre viene svuotata nei fatti. Meloni sostiene che l’Italia punirebbe già le querele temerarie. Ma non esiste una legge specifica. La direttiva europea viene recepita senza volontà di protezione reale, mentre ministri e maggioranza continuano a usare le cause come clava. Una premier allergica alle conferenze stampa che finge di difendere i giornalisti mentre governa un sistema che li logora per anni in tribunale.
Sulla sicurezza, il copione diventa grottesco. Arresti e sequestri vengono messi in vetrina come meriti dell’esecutivo, mentre i fallimenti vengono scaricati sui giudici. L’esempio dell’imam di Torino viene citato come “pericolosità provata”, quando procure e Corti hanno stabilito l’opposto. Qui la bugia è giuridica prima ancora che politica: si spaccia una valutazione amministrativa per una prova giudiziaria. E così lo stato di diritto finisce ridotto a slogan.
Infine l’economia. Crescita evocata per fede, salari raccontati come in ripresa, potere d’acquisto gonfiato a colpi di dichiarazioni. I dati dicono stagnazione industriale, stipendi reali erosi, occupazione sostenuta dagli ultracinquantenni e aumento degli inattivi. Meloni non governa questi numeri: li aggira, li piega, li nega.
La conferenza stampa non è stata un confronto. È stata un esercizio di autoassoluzione. Le domande cercavano atti, tempi, responsabilità. Le risposte hanno offerto vittimismo, propaganda, spostamenti di campo. È il tratto costante di un potere che tollera il contraddittorio solo come scenografia. E la democrazia resta fuori dall’inquadratura. Insieme alla realtà.
(da lanotiziagiornale.it)

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AVVERTITE SALVINI, RICOMINCIA LA CAMPAGNA ACQUISTI DI TAJANI: DUE DEPUTATI DELLA LEGA SAREBBERO PRONTI A PASSARE IN FORZA ITALIA, ATTILIO PIERRO E DAVIDE BERGAMINI

Gennaio 10th, 2026 Riccardo Fucile

POCO MENO DI UN ANNO FA, AVEVA FATTO LA STESSA COSA DAVIDE BELLOMO… NELLA SFIDA TRA I DUE PARTITI, TESTA A TESTA NEI SONDAGGI, SI APRONO LE DANZE IN VISTA DELLE ELEZIONI DEL 2027

Anno nuovo, partito nuovo. In casa Lega e Forza Italia si rincorrono le voci di nuovi cambi di casacca, con due deputati del Carroccio pronti a transitare fra gli azzurri: il campano Attilio Pierro e l’emiliano Davide Bergamini. Poco meno di un anno fa, aveva fatto la stessa cosa il marchigiano Davide Bellomo.
«Non c’è nulla di definito, certo registro attenzione generale nei nostri confronti», dice il capogruppo forzista alla Camera, Paolo Barelli.
Di certo avviandoci veloci verso la fine della legislatura (2027) ognuno comincia a fare i suoi calcoli per le prossime elezioni. E Fi sembra passarsela un po’ meglio rispetto alla Lega, perlomeno secondo i sondaggi.
Comunque, se effettivamente la coppia leghista passasse a Fi, per il partito guidato da Antonio Tajani sarebbe un piccolo record: il gruppo che da inizio legislatura ha conquistato più parlamentari, cioè 13, e perdendone nessuno.
Il fenomeno generale del trasformismo è comunque in radicale diminuzione rispetto alla scorsa legislatura, quando l’iniziale gruppone del M5S (primo partito nel 2018) si scompose sin da subito, con eletti finiti in altri partiti, da destra a sinistra; oppure crearono nuovi gruppi.
Anche in questa legislatura Openpolis tiene fedelmente il conto dei passaggi da un gruppo parlamentare all’altro e i numeri sono davvero limitati: la coalizione di maggioranza ha guadagnato sei
seggi alla Camera, quattro al Senato.
Sia alla Camera che al Senato l’indice di compattezza – cioè quanto i parlamentari di maggioranza e opposizione hanno partecipato alle votazioni e quanto hanno votato in linea con il proprio schieramento – premia il centrodestra: 64,2 contro il 62,9 a Montecitorio, 72,6 contro il 66 per cento a Palazzo Madama.
(da La Repubblica)

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NEL SUO ATTUALE CORSO ACCELERATO DI DEMOCRISTIANERIA APPLICATO ALLA REALPOLITIK, LA DUCETTA HA FATTO UN MONUMENTO DI SALIVA A QUEL ‘’MIRACOLO’’ BIPEDE DI ANTONIO TAJANI

Gennaio 10th, 2026 Riccardo Fucile

UN MESSAGGIO DIRETTO ALLA FAMIGLIA BERLUSCONI CHE, UN GIORNO SÌ E L’ALTRO PURE, ANNUNCIA IL “LARGO AI GIOVANI”: CARA MARINA, DOLCE PIER SILVIO SU, FATE I CARINI, NON MI FATE FUORI L’UNICO SEGRETARIO DI PARTITO ORGOGLIOSO DI ENTRARE A PALAZZO CHIGI CON IL TOVAGLIOLO SUL BRACCIO, MA DOVE LO TROVO UN ALTRO MAGGIORDOMO COSÌ? ”

A volte non dire nulla è la migliore risposta. Il silenzio non può essere frainteso, soprattutto se viene dedicato a un partner che rimane determinante per la vita del tuo governo. Se Salvini non se l’è filato di pezza, relegato sullo sfondo della conferenza stampa (si fa per dire: è inconcepibile che un giornalista non possa fare un follow-up alla risposta) replicando a una domanda sul filo-putinismo del leader della Lega, sezione Mosca.
Per la terza e turbolentissima gamba del suo governo, Lady Macbeth si è limitata a mollare un paio di siluri XMas nel fondoschiena del vice segretario del Carroccio Robertino Vannacci, l’unico Generalissimo che vuole fare l’amore ma non la guerra e guai se gli parlate di Riarmo, Difesa, eccetera.
Però, nel suo attuale corso accelerato di democristianeria applicato alla realpolitik, la Ducetta magari ha fatto tesoro dell’ammonimento di Marcello Veneziani (“C’è Meloni, c’è solo lei, il resto è contorno di comparse”) e si è gettata a fare un monumento di saliva a quel ‘’miracolo’’ bipede di Antonio Tajani.
Un messaggio ovviamente diretto alla Famiglia Berlusconi che, un giorno sì e l’altro pure, annuncia il “largo ai giovani”, fuori i settantenni, auspicando l’arrivo di un leader capace di tenere a bada i diktat della Fiamma Magica.
Una tale dichiarazione di amour fou agli eredi del partito fondato e (questo davvero un miracolo!) mantenuto in vita dall’Alto del Ciel dalla buonanima del Cavaliere, che si può tradurre così: cara Marina, dolce Pier Silvio su, fate i carini, non mi fate fuori l’unico segretario di partito orgoglioso di entrare a Palazzo Chigi col tovagliolo sul braccio… ma dove lo trovo un altro maggiordomo così? Già ho tra i piedi quel rompicojoni non-stop di Salvini, su lasciate al suo posto Antonio bello…
(da Dagoreport)

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LA MORALE DEL CARCIOFO: MA CHE MONDO IMMAGINA MELONI?

Gennaio 10th, 2026 Riccardo Fucile

UN MONDO DOVE L’UOMO SI RIUNISCE IN BRANCO

Dalla conferenza stampa della presidente Meloni è uscita chiara, coerente e spaventosa la morale del “carciofo”, che può sedurre nell’immediato ma porta soltanto alla tragedia della guerra.
Cosa è la morale del carciofo? Il mix tra “deterrenza” e “interesse nazionale”.
La parola deterrenza è stata usata con entusiasmo da Meloni che ha raccontato di essersi recentemente appassionata alla sua etimologia, scoprendo che il termine arriva dal latino e indica la capacità di tenere lontana (una minaccia) facendo paura. Ha ribadito con forza la presidente Meloni che è precisamente con la deterrenza che si costruisce la pace e non con la debolezza, cioè la “pace” sarebbe la diretta ed esclusiva conseguenza della capacità di intimorire sempre e chiunque possa rappresentare una minaccia.
Minaccia a cosa? All’interesse della nazione, cioè l’interesse di un gruppo identificato in maniera univoca, come se su ciascun individuo fosse stampato da qualche parte il medesimo codice a barre, che in quanto tale ha interessi specifici, non coincidenti con quelli degli altri gruppi, il che rende possibile che nascano conflitti per i quali appunto è meglio prepararsi sprigionando una irresistibile forza di intimidazione che suggerisca ai gruppi diversi dal proprio atteggiamenti che virino dal prudente al servile. A seconda di quanto impressionante sia la capacità di “deterrere”.
Ma che mondo ha in mente Meloni? Un mondo nel quale “l’uomo è lupo per l’uomo” e non può fare niente di meglio che riunirsi in branco per sopravvivere, contendendo territori di caccia e altre risorse fondamentali. Il mondo dei branchi è proprio quello che hanno in testa i nazionalisti, come lei e Trump, Netanyahu, Putin, Orban, Le Pen, Abascal (etc): un mondo dove ciascuno sta al proprio posto, digrignando i denti verso gli altri, preventivamente. E’ il mondo sognato dal neonazista stragista Breivik che sterminò nel 2011 a sangue freddo 69 tra ragazzi e ragazze della gioventù labourista
norvegese ad Utoya, che avevano ai suoi occhi la colpa gravissima di lavorare per un mondo fondato su una società aperta, inclusiva, laica e democratica. Lo stesso sangue freddo con il quale gli agenti dell’Ice hanno assassinato a Minneapolis la poeta Renee Nicole Good e per la stessa, inconfessabile, colpa gravissima
Chissà se Meloni, appassionata neofita di etimologie, abbia mai letto da qualche parte che “carciofo” non è soltanto il termine con il quale si può sintetizzare la convergenza infausta tra “deterrenza” e “branco/nazione”, ma è anche la parola che in dialetto siciliano identifica la mafia: “cosca”. La “morale del carciofo” è precisamente quella che ha storicamente fondato e alimentato il modo di stare al mondo delle mafie: cosche appunto con riferimento alle foglie del carciofo che in maniera plastica, raccogliendosi strettamente le une attorno alle altre e terminando con poco rassicuranti, lunghe spine rivolte verso l’esterno, contro ogni forestiero, raccontano di una filosofia di vita basata su identità e intimidazione.
La pace mafiosa questa è sempre stata, e per i mafiosi non ce n’è un’altra possibile, pena la dissoluzione stessa della mafia. Così i più attenti osservatori stanno spiegando le “sparate” allo Zen di Palermo: vecchi arnesi mafiosi, detenuti o ai domiciliari, starebbero armando mani bambine per far tornare alla mente dei più il vecchio, schifoso, adagio: “Però quando c’era la mafia queste cose non succedevano!”. Alimentare il disordine per far rimpiangere chi a suon di “ceffoni” sapeva mantenere l’ordine, quello dell’ubbidienza e della omertà. Puro marketing mafioso. Quello di chi intimidisce gli oppositori e pratica le esecuzioni
extragiudiziali: da Matteotti a Renee Nicole Good, il filo nero è lo stesso.
Davvero è questo l’unico mondo possibile? Davvero è soltanto la deterrenza a costruire pace? Davvero non c’è altro oltre la “morale del carciofo” che accomuna sovranisti, razzisti, guerrafondai e mafiosi?
Tornano ancora una volta alla mente le parole altrettanto chiare e forti di un senza-potere come don Milani: “Se voi avete il diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri, allora io dirò che nel vostro senso, io non ho patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni sono la mia patria, gli altri i miei stranieri.” Sono parole che valgono voti? Di solito, e per poco tempo, soltanto dopo l’inferno di una guerra. A noi fare eccezione.
(da agenzie)

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