Gennaio 12th, 2026 Riccardo Fucile
LA CATTURA DEL DITTATORE SPACCA GLI ELETTORI DI CENTRODESTRA: SOLO LA METÀ DEGLI ELETTORI DI FRATELLI D’ITALIA (54,3%) E DELLA LEGA (41,8%) RITIENE LEGITTIMA LA CATTURA DI MADURO… TRA GLI ELETTORI DI FORZA ITALIA SOLO UN TERZO CONDIVIDE QUESTA VISIONE (33,3%)
Negli ultimi giorni, le dinamiche internazionali si sono spinte ben oltre il tradizionale confronto
diplomatico: l’azione militare degli Stati Uniti in Venezuela, culminata con l’arresto del Presidente Nicolás Maduro e di sua moglie, ha diviso profondamente l’opinione pubblica mondiale.
Secondo un sondaggio di Only Numbers, il 56,9% degli italiani considera illegittimo l’intervento statunitense in Venezuela. Si tratta di una percentuale che oltrepassa la semplice critica, essa riflette invece un profondo sospetto nei confronti dell’uso della forza e dell’erosione del diritto internazionale in favore di dinamiche di potenza, anche a seguito del sequestro delle petroliere “ombra” venezuelane battenti bandiera russa.
I dati del sondaggio mostrano una spaccatura netta tra elettorati di centro-destra e di centro-sinistra. All’interno della coalizione di governo emerge una certa simpatia per l’azione americana: oltre la metà degli elettori di Fratelli d’Italia (54,3%) e una porzione significativa della Lega (41,8%) ritiene legittima la cattura di Maduro. Invece tra gli elettori di Forza Italia solo un terzo condivide questa visione (33,3%), mentre l’opposizione si allinea con il giudizio prevalente di illegittimità.
Particolarmente significativo è il dato dei giovani italiani che si rivelano i più critici verso l’intervento militare
Questo sentimento va oltre il singolo episodio: circa il 67,7% degli italiani ritiene che la politica estera di Donald Trump renda il mondo più instabile. Questo diffuso senso di precarietà è comprensibile se si considera sia la modalità della comunicazione “trumpiana”, sia la natura non convenzionale dell’azione in Venezuela: un’operazione che molti osservatori e commentatori dei media giudicano in contrasto con i principi fondamentali del diritto internazionale.
A tutto ciò si devono aggiungere le mire statunitensi sulla Groenlandia che contribuiscono a tenere tutti col fiato sospeso. L’Italia repubblicana, tradizionalmente “figlia dell’Occidente” e protetta dall’ombrello atlantico, avverte oggi un profondo senso di vulnerabilità.
Parallelamente, se si osservano i risultati dei sondaggi nei diversi Paesi della UE ci si rende conto che molti europei stanno iniziando a percepire gli Stati Uniti non più come “alleati privilegiati”, ma come “partner necessari”, con una volontà sempre più fondata su compromessi per interessi economici
specifici, anziché come garanti di un ordine collettivo condiviso.
In questa visione, l’Unione Europea viene letta dalla maggioranza degli italiani -e da molti europei- come lenta, burocratica e divisa. Tale percezione alimenta l’idea che la sicurezza europea sia costantemente in balia di soggetti esterni e non di una forza autonoma in grado di proteggere interessi condivisi.
Il vero nodo non è soltanto l’azione militare in sé, ma il modello di politica estera che essa incarna: rapido, unilaterale e orientato al risultato immediato, più che negoziale, multilaterale e fondato su norme condivise. In contrasto con questo approccio, l’Europa, pur con tutte le sue imperfezioni, continua a rappresentare un laboratorio di regole, istituzioni e cooperazione.
Tuttavia, se continuerà a presentarsi ai propri cittadini come schiacciata tra i monopoli della forza – economica e non solo – di Stati Uniti, Cina e Russia, senza dotarsi di una strategia autonoma di difesa e, se necessario, di proiezione offensiva, né di un ruolo politico chiaramente definito, la Ue rischia seriamente di scivolare nell’irrilevanza in un mondo sempre più dominato da grandi potenze rivali.
Alessandra Ghisleri
per “la Stampa”
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Gennaio 12th, 2026 Riccardo Fucile
IL SINDACO DI NAPOLI MANFREDI NON DISDEGNEREBBE PER NULLA DI CORRERE… SE IL CAMPO LARGO VUOLE PERDERE BASTA DIRLO PRIMA E SI EVITA ANCHE DI ANDARE A VOTARE, C’E’ UN SOLO NOME CHE PUO’ BATTERE I SOVRANISTI
Ci sono i sondaggi riservati su un ipotetico turno di elezioni primarie tra Elly Schlein e Giuseppe Conte, che per la stragrande maggioranza premiano la prima, anche se i rapporti di forza non sono quelli del divario abbastanza ampio tra Pd e 5 Stelle
C’è un braccio di ferro invisibile tra i due leader, destinato a durare a lungo. Ma soprattutto, sulla scelta definitiva di chi sarà il candidato premier del centrosinistra destinato a sfidare Giorgia Meloni alle elezioni politiche, c’è la «variabile Giorgia», nel senso della presidente del Consiglio in persona; perché la tempistica sulla scelta definitiva del leader unico dell’opposizione sarà determinata, e sul punto convergono a microfoni spenti sia i vertici del Pd che il gotha pentastellato, proprio da Palazzo Chigi.
Non a caso ieri mattina, quando ha iniziato a rimbalzare di smartphone in smartphone l’editoriale di Paolo Mieli (sul Corriere ) sulla necessità di accelerare la scelta del candidato
premier per consentire anche alla sinistra italiana di giocarsela e vincere come ha fatto Pedro Sánchez in Spagna, dentro Pd e 5 Stelle c’è chi ha messo in fila i puntini di un percorso a ostacoli. Partendo, per l’appunto, da Meloni.
Perché, come spiega una delle personalità che fa da anello di congiunzione tra Schlein e Conte, che raramente si parlano, «se la legge elettorale rimane questa, allora il problema è contemporaneamente rinviato e risolto: il candidato premier si sceglierà dopo le elezioni, nel senso che tutti i partiti del campo largo, in caso di vittoria, si impegneranno ad andare al Quirinale col nome del leader del partito che ha preso più voti». Com’è accaduto a Giorgia Meloni e al centrodestra nel 2022.
Ma è un’opzione che praticamente nessuno prende più in considerazione, vista l’accelerazione di Palazzo Chigi su una riforma col premio di maggioranza che finisca per aggirare anche le resistenze della Lega (circola uno schema secondo cui i seggi aggiuntivi, quelli del «premio», verrebbero assegnati tramite un «listino di coalizione»).
Con la riforma, è quello che si sentono dire un giorno sì e l’altro pure sia Schlein che Conte, ci sarebbe l’obbligo di indicare il candidato premier prima del voto.
E quindi tocca sbrigarsi. Optando per le primarie, che Schlein vorrebbe ma su cui Conte temporeggia, in attesa di capire se può vincerle oppure no, magari agevolandosi sulla presenza di due candidati del Pd che si ostacolino tra loro (la persona a cui tutti pensano, la sindaca di Genova Silvia Salis, continua a smentire in tutti i modi un suo interesse per la competizione); o magari, come qualcuno dentro i 5 Stelle comincia a far trapelare, proponendo un candidato terzo «che costringa anche Schlein a ritirarsi in nome dell’unità del campo largo» e che si faccia benedire da una consultazione senza rivali che non siano di bandiera.
(da Corriere della Sera)
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Gennaio 12th, 2026 Riccardo Fucile
MELONI NON HA INTENZIONE DI REGALARE AL VICEPREMIER IL PALCOSCENICO DEL VIMINALE… LE TENSIONI SULLE ARMI, LO SCAZZO SU STRADE SICURE E L’OPPOSIZIONE AL MERCOSUR: TUTTI I FRONTI APERTI
Le frizioni sul decreto Ucraina e sui soldati nelle città, quindi le gelosie sulla sicurezza e lo
scontro sul Mercosur. È suonata la sirena in via Bellerio, la Lega si è stufata di subire le “imposizioni” dei meloniani. “Serve più lavoro di squadra, così non va”, sbotta chi dai piani alti ricorda la promessa mancata: “Perché non si parla più del ritorno di Salvini al Viminale?”.
Per capire da dove nascono i dissidi in maggioranza di questo inizio d’anno bisogna tornare all’aprile scorso. Fortezza da Basso, Firenze. Al congresso della Lega una mozione fra tutte ha scaldato l’animo dei militanti.
È quella portata sul palco dai due capigruppo, Riccardo Molinari e Massimiliano Romeo. “Da questo congresso deve uscire la richiesta di un lavoro straordinario sulla sicurezza che soltanto Matteo Salvini tornando al Viminale potrà fare”.
Parole di Molinari condivise anche dai governatori leghisti. Soprattutto, evocate dalla base. Anche in questi giorni di maretta tra alleati.
Il vicepremier non poteva ritornare al ministero dell’Interno, dove siede il suo ex capo di gabinetto Matteo Piantedosi, perché nel 2022 era coinvolto nel caso Open Arms.
Ora che l’accusa di sequestro di persona e omissione di atti d’ufficio è caduta e il leader leghista è stato assolto, nel partito molti si chiedono: “Perché non se ne parla più? La mozione congressuale è sempre lì. Noi sulla sicurezza non siamo contenti di come stanno andando le cose, a Fratelli d’Italia chiediamo più gioco di squadra”.
Ragionamenti spiegati a HuffPost da un alto dirigente leghista. Ma sono tutti i quadri del Carroccio a pensare che sulla sicurezza “così non va”. Il vecchio pallino della destra legge&ordine si scontra, più che con i dati, con i casi mediatici. Come l’uccisione del capotreno a Bologna.
Un evento ricordato anche da Giorgia Meloni, che in conferenza stampa ha ammesso la necessità di un cambio di passo e ha anche annunciato una stretta sui coltelli per i minorenni.
Bene la stretta “anti-maranza”, ma non basta: è il refrain in casa Lega, dove la pressione aumenta. Prima, con un decreto sicurezza nuovo di zecca, a cui sta lavorando il sottosegretario salviniano Nicola Molteni e da approvare quanto prima. Poi, con una proposta di legge per affidare alle guardie giurate l’esecuzione degli sfratti, avanzata da Molinari.
“Vedremo il testo, però non ci hanno avvisato”, replicano stizziti i Fratelli. Che fiutano l’agitazione leghista. Sul ritorno di Salvini al Viminale la porta sembra chiusa, almeno per questa legislatura. E comunque non l’unico fronte aperto. Su Strade Sicure, l’intenzione in casa Meloni è nota: i soldati “tornino a fare i soldati”.
Una posizione che innervosisce Romeo, collega leghista al Senato, che ricorda come tutto sia iniziato durante il governo Berlusconi, nel 2008, “con il ministro della difesa di allora
Ignazio La Russa”. Anzi, “Malan dimentica l’effetto deterrenza dei militari nelle strade, che vale più di mille norme che possiamo scrivere” e “ci chiediamo perché, oggi, nella maggioranza ci sia chi cambia idea e si comporta come i governi di centrosinistra”.
Un vero missile contro FdI, che fa quadrato attorno a Crosetto. Il ministro della Difesa è il bersaglio preferito dell’ala salviniana. Che è da tempo sulle barricate rispetto al nuovo invio di armi in Ucraina. Crosetto ne parlerà il 15 gennaio alla Camera. Durante le feste, il testo del decreto di autorizzazione per il 2026 è stato ritoccato più volte, proprio per volere della Lega, che ha chiesto di sottolineare la priorità agli aiuti civili su quelli militari.
Sottolineature accettate, anche se non tutte (non è stato tolto l’aggettivo “militari” dal titolo del decreto). Al momento del voto non mancheranno le defezioni, come quella del senatore Claudio Borghi, uscito soddisfatto dalla rimodulazione ma fedele alla promessa di “non votare più un decreto armi” per Kiev. Nello stesso senso va la richiesta di Roberto Vannacci, vice di Salvini, che chiede ai suoi di votare no. Potrebbe seguirlo un gruppetto di neo-fedelissimi, come il pugliese Rossano Sasso.
Salvini non torna sull’argomento, a rispondere però è stata la stessa Meloni, che si è detta “stupita” del fatto che proprio un generale come Vannacci non capisce l’importanza di quel decreto. Una frecciata, arrivata dopo qualche carezza in conferenza stampa, che ha colpito l’alleato leghista di fronte.
Forse anche per questo Salvini rilancia, pancia a terra sui suoi temi. Proprio mercoledì prossimo, ma “è una casualità”, è attesa una riunione dei deputati alla Camera. Si discuterà di misure da
inserire nel pacchetto sicurezza da approvare a Palazzo Chigi.
Ma potrebbero soffermarsi su altri dissapori di questo inizio anno. Nella maggioranza sta esplodendo anche la grana Mercosur. L’Italia firmerà l’accordo di libero scambio tra Ue e alcuni Paesi dell’America Latina. Il ministro meloniano Francesco Lollobrigida ha incassato “le garanzie per gli agricoltori”. Tutele non sufficienti, replicano i trattoristi scesi in strada anche in Italia, sostenuti dalla Coldiretti e, ci risiamo, dalla Lega.
Per dirla con Gianmarco Centinaio, senatore leghista ed ex titolare all’Agricoltura, “uno schifo” di accordo. Borghi invece ne fa una questione di metodo. Su X non definisce il Mercosur “un’apocalisse” ma contesta i “trucchi dell’Ue”: “La cosa che oggettivamente mi fa MOLTO inquietare è che queste decisioni non possono essere prese senza un dibattito parlamentare in cui le posizioni dei vari partiti vengano pubblicamente esplicitate e messe a verbale”. Altro capitolo, altro litigio.
(da agenzie)
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Gennaio 12th, 2026 Riccardo Fucile
L’ASSESSORE LOMBARDO GUIDO GUIDESI (TRA I PAPABILI SUCCESSORI ALLA PRESIDENZA DELLA REGIONE LOMBARDIA) E ALAN FABBRI, SINDACO DI FERRARA, SONO AL LAVORO PER CREARE UN’ASSOCIAZIONE ALL’INTERNO DELLA LEGA PER FAR PESARE GLI AMMINISTRATORI DEL NORD… IL MALESSERE NEI CONFRONTI DI VANNACCI, I RISULTATI GIUDICATI INFERIORI ALLE ATTESE
Dopo i governatori, nella Lega anche altri amministratori provano a farsi sentire. E all’elenco si aggiunge l’Emilia Romagna. Ufficialmente si è trattato solo uno scambio di auguri di inizio anno, accompagnato da un post dai toni cordiali.
Di fatto, l’incontro tra Guido Guidesi, assessore regionale lombardo allo Sviluppo economico, tra i papabili successori alla presidenza della Lombardia, e Alan Fabbri, sindaco di Ferrara, è andato oltre la cortesia istituzionale.
Si potrebbe dire che sia stato l’avvio di un progetto politico: l’ipotesi di una possibile associazione culturale-territoriale della Bassa Padana all’interno della Lega. Uno strumento per mettere insieme e far pesare la forza degli amministratori del Nord.
D’altronde, a voler guardare bene tra le righe di quel post, è lo stesso Guidesi a parlare di «tempi che cambiano, amicizia e identità che restano».
E infatti, i due sono vecchi amici, legati da un rapporto di lungo corso. Cresciuti entrambi politicamente nella stagione fondativa del Carroccio, quando il partito si chiamava Lega Nord. Motivo in più per credere che il loro incontro abbia fatto da cornice a un confronto sul futuro della Lega nei territori che entrambi rappresentano. Nello specifico, tre regioni del triangolo settentrionale che negli anni hanno garantito consenso, classe dirigente e governo locale (Lombardia, Emilia Romagna e Veneto) e che adesso si sentono svalutate: decisive nei numeri, ma sempre meno determinanti nei processi decisionali. E che pretendono risposte da Matteo Salvini.
Secondo quanto ricostruito da La Stampa, l’incontro sarebbe servito per valutare i primi passi, definire la natura dell’associazione e chiarirne gli obiettivi: ridare voce alle istanze del Nord, tornare a essere sindacato del territorio. Guidesi e Fabbri sono entrambi espressione della generazione del «Padroni a casa nostra» per cui il radicamento territoriale era il principale tratto distintivo leghista. Ma il punto non sarebbe recuperare nostalgicamente la «vecchia Lega». Piuttosto interrogarsi su quanto la Lega di oggi riesca ancora a rappresentare fino in fondo quelle istanze: il ruolo degli amministratori e la capacità di incidere sulle scelte che riguardano il Nord. L’iniziativa, a quanto pare, non ha alcuna vocazione di scalata alla leadership nazionale. Ma vuole rivendicare tutti gli spazi di dialogo.
Anche a costo, se necessario, di assumere posizioni critiche rispetto a un governo amico.
Il malessere, spiegano le fonti, riguarda anche il profilo identitario di alcuni esponenti del partito: al Nord c’è una crescente difficoltà a riconoscersi in figure come l’ex generale Roberto Vannacci, oggi eurodeputato leghista. E anche sul tema della sicurezza, storico cavallo di battaglia della Lega, i risultati giudicati inferiori alle attese non hanno portato, come un tempo, a un confronto critico con gli alleati.
Il riferimento politico che circola con maggiore insistenza è il modello Cdu-Csu, o «alla bavarese», più volte invocato da Luca
Zaia, che ha voluto rilanciarlo a settembre dal palco di Pontida: forte autonomia politica, interlocuzione costante con l’Europa, capacità di affrontare anche temi sensibili assumendosene la responsabilità. «Due Leghe confederate, ma autonome», aveva spiegato.
(da La Stampa)
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Gennaio 12th, 2026 Riccardo Fucile
LA DOCUSERIE DI CORONA SU NETFLIX, COSTATA QUASI 2,5 MILIONI DI EURO, HA RICEVUTO DAL MINISTERO DELLA CULTURA GUIDATO DA GIULI 793 MILA EURO SOTTO FORMA DI TAX CREDIT
Ai contribuenti italiani Fabrizio Corona costerà quasi 800 mila euro. Come rivela il quotidiano
“La Verità“, la docuserie “Io sono notizia“, disponibile su Netflix dal 9 gennaio, ha ottenuto dal ministero della Cultura, guidato da Alessandro Giuli, sotto forma di tax credit di produzione ben 793.629 euro.
I cinque episodi che ripercorrono la storia privata e professionale dell’ex re dei paparazzi sono prodotti dalla società Bloom Media House, una srl guidata da Marco Chiappa e Alessandro Casati che ha speso in totale quasi 2,5 milioni di euro.
Il prodotto diretto da Massimo Cappello è stato, dunque, coperto economicamente per oltre il 30% dal tax credit ministeriale.
Il tax credit, o credito d’impresa, è uno strumento fiscale adottato dal governo per incentivare gli investimenti nel settore audiovisivo, permettendo ai produttori di recuperare una parte significativa dei costi sostenuti. A far discutere, in questo caso, come si nota leggendo i primi commenti social, la decisione di sostenere il progetto con Fabrizio Corona.
Una docuserie lanciata da Netflix il 9 gennaio, dopo la ritrovata centralità dell’ex di Nina Moric che con il suo progetto “Falsissimo”, disponibile su Youtube, ha dedicato due speciali al giornalista e conduttore Alfonso Signorini. Per questa ragione Corona è indagato per revenge porn mentre il direttore editoriale
di Chi per violenza sessuale ed estorsione.
(da agenzie)
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Gennaio 12th, 2026 Riccardo Fucile
GLI IMPIETOSI PARAGONI TRA LA SUA “OPERAZIONE MILITARE SPECIALE” E LA LOTTA DELL’UNIONE SOVIETICA CONTRO LA GERMANIA NAZISTA
«Dopo 1.418 giorni di guerra, la nostra reputazione militare è gravemente compromessa», ha scritto ieri il pubblicista russo Maksim Kalashnikov, comparando la recente operazione di regime change statunitense in Venezuela con il fallito Blitzkrieg di Mosca all’inizio della guerra in Ucraina.
Mille e 418 giorni: una cifra dal significato simbolico difficile da ignorare in Russia. È la durata della Grande Guerra Patriottica, come qui viene ricordata la lotta dell’Unione Sovietica contro la Germania nazista.
È proprio il culto di quella “guerra sacra” – nella quale morirono oltre venti milioni di sovietici – a costituire uno dei pilastri dell’ideologia della Russia putiniana. E la propaganda del Cremlino ha spesso accostato quel conflitto alla guerra in
Ucraina per fornire un fondamento morale all’invasione del 24 febbraio 2022: non un’aggressione contro uno Stato sovrano e un popolo fratello, ma un nobile intervento in difesa della “Madre Patria”, minacciata dai “nazisti” insediati a Kyiv.
Ieri, però, la ricorrenza non è stata ricordata dai canali della propaganda ufficiale, probabilmente perché il paragone in questo caso non gioca a favore del Cremlino: mentre a questo punto l’Armata Rossa celebrava la vittoria a Berlino, l’esercito di Putin è ormai da oltre quattro anni impantanato in un conflitto senza una fine in vista, con modesti risultati.
Nel 2025 – l’anno con il maggior numero di conquiste territoriali dall’inizio della guerra – la Russia ha occupato circa 5.600 km², meno dell’1% dell’intero territorio ucraino. Le difese ucraine, per quanto logorate, non collassano e la coalizione che sostiene Kyiv, sebbene frammentata, continua a garantire il proprio appoggio.
Se i canali televisivi e i principali quotidiani hanno ignorato la ricorrenza, non è però passata inosservata tra gli influenti blogger Z su Telegram, voci diventate centrali nel dibattito pubblico e che talvolta si concedono caute critiche nei confronti della leadership russa. «L’8 maggio le nostre truppe presero Berlino e fu firmata la capitolazione della Germania nazista. Dopo 1.418 giorni dall’inizio dell’operazione militare speciale noi… ma qui tutto è già evidente, non c’è bisogno di dire niente», scrive il canale ultranazionalista Rusich, che conta quasi 250.000 iscritti.
Come fanno notare altri blogger, il paragone tra le due guerre è improprio soprattutto per quanto riguarda le risorse umane ed economiche impiegate: l’Urss aveva fatto ricorso alla mobilitazione totale della popolazione e dell’economia per vincere una guerra esistenziale; invece, quella di Putin resta un’operazione militare tutto sommato circoscritta, combattuta in gran parte da volontari, mentre il resto del Paese continua una vita civile quasi normale.
«Non paragonate mele con pere: durante la Grande Guerra Patriottica l’intero Paese lavorava per la Vittoria», polemizza il canale Dva Mayora, che conta oltre 1,2 milioni di iscritti, «mentre nell’operazione militare speciale la maggior parte della popolazione, alla vista dei volontari, alza nervosamente gli occhi al cielo»
(da agenzie)
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Gennaio 12th, 2026 Riccardo Fucile
IL PROGRAMMA, RIVOLTO A GIOVANI DAI 18 AI 25 ANNI, INIZIERÀ A SETTEMBRE 2026 CON TREMILA PARTECIPANTI, CHE SI IMPEGNERANNO PER DIECI MESI PER UNO STIPENDIO MENSILE LORDO DI 800 EURO, CON VITTO E ALLOGGIO GRATUITI – L’OBIETTIVO È RAGGIUNGERE DIECIMILA SOLDATI VOLONTARI ALL’ANNO ENTRO IL 2030, E POI 42.500 ENTRO IL 2035
Il governo francese ha lanciato una campagna per reclutare migliaia di giovani che desiderano
partecipare al nuovo servizio militare nazionale. Avviato da Emmanuel Macron per “rispondere alle esigenze delle nostre forze armate”, il programma di volontariato, rivolto a giovani dai 18 ai 25 anni, inizierà a settembre 2026 con 3.000 partecipanti che si
impegneranno a trascorrere dieci mesi in Francia per uno stipendio mensile lordo di 800 euro, con vitto e alloggio gratuiti.
L’obiettivo è raggiungere 10.000 volontari all’anno entro il 2030, e poi 42.500 entro il 2035. Nel corso di una conferenza stampa, Fabien Mandon, capo di stato maggiore delle forze armate, ha sottolineato la “selettività” del servizio nazionale, i cui criteri principali sono “la motivazione” dei candidati e “le esigenze di professioni specifiche” all’interno delle forze armate francesi.
Sarà inoltre obbligatorio un esame medico prima di qualsiasi reclutamento. “La maggior parte dei giovani che saranno selezionati avrà un’età compresa tra i 18 e i 19 anni”, ha affermato Fabien Madon, specificando tuttavia che l’esercito è interessato a “giovani che abbiano proseguito gli studi”, come “studenti di medicina” o “giovani tecnici e ingegneri”.
Aperto a tutti gli adulti fino a 25 anni, il servizio fungerà da “anno sabbatico” prima dell’istruzione superiore. “Ogni giovane avrà un ruolo importante, svolgerà una missione specifica; sarà parte integrante delle nostre forze armate. Sarà pienamente integrato nelle unità”, assicura Mandon. I giovani volontari dovranno quindi adattarsi alle regole militari e alla convivenza.
(da agenzie)
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Gennaio 12th, 2026 Riccardo Fucile
SECONDO GLI “ADDETTI AI LIVORI”, BROGI SAREBBE GRADITA A FAZZOLARI: IN CALO LE QUOTAZIONI DEL LEGHISTA MELOMANE, FEDERICO FRENI
C’è un nuovo nome nella corsa per il rinnovo della presidenza della Consob: Marina Brogi. Il mandato settennale dell’89enne Paolo Savona, nominato dal primo Governo Conte, scade l’8 marzo e il Governo ha intenzione di prendersi tutto il tempo necessario per trovare la soluzione di una casella molto delicata, quella dell’autorità di vigilanza sulle società quotate in Borsa, ma punta anche a evitare proroghe.
Come scrive il sempre bene informato Gianni Dragoni sul “Fatto quotidiano”, sta perdendo terreno il candidato dato finora per favorito, il 45enne melomane sottosegretario all’Economia Federico Freni.
Secondo Dragoni, sta invece prendendo quota un altro profilo, quello appunto di Marina Brogi, professoressa di Economia e tecnica dei mercati finanziari all’Università di Milano Bicocca, con una lunga esperienza nei consigli di amministrazione di banche e società quotate. Brogi ha rapporti consolidati con la famiglia Berlusconi ed è presente senza interruzioni dal 2018 nei
cda di Mediaset e poi di Mfe, su indicazione di Fininvest. Brogi, dal 2015 al 2018, è stata anche nel cda di Luxottica, l’azienda cuore dell’impero della famiglia Del Vecchio e della holding Delfin.
Il nodo centrale riguarda però il suo ruolo nel consiglio di amministrazione di Assicurazioni Generali, dove siede dal 2022 come amministratrice qualificata “indipendente”, incarico rinnovato nell’aprile 2025.
Brogi è stata eletta nella lista dell’azionista Francesco Gaetano Caltagirone, attualmente indagato dalla Procura di Milano, insieme a Francesco Milleri e Luigi Lovaglio, per l’ipotesi di concerto occulto nella scalata di Mps a Mediobanca, con accuse di manipolazione del mercato e ostacolo alle autorità di vigilanza, inclusa la stessa Consob.
Ci sono però alcuni dubbi sull’effettiva indipendenza di Brogi, nel caso diventasse presidente dell’autorità, chiamata proprio a valutare se esista o meno quel concerto tra Caltagirone e Delfin, entrambi grandi azionisti di Monte dei Paschi di Siena, che a sua volta controlla Mediobanca, primo azionista di Generali.
I dubbi sono rafforzati dal comportamento tenuto da Brogi nelle riunioni del cda di Generali, dove negli ultimi mesi ha votato in linea con gli altri consiglieri espressi da Caltagirone su decisioni chiave, come la mancata conferma dell’amministratore delegato Philippe Donnet.
Nel contesto pesa anche l’attivismo dell’investitore Giuseppe Bivona, che ha presentato numerosi esposti a Consob, Procura e Bce a sostegno della tesi del concerto: il parere della Consob è cruciale per le scelte della magistratura.
Sul piano politico, Brogi ha recentemente ottenuto un incarico anche nel cda di Nexi, nella lista sostenuta da Cdp e dai fondi, e secondo gli “addetti ai livori” il suo nome sarebbe gradito a Giovanbattista Fazzolari. La sua eventuale nomina sarebbe sostenuta da Fratelli d’Italia e Forza Italia, mentre Freni resta il candidato dell’area Lega.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Gennaio 12th, 2026 Riccardo Fucile
DANIELE RUVINETTI, SENIOR ADVISOR DELLA FONDAZIONE “MED-OR”, SUONA LA SVEGLIA ALLA SONNACCHIOSA UE: “LE GRANDI SFERE DI INFLUENZA SONO CHIARE: RUSSIA SULL’UCRAINA, STATI UNITI IN SUDAMERICA E CINA SU TAIWAN” – E SULLA GUERRA IN UCRAINA: “NON CREDO IN UNA PACE A BREVE”
«Ma Cina e Russia cosa stanno facendo? Dopo l’attacco americano in Venezuela e il caos che si è
scatenato in Iran con Trump che sembra pronto a dettare le regole anche su Teheran, un po’ tutti si interrogano sul silenzio di Xi Jinping e Putin. Beh, io non credo a una tacita presa d’atto, io credo che stiamo assistendo a un rimescolamento delle sfere d’influenza globali e che dietro alle reticenze si nascondano strategie abbastanza chiare. Ecco in questo momento starei molto attento a non confondere la tattica e le schermaglie con la strategia di fondo».
Daniele Ruvinetti è Senior Advisor della Fondazione Med-or. Già in passato aveva parlato di un accordo tra Stati Uniti e Russia per non ostacolarsi. Una sorta di compromesso del non intervento. Un «laissez faire» americano in Ucraina, in cambio di un lasciapassare di Mosca in Venezuela. E al di là delle azioni di facciata o meramente economiche (ci sono state delle dichiarazioni e qualche azione apparentemente ostili) i fatti hanno confermato le previsioni. Ora, l’analista allarga il discorso alla Cina e alla possibilità che questo intesa possa estendersi a Pechino che chiede di avere le mani libere su Taiwan.
Ma partiamo dal principio. Cosa vuol dire non confondere la strategia di fondo con la tattica?
«Vuol dire non lasciarsi trarre in inganno per esempio dal sequestro americano di navi ombra russe usate per aggirare le sanzioni occidentali sul petrolio. Parliamo di una questione che ha di certo una rilevanza economica, ma non centrale per i rapporti tra i due Stati. Del resto è chiaro che nell’azione di Trump a Caracas ci sia la volontà di tutelare gli interessi energetici e finanziari degli Stati Uniti».
Finanziari?
«Certo. Centrale è il petrolio, ci mancherebbe, ma la Casa Bianca ha anche la necessità di dare delle garanzie ai grandi fondi Usa, vedi Blackrock, che hanno in pancia una buona parte del debito pubblico venezuelano».
Di che cifre parliamo?
«Il debito complessivo sfiora i 200 miliardi di dollari. Circa la metà è nella mani americane, mentre l’altra metà appartiene a Cina e Russia».
E qui torniamo al punto. Come mai Pechino e Mosca, dichiarazioni di facciata a parte, non hanno mosso un dito?
«Vero. Ma è altrettanto vero che ci siamo trovati di fronte a un’azione lampo. Le cui conseguenze si dispiegheranno nel tempo. E in futuro vedremo come, sia sul petrolio che sul debito, le tre grandi potenze sapranno trovare soluzioni per non rompere i loro equilibri. Ecco, appunto: questa è la strategia di base alla quale bisogna guardare. Le grandi sfere di influenza sono chiare (Russia sull’Ucraina, Stati Uniti in Sudamerica e Cina su Taiwan), poi sulle singole situazioni possiamo aspettarci piccoli o grandi scossoni che alla fine non cambieranno gli impegni di fondo».
L’equilibrio di cui parla appare abbastanza fragile.
«Secondo me è molto più solido di quello che appare. Poi certo le situazioni sono fluide. Pensi solo a quello che è successo qualche giorno fa con i volenterosi riuniti a Parigi».
Cioè?
«Tutte le ricostruzioni iniziali davano gli Stati Uniti pronti a dare una forte garanzia di intervento nel caso ci fosse stata una violazione di eventuali accordi di pace da parte di Putin. Ebbene,
nella stesura finale del comunicato relativo a quell’incontro, l’impegno americano è evaporato, scomparso, come se non se ne fosse mai parlato.
Guardi, ci sono delle posizioni diverse anche nella squadra di Trump, non è un segreto per nessuno che il segretario di Stato e consigliere per la Sicurezza Marco Rubio non sia propriamente un filo-russo, ma poi quando si va al dunque la logica della nuova divisione delle sfere di influenze resiste. Alla resa dei conti le ingerenze degli Stati Uniti sul conflitto a Kiev sono insignificanti».
Sembra che adesso Zelensky stia giocando la carta di un accordo di libero scambio con Trump da sottoscrivere a Davos. In questo modo spera di ottenere solide garanzie di sicurezza dagli Stati Uniti.
«L’ennesimo tentativo di portare la Casa Bianca dalla propria parte che non credo avrà grandi risultati. Io resto molto scettico sulla possibilità di una pace a breve in Ucraina. Mi sembra ci siano due scogli quasi insormontabili al momento».
Ci spieghi.
«Da una parte il futuro del Donbass che nessuna delle due parti è disposto a cedere. Dall’altra le garanzie che Kiev chiede all’Europa, che Francia e Regno Unito, per esempio, si dicono disposte a concedere, e che Mosca non accetterà mai».
Parla delle truppe di Macron o Starmer sul campo?
«Esattamemnte».
Lei pensa che Putin non darà mai il via libera a un compromesso del genere?
«Mai».
Quindi non c’è via d’uscita?
«Al momento non ne vedo di percorribili».
Intanto i terreni di scontro si moltiplicano. L’ultimo è in Iran dove però le contraddizioni sembrano essere esplose internamente.
«In apparenza è così. Ma oggettivamente viene difficile pensare che quello che sta succedendo non sia figlio del rimescolamento delle sfere di influenza».
In che senso?
«Nel senso che se non ci fosse stato questo clima di cambiamento di un ordine che bene o male si era cristallizzato, non ci sarebbero stati i tentativi di rimuovere il regime ai quali stiamo assistendo».
Abbiamo quasi finito l’intervista e non abbiamo detto una parola sull’Europa. E sul non ruolo che sta giocando nello scacchiere internazionale.
«È evidente che in questa partita di spartizione delle sfere di influenza non riesce ad incidere. Il rischio di restare isolati è concreto anche perché Bruxelles non ha la stessa forza e la stessa velocità e capacità decisionale di Stati uniti, Russia e Cina. L’Europa si trova davanti a un bivio o risorge o si relega all’irrilevanza».
E cosa succederà?
«Esiste ancora la possibilità di rivedere dei meccanismi e di creare i presupposti per un’Europa dei popoli che metta gli interessi dei cittadini come priorità. Ma se devo essere sincero se l’Europa non agisce subito è ben più concreto il rischio che questo diventi un Continente completamente dipendente dalpunto di vista energetico, tecnologico e militare dalle altre tre grandi potenze di cui sopra. Serve una presa di coscienza e la capacità di tradurla rapidamente in decisioni politiche».
(da “la Verità”)
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