Gennaio 11th, 2026 Riccardo Fucile
ALL’APERTURA DELLA CAMPAGNA REFERENDARIA PER IL NO RIPRENDONO LE PROVE D’INTESA TRA SCHLEIN E CONTE CHE DENUNCIANO IL “TRUMPISMO” DELLA DUCETTA
«La democrazia non è un assegno in bianco per cinque anni nelle mani di chi prende un voto in
più». Elly Schlein dal palco del Centro congressi Frentani amplia la battaglia sul referendum a una lotta a tutto campo a Giorgia Meloni. Il Comitato della società civile per il No, presieduto da Giovanni Bachelet, offre il pubblico perfetto per aprire la campagna di primavera delle opposizioni.
La scommessa sulla politicizzazione della sfida sulla separazione delle carriere ha bisogno di un fronte più ampio, lo sanno tutti i
protagonisti della campagna, primi fra tutti i leader del campo largo. Di conseguenza si punta forte sul disegno complessivo delle riforme meloniane, che per le opposizioni porta. Insomma, in gioco c’è il futuro della democrazia.
La deriva del governo, spiegano Schlein e Giuseppe Conte, s’incastona perfettamente nella visione del mondo degli amici sovranisti di Giorgia Meloni. Dove l’esecutivo usa la forza sui cittadini come a Minneapolis nel caso di Renee Nicole Good ci vuole un giudice, dice Schlein. «Siamo di fronte a un diritto internazionale che non esiste più, sostituito dalla legge del più forte» aggiunge Conte. Tradotto: non esiste più il diritto internazionale, figurarsi quello nazionale.
Dopo il gelo di dicembre, quando i due leader si erano allontanati dopo lo screzio sull’invito al triello ad Atreju da parte di Meloni e le divergenze sulla leadership, l’apertura della campagna referendaria è stata l’occasione di riaprire un canale diretto. Dopo un breve colloquio con Nicola Fratoianni, quando il leader M5s è sceso dal palco, in conclusione del suo intervento, Schlein è andata da lui, lo ha salutato e gli ha rivolto un «bravo».
Nel merito, la parola d’ordine è “contestualizzare”, allontanarsi dal merito e mobilitare l’elettorato sulla contrapposizione a Meloni. Per la segretaria dem, la riforma non migliora l’efficienza della giustizia né separa davvero le carriere. «Serve a chi sta già al governo che vuole le mani libere perché si ritiene al di sopra delle leggi e della Costituzione» continua Schlein, che stigmatizza gli attacchi di Meloni alla magistratura. «Loro gridano al complotto ma mi sento di dire che non è colpa dei
giudici se questo governo non sa scrivere le leggi».
Una riforma improntata come le altre norme meloniane alla «mania di controllo». All’orizzonte, standard ungheresi, polacchi o americani. «Quando l’abuso della forza da parte dello Stato arriva ad uccidere poeti, come è successo con Renee Nicole Good, e quel governo parla di legittima difesa, ci vuole un giudice indipendente e imparziale che possa far giustizia. È proprio l’esempio del perché questa riforma è rischiosa per le cittadine e per i cittadini e non per altri».
Conte nel suo intervento insiste sul principio della legge uguale per tutti. La riforma «è il ritorno della casta dei politici, degli intoccabili, di chi vuole avere le mani libere per poter agire e non rispondere a nessun contropotere» ha detto il presidente del Movimento 5 stelle.
«Dovremo far capire che i cittadini diventeranno tutti di Serie B rispetto invece ai “privilegiati” della giustizia che sono politici, colletti bianchi e imprenditori amici». Anche Conte insiste sul desiderio di Meloni di eliminare i contropoteri e veleggiare verso l’impunità. Inaccettabile, per Conte: «Anzi, io che sono un politico e ho un incarico pubblico sono investito di una maggiore responsabilità e devo rendere conto dell’operato e del rispetto delle leggi in modo ancora più trasparente»
A scaldare la platea c’è anche Maurizio Landini. Il segretario della Cgil è preoccupato dall’astensione e ribadisce in ballo c’è la difesa del futuro della democrazia. Per lui il rischio è nell’astensionismo, mentre da parte del governo per il segretario «una gestione autoritaria del governo del nostro paese è già in campo». Sul palco sfilano le associazioni che si sono già
espresse a sostegno del Comitato della società civile per il No: Acli, sindaci, associazioni studentesche, Udu, Legambiente e tanti altri.
E poi, le voci dei singoli: il magistrato Gherardo Colombo, il conduttore di Report Sigfrido Ranucci, il premi Nobel Giorgio Parisi, lo scrittore Maurizio De Giovanni e il sindaco di Benevento Clemente Mastella. Sul futuro della democrazia torna anche Tomaso Montanari, il rettore dell’Università per stranieri di Siena, che raccomanda di non lasciare «a chi ha il monopolio della forza anche quello sulla verità». Anche perché, spiega, la riforma equivale a una richiesta di «pieni poteri». Il Papeete di Meloni.
(da Domani)
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Gennaio 11th, 2026 Riccardo Fucile
PER HEAKEY, PUTIN MERITA DI ANDARE IN GALERA PER “CIÒ CHE HO VISTO A BUCHA (DOVE I CIVILI SONO STATI MASSACRATI DALL’ESERCITO RUSSO)” E PER IL RAPIMENTO DEI BAMBINI UCRAINI” – “PUTIN È UN UOMO CHE DEVE ESSERE FERMATO”
Il ministro della Difesa britannico John Healey ha dichiarato che “rapirebbe” Putin e lo riterrebbe responsabile dei crimini di guerra in Ucraina. Le dichiarazioni sono state rilasciate venerdì durante la sua visita a Kiev, dopo che Mosca ha lanciato ulteriori attacchi missilistici su Kiev e altre città ucraine.
Alla domanda del Kyiv Independent se rapirebbe qualche leader mondiale, Healey ha risposto che “prenderebbe Putin in custodia e lo riterrebbe responsabile dei crimini di guerra”.
Ha citato “ciò che ho visto a Bucha durante una delle mie prime visite in Ucraina” e il rapimento di “alcuni dei bambini ucraini che ho incontrato nella [città di] Irpin”.
Nel 2022, dopo la ritirata delle forze russe dalla loro iniziale avanzata verso la capitale Kiev, a Bucha sono state scoperte fosse comuni. Indicando gli edifici distrutti in Ucraina, Healey ha affermato che “questo la dice lunga sul presidente Putin e sulla sua determinazione non solo a dichiarare guerra all’Ucraina, ma anche a prendere di mira i civili, le città e le
infrastrutture da cui la popolazione dipende in modo assolutamente cruciale in pieno inverno.
“Questo è un uomo che deve essere fermato. Questa è una guerra che deve essere fermata. E la nostra missione è sostenere l’Ucraina nella sua lotta odierna e contribuire a garantire la pace per il momento”.
(da agenzie)
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Gennaio 11th, 2026 Riccardo Fucile
SCOPPIA LA RIVOLTA IN FORZA ITALIA E LEGA. LA MARETTA CRESCE ANCHE DENTRO FRATELLI D’ITALIA ANCHE SE ALLA FINE NESSUN MELONIANO SI RIBELLERÀ ALLE RICHIESTE DELLA SORA GIORGIA … LA RIVOLTA DEI PARLAMENTARI DI MAGGIORANZA FARÀ SÌ CHE LA RICHIESTA DI AUTOTASSARSI SARÀ SOLO “VOLONTARIA”
Mille euro. A testa. Chiesti a tutti i 360 parlamentari di centrodestra per finanziare il comitato del
“Sì” alla riforma sulla separazione delle carriere coordinato da Palazzo Chigi e guidato dall’ex direttore del Giornale Alessandro Sallusti e dall’ex giudice costituzionale Nicolò Zanon.
Obiettivo: racimolare mezzo milione di euro per pareggiare la campagna dell’Anm. È questa la principale preoccupazione che in queste ore circola tra gli eletti di maggioranza di centrodestra: nessuno vuole versare la quota da mille euro una tantum per la campagna referendaria, che si aggiunge a quella che ogni mese
gli eletti versano ai rispettivi gruppi parlamentari (mille Fratelli d’Italia, 1.845 la Lega e 900 di Forza Italia). Il “no” ufficioso è già arrivato da Forza Italia: i parlamentari azzurri non hanno intenzione di autotassarsi per finanziare un comitato sostanzialmente guidato da Fratelli d’Italia che punta a evitare esponenti politici ed escludere gli alleati dalle scelte del comitato.
Giovedì mattina il segretario di Forza Italia Antonio Tajani ha riunito i colleghi di partito, a partire dai responsabili dei comitati azzurri Giorgio Mulè, Enrico Costa e Pierantonio Zanettin, ed è stata ipotizzato un contributo di 500 euro ma solo per sostenere il comitato azzurro che ha tra le principali testimonial Francesca Scopelliti, già compagna di Enzo Tortora.
I forzisti organizzeranno anche cene ed eventi di autofinanziamento e un sostegno economico per la campagna referendaria arriverà anche dal partito, senza escludere un contributo della famiglia Berlusconi (magari anticipato rispetto ai 500 mila euro che arrivano ogni anno dai figli prima dell’estate).
Di certo, però, gli azzurri non sosterranno economicamente il “comitatone” governativo.
Anche nella Lega in queste ore non hanno apprezzato la richiesta – per il momento ufficiosa – che è arrivata dai vertici di Fratelli d’Italia. I leghisti possono contare sulla consigliera del Csm Claudia Eccher (già avvocata di Matteo Salvini) che è una delle testimonial principali del “Sì”, ma si sono visti bocciare alcuni nomi che avrebbero voluto tra i “costituenti” del comitato. Maretta che in queste ore sta crescendo anche dentro Fratelli
d’Italia anche se alla fine nessun meloniano si ribellerà alle richieste della “capa”. La rivolta dei parlamentari di maggioranza quindi farà sì che la richiesta di autotassarsi sarà solo “volontaria”, cioè chi vuole darà una somma.
Ed è proprio la questione dei soldi che sta frenando in queste ore il comitato del “Sì” governativo alla riforma sulla separazione delle carriere.
Per gli spot, i manifesti e gli eventi della campagna referendaria servono i finanziamenti e senza il contributo dei parlamentari i promotori sono alla ricerca di contributi di privati, a partire da imprenditori vicini al governo e al fronte del “Sì” alla riforma.
Una questione non secondaria perché la decisione di anticipare la data al 22-23 marzo – annunciata venerdì in conferenza stampa dalla premier Giorgia Meloni e che sarà ufficializzata domani in Consiglio dei ministri – ha creato un paradosso: i comitati dovranno accelerare la campagna referendaria che si svolgerà tutta tra inizio febbraio e inizio marzo rispettando le regole della par condicio (che scatterà dall’indizione dei comizi referendari da parte del presidente della Repubblica Sergio Mattarella).
Dunque i maggiori investimenti per eventi, spot e manifesti dovrà essere fatta a inizio febbraio per permettere al comitato del “Sì” di far partire la comunicazione referendaria. Finora, invece, tutto è stato fatto a costo zero con post e video di propaganda gestiti da Fratelli d’Italia.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Gennaio 11th, 2026 Riccardo Fucile
POI LA TENNISTA UCRAINA ACCUSA: “OGNI GIORNO VIVO CON IL DOLORE NEL CUORE. CI SONO MIGLIAIA DI PERSONE SENZA LUCE E ACQUA CALDA IN QUESTO MOMENTO. FUORI CI SONO -20 GRADI. MIA SORELLA DORME SOTTO TRE COPERTE A CAUSA DEL FREDDO CHE FA A CASA. SONO STATA INCREDIBILMENTE COMMOSSA E FELICE DI VEDERE COSÌ TANTE BANDIERE UCRAINE”
Sul campo ha vinto ancora Aryna Sabalenka, ma il gelo fra la numero 1 al mondo e Marta Kostyuk prosegue. La finale del Wta Brisbane ha premiato la bielorussa, anche se a fine match le due non si sono strette la mano e non si sono fatte fotografare assieme, come da precisa volontà di Kostyuk che nel suo discorso post-partita ha toccato temi commoventi come la situazione della sua Ucraina, senza però complimentarsi con l’avversaria per la vittoria.
Brisbane non è altro che un nuovo episodio nella particolare sfida Sabalenka-Kostyuk. Nel suo discorso al termine della finale la tennista ucraina non ha citato la propria avversaria, ma ha approfondito il doloroso tema della guerra nel suo Paese: “Ogni giorno vivo con il dolore nel cuore. Ci sono migliaia di persone senza luce e acqua calda in questo momento. Fuori ci sono -20 gradi. È molto doloroso vivere questa realtà ogni giorno. Mia sorella dorme sotto tre coperte a causa del freddo che fa a casa. Sono stata incredibilmente commossa e felice di vedere così tante bandiere ucraine questa settimana”.
Applausi a scena aperta, ma nessun complimento alla tennista che l’aveva appena sconfitta.
(da agenzie)
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Gennaio 11th, 2026 Riccardo Fucile
ELON MUSK RETWITTA IL CEO DELL’AZIENDA, MATTHEW PRINCE E METTE NEL MIRINO L’AUTHORITY: “CHI C’È IN QUESTO COMITATO?”
Google e Cloudflare, due giganti del web e due decisioni opposte. La prima ha scelto di adeguarsi
recependo i blocchi della piattaforma antipirateria Piracy Shield, la seconda invece ha deciso di combattere per la libertà di internet, definendo il blocco di IP e DNS una forma di censura.
Una scelta che le è costata 14 milioni di euro di multa da parte di Agcom per violazione della legge antipirateria.
Cloudflare, nelle scorse ore, ha risposto per mano del suo CEO e fondatore Matthew Prince alla sanzione con una dichiarazione molto polemica diretta soprattutto ad Agcom, nella quale minaccia non solo battaglia ma anche di ritirare investimenti e servizi dal’Italia.
Una scintilla che ha fatto scoppiare una bomba: tantissimi, da Elon Musk a David Heinemeier Hansson, creatore di Rails e nome molto noto in rete hanno dato supporto a Prince che ha provato, nella sua dichiarazione, a coinvolgere anche l’amministrazione Trump tramite il vicepresidente Usa Vance per trasformare la multa in un vero e proprio caso diplomatico.
Ci sono due aspetti da chiarire: la dichiarazione di Prince è contro Agcom, che tuttavia non ha fatto altro che applicare una legge italiana. Il problema va quindi risolto alla fonte: la legge antipirateria, con i diversi emendamenti pubblicati successivamente, ha allargato il suo raggio di azione dai soli provider alle CDN e ai DNS, includendo quindi negli organismi che devono effettuare i blocchi anche colossi come Cloudflare o Google.
Il secondo è che la critica è rivolta non tanto alla piattaforma, perché lo stesso Prince dice che “Crediamo che l’Italia, come tutti i paesi, abbia il diritto di regolamentare i contenuti sulle reti all’interno dei propri confini” ma al modo in cui verrebbe chiesto che fosse applicata, quindi con un blocco che varrebbe ovunque, anche fuori dai confini italiani.
Va detto tuttavia Google ha applicato i blocchi, ma lo ha fatto gestendo la provenienza della richiesta in modo tale che solo chi risiede in Italia e usa i suoi DNS vede certi siti bloccati.
Cloudflare tecnicamente potrebbe fare qualcosa di simile a Google, ma ha scelto di non farlo perché le conseguenze sarebbero molto più gravi, sia sul piano giuridico sia su quello strutturale di Internet.
Google, nel rapporto con Piracy Shield, ha adottato una strategia di contenimento del danno: eventuali interventi sono stati limitati
come abbiamo scritto sopra al solo territorio italiano, senza modificare il comportamento globale del DNS pubblico 8.8.8.8, senza accettare automatismi ciechi e senza applicare blocchi validi fuori dalla giurisdizione nazionale.
In altre parole, Google ha operato come fornitore di servizi, già abituato a filtrare contenuti su base nazionale (Search, YouTube, Ads), e ha mantenuto una separazione netta tra Italia e resto del mondo.
Cloudflare, invece, opera a un livello completamente diverso. Non è solo un fornitore di servizi, ma un’infrastruttura globale condivisa: CDN, DNS (1.1.1.1), protezione DDoS, reverse proxy e terminazione TLS convivono sullo stesso stack.
Accettare blocchi DNS, anche solo “per l’Italia”, su segnalazione amministrativa e senza supervisione giudiziaria, significherebbe creare un precedente valido per qualunque Paese. Una volta accettato il principio, Cloudflare non avrebbe più basi solide per rifiutare richieste analoghe da governi autoritari.
La differenza fondamentale è sul modello. Google accetta da anni compromessi regolatori perché il suo business non si fonda sulla neutralità assoluta. Cloudflare, invece, si presenta come una sorta di common carrier di Internet: proteggere un sito non significa approvarne i contenuti, e la sua credibilità dipende proprio dal non discriminare. Cedere una volta significherebbe cedere per sempre. La sua posizione non è una quindi una questione di arroganza, ma di sopravvivenza del modello di Internet globale.
(da agenzie)
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Gennaio 11th, 2026 Riccardo Fucile
C’E’ CHI VOMITA A CAUSA DEL TROPPO ALCOL, CHI FUMA E SPEGNE LE SIGARETTE SUI SEDILI E, ANCORA PEGGIO, CHI AGGREDISCE GLI AUTISTI CHE RIMPROVERANO I CAFONI UBRIACHI
A causa degli sciatori ubriachi sui mezzi pubblici dopo le serate dell’après-ski, la provincia di Trento corre ai ripari. Dopo settimane di segnalazioni e un grave episodio di violenza
avvenuto a dicembre, sono allo studio nuove misure per proteggere autisti e passeggeri sulle tratte serali da e per Madonna di Campiglio, come controlli rafforzati e servizi di trasporto dedicati. Il caso che ha fatto esplodere la questione risale a metà dicembre, quando alla fermata di Javrè un giovane ha aggredito due conducenti di «Trentino Trasporti» scesi dalla corriera proveniente da Campiglio.
Violenza che ha portato alla luce un problema ormai quotidiano. Sono tanti, infatti, i gruppi di ragazzi, spesso alterati dall’alcol, che trasformano i bus in un incubo per chi lavora e per chi viaggia. «Siamo costretti a convivere con ragazzi che salgono ubriachi e vomitano a bordo», aveva denunciato Antonio Stedile, autista e rappresentante Uiltrasporti, spiegando che molti colleghi evitano volontariamente quelle corse chiedendo ferie o malattia.
Alla richiesta di intervento avanzata dalla consigliera provinciale Lucia Coppola (Avs), ha risposto in queste ore l’assessore ai trasporti Mattia Gottardi, confermando le «situazioni problematiche» nelle ore serali alle fermate di Campiglio e annunciando un pacchetto di interventi allo studio insieme a prefettura, forze dell’ordine, Trentino Trasporti e amministrazioni locali. Il primo obiettivo è aumentare la sicurezza.
Si punta alla presenza fissa di carabinieri e polizia locale nelle stazioni di Campiglio e Tione, con un presidio visibile che possa fare da deterrente, soprattutto nei weekend. Più complesso invece impedire l’accesso ai bus in base allo stato di alterazione perché selezionare chi sale «sulla base della percezione visiva» è
di fatto impraticabile e giuridicamente rischioso.
Una soluzione intermedia, come ricorda il Corriere del Trentino, è già stata sperimentata durante le festività, ovvero due controllori a bordo dei mezzi, incaricati di gestire l’imbarco e chiamare le forze dell’ordine in caso di problemi. I primi risultati, dice l’assessore, sono «moderatamente confortanti», anche se resta il problema delle condizioni in cui spesso i bus arrivano a fine corsa.
Parallelamente si valuta un cambiamento più strutturale, creare corse dedicate agli avventori dell’après-ski, separandole dal servizio di linea utilizzato da lavoratori e residenti, spesso costretti a viaggiare in mezzo al caos o addirittura a restare a terra
(da Open)
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Gennaio 11th, 2026 Riccardo Fucile
A VOLER ACQUISTARE “LA STAMPA” SARÀ UNA CORDATA NELLA QUALE SONO PRESENTI FONDAZIONI BANCARIE: CI SAREBBERO CONTATTI SIA CON LA FONDAZIONE CRT DI TORINO CHE CON LA FONDAZIONE CASSA DI RISPARMIO DI BIELLA E ANCHE CON LA FONDAZIONE BANCA POPOLARE DI NOVARA
È sempre più probabile che dal tavolo della trattativa fra John Elkann e il miliardario greco
Theodore Kyriakou per la cessione del gruppo editoriale Gedi esca La Stampa di Torino. Secondo quanto risulta ad Open fra la fine dell’anno e questi primi giorni del 2026 c’è stata una importante accelerazione nella trattativa con il gruppo Sae (Sapere aude editori) presieduto da Alberto Leonardis, che sembra preferito in questo momento all’altro pretendente di cui si è a lungo parlato: la cordata veneta guidata dal banchiere (Banca Finint) Enrico Marchi.
Entrambi i gruppi hanno rilevato da Gedi negli anni passati alcune testate locali un tempo appartenute a Finegil, e quindi sono ben conosciuti dal management di Elkann. Entrambi hanno fino a questo momento presentato una manifestazione di interesse non formale, ma è con Sae che è stato fatto qualche passo in più.
Fra lunedì e martedì il gruppo guidato da Leonardis presenterà una proposta di acquisto formale anche se non vincolante a Gedi per l’acquisto de La Stampa. A quel punto gli offerenti potranno entrare formalmente in data room e avviare una due diligence sui conti del quotidiano torinese. Ma già nelle settimane scorse ci sono stati contatti fra i due gruppi e Gedi dopo avere ricevuto la manifestazione di interesse ha inviato a Sae un bilancio consolidato pro forma unico de La Stampa, che riunisce un perimetro oggi diviso in cinque diverse società (il quotidiano vero e proprio, la parte amministrativa dedicata, la parte produttiva con lo stabilimento, la parte digitale e la parte commerciale della A. Manzoni
Nei conti pro forma è indicata anche la consistenza del personale giornalistico, degli operai, degli impiegati e dei commerciali necessari alla vita di quella testata. La proposta di acquisto che verrà formalizzata nelle proprie ore tiene appunto conto di quei dati che però potranno essere verificati in un secondo tempo una volta ammessi in data room per la due diligence. Ma dai tecnici di Sae sono ritenuti già oggi abbastanza attendibili.
Come ha fatto Leonardis con le altre acquisizioni (dal Tirreno, alla Gazzetta di Reggio, alla Gazzetta di Modena, alla Nuova Ferrara, alla Nuova Sardegna fino alla più recente Provincia pavese) sarà una cordata con presenza di soggetti istituzionali come le fondazioni bancarie ad entrare in gioco nell’operazione. Da quel che risulta ad Open ci sono stati contatti in corso sia con la Fondazione Crt di Torino che con la Fondazione Cassa di risparmio di Biella e forse anche con la Fondazione Banca popolare di Novara.
Ai soggetti istituzionali Sae nei prossimi giorni illustrerà il piano industriale per La Stampa che è già stato scritto e presentato a Gedi dopo la manifestazione di interesse. L’intenzione di Sae se l’operazione andrà in porto è quella di rilevare il quotidiano torinese con una nuova società che quindi potrà partire da zero, senza tenere conto del pregresso.
Ad Open Leonardis conferma con una certa prudenza la trattativa con Gedi: «So che ci sono altre manifestazioni di interesse, ma non posso certo dire che siamo favoriti. Solo che fino a qualche tempo fa eravamo sicuramente fuori gioco, e invece oggi siamo in gioco. Quest’anno abbiamo fatto dei bei numeri, abbiamo chiuso con 175,5 milioni di euro di fatturato e con un ottimo Ebidta. È vero che noi abbiamo chiesto e ottenuto i documenti, ed è vero che abbiamo immaginato un piano industriale che potrebbe funzionare».
Leonardis sostiene di essere da sempre innamorato del quotidiano torinese: «Mi piace moltissimo, è il primo che leggo al mattino. E ha anche un marchio di grande prestigio». Sui dettagli però non si sbottona. Certo è anche difficile farlo senza due diligence, e da quel passaggio dipendono anche i tempi della trattativa. Perché quella con i greci entro fine febbraio si chiuderà una volta trovato l’accordo sulla cifra (non è confermata dalle parti quella di 140 milioni di euro fin qui circolata). Ed è possibile che la vendita di La Stampa possa richiedere un pizzico di tempo in più, e quindi essere poi conclusa con la nuova proprietà greca che fin dall’inizio sembrava poco interessata al quotidiano torinese.
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Gennaio 11th, 2026 Riccardo Fucile
L’ESPANSIONE DELLO STATO PADRONE ENTRA NELLE BANCHE, HA UNA BASE LOCALE ENORME CON LE MUNICIPALIZZATE, E NON È PER FORZA UN BENE: LO STATALISMO ALLARGATO SOFFOCA E COMPRIME LA CRESCITA, RITARDA L’INNOVAZIONE E PIEGA IL LIBERO MERCATO ALLE ESIGENZE POLITICHE (VEDI RISIKO BANCARIO) … IL LIBRO DI STEFANO CINGOLANI, “MAL DI STATO”
Estratto da “Mal di Stato. Il ritorno della mano pubblica nell’economia italiana”, di Stefano Cingolani (ed. Rubbettino), pubblicato dal “Foglio”
Si leva in alto il pugno dello Stato padrone e la mano invisibile batte in ritirata. Non è più uno stato di eccezione, non si tratta più soltanto di salvare il salvabile, difendere posti di lavo
intervenire per rimediare ai “fallimenti del mercato”, c’è altro e mette in discussione i principi e le istituzioni fondamentali del sistema liberal-democratico.
Il nuovo Leviatano soffoca le forze di mercato, comprime la crescita, ritarda l’innovazione per piegarla alle sue priorità politiche, ridimensiona il primato della legge, riduce la trasparenza e la responsabilità dei governi, tende ad affermare l’idea che gli eletti dal popolo una volta portati al potere non debbano rispondere che a se stessi.
Il libro ricostruisce la nuova stagione statalista soprattutto in Italia raccontandone le tappe principali e analizzando gli strumenti utilizzati, lucidando vecchi arnesi e inventandone di nuovi. La tesi è che questa restaurazione non funziona ed è destinata al fallimento, ancor più nello specifico caso nazionale. Nel frattempo, però, avrà creato una montagna di guai
Da quando e perché quelli che sembravano pensieri inattuali sono tornati d’attualità? Tre date hanno fatto da spartiacque.
Le Tre date spartiacque: l’11 settembre 2001; il 15 settembre 2008, quando fallisce la Lehman Brothers; l’11 marzo 2020, l’inizio della pandemia prima è l’11 settembre 2001, il giorno in cui finisce l’invulnerabilità della culla della democrazia post-bellica, cioè gli Stati Uniti. A quel punto la sicurezza prende il sopravvento, in America e nel mondo intero, sia sulla libertà individuale sia sullo stesso benessere.
Lehman Brothers
La seconda è il 15 settembre 2008, quando fallisce la Lehman Brothers e alla velocità di un click sulla tastiera si diffonde in tutto il mondo la più grave crisi finanziaria mondiale dopo quella
del 1929. La sicurezza economica va al primo posto, ma a essa si unisce anche la sicurezza politica.
È allora che la Cina si presenta al mondo come il nuovo motore della crescita e il nuovo modello di un sistema alternativo a quello americano e occidentale, un modello in cui lo Stato ha nelle sue mani il destino del popolo (magari è dominato da un solo partito e dal solo comandante in capo) e in cui la politica prevale sulla legge.
La terza data è l’11 marzo 2020, quando l’Organizzazione mondiale della sanità dichiara lo stato di pandemia provocata dal virus Covid-19. A quel punto non sono più in gioco solo la politica, la religione, l’economia ma la vita stessa. La sicurezza diventa prioritaria al punto da ridurre, se non sospendere, la libertà di movimento e con essa altre libertà fondamentali. E lo stato d’eccezione diventa normalità.
Ma perché prendersela con questo nuovo Stato e giudicarlo invasivo? Non è forse vero che il ciclo neoliberista s’è infranto contro l’emergere di forze potenti e minacciose? E non è forse vero che la globalizzazione ha nutrito i suoi nemici? Il fondamentalismo islamico, la Cina come potenza mondiale e sfida al primato americano, il ritorno dell’imperialismo russo, Paesi emergenti che tendono a rifiutare i valori e le politiche dell’ordine occidentale. Tutto ciò richiede un necessario ripensamento. Fino a che punto?
L’Italia interpreta un ruolo importante in questo copione. Giovanni Gentile ha teorizzato lo Stato etico che parte da Hegel e arriva a Mussolini. La Repubblica del dopoguerra ha cancellato la base filosofico-politica, ma ha mantenuto molto di quel
passato.
L’epoca del mercato, delle liberalizzazioni e delle privatizzazioni è durata poco più di un decennio; si dice che sia stata una catena di errori, ma non è vero, è stata una ventata di modernizzazione nelle strutture economiche, nelle regole e nella legislazione. Il suo tramonto è cominciato quando gli equilibri in alcuni settori fondamentali dell’economia e della società sono stati decisi con logiche prevalentemente politiche: le fusioni bancarie del 2006-2007, il duopolio televisivo e la divisione della torta pubblicitaria, le alterne vicende di Telecom che ha cambiato proprietà a ogni cambio di governo, lo stop alla liberalizzazione del mercato del lavoro, le nomine ai vertici delle imprese rimaste nelle mani dello Stato e le loro stesse strategie (per esempio nell’energia con la scelta di privilegiare il gas russo), solo per citare alcuni esempi.
Tuttavia la vera svolta neo-statalista data dalla crisi del debito sovrano nel 2010-2012, quando lo Stato italiano ha rischiato il crac mettendo in pericolo anche l’esistenza dell’euro.
Oggi in Italia le 58 grandi e medie imprese controllate dal Tesoro o dalla Cassa depositi e prestiti, della quale il Tesoro possiede l’82,77 per cento, rappresentano il 15,4 per cento del prodotto interno lordo, il doppio rispetto agli anni ‘70 del secolo scorso, con una capitalizzazione pari a quasi il 28 per cento di quella complessiva della Borsa di Milano.
Impiegano 483 mila addetti, il fatturato per dipendente è stato di 680 mila euro. Ma l’espansione dello Stato padrone va ben oltre, entra nelle banche, ha una vastissima base locale con le cosiddette società municipalizzate, gestisce naturalmente la
distribuzione degli aiuti e dei sostegni pubblici attraverso la spesa pubblica, in particolare quella grande fetta oscura che sono i trasferimenti monetari.
Quali sono le nuove scelte e quali i tentacoli del Leviatano tricolore?
1. Vengono rinnovati strumenti tradizionali, come le aziende a partecipazione statale, le quali hanno un nucleo duro direttamente o indirettamente in mano al governo.
Le istituzioni di mercato come i fondi di investimento, pur possedendo la maggioranza del capitale, diventano sempre meno rilevanti nelle scelte dei vertici e nelle strategie.
2. Assume un ruolo maggiore la Cassa depositi e prestiti, la quale così com’è non può diventare per sua natura una nuova Iri, ma certo ha esteso a macchia d’olio le proprie partecipazioni, assumendosi sempre più il ruolo di agente dell’interesse economico nazionale.
3. È stato introdotto il golden power, uno strumento micidiale utilizzato in modo eccessivo e spesso arbitrario. Nato per difendere imprese strategiche in senso militare o industriale da attacchi “nemici”, esterni all’Ue e legati a governi considerati un pericolo per la sicurezza nazionale, è diventato la leva per imporre a banche e imprese scelte governative maturate secondo logiche politiche.
4. Sono state rinazionalizzate imprese
5. L’intervento del governo nelle logiche di mercato si è tradotto anche in leggi e in prassi che determinano le strategie industriali, la governance interna, la scelta dei manager che dovrebbe spettare ai consigli di amministrazione in ogni azienda privata.
6. È la rivincita del crony capitalism, il capitalismo clientelare, attraverso la scelta di uomini d’affari e soggetti economici “amici”, ai quali affidare patate troppo bollenti sia per il governo, la cui capacità di manovra è comunque limitata (se non altro dai vincoli di bilancio), sia per i clientes che dovrebbero assumersi troppi rischi e impiegare capitale che spesso non posseggono o non vogliono usare.
7. Lo Stato finanziario-industriale entra in contraddizione con la nuova economia italiana che si è creata soprattutto nell’ultimo decennio, quel quinto capitalismo che ha bisogno di uno Stato che ne favorisca le condizioni dello sviluppo, ma non si sostituisca alle imprese violando o determinando le loro scelte. È una delle ragioni che spingono a dire che la restaurazione non funzionerà.
“Bentornato Stato, ma”. Così Giuliano Amato titola provocatoriamente il suo saggio pubblicato nel 2022, edito da il Mulino.
Teniamo conto dell’avversativo che tempera l’affermazione iniziale, ma non possiamo dare il bentornato a uno Stato che interpreta più parti in commedia, è arbitro e giocatore, fa le regole e le usa a suo piacimento, tende a costruire sistemi economico-politici che favoriscono vere e proprie oligarchie il cui compito è fare da sostegno ai governi. Il “complesso militar-industriale” denunciato dal presidente Eisenhower nel suo discorso d’addio alla Casa Bianca è rifiorito in forme nuove, ma in fondo non troppo diverse nella sostanza.
Scrive Amato: “Qual è il punto di approdo, che poi, a sua volta, è un nuovo punto di partenza? È che constatare i fallimenti del
mercato non significa desumere che, quindi, sul mercato non si può più contare. Allo Gli italiani avrebbero bisogno di uno stato meno invasivo, più piccolo ed efficace. Ribaltando D’Azeglio: gli italiani ci sono, bisogna fare l’Italia stesso modo, constatare i fallimenti o, se si vuole, le pecche e le inefficienze dello Stato non significa desumere che dello Stato è bene fare a meno. Realismo vuole che si sia consapevoli dei limiti e dei difetti dell’uno e dell’altro e che si cerchi di porvi rimedio o, meglio, di prevenirne l’emersione, per potersi avvalere, come può capitare, di entrambi senza pagarne i danni”.
È il pensiero di un riformismo moderato messo in un angolo da quella “sconfitta dei mercatisti” la quale ha aperto la strada non a “un’interazione virtuosa tra Stato e mercato”, bensì a uno squilibrio che rappresenta la nuova malattia dei nostri giorni. No, lo Stato non è il benvenuto. Nemmeno con tutti i caveat del Dottor Sottile.
Il libro è diviso in tre parti. Nella prima si torna qualche passo indietro per ricostruire il legame tra politica e affari, tra Stato e mercato, che in Italia parte da lontano. Tre sono le vicende più rilevanti che gettano le loro ombre sul presente: quella che dalla nazionalizzazione dell’energia elettrica arriva alla tragedia Enimont; la seconda riguarda il controllo della Mediobanca e delle Assicurazioni Generali; l’ultima le concessioni pubbliche (dalle autostrade alle telecomunicazioni) e i capitalisti che diventano rentier.
C’è stato un grande tentativo di passare da uno Stato padrone a uno Stato controllore, è durato un decennio ed è finito troppo presto. La seconda parte del libro racconta la restaurazione del
capitalismo di Stato e gli strumenti che utilizza, dalla spesa pubblica alla Cassa depositi e prestiti, dalle aziende controllate fino a nuovi strumenti come il golden power.
A essi va aggiunto il ruolo attivo del governo nel disegnare la nuova mappa del potere bancario e finanziario. La terza parte si chiede se davvero un più ampio intervento dei governi, della politica, dello Stato serve all’economia (e alla società italiana). La risposta è negativa e viene spiegato perché nel caso italiano: dal quinto capitalismo che è uscito dai distretti alla moda o alla nuova rivoluzione finanziaria, ci sarebbe bisogno non solo di meno Stato, ma di un altro Stato.
La conclusione è dolce-amara: gli italiani in questo primo quarto di secolo si sono rimboccati le maniche e hanno fatto davvero molto dando fiato al loro spontaneismo. In fondo, con tutto quel che è successo, con l’emergere di nuove potenze come la Cina, con l’ultima rivoluzione tecnologica, il Belpaese resta tra i primi dieci al mondo con il maggior prodotto nazionale lordo.
Non era davvero scontato. Ma gli italiani avrebbero bisogno di un insieme di istituzioni e di politiche che favoriscano la trasformazione avviata, e di questo insieme fa parte uno Stato meno invasivo, meno burocratico, più piccolo e più efficace. Bisognerebbe ribaltare il detto attribuito a Massimo d’Azeglio, perché gli italiani ci sono, è l’Italia che bisogna fare.
(da repubblica.it )
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Gennaio 11th, 2026 Riccardo Fucile
IN BALLO NON SOLO LE MISURE ANTI-MARANZA E LA STRETTA SUI COLTELLI PER I MINORENNI, MA ANCHE L’IDEA DEL CARROCCIO DI AFFIDARE GLI SFRATTI ALLE GUARDIE GIURATE… DA FDI CADONO DAL PERO: “NON NE SAPEVAMO NULLA, LA PROPOSTA NON È CONDIVISA” E ANCHE SUI SOLDATI DI “STRADE SICURE” NON C’E’ ACCORDO TRA CARROCCIO E FDI
Anno nuovo, vecchi slogan. Ma stavolta la Lega fa sul serio: il decreto sicurezza «va approvato alla
svelta». Con una punta di rivalsa verso FdI, che nella lettura di via Bellerio sta provando a intestarsi la crociata securitaria cara a Matteo Salvini, dal Carroccio hanno iniziato il 2026 alzando la posta.
E rivendicando: «Sono proposte nostre». Con questo canovaccio si andrà avanti per tutto l’anno, cruciale in vista delle Politiche. Il vicepremier lumbard del resto ha sempre il pallino del Viminale, anche se il progetto del grande ritorno viene ormai proiettato sulla prossima legislatura.
Intanto la Lega fissa paletti, aumenta le richieste. Preme su Palazzo Chigi. Non serve solo una stretta sui coltelli per i minorenni, di cui ha parlato Giorgia Meloni ieri l’altro.
Mercoledì alla Camera è fissato un vertice dei dipartimenti del Carroccio, guidati da Armando Siri. Atteso pure Salvini. In cima alla lista dei punti da trattare, c’è proprio questo: la nuova stretta securitaria. Al ministero dell’Interno, il dossier è nelle mani del sottosegretario Nicola Molteni. Che contattato conferma: «Questo governo ha fatto tanto, i reati calano, ma si avverte l’esigenza di alzare il livello. Per noi il decreto o ddl Sicurezza va fatto il prima possibile. Per la Lega nel 2026 è la priorità».
La famosa quadra in maggioranza però va ancora trovata. La Lega ieri, con una pdl firmata dal capogruppo alla Camera, Riccardo Molinari, ha chiesto di affidare alle guardie giurate l’esecuzione degli sfratti. Da FdI cadono dal pero: non ne sapevamo nulla, la proposta non è condivisa, anzi. Come dire: nel decreto non ci sarà. Altro tema, altro contrasto: i soldati di “Strade sicure”. Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, vuole gradualmente ridurli, sostituendoli con carabinieri o poliziotti. La Lega chiede l’opposto: «Li aumenteremo». Il progetto è già stato abbozzato: portare gli attuali 6.800 militari che presidiano città e stazioni a quota 10mila. Cioè 3mila in più.
Sui coltelli sembra esserci intesa. Il decreto dovrebbe prevedere che il «divieto di porto di strumenti atti a offendere» per i minorenni diventi reato penale, anziché una contravvenzione. Vietata la vendita nei negozi, con sanzioni per i commercianti e anche per i genitori che non vigilano. La Lega vorrebbe anche una misura accessoria, anti-maranza: revoca o sospensione della patente per i minorenni che delinquono.
Ma appunto il partito di Salvini non vuole un decreto formato “mini”. Sollecita una stretta a tutto campo. Non solo il famoso scudo penale per gli agenti. Vorrebbe allentare le maglie per la legittima difesa in generale, per i privati cittadini, togliendo l’automatismo dell’iscrizione nel registro degli indagati
(da La Repubblica)
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