Gennaio 16th, 2026 Riccardo Fucile
ORDINE, DISCIPLINA E PORTAFOGLI VUOTI
Polizia, esercito in strada, lotta al dissenso e punizioni esemplari che colpiscono sia la libertà
personale che il conto in banca. Il messaggio è cristallino: guai a chi prova a manifestare fuori dal recinto, anche in casi eccezionali. Come è accaduto quando Israele ha bloccato la Flotilla, con migliaia di persone in strada. Quelle stesse manifestazioni che oggi la destra chiede di organizzare alla sinistra a sostegno del popolo iraniano, pensando però al tempo stesso di reprimerle. È questa la “linea dura” che il Governo Meloni sta servendo in queste ore agli avversari politici, un piatto freddo preparato con cura metodica attraverso una serie di misure repressive.
Dal Decreto Rave all’emergenza sociale ignorata
Non è un fulmine a ciel sereno, intendiamoci. La ricetta viene da lontano. Si è iniziato con l’antipasto del decreto Rave. Ve lo ricordate? Il primo atto assoluto, studiato per inasprire le pene e colpire un’intera categoria come se quattro ragazzi che ballano in un capannone fossero la vera emergenza nazionale italiana. Risolto quello, il Paese era salvo, no?
Poi è arrivato il decreto Caivano. A Roma potremmo tranquillamente ribattezzarlo “decreto Quarticciolo”, perché la sostanza non cambia: prendiamo un quartiere periferico, dove la dispersione scolastica è ai massimi livelli e la marginalità sociale ti mangia vivo, e come rispondiamo? Con l’inclusione? No. Con la repressione. Certo, il Quarticciolo è una piazza di spaccio,
nessuno lo nega. Ma chi quello spaccio la subisce ogni giorno non ha bisogno dell’esercito sotto il balcone. Ha bisogno di un lavoro, di una scuola che funzioni, di spazi sociali per creare una collettività e affrancarsi da quel degrado. Invece, abbiamo mandato le divise.
Giustizia climatica e arbitrarietà delle pene
Il menù si è poi arricchito con i decreti sicurezza contro chi osa parlare di giustizia climatica. Blocchi il traffico per cinque minuti? Rischi il carcere. Una proporzione ammirevole. Ma è adesso che arriva il vero salto di qualità, il colpo da maestro. Non bastava il resto: ora si parla di sanzioni pecuniarie fino a 20.000 euro e fino a 5 anni di carcere. Ma la vera perla è la possibilità di essere perquisiti e fermati fino a 12 ore se le forze dell’ordine decidono, a loro insindacabile giudizio, che potresti essere un sospettato. L’arbitrarietà della repressione elevata a sistema.
Il modello Orban, il caso Salis e la riforma della Giustizia
È un modello che odora di Trump e strizza l’occhio a Viktor Orbán. Lo abbiamo visto bene con il caso di Ilaria Salis cosa succede quando un governo piega la magistratura ai suoi desideri: cittadini in catene prima ancora di una sentenza di primo grado, detenuti in condizioni igieniche che definire “da brivido” è un complimento. Ed è esattamente la direzione che questo governo vuole prendere con la riforma della giustizia.
L’errore dei progressisti e l’erosione dello Stato di Diritto
E qui, diciamocelo, c’è una colpa grave anche del campo progressista. Per troppo tempo si è minimizzato l’erosione dello Stato di diritto, liquidando il rischio di un ritorno al fascismo
come un’ipotesi da libro di storia. “Il fascismo è unico e irripetibile, è roba di cent’anni fa”, ci siamo detti. Vero. Ma il fatto che non tornino le camicie nere del 1922 non significa che non possa ripresentarsi sotto altre forme, magari seguendo un impeccabile percorso costituzionale.
A forza di dire che il fascismo storico è morto, abbiamo lasciato un’autostrada a chi oggi sta smantellando lo Stato di diritto, dalla giustizia alla libertà di espressione del dissenso.
Il risultato? Oggi l’Italia è un Paese meno libero. E non è retorica, è cronaca.
(da Fanpage)
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Gennaio 16th, 2026 Riccardo Fucile
UNA MAPPA DEL CPR, VERGOGNA DI UN PAESE CIVILE
“Ho perso un mese della mia vita chiuso sotto tortura, eravamo trattati come bestie”. La prima volta che abbiamo parlato con Alì (nome di fantasia) è stata a ottobre. In quel momento era trattenuto all’interno del Cpr (Centro di permanenza per il rimpatrio) di via Corelli a Milano senza aver commesso nessun reato. Dopo 14 anni trascorsi in Italia ad Alì non è stato, infatti, rinnovato il permesso di soggiorno e, così, quando a fine settembre si è presentato in questura per fare richiesta di protezione complementare è stato portato al Cpr dove è stato trattenuto per circa un mese prima di riuscire a uscire, vincendo il ricorso grazie al suo legale, l’avvocato Stefano Afrune.
Mentre era trattenuto, Alì ha voluto mostrare a Fanpage.it il “degrado” dall’interno del Cpr, documentando i “soprusi” e le “condizioni disumane” che è stato costretto a vivere. Le stesse condizioni che, tra l’altro, hanno portato il Cpr di via Corelli al centro di un processo tuttora in corso. Poi, una volta uscito, ha deciso di raccontarci di persona il periodo in cui è stato trattenuto. Lo ha fatto in un modo che nessuno aveva mai tentato prima: disegnando una mappa del Cpr e di tutti i luoghi in cui ricordava di essere stato.
Nessuno, infatti, aveva mai realizzato una mappa dettagliata del Cpr, né è possibile trovarne una online. Per questo, il disegno di Alì non rimane un semplice schizzo, ma diventa la testimonianza unica di un luogo che è sempre rimasto nascosto e – di fatto – sconosciuto, perché nessuno sa davvero cosa accada dietro a quelle mura. Così, con il suo gesto, Alì è voluto andare oltre il perimetro: quel confine che trattiene centinaia di persone lontano dallo sguardo pubblico. Così, stanza dopo stanza, oggetto dopo oggetto, la mappa invisibile del Cpr si è fatta più chiara ed è emersa la topografia di un sistema che opera nell’ombra, lontano dai cittadini, spesso oltre i confini stessi della legalità.
Il Cpr di via Corelli è uno dei 10 Centri di permanenza per il rimpatrio presenti in Italia, ovvero le strutture in cui viene trattenuto chi è irregolare sul territorio italiano, ma anche chi è in attesa del permesso di soggiorno o del suo rinnovo, come nel caso di Alì.
Oltrepassare il perimetro dei Cpr è praticamente impossibile anche per i giornalisti. Fanpage.it, però, è riuscita a “entrare” attraverso l’unico varco possibile: gli occhi di chi quel luogo l’ha vissuto per mesi. È così che siamo riuscite a oltrepassare la sbarra che da sempre delimita il confine tra le persone trattenute all’interno del Cpr di Milano con il mondo esterno.
“Appena arrivi ti dicono di aspettare sull’auto della pattuglia, mentre controllano le carte”, ha esordito Alì a Fanpage.it, tracciando le prime linee sul foglio bianco che ha davanti a sé. “Oltre il cancello c’è l’ingresso. Una volta dentro c’è una stanza dove mi hanno perquisito. Mi hanno fatto lasciare tutto ciò che non potevo tenere con me”. Infatti, all’interno del Cpr non è
consentito portare nulla con sé. Neanche i propri vestiti, o gli oggetti personali. Nulla può entrare, “neanche un libro”. “Avevo circa 40 euro con me, li ho dovuti lasciare perché anche i soldi non possono entrare”, ha aggiunto.
Dopo essere stato perquisito, Alì è stato portato in un ufficio che si trova poco prima dell’accesso alle diverse sezioni del Cpr. All’interno “c’era una scrivania e un po’ di documenti. Ti portano un sacchetto di plastica con un po’ di vestiti”, ha ricordato Alì. “Poi, però, ti assegnano un numero perché nel Cpr ogni persona è numerata, ti chiamano solo per numero”. Un numero che, dunque, per tutto il tempo che si è lì diventa il nome delle persone trattenute.
Stando al suo disegno, poco più avanti c’è l’infermeria. “Quando arrivi il medico ti fa qualche domanda per vedere se sei stabile”, ha continuato a raccontare Alì. “Ti chiede se soffri di qualcosa, se sei malato. Mi hanno chiesto: ‘Vuoi la terapia? Ti servono farmaci?’ L’infermiera, per esempio, se dici di non volere farmaci, ti dice ‘sei sicuro? Li prendono tutti'”. Così, appena entrato in Cpr Ali si è trovato davanti a uno dei problemi che più volte le associazioni hanno denunciato: quello che chiamano “abuso di psicofarmaci” che verrebbero utilizzati per “sedare” le persone all’interno.
Una volta finito con l’infermiera, Alì è poi stato trasferito nella sezione dove sarà trattenuto per il mese e mezzo successivo. “Eravamo suddivisi in 6 sezioni. Io ero qui”, ha spiegato Alì, indicando la seconda sezione sulla sinistra della mappa. “Appena entri ti aprono un portone, c’è il blindo, lo chiamano, poi c’è un corridoio in mezzo alle sezioni con le luci accese tutta la notte”.
In realtà, le sezioni di cui parla Alì non sono numerate, ma catalogate con alcune lettere dell’alfabeto. Dalle immagini satellitari è facile distinguere le diverse sezioni, non tutti i dettagli visibili, però, riflettono la struttura del Cpr per come è oggi. Per esempio, i cortili che si vedono aperti sono in realtà coperti da sbarre dalle quali è praticamente impossibile vedere il cielo. Per questo motivo la mappa che Alì ha disegnato a Fanpage.it è fondamentale per capire quali siano le condizioni in cui vengono trattenute le persone.
Il “degrado” dei bagni e le celle “fredde e piene di piccioni”
“Sulla destra ci sono i bagni”, ha riferito Alì, continuando a disegnare. “C’è un lavandino con tre rubinetti per 24, 26 persone. I bagni sono marci, quando entri, viene da vomitare. Subito dopo ci sono tre docce di cui ne funziona soltanto una. Le altre sono abbandonate, sporche, piene di polvere e di rifiuti. Avessimo avuto gli strumenti, avremmo pulito, ma non avevamo niente, neanche una scopa”. Condizioni, quelle descritte e documentate da Alì, che non garantiscono alla persona che è trattenuta il rispetto della propria dignità.
Più avanti, ancora, ci sono le celle “sono sia sulla destra che sulla sinistra, lungo il corridoio fino in fondo”, ha spiegato ancora Alì a Fanpage.it. “All’interno di ogni cella c’è un armadio di cemento, brande di ferro inchiodate al pavimento e finestre di ferro verde. È tutto in cemento impregnato di odori e di umidità”.
Poi, in fondo al corridoio, disegna un’ultima cella: “Ce n’è una che non è abitabile perché ha le porte aperte, fa freddo e ci sono i piccioni che ti girano attorno”, ha aggiunto Alì. “Quando sono
arrivato, però, mi ricordo che c’erano due persone che erano state messe a dormire lì dentro con il materasso sul pavimento perché non c’era posto altrove”.
Così, man mano che Alì prosegue con il racconto, la mappa che si costruisce sembra descrivere, sempre di più, una situazione molto difficile: sovraffollamento, mancanza di spazi adeguati e scarsa igiene. Condizioni che, però, compromettono la sicurezza e il benessere dei trattenuti, oltre a esporre le persone – nel migliore dei casi – a malattie e infezioni.
La mensa: “I piccioni fanno i propri bisogni sui tavoli”
“In mensa i tavoli sono di ferro verde, su tutti la vernice sta venendo via. Ci sono le bolle sul pianale, quindi si deve stare attenti”, ha spiegato Alì a Fanpage.it, disegnando una nuova stanza sul foglio. “In più, non ci sono i piatti” e per appoggiare il cibo, secondo la testimonianza di Alì, si dovrebbe ricorrere a “pezzi di carta o tovaglioli”. Ad aggravare la situazione, la presenza di piccioni: “Anche volendo mangiare pulito non riesci, i piccioni sono dappertutto e fanno i propri bisogni sui tavoli dove le persone mangiano”.
Per quanto riguarda il cibo, “la roba è poca e fredda” tanto che “passa la voglia di mangiarlo e anche quando mangi hai subito di nuovo fame”. Proprio per questo, un giorno – ha ricordato Alì – un trattenuto “ha aperto una scatola di tonno e l’ha messa in un bicchiere di latte che conservava dal mattino e l’ha mangiata”. Alì, però, non è il primo a denunciare problematiche relative al cibo. Già in passato è capitato diverse volte, proprio al Cpr di via Corelli a Milano, che alle persone trattenute venissero distribuiti alimenti scaduti o con insetti all’interno, come ricostruito anche dagli inquirenti nel processo.
Il cortile dove “non si vede il cielo” e dove le persone “tentano di uccidersi”
“Dopo la mensa c’è una porta sulla sinistra che porta in cortile”, ha continuato Alì, sottolineando come sia proprio lì che si verifichino frequentemente atti di autolesionismo o tentativi di suicidio, legati spesso alle stesse condizioni disumane documentate nell’inchiesta che ha visto coinvolto proprio il Cpr di via Corelli.
“Lo fanno in cortile perché in cella non hanno la possibilità di farlo, perché non ci sono cose a cui attaccarsi”. In cortile, invece, “c’è un cancello dove si attaccano, si arrampicano sopra e cercano di farlo”, ha spiegato Alì a Fanpage.it. “Spesso si sentono persone che urlano, tentano di impiccarsi, si tagliano… ho visto cose che fuori sarebbe impossibile immaginare”.
“Finché non ti ammazzi, finché non ti fai male, nessuno ti guarda, nessuno dice niente. Se uno si impicca, però, per loro diventa un problema”, ha aggiunto ancora Alì.
“C’era un trattenuto che era fissato, voleva impiccarsi, l’hanno sempre tirato giù. Un giorno, però, si è tagliato la gola, è uscito tutto insanguinato. Lo hanno portato via e non ne abbiamo più saputo niente”.
Il Cpr, un luogo “di tortura”, nascosto e sospeso
“È un luogo peggiore del carcere”, ha commentato Alì, ripensando al Cpr di Milano e descrivendo un tempo sospeso in cui “non c’è nulla da fare”: niente lettura, niente scrittura, nessuna attività. Un luogo dove le persone restano chiuse e dimenticate, spesso senza comprenderne il senso. “A cosa serve tenere la gente chiusa lì?”, si è domandato Alì, spiegando come quella permanenza si trasformi per chi la vive – di fatto – in una vera e propria pena. “Eravamo come delle bestie buttate lì”, ha rincarato. “Ho perso un mese della mia vita così, chiuso sotto tortura”.
Quell’isolamento, però, non è stato per lui soltanto fisico, ma anche mentale. All’interno del centro Alì faticava, infatti, a immaginare cosa ci fosse oltre la sua sezione: “Non potevo sapere cosa ci fosse oltre la mia cella”, né intuire l’estensione reale degli spazi. Perché l’immaginazione, ha raccontato, si fermava ai confini imposti. Allo stesso modo, dall’esterno è difficile visualizzare gli ambienti e le condizioni che ogni anno centinaia di persone sono costrette a subire, spesso senza aver commesso nessun reato.
Per questo è necessario riportare lo sguardo al di là di quel perimetro, non solo per conoscere, ma anche per denunciare ciò che accade oltre i limiti della legalità. Ed è proprio qui che si cela il senso e il valore della mappa disegnata da Alì: aver portato un po’ di luce dove prima esisteva soltanto ombra.
Così, la sua voce – e quella di tutti coloro che scelgono di testimoniare – diventa un atto di resistenza: il primo passo per tentare di riportare lo sguardo al di là di quel perimetro e, nel farlo, restituire dignità a tutti coloro che, nel Cpr di Milano, l’hanno perduta.
(da Fanpage)
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Gennaio 16th, 2026 Riccardo Fucile
SONO STATE RISPETTATE LE REGOLE O GLI INCARICHI SONO STATI AFFIDATI SU CRITERI PERSONALI E POLITICI?
Sull’Istituto Romano di San Michele adesso indaga la procura. In seguito all’inchiesta di
Fanpage.it, che ha portato alla luce una serie di appalti, consulenze e contributi affidati tutti a persone molto vicine a Fratelli d’Italia, i magistrati hanno deciso di vederci chiaro e passare al setaccio gli ultimi anni di gestione dell’ente. Al momento non risultano persone indagate. L’obiettivo è capire se queste scelte – che hanno portato un ritorno economico importante nelle tasche di persone gravitanti in orbita Fratelli d’Italia – siano state fatte in modo legale e trasparente o se abbiano seguito logiche di ‘amichettismo’. In quest’ultimo caso, presto sul registro degli indagati potrebbero cominciare a comparire i primi nomi.
Al vaglio gli anni della gestione Libanori
Sotto la lente d’ingrandimento della procura, è soprattutto il
periodo il cui Giovanni Libanori – attuale vicesindaco di Nemi e dirigente di Fratelli d’Italia – ha gestito l’ente. In seguito all’inchiesta di Fanpage.it, che ha come fulcro proprio la gestione di Libanori del San Michele, la giunta Rocca aveva deciso di bloccare la riconferma di Libanori, il cui mandato era scaduto il 26 novembre scorso. Ma proprio nei giorni scorsi, il presidente della Regione Lazio ha firmato la sua nomina, riconfermata dalla maggioranza di destra.
Il sistema San Michele, tra amicizie personali e legami politici
L’Istituto San Michele è un’azienda pubblica di servizi alla persona con un patrimonio di oltre 110 milioni di euro. Gestisce soprattutto strutture e attività che riguardano persone in condizioni di fragilità, di cui case di riposo ed Rsa sono solo una piccola parte. L’assistenza ai fragili però, sotto Libanori, sembra essere passata in secondo piano: prioritario sarebbero piuttosto la gestione di appalti e consulenze, da centinaia di migliaia di euro, affidate a persone amiche e vicine a Libanori.
Gli appalti e le consulenze sono state affidate soprattutto a persone vicine al deputato di Fratelli d’Italia Luciano Ciocchetti e all’assessore della Regione Lazio Massimiliano Maselli, che fa parte della stessa corrente politica di Libanori. Ad esempio, la ristrutturazione del terzo piano della Palazzina Tori, che fa parte del plesso San Michele: 600mila euro alla società Euroscavi di Gianluca Culia, impresa molto nota proprio a Nemi, che negli anni – quando Libanori era anche presidente del Cynthia, la squadra di calcio locale, ha effettuato la maggior parte degli interventi di manurenzione del comune. La direzione dei lavori è stata affidata a Giovanni Cocco, geometra vicino politicamente e
personalmente a Libanori. Entrambi hanno sostenuto politicamente Libanori alle elezioni regionali del 2018. Cocco, invece, proprio di recente è diventato dirigente di Fratelli d’Italia ad Ariccia, e ha ottenuto un incarico per i cantieri del San Michele.
Per quanto riguarda gli arredi per il reparto, l’affidamento di 149mila euro è stato affidato alla XOffice Srl, società riconducibile a Michelangiolo Bernabei. Anche qui, non uno sconosciuto, non un nome qualsiasi, ma un amico di Luciano Ciocchetti. Circa 400mila euro sono stati poi stanziati dalla Regione a sostegno di questo servizio: che, però, almeno fino alla fine di ottobre, non era ancora operativo. C’è poi la gara per la progettazione dei lavori di una nuova Rsa, alla quale hanno partecipato tre società. Si tratta però di aziende che collaborano da anni tra loro. L’appalto, di circa 270mila euro, è stato vinto da BM Studio, società amministrata da Sabina Brinati: Brinati è stata candidate alle ultime elezioni comunali di Roma non con un partito qualsiasi, ma con Fratelli d’Italia. Sempre BM Studio è stata fondata dall’architetto Valter Macchi, collaboratore di lunga data di Luciano Ciocchetti che per anni ha svolto la funzione di consulente quando quest’ultimo era assessore all’Urbanistica della Regione Lazio. Non li lega solo un rapporto lavorativo e politico: Ciocchetti ha infatti officiato il rapporto tra Macchi e Brinati.
Le onlus fantasma e i 35mila euro per progetti mai realizzati
Non solo: l’Asp aveva erogato 35mila euro alle associazioni Comitato Italiano Carta della Terra, Scilla International e Aventia Aps per realizzare due progetti dedicati agli anziani.
Questi progetti non sono però mai stati realizzati. Ma la cosa che più desta sospetto è che due delle associazioni avrebbero la sede nello stesso indirizzo, in via Sardegna 55 a Roma. Ma non c’è nessun campanello con il loro nome in quell’edificio, e il portiere del palazzo ha dichiarato che nessuna associazione con quei nomi ha mai avuto sede lì. L’Istituto San Michele, l’indomani della pubblicazione della notizia, ha richiesto indietro i soldi alle due associazioni. Ma la domanda sul come sia stato possibile e con quali criteri siano stati erogati i fondi, resta senza risposta.
(da Fanpage)
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Gennaio 16th, 2026 Riccardo Fucile
LE INDAGINI DI REPORT HANNO DATO VIA ALL’INCHIESTA
Dai viaggi in Giappone alle spese pazze nella macelleria più famosa del centro di Roma; dall’appartamento in centro per il presidente Stanzione vicino al B&b delle figlie, all’uso dell’auto di servizio per spostamenti privati, fino al “perdono” nei confronti di Ita-Airways (ma le indagini riguardano anche analogo episodio per Meta). Sono tanti gli episodi che hanno portato il Nucleo di polizia economica della Guardia di finanza, su indicazione del procuratore aggiunto di Roma, Giuseppe De Falco, a perquisire le abitazioni di tutti i membri dell’ufficio del Garante della privacy, inclusi il presidente Pasquale Stanzione e il consigliere Agostino Ghiglia – mesi fa nella bufera per aver incontrato Arianna Meloni nella sede di Fratelli d’Italia prima di
votare una sanzione contro la trasmissione Report – oltre a Guido Scorza e Ginevra Cerrina.
Le accuse di peculato e corruzione prendono lo spunto, si legge nel decreto di perquisizione consegnato agli indagati e che Open ha potuto visionare, proprio dalle inchieste di Sigfrido Ranucci e di Report, e delle verifiche fiscali del consulente Gaetano Bellavia citate in trasmissione (Bellavia è a sua volta al centro di accuse e di uno scontro tra Report e parte della maggioranza di governo). Accuse che poi sono state approfondite dalla Guardia di finanza, ipotizzando comportamenti che da “meriti illeciti offensivi del decoro dell’ente” sarebbero sfociate in reati e che avrebbero integrato anche l’abuso d’ufficio, se non fosse stato abolito.
Le accuse, dalle tessere Ita in cambio di controlli blandi alla visita ad Arianna Meloni con l’auto di servizio
Tre i filoni attorno a cui gira l’inchiesta. Prima di tutto il tema dei soldi dell’ufficio del Garante per la privacy usati a scopi privati in varia forma, dai viaggi aerei alle spese per alloggio e spostamento non giustificate: poi l’uso dell’auto di servizio per scopi personali, semplici spostamenti privati e non esclusivamente per gli incontri di rappresentanza. E tra queste, anche se il decreto parla genericamente di “incontro con un esponente politico”, il riferimento, dicono fonti di indagine, è anche alla visita del membro del Garante, Agostino Ghiglia, ad Arianna Meloni nella sede di Fratelli d’Italia.
Poi i rapporti con Ita Airways che, si legge nel capo di accusa, a fronte di tessere Volare di Ita-Airways, del valore di 6.000 euro ciascuna, avrebbero portato ad una sanzione per violazione della
privacy “meramente formale” nei confronti della compagnia aerea, con la circostanza specifica per cui il responsabile della privacy, e quindi del trattamento dei dati nel 2022-23, in Ita era un socio dello studio E-Lex, fondato da Guido Scorza e in cui sua moglie è ancora socia.
Ci sono poi due episodi ancora in fase di accertamento e che non hanno portato ad un capo di imputazione. Uno riguardante gli Smart glasses e il colosso Meta che dopo la “sponsorizzazione” su Instagram da parte del consigliere Guido Scorza, non avrebbe subito alcuna sanzione (inizialmente si era parlato di una multa di 44 milioni di euro) e l’altro relativo all’eliminazione di una sanzione alla Asl Abruzzo, assistita sempre dallo studio E-Lex.
Dalle spese per fitness agli alberghi, l’esplosione delle spese passate da 20mila a 400mila all’anno
La procura di Roma contesta, anche sulla base delle dichiarazioni di una fonte coperta che parla di “gestione disinvolta” come le spese del Garante per la privacy siano lievitate negli anni, soprattutto per quanto riguarda le cosiddette spese di rappresentanza e gestione. Viaggi, alberghi a cinque stelle, ristoranti e persino spese legate al fitness hanno contribuito a far lievitare il bilancio annuo dagli 851mila euro del 2021 al 1.247.00 del 2024. Una situazione che il Garante avrebbe cercato di occultare, secondo le accuse, non solo fornendo dati parziali a Report a fronte della domanda di accesso agli atti, ma fornendo risposte generiche persino ai pm.
Stanzione, l’appartamento delle figlie e la macelleria
Se gli altri membri del collegio non residenti a Roma, usavano alberghi di primissima classe, chiedendo poi rimborsi per spostamenti privati anche nella città di residenza, il presidente Pasquale Stanzione avrebbe scelto una strada che ora è oggetti di approfondimenti specifici. Prima avrebbe preso un appartamento in affitto al canone di 2.900 euro mensili, nel pieno centro di Roma e, come ha raccontato Il Fatto quotidiano, a pochi passi da una struttura ricettiva B&b di proprietà delle figlie. Quindi, avrebbe chiesto di aumentare il rimborso da 2.900 a 3.700 euro, sostenendo che il proprietario dell’immobile aveva proceduto ad una “rinegoziazione privata”. Una spiegazione così generica da spingere il segretario generale, Angelo Fanizza, prima di dimettersi, a esprimersi contro l’aumento del rimborso. Tanto più che una fonte anonima ha riferito alla procura che nel contratto si parla di una casa per Stanzione più due familiari.Lo stesso Stanzione avrebbe poi spesso presentato richieste di rimborso per pasti o addirittura per la costante spesa in una delle macellerie più note del centro di Roma, Angelo Feroci, arrivando a spendere anche 3.300 euro in un anno, e in qualche caso portando ricevute ha spiegato l’ex segretario generale Fanizza, per generici “pasti pronti”.
Le cene, i viaggi, la permanenza in Giappone di Ginevra Ferrina ed un assistente prima di andare in California
Durante l’attuale gestione, sarebbero lievitate anche le spese per i viaggi all’estero. Il solo spostamento in Giappone per il G7 sarebbe costato 80mila euro, di cui 40mila di voli visto che tutti i membri del Garante pretendevano di viaggiare in business. Per il viaggio in Giappone, non solo sarebbe stato assunto un traduttore dall’inglese, sebbene l’ufficio del Garante ne sia già provvisto. Proprio questo traduttore, considerato da altri testimoni, l’ “assistente” della consigliera Ginevra Cerrina, è stato assunto a tempo determinato come dirigente e si è fermato in Giappone assieme a Cerrina, dopo la fine del G7, altri 4 o cinque giorni, per poi volare in California dove entrambi partecipavano ad un convegno a Berkley.
In molti casi, i funzionari si sono trovati a stornare le voci di spesa, o perché i consiglieri pretendevano di viaggiare sempre in business, o perché pagavano con la carta di credito del Garante più alloggi nello stesso giorno, o il parrucchiere, o cene non istituzionali da 6/7 persone. Ghiglia in una fattura di albergo aveva chiesto il rimborso anche di “bevande e fiori“. Se tutte queste spese siano state effettivamente stornate dalle carte di credito pagate dal Garante sarà la procura ad appurarlo.
L’auto di servizio, la visita ad Arianna Meloni e gli spostamenti privati
L’auto di servizio del garante, che avrebbe dovuto essere usata solo per gli spostamenti di rappresentanza, sarebbe stata invece impiegata da tutti i membri del collegio per spostamenti personali, trai quali visite mediche, spostamenti in aeroporto dall’albergo dove si alloggiava. Ma il viaggio privato di cui si è più discusso in questo capitolo è ovviamente l’uso dell’auto, da parte di Agostino Ghiglia, per andare nella sede di Fratelli d’Italia il giorno prima dell’approvazione di una sanzione nei confronti di Report. Proprio quella visita ha fatto esplodere il caso, finiti al centro del dibattito politico per mesi.
Ita-Airways e la tessera Volare da 6.000 euro
I rapporti con Ita Airways sono invece un capitolo a parte e per questa vicenda l’accusa sale di livello, ipotizzando la corruzione.
I quattro componenti del Garante, si legge nel decreto di perquisizione, sono titolari di tessere Volare, da quando la stessa Ita ha partecipato ad una iniziativa di promozione del valore della privacy a spese del ministero del Made in Italy. Ita Airways tra l’altro, sarebbe riuscita a evitare sanzioni circa il monitoraggio delle comunicazioni e il trattamento dei dati, proprio mentre il responsabile del trattamento dati era un avvocato dello studio E-Lex, fondato dal membro del Garante Guido Sforza e in cui lavora ancora sua moglie. E-Lex ha assistito anche l’Asl Abruzzo in una vicenda di presunta violazione della privacy, conclusa a favore dell’azienda sanitaria.
Capitolo a parte è poi il rapporto con Meta, inizialmente a rischio sanzione per ben 44 milioni di euro dopo la messa in commercio degli smart-glasses. Nonostante il ruolo ricoperto come membro del Garante, Scorza ha fatto un video sui social al momento della commercializzazione degli occhiali che permettono di registrare immagini una volta indossati. Non è l’unico ad aver avuto rapporti con Meta: Agostino Ghiglia avrebbe incontrato il responsabile relazioni istituzionali della società nel 2024, mentre l’istruttoria del garante era in corso. Dal giugno 2024 al successivo aprile 2025 l’ipotesi di sanzione è stata via via ridotta, fino ad essere ritirata “in autotutela” per il troppo tempo passato, sebbene testimoni abbiano riferito che le istruttorie del garante durano anche 18 mesi.
Cellulari sequestrati
La procura di Roma ha dato mandato non solo di perquisire tutte le abitazioni e gli uffici dei membri del Garante ma anche di sequestrare tutti i cellulari e i computer. Dopo l’esplosione dello
scandalo però, riferiscono fonti vicine all’inchiesta, è noto che tutti abbiano cambiato telefono e non è chiaro quanto del pregresso possa ancora essere nelle memorie virtuali.
(da agenzie)
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Gennaio 16th, 2026 Riccardo Fucile
NON SI SA SE E’ PIU’ SQUALLIDO CHI LO ACCETTA O CHI LO HA CONSEGNATO A UN CRIMINALE
Alla fine ce l’ha fatta. Non sarà come averlo dal Comitato norvegese, che ha anche precisato che
è incedibile. Ma Donald Trump ha ricevuto il “suo” premio Nobel da Maria Corina Machado in una specie di cerimonia a favore di telecamere e fotografi. E ha sottolineato il «gesto magnifico» dell’oppositrice
venezuelana: «Maria mi ha consegnato il Premio Nobel per la Pace per il lavoro che ho svolto. Che magnifico gesto di rispetto reciproco. Grazie, Maria!», ha scritto il presidente degli Stati Uniti, che ambisce apertamente al premio, sulla sua piattaforma Truth Social.
Il Nobel a Trump
In precedenza la leader dell’opposizione venezuelana aveva annunciato di aver «dato» la medaglia del Premio Nobel a Trump, che l’ha tenuta fuori dalla sua strategia per il Venezuela. «Se lo merita. È stato un momento molto toccante», ha detto in un’intervista a Fox News. Il Nobel Peace Center di Oslo ha sottolineato su X che i vincitori potevano disporre della medaglia d’oro associata al premio come meglio credevano. Ma ha aggiunto: «Una medaglia può cambiare proprietario, ma non il titolo di un vincitore». Il pranzo tra Trump e Machado, presentato dagli americani principalmente come un incontro di cortesia, si è svolto senza accesso alla stampa.
Poco dopo la cattura di Nicolás Maduro, da allora detenuto negli Stati Uniti, il presidente americano aveva dichiarato che la signora Machado, che aveva lasciato segretamente il Venezuela a dicembre per ricevere il Premio Nobel, non era qualificata per guidare il paese. «Abbiamo bisogno di democrazia», ha dichiarato. Machado è arrivata alla Casa Bianca poco dopo mezzogiorno (17:00 GMT) ed è ripartita verso le 14:30. «Le ho assicurato che i venezuelani vogliono vivere liberi, con dignità e nella giustizia», ha detto la leader dell’opposizione. «Per questo, abbiamo bisogno di democrazia», ha concluso. Trump esclude per ora la possibilità di indire elezioni in Venezuela. Preferisce
“dettare” le decisioni del team dirigente rimasto in carica a Caracas dopo la cattura del presidente deposto da parte delle forze speciali statunitensi fino a nuovo avviso.
(da agenzie)
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Gennaio 16th, 2026 Riccardo Fucile
A DENUNCIARLO LA BBC PERSIAN CHE HA RACCOLTO DIVERSE TESTIMONIANZE DEI PARENTI DELLE VITTIME
Le autorità iraniane chiedono somme di denaro molto elevate alle famiglie per la restituzione dei corpi dei manifestanti uccisi nelle proteste. A denunciarlo è la Bbc Persian, che ha raccolto numerose testimonianze dei parenti delle vittime. Le richieste arriverebbero fino a settemila dollari, oltre seimila euro. Cifre considerate proibitive per gran parte della popolazione iraniana, del tutto sproporzionate rispetto ai redditi medi. In molti casi, l’impossibilità di pagare ha impedito ai familiari di recuperare le salme dei propri cari, trattenuti dal regime in obitori e ospedali, in quella che sembra una vera e propria forma di riscatto.
Le testimonianze
A Rasht, nel nord dell’Iran, una famiglia ha raccontato che le forze di sicurezza hanno chiesto 700 milioni di toman, circa 5 mila euro, per restituire il corpo di un loro parente, trattenuto al Poursina Hospital insieme ad almeno altri 70 manifestanti uccisi. A Teheran, la famiglia di un operaio curdo si è invece vista
chiedere un miliardo di toman per recuperare la salma del figlio. Impossibilitati a pagare l’ingente somma, sono stati costretti a tornare a casa senza il corpo.
In alcuni casi, il personale ospedaliero ha avvisato in anticipo i parenti, invitandoli a ritirare i corpi prima dell’intervento delle forze di sicurezza, per evitare estorsioni. Bbc Persian ha raccolto la testimonianza di una donna, la cui identità resta riservata per motivi di sicurezza, che ha scoperto della morte del marito solo dopo una telefonata ricevuta il 9 gennaio. Le è stato chiesto di recarsi subito in ospedale per ritirare la salma prima dell’arrivo degli agenti. La donna, accompagnata dai due figli, ha caricato il corpo su un pick-up e ha viaggiato circa sette ore fino alla loro città natale nell’Iran occidentale per la sepoltura.
(da agenzie)
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Gennaio 16th, 2026 Riccardo Fucile
NON SI PUO’ CHIUDERE NESSUNA SCUOLA, I GIOVANI NON SONO UNITA’ DI COSTO MA UN PRESIDIO DI CITTADINANZA ATTIVA
L’accorpamento delle scuole (tecnicamente chiamato dimensionamento scolastico) non è, come
sostiene il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara, un atto obbligato, legato agli impegni presi dall’Italia con l’Unione europea. L’Europa chiede «riforme», ma non ha mai imposto di tagliare i presidi nei paesi.
La verità è che la scelta di chiudere scuole è politica, non tecnica. Giustificare i tagli con il calo demografico (meno studenti richiedono una riorganizzazione per evitare scuole troppo piccole e costose da gestire) appare del tutto coerente con la posizione del governo che considera il calo demografico e lo spopolamento una condanna definitiva, dal momento che «la popolazione può crescere solo in alcune grandi città e in specifiche località particolarmente attrattive».
Destino segnato?
Il destino delle aree interne, sotto tanti aspetti, sarebbe definitivamente segnato, al punto che l’Obiettivo Quattro della Strategia nazionale s’intitola: “Accompagnamento in un
percorso di spopolamento irreversibile”. In pratica un invito a mettersi al servizio di un “suicidio assistito” di questi territori
Si parla, infatti, di struttura demografica ormai compromessa, «con basse prospettive di sviluppo economico e deboli condizioni di attrattività». E se lo spopolamento è presentato come inevitabile e inarrestabile e le aree interne non possono porsi alcun obiettivo di inversione di tendenza, il messaggio che arriva è che non si pensa di attuare politiche efficaci per arrestare il declino. Si demolisce ogni speranza di vita e di cambiamento.
Hanno buoni motivi le regioni (Toscana, Emilia-Romagna, Umbria e Sardegna), che si sono rifiutate di approvare i piani di accorpamento per l’anno scolastico 2026/2027, di temere che accorpare le dirigenze sia il primo passo verso l’abbandono delle scuole di montagna o dei piccoli comuni, aumentando la dispersione scolastica.
Lo spopolamento delle aree interne dipende da molti fattori locali e globali, da un abbandono durato decenni, da scelte urbanocentriche che hanno penalizzato i paesi, le campagne, le aree interne. La facilità e l’insensibilità con cui si parla di chiusure delle scuole sono il frutto di politiche decennali che hanno visto lo smantellamento della scuola pubblica, continui tagli alla sanità, alla cultura, all’istruzione, alla ricerca scientifica, alle Università.
Le scelte del governo
La responsabilità non è di questo governo, ma gli interventi recenti basati soltanto su calcoli economicistici, sull’ineluttabilità delle statistiche, su questioni burocratiche o di risparmio, sono di natura politica. Le parole «accorpamento»,
«dimensionamento», «efficientamento», non sono termini tecnici, ma la prova che il governo non intende adottare politiche efficaci per sostenere quanti non si rassegnano alla morte dei loro paesi.
Per chi governa non conta molto il fatto che quando una scuola chiude, i genitori devono scegliere se sottoporre i figli piccoli a lunghi viaggi giornalieri (spesso su strade dissestate) o trasferirsi più vicino ai centri urbani. Non conta molto che la scuola, oltre al comune e alla parrocchia, resta un luogo di aggregazione e di socialità, di ritrovo e di iniziative comunitarie.
Gli abitanti delle piccole comunità in spopolamento, come nel film Un mondo a parte di Riccardo Milani, capiscono che la chiusura della scuola significa la fine del loro mondo, e attuano le più fantasiose e attive pratiche di restanza e di resistenza, come ricorrere a qualche bambino immigrato nella zona.
Il film ricorda quanto gli immigrati sarebbero decisivi per tenere aperte anche le scuole, ma il problema dell’arrivo degli immigrati è stato spostato in Albania. In queste condizioni, non è facile risolvere le difficoltà di centinaia di paesi o di isole, ma forse per questo allora occorrono scelte coraggiose, radicali, in controtendenza con la pratica di desertificare i luoghi.
Servono altri racconti, bisogna invertire paradigmi e ribaltare lo sguardo (come ricordano gli studiosi di “Riabitare l’Italia”), ribaltare logiche neoliberiste. Ho vissuto un periodo in cui andare a scuola significava vivere, abbandonare antiche soggezioni, rendere vivibili i paesi, avere accesso alle superiori e all’Università.
I padri emigravano per anni per fare studiare i figli e le madri si
inventavano mille mestieri e mille saperi per fare crescere figli che andavano in classi con trenta bambini, locali umidi, portandosi da casa il piccolo “braciere” di latta con il carbone e le braci accese per riscaldarsi.
Erano gli anni di Albino Bernardini o di don Milani, dell’Unla, dei Centri di cultura popolare che trasformavano le scuole in luoghi di incontro, apprendimento, socialità, forme democrazia partecipata. In quel decennio, che non bisogna certo mitizzare, gli sforzi furono mossi da una visione pedagogica e sociale che oggi sembra quasi utopistica. Quel modo di intendere la scuola determinò forti miglioramenti economici e consentì una vita dignitosa in paesi che stavano conoscendo il grande esodo e il boom economico.
Piccole utopie realizzabili
Adesso, in una situazione molto diversa, forse occorre sostenere l’insostenibile, creare nuove piccole utopie realizzabili. Le aree interne non hanno bisogno di certificato di morte, ma di attenzione. Devono e possono acquistare una nuova centralità economica, produttiva, antropologica.
Hanno bisogno di collegamenti, strade, ospedali, centri culturali, musei, librerie. Sono quelle aree che forniscono al paese prodotti alimentari, acque, legna, altri possibili modelli di vita e di guardare e abitare il mondo. I paesi, per quanto in gravi difficoltà, non sono luoghi abitati da “selvaggi” e da “primitivi” (che, peraltro, amo), ma da persone che hanno studiato, conoscono mille mestieri, hanno il controllo dei nuovi saperi.
Basterebbe un piano di messa in sicurezza di centri urbani e paesi a rischio sismico (i loro beni archeologici, artistici,
culturali, i palazzi, le chiese, le abitazioni, le scuole) per creare grandi occasioni di lavoro per giovani, ragazze, laureati, tecnici, maestranze. La novità rispetto al passato è che, se i giovani continuano a fuggire in massa perché non sopportano più una vita in luoghi privi di servizi e con un’intollerabile qualità della vita, in realtà vorrebbero restare anche per il timore di vedere morire i luoghi di nascita e di appartenenza.
“Restanza” attiva
Gli atteggiamenti e le politiche “antipaese” stanno alimentando nei locali un nuovo senso dei luoghi, un attaccamento che si traduce in un fare produttivo e “rivoluzionario”. La novità su cui non si vuole investire è data da associazioni, movimenti, circoli che praticano una “restanza” attiva, mobile, concreta, tesa a cambiare lo stato delle cose.
Queste forme di nuova “presenza” senza nostalgia ma rivolta al presente dovrebbero essere i punti fermi su cui basare la rigenerazione del paese e del Paese. In questo quadro controverso di richiesta di ascolto e di soggettività, che viene affermato fuori dai partiti (incapaci di interpretare i mille mutamenti che arrivano dal basso), anche il sistema delle pluriclassi (bambini di età diverse nella stessa aula). potrebbe essere riconsiderato
I docenti che arrivano nelle aree interne o nelle isole dovrebbero essere motivati e incoraggiati per non vivere la pluriclasse come una “punizione” o un ostacolo tecnico. Le Università (come sostiene l’economista Domenico Cersosimo) potrebbero creare percorsi di specializzazione mirati a una didattica multigrado. Potrebbero insegnare ai futuri docenti come gestire gruppi di
apprendimento eterogenei invece di lezioni frontali uguali per tutti, fornire loro gli strumenti per leggere e trasformare il paese in una “scuola diffusa”, istruire gli allievi all’uso del digitale per connettere la piccola pluriclasse con una classe di tutte le città italiane e del mondo.
Lo stato dovrebbe assumere migliaia di giovani docenti formati per le piccole comunità. Questo creerebbe posti di lavoro qualificati proprio dove servono, portando nuova linfa e nuove famiglie (quelle dei docenti) nei paesi. Il docente non è un “passante”, ma il custode della memoria e del futuro delle comunità.
La pluriclasse potrebbe non essere costruita necessariamente come una “scuola di serie B” da eliminare, ma andrebbe sperimentata come una scelta pedagogica d’avanguardia. In una classe tradizionale, la divisione per età è spesso artificiale, nella pluriclasse, i bambini più grandi potrebbero consolidare le loro conoscenze spiegandole ai più piccoli; i più piccoli forse sarebbero stimolati dal confronto con i più grandi.
Le pluriclassi o quelle “classi uniche” potrebbero essere i luoghi più tecnologicamente avanzati d’Italia, legati ai saperi e alle culture tradizionali e a quelle del presente. Gli adolescenti non sarebbero più degli “emarginati”, ma dei privilegiati che ricevono un’educazione su misura, che crescono nel loro ambiente, nei luoghi in cui sono nati, senza essere sradicati violentemente.
Illusione economicista
Forse sarebbe davvero un atto di ribellione contro la “dittatura dei numeri” che sta cancellando le persone e la loro unicità. Una
politica capace di affermare il diritto di restare, oltre a quello di tornare e di partire, dovrebbe affermare che non si può chiudere nessuna scuola, nemmeno quella che ha per alunni pochi bambini. Gli adolescenti e i giovani non sono unità di costo, ma presidio di cittadinanza attiva.
Chiudere la scuola è un atto di esproprio della cittadinanza e non offre, come dice la Costituzione, a ogni cittadino identiche possibilità di partenza. Chiudere una scuola per risparmiare lo stipendio di un maestro è un’illusione economicista.
Il costo sociale (disoccupazione, abbandono dei territori, dissesto idrogeologico, devastazioni ecologiche, incuria dei paesi, del paesaggio, della bellezza, costi enormi di urbanizzazione in metropoli per “ricchi” o che escludono, che ormai non attirano più come nel passato) è infinitamente superiore. Se la scuola di massa ha fallito cercando di rendere tutti uguali, la scuola degli “ultimi banchi” celebra l’unicità, le diverse sensibilità, crea responsabilità, agevola le scelte se è come restare o partire.
Un docente per pochi bambini non è uno spreco, è la massima espressione di cura civile. Forse bisogna affrettarsi a creare il maestro di comunità, come il medico di comunità, le edicole, le biblioteche, i musei di comunità, in un paese dove sanità, scuola, cultura sono state demolite o privatizzate.
Gli “ultimi abitanti” di paesi a rischio estinzione, in questo modo, non sarebbero considerati un cancro da asportare, ma essere trattati, curati e sostenuti nella vita (e non nella morte) come una grande risorsa, considerati i primi di nuove comunità, di cui ha bisogno un paese, sempre più omologato e sconosciuto a se stesso, senza orizzonte per il futuro.
(da agenzie)
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Gennaio 16th, 2026 Riccardo Fucile
IL CONDUTTORE DI REPORT: “INCOMPETENTI E PRONI ALLA POLITICA,, IL GARANTE USATO COME BRACCIO ARMATO CONTRO I GIORNALISTI”
Sigfrido Ranucci è il primo a non credere alla possibilità che i componenti del Collegio del garante della privacy si dimettano.
«Se non ci sarà un blitz della politica, che non mi aspetto – dice il giornalista Rai e conduttore di Report – non se ne andranno mai. Tu rinunceresti a 250 mila euro all’anno per poi doverti cercare un altro lavoro?».
Lo stipendio, più la carta di credito del Garante, il cui uso sarebbe stato piuttosto allegro, secondo l’accusa di peculato ipotizzata dai magistrati…
«Il presidente Stanzione ha speso seimila euro dal macellaio, per portare la carne a casa sua a Salerno. Quanti sono in famiglia? La vicepresidente Feroni Cerrina, invece, ha pagato il conto dal parrucchiere. Ma, secondo me, non è questo il principale motivo per cui si dovrebbero dimettere».
E quale, allora?
«Per quello che c’è dietro al peculato: Ghiglia ha usato impropriamente l’auto di servizio per fare cosa? Per andare nella sede di Fratelli d’Italia a prendere istruzioni da Arianna Meloni. È la dimostrazione della loro non indipendenza dalla politica, della totale mancanza di imparzialità».
Per questo la maggioranza di governo glissa e non agisce per azzerare il collegio del Garante?
«Capisco l’imbarazzo e il silenzio. Ma chi è silente è complice, ha usato il Garante come braccio armato per colpire i giornalisti e la libertà di stampa. E, forse, è anche ricattabile, visto ci sono alcune decisioni dell’Autorità chiaramente pilotate dalla politica, a cominciare dalla sanzione inflitta alla Rai per l’inchiesta di Report sul caso Sangiuliano».
Quella multa da 150 mila euro è stata una ritorsione perché voi avevate in cantiere inchieste proprio sull’attività del Garante?
«Questo non posso dirlo, ma il sospetto c’è. Mentre lavoravamo all’inchiesta sulle spese irregolari dei componenti del collegio, ci è stata negata una richiesta di accesso agli atti con questa motivazione: “Perché state indagando su di noi”. Comunque, quella multa nasce soprattutto dai rapporti tra il presidente Stanzione e l’avvocato Sica, legale dell’ex ministro Sangiuliano».
Uno dei vari esempi di conflitto di interesse?
«Abbiamo ricostruito vari episodi che mostrano il condizionamento della politica e la non terzietà del Garante. Se ne può uscire solo con una riforma complessiva dell’Autorità, per preservare l’istituzione in quanto tale. Ma serve la volontà politica di azzerare e ripartire».
§Il governo potrebbe imporre le dimissioni ai componenti del collegio?
«Potrebbero tagliare i fondi: dal ministero dell’Economia arrivano ogni anno al Garante 50 milioni di euro: se quel finanziamento viene fermato, l’attività si paralizza e il collegio decade. Tanto più che pare ci sia stato un uso non dignitoso di questi soldi pubblici».
Nessuno controllava le spese di servizio?
«Questo è uno degli aspetti da approfondire, per capire come ha lavorato chi si è occupato della gestione contabile. L’ex segretario generale Angelo Fanizza, l’unico che si è dimesso dimostrando almeno un po’ di senso dello Stato, sta parlando con i magistrati e, da quello che mi risulta, sta raccontando dettagli interessanti».
Lui si è dimesso, i componenti del collegio resistono. Il
presidente Stanzione dice di essere «tranquillissimo».
«Buon per lui, si sentono intoccabili e impuniti. Si sono appropriati di un ente istituzionale, trasformandolo in un braccio armato della politica e sperperando denaro pubblico, anche a causa di decisioni rivelatesi errate».
Cioè?
«Provvedimenti e sanzioni, che sono stati poi annullati dalla Cassazione, con tutte le spese legali da pagare. Spese doppie, nel caso in cui la controparte fosse, ad esempio, la Rai, che ha dovuto attivare l’ufficio legale per difendersi fino al terzo grado di giudizio. E la Rai ha le risorse per farlo, ma pensate a piccole emittenti o testate, su cui pende la spada di Damocle di questo Garante fuori controllo».
Quindi non c’è solo subordinazione alla politica, ma anche incompetenza?
«È un mix tra incapacità di valutazione e posizione prona alla politica. Prendiamo il caso di Meta, la multa da 44 milioni, più volte tagliata e rinviata, infine annullata: lo Stato non ha incassato un euro; quindi, si configura il danno erariale. Poi noi abbiamo raccontato dell’incontro tra Ghiglia e un rappresentante di Meta».
State continuando ad occuparvi del Garante?
«Ci sono vari altri aspetti da chiarire, poi abbiamo ricevuto centinaia di segnalazioni. Come all’inizio, anzi voglio sottolineare che tutto nasce dall’interno del Garante: gli stessi dipendenti non ne potevano più di vedere quello scempio davanti ai loro occhi. Stefano Rodotà (primo presidente dell’Autorità trent’anni fa, ndr) si starà rivoltando nella tomba».
(da La Stampa)
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Gennaio 16th, 2026 Riccardo Fucile
È LA CIFRA CHE COSTEREBBE IL PASSAGGIO LEGALE DA DIPARTIMENTO PER LA DIFESA A DIPARTIMENTO DELLA GUERRA, VOLUTO DA QUEL BELLIMBUSTO DI PETE HEGSETH E DONALD TRUMP…FINORA IL CONGRESSO SI È SEMPRE RIFIUTATO DI APPROVARE UNA LEGGE CHE RENDESSE UFFICIALE IL CAMBIO
Cambiare legalmente il nome del Pentagono da dipartimento per la difesa a dipartimento della
guerra costerebbe ai contribuenti americani 125 milioni di dollari.
E’ quanto emerge da un nuovo rapporto del Congressional Budget Office, citato dal New York Times.
Finora, il Congresso si è rifiutato di sostenere la causa promossa da Donald Trump e dal segretario alla difesa Pete Hegseth. L’organo legislativo dovrebbe infatti redigere e approvare una legge che renda il cambio di nome ufficiale e legalmente vincolante.
Il rapporto rileva che il Pentagono si è rifiutato di rispondere alle richieste del Congressional Budget Office in merito all’ammontare delle spese già sostenute e previste per il futuro per il cambio di nome.
(da agenzie)
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