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LA VITA NEL CPR DI MILANO DISEGNATA DA ALI’: “TORTURE E PRIVAZIONI, UN MESE SENZA VEDERE IL CIELO”

UNA MAPPA DEL CPR, VERGOGNA DI UN PAESE CIVILE

“Ho perso un mese della mia vita chiuso sotto tortura, eravamo trattati come bestie”. La prima volta che abbiamo parlato con Alì (nome di fantasia) è stata a ottobre. In quel momento era trattenuto all’interno del Cpr (Centro di permanenza per il rimpatrio) di via Corelli a Milano senza aver commesso nessun reato. Dopo 14 anni trascorsi in Italia ad Alì non è stato, infatti, rinnovato il permesso di soggiorno e, così, quando a fine settembre si è presentato in questura per fare richiesta di protezione complementare è stato portato al Cpr dove è stato trattenuto per circa un mese prima di riuscire a uscire, vincendo il ricorso grazie al suo legale, l’avvocato Stefano Afrune.
Mentre era trattenuto, Alì ha voluto mostrare a Fanpage.it il “degrado” dall’interno del Cpr, documentando i “soprusi” e le “condizioni disumane” che è stato costretto a vivere. Le stesse condizioni che, tra l’altro, hanno portato il Cpr di via Corelli al centro di un processo tuttora in corso. Poi, una volta uscito, ha deciso di raccontarci di persona il periodo in cui è stato trattenuto. Lo ha fatto in un modo che nessuno aveva mai tentato prima: disegnando una mappa del Cpr e di tutti i luoghi in cui ricordava di essere stato.
Nessuno, infatti, aveva mai realizzato una mappa dettagliata del Cpr, né è possibile trovarne una online. Per questo, il disegno di Alì non rimane un semplice schizzo, ma diventa la testimonianza unica di un luogo che è sempre rimasto nascosto e – di fatto – sconosciuto, perché nessuno sa davvero cosa accada dietro a quelle mura. Così, con il suo gesto, Alì è voluto andare oltre il perimetro: quel confine che trattiene centinaia di persone lontano dallo sguardo pubblico. Così, stanza dopo stanza, oggetto dopo oggetto, la mappa invisibile del Cpr si è fatta più chiara ed è emersa la topografia di un sistema che opera nell’ombra, lontano dai cittadini, spesso oltre i confini stessi della legalità.
Il Cpr di via Corelli è uno dei 10 Centri di permanenza per il rimpatrio presenti in Italia, ovvero le strutture in cui viene trattenuto chi è irregolare sul territorio italiano, ma anche chi è in attesa del permesso di soggiorno o del suo rinnovo, come nel caso di Alì.
Oltrepassare il perimetro dei Cpr è praticamente impossibile anche per i giornalisti. Fanpage.it, però, è riuscita a “entrare” attraverso l’unico varco possibile: gli occhi di chi quel luogo l’ha vissuto per mesi. È così che siamo riuscite a oltrepassare la sbarra che da sempre delimita il confine tra le persone trattenute all’interno del Cpr di Milano con il mondo esterno.
“Appena arrivi ti dicono di aspettare sull’auto della pattuglia, mentre controllano le carte”, ha esordito Alì a Fanpage.it, tracciando le prime linee sul foglio bianco che ha davanti a sé. “Oltre il cancello c’è l’ingresso. Una volta dentro c’è una stanza dove mi hanno perquisito. Mi hanno fatto lasciare tutto ciò che non potevo tenere con me”. Infatti, all’interno del Cpr non è
consentito portare nulla con sé. Neanche i propri vestiti, o gli oggetti personali. Nulla può entrare, “neanche un libro”. “Avevo circa 40 euro con me, li ho dovuti lasciare perché anche i soldi non possono entrare”, ha aggiunto.
Dopo essere stato perquisito, Alì è stato portato in un ufficio che si trova poco prima dell’accesso alle diverse sezioni del Cpr. All’interno “c’era una scrivania e un po’ di documenti. Ti portano un sacchetto di plastica con un po’ di vestiti”, ha ricordato Alì. “Poi, però, ti assegnano un numero perché nel Cpr ogni persona è numerata, ti chiamano solo per numero”. Un numero che, dunque, per tutto il tempo che si è lì diventa il nome delle persone trattenute.
Stando al suo disegno, poco più avanti c’è l’infermeria. “Quando arrivi il medico ti fa qualche domanda per vedere se sei stabile”, ha continuato a raccontare Alì. “Ti chiede se soffri di qualcosa, se sei malato. Mi hanno chiesto: ‘Vuoi la terapia? Ti servono farmaci?’ L’infermiera, per esempio, se dici di non volere farmaci, ti dice ‘sei sicuro? Li prendono tutti'”. Così, appena entrato in Cpr Ali si è trovato davanti a uno dei problemi che più volte le associazioni hanno denunciato: quello che chiamano “abuso di psicofarmaci” che verrebbero utilizzati per “sedare” le persone all’interno.
Una volta finito con l’infermiera, Alì è poi stato trasferito nella sezione dove sarà trattenuto per il mese e mezzo successivo. “Eravamo suddivisi in 6 sezioni. Io ero qui”, ha spiegato Alì, indicando la seconda sezione sulla sinistra della mappa. “Appena entri ti aprono un portone, c’è il blindo, lo chiamano, poi c’è un corridoio in mezzo alle sezioni con le luci accese tutta la notte”.
In realtà, le sezioni di cui parla Alì non sono numerate, ma catalogate con alcune lettere dell’alfabeto. Dalle immagini satellitari è facile distinguere le diverse sezioni, non tutti i dettagli visibili, però, riflettono la struttura del Cpr per come è oggi. Per esempio, i cortili che si vedono aperti sono in realtà coperti da sbarre dalle quali è praticamente impossibile vedere il cielo. Per questo motivo la mappa che Alì ha disegnato a Fanpage.it è fondamentale per capire quali siano le condizioni in cui vengono trattenute le persone.
Il “degrado” dei bagni e le celle “fredde e piene di piccioni”
“Sulla destra ci sono i bagni”, ha riferito Alì, continuando a disegnare. “C’è un lavandino con tre rubinetti per 24, 26 persone. I bagni sono marci, quando entri, viene da vomitare. Subito dopo ci sono tre docce di cui ne funziona soltanto una. Le altre sono abbandonate, sporche, piene di polvere e di rifiuti. Avessimo avuto gli strumenti, avremmo pulito, ma non avevamo niente, neanche una scopa”. Condizioni, quelle descritte e documentate da Alì, che non garantiscono alla persona che è trattenuta il rispetto della propria dignità.
Più avanti, ancora, ci sono le celle “sono sia sulla destra che sulla sinistra, lungo il corridoio fino in fondo”, ha spiegato ancora Alì a Fanpage.it. “All’interno di ogni cella c’è un armadio di cemento, brande di ferro inchiodate al pavimento e finestre di ferro verde. È tutto in cemento impregnato di odori e di umidità”.
Poi, in fondo al corridoio, disegna un’ultima cella: “Ce n’è una che non è abitabile perché ha le porte aperte, fa freddo e ci sono i piccioni che ti girano attorno”, ha aggiunto Alì. “Quando sono
arrivato, però, mi ricordo che c’erano due persone che erano state messe a dormire lì dentro con il materasso sul pavimento perché non c’era posto altrove”.
Così, man mano che Alì prosegue con il racconto, la mappa che si costruisce sembra descrivere, sempre di più, una situazione molto difficile: sovraffollamento, mancanza di spazi adeguati e scarsa igiene. Condizioni che, però, compromettono la sicurezza e il benessere dei trattenuti, oltre a esporre le persone – nel migliore dei casi – a malattie e infezioni.
La mensa: “I piccioni fanno i propri bisogni sui tavoli”
“In mensa i tavoli sono di ferro verde, su tutti la vernice sta venendo via. Ci sono le bolle sul pianale, quindi si deve stare attenti”, ha spiegato Alì a Fanpage.it, disegnando una nuova stanza sul foglio. “In più, non ci sono i piatti” e per appoggiare il cibo, secondo la testimonianza di Alì, si dovrebbe ricorrere a “pezzi di carta o tovaglioli”. Ad aggravare la situazione, la presenza di piccioni: “Anche volendo mangiare pulito non riesci, i piccioni sono dappertutto e fanno i propri bisogni sui tavoli dove le persone mangiano”.
Per quanto riguarda il cibo, “la roba è poca e fredda” tanto che “passa la voglia di mangiarlo e anche quando mangi hai subito di nuovo fame”. Proprio per questo, un giorno – ha ricordato Alì – un trattenuto “ha aperto una scatola di tonno e l’ha messa in un bicchiere di latte che conservava dal mattino e l’ha mangiata”. Alì, però, non è il primo a denunciare problematiche relative al cibo. Già in passato è capitato diverse volte, proprio al Cpr di via Corelli a Milano, che alle persone trattenute venissero distribuiti alimenti scaduti o con insetti all’interno, come ricostruito anche dagli inquirenti nel processo.
Il cortile dove “non si vede il cielo” e dove le persone “tentano di uccidersi”
“Dopo la mensa c’è una porta sulla sinistra che porta in cortile”, ha continuato Alì, sottolineando come sia proprio lì che si verifichino frequentemente atti di autolesionismo o tentativi di suicidio, legati spesso alle stesse condizioni disumane documentate nell’inchiesta che ha visto coinvolto proprio il Cpr di via Corelli.
“Lo fanno in cortile perché in cella non hanno la possibilità di farlo, perché non ci sono cose a cui attaccarsi”. In cortile, invece, “c’è un cancello dove si attaccano, si arrampicano sopra e cercano di farlo”, ha spiegato Alì a Fanpage.it. “Spesso si sentono persone che urlano, tentano di impiccarsi, si tagliano… ho visto cose che fuori sarebbe impossibile immaginare”.
“Finché non ti ammazzi, finché non ti fai male, nessuno ti guarda, nessuno dice niente. Se uno si impicca, però, per loro diventa un problema”, ha aggiunto ancora Alì.
“C’era un trattenuto che era fissato, voleva impiccarsi, l’hanno sempre tirato giù. Un giorno, però, si è tagliato la gola, è uscito tutto insanguinato. Lo hanno portato via e non ne abbiamo più saputo niente”.
Il Cpr, un luogo “di tortura”, nascosto e sospeso
“È un luogo peggiore del carcere”, ha commentato Alì, ripensando al Cpr di Milano e descrivendo un tempo sospeso in cui “non c’è nulla da fare”: niente lettura, niente scrittura, nessuna attività. Un luogo dove le persone restano chiuse e dimenticate, spesso senza comprenderne il senso. “A cosa serve tenere la gente chiusa lì?”, si è domandato Alì, spiegando come quella permanenza si trasformi per chi la vive – di fatto – in una vera e propria pena. “Eravamo come delle bestie buttate lì”, ha rincarato. “Ho perso un mese della mia vita così, chiuso sotto tortura”.
Quell’isolamento, però, non è stato per lui soltanto fisico, ma anche mentale. All’interno del centro Alì faticava, infatti, a immaginare cosa ci fosse oltre la sua sezione: “Non potevo sapere cosa ci fosse oltre la mia cella”, né intuire l’estensione reale degli spazi. Perché l’immaginazione, ha raccontato, si fermava ai confini imposti. Allo stesso modo, dall’esterno è difficile visualizzare gli ambienti e le condizioni che ogni anno centinaia di persone sono costrette a subire, spesso senza aver commesso nessun reato.
Per questo è necessario riportare lo sguardo al di là di quel perimetro, non solo per conoscere, ma anche per denunciare ciò che accade oltre i limiti della legalità. Ed è proprio qui che si cela il senso e il valore della mappa disegnata da Alì: aver portato un po’ di luce dove prima esisteva soltanto ombra.
Così, la sua voce – e quella di tutti coloro che scelgono di testimoniare – diventa un atto di resistenza: il primo passo per tentare di riportare lo sguardo al di là di quel perimetro e, nel farlo, restituire dignità a tutti coloro che, nel Cpr di Milano, l’hanno perduta.
(da Fanpage)

This entry was posted on venerdì, Gennaio 16th, 2026 at 19:45 and is filed under Politica. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0 feed. You can leave a response, or trackback from your own site.

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