Gennaio 14th, 2026 Riccardo Fucile
COME FUNZIONA LA PMA
Nel 2024 in Italia abbiamo toccato il minimo storico: il numero di figli per donna è stato di 1,18.
Ancora più bassa la stima Istat per il 2025: 1,13. I motivi sono noti: emancipazione della donna, precarietà, politiche di sostegno alle giovani coppie vicine allo zero, tendenza a fare il primo figlio sempre più tardi. E poi sorgono i limiti imposti da madre natura. Di tutto questo si fa un gran parlare. Si discute molto meno invece dei progressi della scienza che, con la procreazione medicalmente assistita, consentono di fronteggiare l’infertilità totale e parziale di uomini e donne, di realizzare il desiderio di genitorialità di individui e coppie e di allungare l’orologio biologico della donna. Una discussione che dovrebbe accompagnare anche la consapevolezza: i rischi biologici aumentano con l’età, e i centri privati, al contrario del Servizio Sanitario nazionale, tendono ad essere più «flessibili». Ciò premesso, gli investimenti in questo tipo di trattamenti non saranno in grado da soli di invertire la tendenza della curva negativa della natalità, ma potrebbero rallentarla.
Nel 2024 in Italia, secondo il rapporto sulle nascite del ministero della Salute (Cedap), è nato grazie alla Pma il 4,2% dei bambini. Nel 2023 era il 3,9%. La fonte di riferimento istituzionale è in realtà la relazione dello stesso ministero basata sul Registro Pma
dell’Istituto superiore di Sanità, che però è inspiegabilmente fermo al 2022, quando la percentuale era del 4,3%. Ma di che trattamenti parliamo?
Tecniche di procreazione assistita
Con il macro-termine «procreazione medicalmente assistita» si fa riferimento alle tecniche usate per aiutare persone e coppie a procreare, usando gameti propri (ovociti della donna e spermatozoi dell’uomo) o gameti donati. Si parla di tecniche di primo livello quando la fecondazione avviene nell’utero della donna (inseminazione intrauterina), di secondo livello quando avviene in laboratorio (fecondazione in vitro: spermatozoi e ovociti vengono prelevati e messi in coltura) e di terzo livello quando è necessario un prelievo chirurgico di spermatozoi od ovociti. I gameti possono essere iniettati a fresco o dopo una crioconservazione.
Secondo la relazione del ministero della Salute, nel 2022 era emersa la stragrande predominanza dei trattamenti di II e III livello, che hanno riguardato il 91,9% dei bimbi nati con la Pma omologa, e la crescita dell’eterologa, 22,8% del totale dei nati da Pma. Maurizio Bini, responsabile della struttura Diagnosi e Terapia della Sterilità e Crioconservazione del Niguarda di Milano, conferma che la direzione è quella: «Abbiamo visto un’esplosione dell’eterologa, siamo vicini al raddoppio anno su anno. L’omologa invece è incrementata in modo leggero». In Italia questi trattamenti sono regolati dalla legge 40 del 2004.
Legge 40: chi esclude
Sono escluse a priori le donne single o non coniugate, che secondo le stime Istat nel 2025 quelle di età compresa fra i 30 e i 46 anni sono circa 2,4 milioni, e le coppie di donne omosessuali. È permesso invece in molti altri paesi Ue, dove le escluse aspiranti mamme si recano pagando di tasca propria. Ma quanto si può arrivare a spendere? Prendiamo due dei Paesi europei più gettonati e altrettante cliniche: Spagna e Danimarca, che garantiscono rispettivamente l’anonimato dei donatori e la possibilità di scegliere donatori aperti e rintracciabili alla maggiore età dei bambini. L’inseminazione con seme donato può partire da 1.500 euro in entrambi i Paesi. La fecondazione in vitro con seme donato può partire da 5.850 e 4.600 euro. La fecondazione in vitro con ovulo donato e seme donato può partire da 5.850 e 8.000 euro. Queste cifre possono variare da clinica a clinica, in base ai cicli necessari e ad eventuali esami aggiuntivi. Oltre al costo dei viaggi e farmaci.
Chi può accedere
In Italia possono accedere ai trattamenti, e a carico del Servizio Sanitario nazionale, solo le coppie eterosessuali dove la donna non abbia superato i 46 anni. I trattamenti vengono proposti alle coppie che abbiano provato per un anno ad avere un figlio con rapporti mirati, che scendono a 6 se la donna ha più di 35 anni. Questa valutazione viene fatta dal ginecologo/a di riferimento, poi si passa a uno specialista o a un centro specializzato. E non sempre le cose vanno come dovrebbero: secondo la Società Italiana di riproduzione umana, in Italia le coppie infertili impiegano mediamente 4-5 anni per iniziare un percorso terapeutico adeguato. Il possibile impatto sull’efficacia dei trattamenti è quantificato da uno studio di Human Reproduction del febbraio 2021, come spiega Paola Piomboni, direttrice del
laboratorio Pma, azienda Ospedaliero Universitaria Senese: «Il ritardo riduce le possibilità di successo: bastano 6 mesi nelle donne di età pari a 36-37 e le nascite si riducono del 5,6%; fra i 38-39 anni del 9,5%, mentre fra i 40-42 dell’ 11,8%. Con dodici mesi di ritardo queste percentuali si raddoppiano».
Dove si fanno i trattamenti e come
Sempre secondo i dati del 2022, più della metà dei 333 centri è concentrato in quattro regioni (Lombardia, Campania, Veneto e Lazio). Le strutture pubbliche sono soprattutto nel Nord Italia, quelle private convenzionate sono quasi esclusivamente in Lombardia e Toscana, mentre i centri privati sono presenti in numero maggiore soprattutto al Sud. Dunque succede che ci si debba spostare: il 26,5% dei cicli di omologa e il 38,4% di eterologa è stato fatto fuori dalla Regione dalle pazienti. I motivi sono di tipo economico (nel privato si può partire da cifre superiori ai 5.000 euro per l’omologa e 8.000 per l’eterologa), o per il tipo di trattamento, che si interseca con i tempi d’attesa. Infatti nel pubblico si arriva ad attendere 9 mesi per un’omologa e un anno e mezzo per un’eterologa con gameti femminili donati, a causa di strutture inadeguate, mancanza di personale e difficoltà a reperire i gameti.
Tariffe non adeguate ai costi
La Pma è entrata nei Livelli essenziali di assistenza, quindi si paga solo il ticket per un massimo di 6 tentativi. Le tariffe previste da un decreto ministeriale del 2017 vengono però considerate da cliniche e associazioni di categoria troppo basse rispetto ai costi reali (2.750 euro a ciclo per l’omologa e 3.100 per l’eterologa). Avverte Maria Paola Costantini, avvocata esperta di diritto sanitario: «Anche il numero di tentativi,
ndrebbe rimodulato: sei di omologa e sei di eterologa sono troppi per singola donna. Così rischi di restringere a poche coppie». In sostanza il budget del Servizio sanitario non è infinito, e quindi avrebbe senso fornire la copertura ad un numero minore di tentativi, ma a più coppie. Intanto le regioni si devono allineare alle nuove tariffe: Sicilia, Toscana, Emilia-Romagna, Puglia, Campania e Sardegna sono a posto. La Lombardia dovrebbe passare dal regime chirurgico a quello ambulatoriale e ancora non lo ha fatto. E occorre poi ampliare l’offerta perché intere province sono ancora scoperte. Sta di fatto che in assenza di nuovi investimenti la via del privato in molti casi resta l’unica percorribile. In un caso soprattutto: quello dell’eterologa con gameti femminili. In Italia mancano donatrici, inoltre la legge 40 vieta qualunque forma di remunerazione. Ovunque in Europa la donazione di ovuli è considerata un atto altruistico e non è previsto alcun compenso, però viene riconosciuto un rimborso per il disagio, per esempio in Spagna viene quantificato tra gli 800 e i mille euro.
Il congelamento degli ovociti
Un’opportunità potrebbe essere quella di consentire la donazione degli ovociti già congelati da altre donne. Ma anche qui ci sono ostacoli: la crioconservazione è coperta dal Servizio sanitario nazionale solo per le pazienti oncologiche, mentre le donne con altre problematiche o le giovani che vogliono preservare la propria fertilità – evitando così di dover affrontare negli anni successivi concepimenti difficili o «assistiti» – devono pagare il trattamento di tasca propria, arrivando a spendere fino a 5 mila
ùeuro. E quando decidono di scongelare devono sottostare alla legge 40 e presentarsi con un compagno.
Se non lo hanno trovato e vogliono fecondare il loro ovulo con seme donato, devono trasferire l’ovocita in una clinica all’estero. Eugin fornisce questo servizio, ma lo spostamento effettuato solo da corrieri autorizzati è carico della donna e costa tra i mille e i 1.500 euro
Gli ovuli inutilizzati o in eccesso non possono essere donati a meno che la donna da cui provengono non si registri anche come donatrice
Embrioni inutilizzati: che fine fanno?
In Italia non è inoltre disciplinata l’embriodonazione, che permetterebbe di donare gli embrioni già formati, ad altre coppie o alla scienza. Questo sta portando a un accumulo di embrioni inutilizzati sotto azoto liquido a -196°, temperatura che ne scongiura il deterioramento biologico per un tempo indefinito. Secondo la nostra legge gli embrioni, se non utilizzati dalla coppia che li ha generati, restano lì, inutilizzati nei congelatori delle biobanche. In Spagna, un trattamento di embriodonazione costa tra i 1.700 e i 3.000 euro, cifra che con le varie aggiunte può arrivare anche a 8.000 euro.
A diverse velocità corre anche la diagnosi pre-impianto, potenzialmente decisiva per individuare alcune patologie o alterazioni genetiche nell’embrione appena formato ed evitare interruzioni spontanee di gravidanza. A livello nazionale non è coperta dal Snn, Regioni come la Lombardia o la Toscana la coprono nel caso in cui nella coppia ci siano mutazioni genetiche note
La diagnosi pre-impianto
«Se vogliamo vedere se l’embrione è affetto da una mutazione nel gene della fibrosi cistica è la tecnica migliore che abbiamo per ora (la tecnica si chiama Pgt-m, ndr)» spiega Mariabeatrice Dal Canto, responsabile dei laboratori di Eugin in Italia.
Esiste anche la possibilità di indagare possibili anomalie cromosomiche (Pgt-a), rischio che aumenta con l’età della donna. Molti esperti sono scettici perché è un esame invasivo che mette a rischio la sopravvivenza dell’embrione, e quindi il tasso di successo del ciclo, a fronte di un rischio rilevante di falsi positivi, perché non è detto che l’errore cromosomico non si corregga in corsa. «Noi facciamo la Pgt-a quando la donna ha avuto ripetuti aborti o fallimenti di impianto. Essendo l’età media di 39 anni, in Italia coinvolge circa il 20% delle coppie » dice Dal Canto. Sta di fatto che la proposta cambia da pubblico a privato, da clinica a clinica, e la confusione porta nella direzione che la comunità scientifica vorrebbe evitare: trasformare la diagnosi pre-impianto in una tecnica opzionale, con un costo aggiuntivo anche importante e la generica promessa di risparmiare tempo selezionando l’embrione migliore. L’obiettivo invece dovrebbe essere la tutela della salute fisica e mentale della donna, come ha sentenziato nel 2015 per due volte la Corte costituzionale.
Considerazione finale
Se una donna che si è sottoposta ad un trattamento all’estero, arrivando a spendere anche decine di migliaia di euro, quando torna in Italia ha una interruzione di gravidanza, l’intervento di raschiamento uterino è ovviamente a carico del Servizio
Sanitario Nazionale. In parole povere: siamo un Paese solerte quando una gravidanza finisce male, ma non fa tutto quello che potrebbe perché inizi bene.
Milena Gabanelli e Martina Pennisi – corriere.
(da corriere.it)
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Gennaio 14th, 2026 Riccardo Fucile
GLI ANALISTI DEL MONDO OCCIDENTALE CE LO RICORDANO SPESSO, UN CINISMO DA BOTTEGAI SPACCIATO PER LUCIDITA’
Sono un po’ stanchino, direbbe Forrest Gump, di vedere le atrocità internazionali sempre incasellate alla voce «il mondo funziona così». I lucidi analisti del declino occidentale ce lo ricordano di continuo, con un tono di sarcastico compatimento per chiunque si illuda che il mondo possa funzionare anche altrimenti. Ma lo volete capire, ripetono tra gli applausi della loro curva, che il diritto è una finzione e i valori una truffa? Contano solo la forza, la geografia, gli interessi. Perché mai dovremmo manifestare in piazza contro gli ayatollah? Sono troppo lontani per ascoltarci. Che si liberino da soli, gli iraniani, se ne sono capaci. E comunque qualunque altro governo, se avesse centomila contestatori in piazza, sparerebbe loro addosso. Sono le regole del potere, le uniche funzionanti perché basate sui rapporti di forza.
Questo cinismo da bottegai spacciato per lucidità e persino per anticonformismo potrà forse sedurre un algoritmo, ma mi rifiuto di credere che possa far breccia in chi non è accecato dalla faziosità. Siamo fatti anche d’altro: emozioni, slanci, ideali. Scendere in piazza contro un regime bigotto e sanguinario aiuterebbe comunque gli oppositori: li farebbe sentire meno soli. Di sicuro aiuterebbe chi scende in piazza a ricordarsi che il mondo e la vita funzionano in tanti modi diversi. Come una scatola di cioccolatini, direbbe sempre Forrest Gump, l’unico esperto di geopolitica di cui, a questo punto, mi fido.
(da Corriere della Sera)
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Gennaio 14th, 2026 Riccardo Fucile
UN ANNO DALLA MORTE DI OLIVIERO TOSCANI
Di tutte le commemorazioni di Oliviero Toscani, a un anno dalla morte, la più “toscaniana” è il
tributo che gli hanno reso, ieri, i corleonesi. Nome che i mafiosi hanno usurpato: si parla qui dei corleonesi quelli veri, i cittadini di Corleone.
Nel ’96 Toscani volle coinvolgerli in una delle sue sortite non ortodosse, e andò là per realizzare un catalogo di moda. Idea tipicamente sua, al tempo stesso semplice — quasi banale — e rivoluzionaria: sarà anche semplice, ma nessuno ci aveva pensato e nessuno lo mai ha fatto. Lui sì.
Anche un bambino può capire il senso di quel suo lavoro (come di ogni lavoro di Oliviero): vi mostro che faccia ha una comunità di persone che non c’entrano con lo stereotipo che gli è piovuto addosso, con la fama mediatica di un nome di luogo imbrattato di sangue per colpa di pochi. Vi mostro la realtà, che è al tempo stesso molto più normale e molto più straordinaria di quanto sembri. E uso la pubblicità — come ho sempre fatto — perché anche la pubblicità può essere un linguaggio civile: basta volerlo.
Toscani non era un intellettuale, era un artista istintivo, febbrile. Il suo obiettivo non coglieva i chiaroscuri, quasi ogni sua immagine è una scelta nitida, inequivoca, didascalica. Paolo Landi, che ha lavorato con lui per quasi tutto il suo percorso, ha scritto su di lui un libro che lo definisce, fin dal titolo, “comunicatore, provocatore, educatore”. La natura impulsiva e un poco spaccona di Toscani, che quando parlava era tumultuoso e incauto, rischia di far trascurare questa sua terza attitudine — educatore — che invece è stata importante. Non solo per il suo lungo lavoro a Fabrica. Per la sua voglia di coinvolgere le persone, di disturbarle, di schiodarle dalla pigrizia e dai luoghi comuni, di trascinarle nel suo viaggio emotivo. Educare: tirare fuori, portare fuori.
(da repubblica.it)
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Gennaio 14th, 2026 Riccardo Fucile
IL COSTITUZIONALISTA AINIS: “UNA RESA DEI CONTI TRA POLITICA E MAGISTRATURA”
Se nel frattempo il mondo non sarà esploso del tutto, fra un paio di mesi ci attende un referendum. Quello sulla giustizia, che per i suoi oppositori introduce viceversa un’ingiustizia. Come voteremo? Dipende dal merito di questa riforma, però anche dal metodo con cui è stata generata. Dipende dai quesiti, ma in realtà dalla percezione dei quesiti, dalla loro «narrazione», come si dice adesso. Dipende dal testo, ma in misura anche maggiore dal contesto, dalle condizioni esterne in cui cadrà la consultazione.
Difatti ogni referendum esprime una valenza che supera lo specifico oggetto dei quesiti. Nel 1991 il referendum sulla preferenza unica promosso da Mario Segni aprì la stagione della Seconda repubblica. Incideva su un dettaglio della legge elettorale (abolendo la possibilità d’indicare tre preferenze sulla scheda), tuttavia incrociò il malcontento popolare, e accese la miccia che ha bruciato tutti i partiti della Prima repubblica. Nel 2016 il referendum sulla riforma costituzionale firmata da Renzi fu in effetti un voto pro o contro il suo governo, nonché la sua persona. L’ha riconosciuto più volte, del resto, lo stesso interessato.
Il primo fattore, dunque, sarà questo: il sentimento prevalente nei confronti di Giorgia Meloni, e in generale della sua esperienza di governo, dopo tre anni d’avventure. E se per lei va male saranno dolori. Hai voglia, infatti, a dichiarare che il tuo esecutivo non se ne lascerà scalfire, che la giustizia è tutt’altra questione, quando si tratta dell’unica riforma che sei riuscita a licenziare, dopo lo stallo del premierato e dell’autonomia differenziata. E quando tutti i tuoi alleati di governo sono schierati per il «sì», tutta l’opposizione per il «no». È uno scontro politico, quello che si delinea all’orizzonte. C’è in ballo il primato fra i consensi popolari. Nuovi equilibri, forse. Sarà per questo che la maggioranza ha accelerato il voto, sarà perché avverte la bassa marea, ne ha avuto sentore alle regionali di novembre. E teme che s’allarghi, che cresca giorno dopo giorno.
In secondo luogo, giocherà il favore verso i magistrati. È la loro
casa che la riforma vuol mettere a soqquadro. Ed è questo scompiglio la sua specifica ragione: una resa dei conti fra politica e magistratura. L’hanno ammesso, a mezza bocca, vari esponenti di governo, e a bocca piena anche il ministro Nordio. Sicché l’altro quesito sottotraccia è questo: parteggi per i politici oppure per i giudici? Tuttavia, se la fortuna dei primi precipita a ogni elezione, se resta sommersa dall’onda del non voto, la popolarità dei secondi vola rasoterra: ha fiducia nel potere giudiziario soltanto il 39 per cento degli italiani, dichiara un sondaggio Tecnè diffuso l’anno scorso. Sarà una gara al ribasso: non vince chi è più simpatico, ma chi risulta un po’ meno antipatico.
In terzo luogo c’è di mezzo il metodo col quale è stata timbrata la riforma. Con le maniere spicce, manu militari. Il Parlamento l’ha votata quattro volte senza correggere una virgola del testo scritto dal governo — un episodio senza precedenti nella storia delle revisioni costituzionali. La riforma della giustizia intende separare le carriere fra chi giudica e chi indaga, ma intanto (l’ha osservato Ferruccio de Bortoli) ha separato di netto l’esecutivo dal legislativo. Tutti respinti i 1300 emendamenti depositati dalle opposizioni. Silenziato il parere di dissenso del Csm. Ignorato lo sciopero indetto dall’Associazione nazionale magistrati. E allora l’altra domanda che ci interroga suona così: apprezzi il decisionismo del governo? A tuo giudizio la società italiana ha bisogno d’una cura autoritaria o di maggiori garanzie?
In quarto luogo conterà il racconto, conteranno anche le favole inventate per sedurre gli elettori. Questo non è un referendum sul divorzio o sull’aborto: la materia è troppo tecnica per essere
compresa a fondo da chi non ha la doppia laurea. Sicché si tira fuori il delitto di Garlasco, anche se nessun sistema può proteggerci dagli errori giudiziari. Si chiama in causa la persecuzione verso Berlusconi, che però fu assolto varie volte da giudici non ancora separati dai pm. Mentre un po’ tutti i partiti dicono il contrario di ciò che sostenevano in passato. Fabula docet, insegnavano i latini. Ma in questa circostanza sarà meglio tapparsi le orecchie.
Michele Ainis
(da Repubblica.it)
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Gennaio 14th, 2026 Riccardo Fucile
LA CRISI DEI QUOTIDIANI, LEGATA AL PREDOMINIO DELL’INFORMAZIONE VIA WEB E SOCIAL, HA RIDOTTO ALL’OSSO I GUADAGNI DEGLI EDICOLANTI: IN MEDIA 900 EURO AL MESE … OGGI 2.100 COMUNI DI TUTTA ITALIA NON DISPONGONO PIÙ DI UN PUNTO DI VENDITA ESCLUSIVO PER LA STAMPA CARTACEA…IL GOVERNO COSA INTENDE FARE PER SALVARE UN SETTORE AGONIZZANTE?
Lo striscione bianco, inchiodato più di un anno fa sul tetto del suo chiosco, in via della Pineta
Sacchetti a Roma, ondeggia assecondando le carezze del vento. E dentro, dipinta a mano, la domanda che sa di provocazione e di richiesta di attenzione: “Chi vuole la fine delle edicole?”.
Lui, Andrea Di Silvio, questa fine non la vuole di certo: apre ogni giorno alle sei del mattino e cala la saracinesca alle venti: “Fino a quindici anni fa davamo da mangiare a due famiglie, anzi due e mezzo. Adesso sono solo. Vendevo anche 900 quotidiani al giorno, ora fatico ad arrivare a cento, e mi salvo con bustine, collezioni e sorpresine per i bambini”
A poche centinaia di metri in linea d’aria, oltre il Policlinico Gemelli e sulla via Trionfale, proprio all’altezza della chiesa che Aldo Moro quotidianamente frequentava, Giorgio Canali, invece, sta svuotando la sua edicola: “Sì, dopo 32 anni, chiudo. E’ cambiato il modo di leggere, bisogna prenderne atto. Vado a fare il magazziniere in una farmacia. Anzi è tardi, debbo attaccare a mezzogiorno”.
A Roma Nord, come del resto nelle altre zone della città, diventa sempre più difficile comprare un giornale. Molte chiusure, a partire dalla più grande edicola dell’area, in via Cortina d’Ampezzo, e pochi eroi che fanno resistenza. Come Adolfo, che da vent’anni gestisce il chiosco di Piazza dei Giuochi Delfici. Un monumento, per chi ancora si ostina a leggere la carta stampata, anziani soprattutto.
E Roma non è, naturalmente, un’eccezione: crollo delle edicole anche a Milano, a Torino, a Napoli, nei paesi più piccoli. Con alcune eccezioni: le province di Bolzano e di Sondrio, che vedono crescere leggermente questa tipologia di imprese e, curiosamente, Oristano in Sardegna che mantiene tutte le sue 51 rivendite.
Secondo il sindacato UILtucs, che ha lavorato su proiezioni Infocamere 2025-26, all’inizio di quest’anno i punti di vendita attivi sarebbero in tutta Italia soltanto 10.220, con una flessione del 4,7 per cento rispetto allo scorso anno, e una del 23 per cento in soli sei anni, nei quali si sono perse 3.200 edicole.
Ma quindici anni fa i chioschi erano ben 38 mila in tutto il Paese e dunque in appena tre lustri, dal 2010 ad oggi, si sono ridotti di oltre il 70 per cento. La crisi colpisce duramente le imprese individuali, che sono l’82 per cento delle edicole italiane e i cui
titolari sono sempre più anziani.
Gli “under 35” alla guida di un’edicola sono ridotti al lumicino: meno del 6 per cento del totale nazionale. In un anno soltanto, secondo le stime UILtucs Unioncamere, se ne andranno altri 580 ragazzi rispetto al 2025.
Un addio a un lavoro che impone orari e condizioni sacrificate, e che, secondo il dato diffuso l’estate scorsa stavolta dal sindacato Sinagi Cgil, garantisce un reddito medio di appena 900 euro al mese. E se ne vanno le donne imprenditrici, che due anni fa, riferisce Unioncamere, avevano ancora in mano il 37 per cento delle imprese registrate, mostrando una particolare affezione a questo settore (in tutti gli altri ambiti di impresa, la titolarità femminile è invece solo del 22 per cento).
Più in generale, ben 2100 comuni di tutta Italia non dispongono più di un punto di vendita esclusivo per la stampa cartacea. La crisi dell’editoria, con il crollo delle vendite di quotidiani e periodici e la contemporanea diffusione di Internet, smartphone e social media, ha spostato il consumo di notizie.
Le edicole tentano di resistere anche con vendite di biglietti, figurine, magliette, libri, giocattoli e altri prodotti e servizi, ma non sempre ce la fanno. Il vero rischio è la desertificazione culturale.
Vedremo quale risposta vogliono dare governo, regioni, editori, distributori, sindacati di categoria, per evitare che questi importanti presidi culturali vengano cancellati del tutto, colpendo a morte i giornali di carta.
(da professionereporter.eu)
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Gennaio 14th, 2026 Riccardo Fucile
“A ME NON È MAI SUCCESSO DI SENTIRMI UN CERVELLO IN FUGA: NELLA FORMAZIONE SCIENTIFICA È NORMALISSIMO ANDARE ALL’ESTERO PER UN PERIODO. IN ITALIA I RICERCATORI SONO PAGATI POCO. GRAZIE AL CALCIO HO IMPARATO IL SACRIFICIO”
All’espressione “cervello in fuga” sorride. «In Italia siete un po’ fissati», dice. Ma su un punto non arretra: «La ricerca italiana è meno competitiva, perché c’è meno sostegno economico e i dottorati vengono pagati poco e male rispetto ad altri Paesi come la Germania e l’Austria».
Francesca Ferlaino, 48 anni e da 20 anni residente in Austria dove dirige l’Istituto di ottica quantistica e informazione quantistica, è stata proclamata “Scienziata austriaca dell’anno” per le sue ricerche sulla fisica dei quanti, titolo conferito dal Club austriaco dei giornalisti dell’istruzione e della scienza.
È un riconoscimento (non l’unico) che arriva al termine di un cammino lungo, fatto di “cuore”, passione pura, studio rigoroso e tenacia. Una tenacia che affonda le radici molto prima dell’università e dei laboratori: nell’infanzia trascorsa dietro le quinte del mondo del calcio, il mondo del Napoli calcio, cui ha avuto accesso sin da bambina in quanto figlia di Corrado Ferlaino, il presidente “azzurro” che insieme a Diego Armando Maradona ha regalato alla città una indimenticabile favola sportiva e due scudetti
Dottoressa, lei ha costruito in Austria la sua carriera. Ora arriva un importante premio. Verrebbe da dire che lei è “un cervello in fuga”. Lei si riconosce in questa categoria?
«No, onestamente no. Gli italiani hanno una vera fissazione per i “cervelli in fuga”, questa è una immagine un po’ stereotipata. A me non è mai successo di sentirmi un cervello in fuga: nella formazione scientifica è normalissimo andare all’estero per un periodo. È successo a me, è successo a tantissimi miei colleghi.
Né ho mai avuto la sensazione che in Italia non ci fosse niente. Un mio collega di Firenze oggi è ricercatore lì, ha il suo laboratorio di Ricerca e fa ottime cose».
Quindi partire non era una scelta definitiva?
«No. Quando sono arrivata in Austria, pensavo di restare tre mesi, acquisire una tecnica e tornare. Poi, tra premi, sovvenzioni e opportunità, ho potuto costruire qui qualcosa di mio e sono rimasta. Ma sarei potuta tornare anche in Italia: avrei semplicemente seguito un percorso diverso».
Eppure i numeri raccontano una difficoltà strutturale della ricerca italiana. Dove sta il problema?
«La ricerca italiana è meno competitiva perché c’è meno sostegno economico da parte dello Stato. Il costo della vita a Firenze o in Austria è simile, ma uno studente di dottorato in Italia guadagna anche il 30-40% in meno rispetto a Germania o Austria».
Quando ha capito che la Fisica era la sua strada?
«Fino alla terza media ho frequentato una scuola francese in Italia, poi il liceo classico Umberto I a Napoli. Uscivo dal liceo piuttosto confusa: mi piacevano tante cose, dalla biochimica alla fisica. Ero molto aperta. Per meriti scolastici feci l’esame da privatista a 17 anni, un anno prima. Avevo un appuntamento all’Università con un amico e finii ad assistere, per curiosità, a una lezione di fisica. Non capii praticamente niente, ma fu amore a prima vista. Dissi: questo è il mio futuro. Mi sono lasciata guidare dal cuore».
E il cuore l’ha portata lontano da un’eredità di famiglia che qui a Napoli fa ancora battere migliaia di cuori. Lei è figlia di Corrado Ferlaino e ha vissuto da vicino il Napoli di Maradona. Che ricordi le ha lasciato quel periodo?
«Oggi, con l’età, mi rendo conto di aver vissuto un privilegio: viaggiavo tantissimo con mio padre, seguivo la squadra in trasferta. Ero curiosissima.
Vivevo lo spogliatoio, i ritiri, le partite. Era tutto magico.
Però quello che ho visto mi ha insegnato soprattutto quanto lavoro c’è dietro il talento: molti calciatori lasciano la famiglia da giovanissimi, affrontano allenamenti durissimi, seguono regole ferree, uno stile di vita fatto di disciplina e rinunce. C’è da parte loro una sforzo, una dedizione incredibile, a cui spesso non si presta attenzione. Invece ogni giocatore porta con sé il peso del duro lavoro, il desiderio di non mollare. E se io non ho mollato nei momenti più difficili del mio percorso, è anche perché, guardando questi calciatori, ho capito che il talento non emerge fino in fondo se non lavori».
Anche Maradona, quindi, non era solo genio.
«Maradona era un fuoriclasse. Era sempre lì ad allenarsi.Con mio padre aveva un rapporto speciale. Ricorderò sempre l’enorme legame tra loro».
(da agenzie)
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