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REFERENDUM SULLA GIUSTIZIA, IL FRONTE DEL NO STA RECUPERANDO, QUALCUNO COMINCIA A CAPIRE CHE SI AVVICINA IL REGIME

Gennaio 18th, 2026 Riccardo Fucile

SONDAGGIO IPSOS: SI’ 54% NO 46%… SONDAGGIO EUMETRA SI’ 52,7% NO 47,3%

Il fronte del Sì è ancora in vantaggio ma il margine è diminuito secondo gli ultimi sondaggi che hanno sondato l’opinione degli italiani sul referendum sulla giustizia. Vediamo nel dettaglio che cosa è emerso
Il referendum sulla giustizia dovrebbe tenersi i prossimi 22 e 23 marzo, secondo le date fissate dal governo. Ora che però, la raccolta firme per un quesito alternativo lanciata da un comitato di giuristi ha raggiunto le 500mila sottoscrizioni, la consultazione potrebbe slittare.
Il comitato infatti ha avviato un contenzioso con il governo e ha presentato un ricorso al Tar per chiedere la sospensione del decreto che ha individuato l’election-day. I giudici si pronunceranno il prossimo 27 gennaio.
In attesa di nuovi sviluppi, proseguono i sondaggi che misurano l’opinione degli elettori sulla riforma. .
Secondo la rilevazione da Ipsos-Doxa per diMartedì su La7, se si votasse oggi i favorevoli al referendum sarebbero al 54% mentre i contrari il 46%. C’è da dire che nell’ultimo periodo, il fronte del No ha recuperato. Lo stesso istituto un mese fa stimava una distanza più ampia: 57,9% per il Sì, 42,1% per il No.
Secondo il sondaggio di Eumetra, i favorevoli sarebbero il 52,70% mentre i contrari si attestano attorno al 47,30%. Un divario più stretto dunque, di circa cinque punti.
(da Fanpage)

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GROENLANDIA, TRUMP COLPISCE OTTO PAESI UE CON NUOVI DAZI, LA UE REPLICA: “L’ISOLA NON E’ IN VENDITA”

Gennaio 18th, 2026 Riccardo Fucile

L’UE REAGISCE COMPATTA: “LA SOVRANITA’ NON SI NEGOZIA”

Donald Trump ha deciso di trasformare la Groenlandia in una leva commerciale, O, più precisamente, in un ostaggio economico. Da Washington infatti, è arrivato l’annuncio di nuovi dazi contro otto Paesi europei, Danimarca, Norvegia, Svezia, Francia, Germania, Regno Unito, Paesi Bassi e Finlandia, con un aumento progressivo: 10% a partire dal primo febbraio, 25 % da giugno. La motivazione, esplicitata senza troppi giri di parole sul suo social Truth, è provocatoria: le tariffe sono un modo per mettere pressione sull’Europa, anche se non porteranno all’ “acquisto completo e totale della Groenlandia”. In altre parole, Trump conferma che il territorio non è in vendita ma anche che le sanzioni economiche servono a esercitare influenza politica e a far capire che gli Stati Uniti possono punire un alleato strategico se lo ritengono opportuno. Insomma, non si tratterebbe quindi di una disputa commerciale, né di un braccio di ferro su acciaio, auto o tecnologia, ma di una pressione economia diretta
su un territorio autonomo. Una mossa che segna un nuovo salto nel rapporto tra Stati Uniti ed Europa: un alleato strategico che viene però trattato apertamente come controparte da punire.
Una scelta che arriva dopo giorni di tensioni crescenti. Il tentativo diplomatico più recente, e cioè l’incontro tra il vicepresidente JD Vance e i ministri degli Esteri danese e groenlandese, si era chiuso infatti senza risultati. Per questo Trump ha scelto un’altra strada, quella della minaccia economica, decisa ancora una volta senza passare dal Congresso. Una decisione che si inserisce in una visione molto più ampia, rivendicata dallo stesso presidente, del ruolo degli Stati Uniti nei confronti dell’Europa
Nelle sue dichiarazioni, infatti, Trump ha rivendicato una sorta di “credito storico” degli Stati Uniti nei confronti dell’Ue: decenni senza dazi, alleanze militari, protezione strategica. Ora, sostiene, è il momento di “restituire”. Non in termini di cooperazione, ma di concessioni unilaterali. Dentro questa cornice, la Groenlandia viene descritta come un territorio indifeso e incapace, secondo Trump, di resistere alle mire di Russia e Cina. Un racconto che ignora deliberatamente la realtà: la presenza Nato nell’Artico, il ruolo della Danimarca, e soprattutto il diritto del popolo groenlandese a decidere del proprio futuro
Proprio il rafforzamento della presenza militare europea sull’isola, nell’ambito delle missioni Nato nell’Artico, è indicato da Trump come il motivo diretto della “punizione”. I dazi colpiscono infatti i Paesi che hanno partecipato o sostenuto l’invio di contingenti. L’Italia, che non ha preso parte a questa
specifica missione, è invece rimasta fuori dalle misure, almeno per ora, anche se il governo non ha escluso un possibile coinvolgimento futuro nelle operazioni nell’area.
Il paradosso è dunque evidente: gli Stati Uniti restano formalmente il perno dell’Alleanza Atlantica, ma agiscono come se l’Europa fosse un avversario strategico. Non è certo la prima volta nell’ultimo anno. Ma è forse la prima in cui la leva commerciale viene utilizzata in modo così esplicito per mettere in discussione la sovranità territoriale di un alleato e ridefinire i rapporti di forza all’interno dello stesso campo occidentale.
Il pretesto della sicurezza
Trump giustifica l’operazione richiamando la necessità di installare un nuovo sistema di difesa missilistica, il cosiddetto Golden Dome. Le spiegazioni tecniche restano vaghe, infarcite di riferimenti a “angoli”, “limiti” e “metriche” mai realmente chiariti. Il messaggio politico, invece, è profondamente diretto: senza la Groenlandia, sostiene il presidente Usa, la sicurezza degli Stati Uniti sarebbe a rischio. E se la sicurezza nazionale è in gioco, ogni mezzo, come abbiamo già visto, diventa legittimo.
Nel frattempo, a Copenaghen, la risposta è arrivata prima ancora dell’annuncio ufficiale: migliaia di persone si sono infatti radunate davanti al municipio, sventolando bandiere danesi e groenlandesi. Una distesa di rosso e bianco attraversata da uno slogan ripetuto in lingua inuit, “Kalaallit Nunaat”, il nome della Groenlandia nella lingua del suo popolo. I cartelli, ironici e durissimi allo stesso tempo, “Make America go away”, “Giù le mani dalla Groenlandia”, hanno accompagnato una protesta che va chiaramente oltre la difesa di un’isola: “Qui c’è in gioco il
diritto all’autodeterminazione”, hanno spiegato i manifestanti, “e il diritto internazionale non può essere sospeso perché un alleato è più potente”.
Le mobilitazioni continueranno nei prossimi giorni anche in altre città danesi, spiegano, mentre a Copenaghen è arrivata una delegazione bipartisan del Congresso americano. Ufficialmente, per rassicurare il governo danese e le autorità groenlandesi. Di fatto, per ribadire che Trump non rappresenta l’intero Paese. Un messaggio che trova conferma anche negli ultimi sondaggi: la maggioranza degli americani, infatti, non sostiene affatto l’idea di “comprare la Groenlandia”.
L’Europa prova a fare fronte comune
Intanto, dopo l’annuncio dei dazi, Bruxelles si è immediatamente attivata. L’Unione eruropea ha infatti convocato una riunione di emergenza degli ambasciatori dei Ventisette, con il tentativo di mantenere una linea umanitaria, consapevoli che la partita va ben oltre il commercio: “Sovranità e integrità territoriale non sono negoziabili”, ha dichiarato Roberta Metsola, presidente del Parlamento Europeo, con un post su X (ex Twitter). Le minacce tariffarie, avverte, rischiano solo di innescare una spirale pericolosa e di indeoplie proprio quel fronte occidentale che proprio Trump dice di voler difendere. Anche le capitali europee hanno reagito con toni insolitamente netti: Londra ha infatti definito la volontà di Trump “completamente sbagliata”, Parigi ha parlato di “minacce inermi e inaccettabili”, nel frattempo Berlino ha invocato una risposta coordinata. Non è ancora chiaro se e quando arriveranno contromisure, è però chiaro che il terreno dello scontro si è spostato dalla diplomazia alla
coercizione.
Nel cuore dell’Artico, tra basi militari e ghiacci che si ritirano, la Groenlandia è diventata insomma qualcosa di più di un punto su una mappa, un luogo ora in cui si sta mostrando una frattura più profonda. Non solo tra Stati Uniti ed Europa, ma tra due modi diversi di intendere l’ordine internazionale: da una parte il diritto, le regole condivise e i confini che non si negoziano; dall’altra la forza e l’idea che tutto possa diventare merce di scambio. Questa volta non si discute più solo di acciaio, di lavatrici o di percentuali di export. La posta in gioco è più semplice e più grave allo stesso tempo: capire se le regole valgono ancora per tutti, o solo finché non intralciano gli interessi di chi è più forte.
(da Fanpage)

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MILANO-CORTINA, I RITARDI NEI LAVORI DELL’ARENA DELL’HOCKEY FINISCONO SUL NEW YORK TIMES

Gennaio 18th, 2026 Riccardo Fucile

UN LUNGO REPORTAGE RACCONTA LO STATO DELL’IMPIANTO A MENO DI UN MESE DALL’INIZIO DEI GIOCHI

I ritardi nei lavori dell’Arena di Santa Giulia, destinata a ospitare le partite di hockey durante le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina, sono finiti anche sul New York Times. «A meno di un mese dall’inizio delle Olimpiadi invernali di Milano, l’arena che ospiterà uno degli eventi più importanti dei Giochi è ancora un cantiere aperto», scrivono infatti Motoko Rich e Giuseppina de La Bruyère in un lungo reportage che racconta questa l’anomalia italiana: l’impianto è stato inaugurato nel weekend del 9-11 gennaio con le 7 partite della fase finale della Coppa Italia e della IHL Serie A. Una inaugurazione arrivata a meno di un mese dall’inizio delle gare delle Olimpiadi, che inizeranno il 5 febbraio. «Nelle due precedenti edizioni delle Olimpiadi invernali in Cina e Corea del Sud (2022 e 2018, ndr) gli organizzatori avevano ospitato le partite di prova con un anno di anticipo», ricorda il New York Times.
Lo stereotipo italiano
I ritardi nei lavori nel palazzetto dell’hockey riguardano gli spalti, gli skybox, le aree ospitalità, i bar e i servizi. Da ultimare anche la pista secondaria, quella che le squadre dovranno usare
per gli allenamenti. Tutto questo non fa che confermare lo stereotipo italiano: il New York Times scrive infatti che «in Italia la corsa all’ultimo minuto è considerata una caratteristica nazionale». Ma riporta anche l’ottimismo del consigliere comunale e presidente della Commissione Olimpiadi e Paralimpiadi Milano Cortina 2026 Alessandro Giungi: «Sono assolutamente fiducioso che l’arena sarà pronta il 5 febbraio».
Oltre 1.000 operai edili stanno lavorando su turni 24 ore su 24 per garantire il completamento dell’arena. Non si tratta però solo di finire i lavori in tempo ma anche di assicurare agli atleti le condizioni per poter giocare. Alcuni giorni fa, Bill Daly, il vice commissario della NHL, aveva detto in una intervista che la lega non manderà i suoi atleti alle Olimpiadi se il ghiaccio non sarà sicuro o non soddisferà gli standard di sicurezza richiesti per i suoi giocatori: «Se il ghiaccio è impraticabile, è impraticabile… se i giocatori ritengono che il ghiaccio non sia sicuro, non giocheremo. È semplice».
Come si prepara il ghiaccio
Preparare una pista per l’hockey su ghiaccio è un lavoro complesso: per giorni o addirittura settimane, i produttori di ghiaccio raffreddano centinaia di lastre sottili, uno strato alla volta. Si tratta di un processo che richiede tempo perché il ghiaccio deve assestarsi e deve poi superare alcuni stress test per garantire di poter sostenere tre partite al giorno, la frequenza prevista durante i Giochi. Già durante la partita tra Varese e Caldaro disputata il 9 gennaio durante le Milano Hockey Finals si era verificato il primo problema: un buco nel ghiaccio della pista. Il match era stato interrotto per circa 5 minuti e per
risolvere la situazione si era dovuto ricorrere anche a un annaffiatoio.
(da agenzie)

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JORDAN BARDELLA PAPARAZZATO CON MARIA CAROLINA DI BORBONE, E’ POLEMICA IN FRANCIA: “MA NON ERA UNO DEL POPOLO?”

Gennaio 18th, 2026 Riccardo Fucile

IL DELFINO DI MARINE LE PEN FOTOGRAFATO CON L’EREDE DELLA FAMIGLIA NOBILIARE… UN ALTRO SCAPPATO DI CASA CHE STREPITA CONTRO LE ELITE E POI NE FREQUENTA I SALOTTI

Anche Jordan Bardella è finito nel mirino del gossip francese. Il leader del Rassemblement National è stato infatti visto insieme a Maria Carolina di Borbone, giovane aristocratica e discendente della storica dinastia delle Due Sicilie, nel corso di un evento organizzato per celebrare i 200 anni de Le Figaro.
I due sono stati “paparazzati” mentre lasciavano insieme la serata al Grand Palais di Parigi, e il video che li ritrae diretti verso la stessa auto è diventato virale, superando il milione di visualizzazioni sui social.
Un lungo articolo di Le Monde racconta che la famiglia Borbone «vive tra Parigi, Roma e Monaco. Proprio a Montecarlo, in occasione del Gran Premio di Formula 1 del maggio 2025, Jordan Bardella e Maria Carolina si sarebbero conosciuti».
La giovane aristocratica, grande appassionata di moto, sarebbe
stata poi protagonista di un piccolo incidente poco dopo l’incontro con il “delfino” di Marine Le Pen: rimasta coinvolta in uno scontro mentre era in sella alla Harley-Davidson ricevuta in regalo dai genitori, è stata ricoverata temporaneamente in terapia intensiva all’ospedale Princesse-Grace.
La critica di Le Monde
L’uscita pubblica della coppia ha suscitato curiosità, ma anche numerose critiche. Secondo il quotidiano parigino, non è passata inosservata la contraddizione tra l’immagine politica di Bardella e la sua vita privata: proclamarsi come la voce di «un popolo dimenticato» e «l’autentico portavoce di una Francia disprezzata dalle élite», pur apparendo accanto all’erede di una fortuna di centinaia di milioni di euro proprio mentre i contadini marciavano verso Parigi con rabbia, ha suscitato commenti e sorrisi tra i cronisti presenti, scrivono i giornalisti Ariane Chemin e Ivanne Trippenbach.
Chi è Maria Carolina di Borbone?
Maria Carolina, nata a Roma 22 anni fa, è la figlia di Carlo di Borbone-Due Sicilie, esponente del ramo italo-francese dei Borbone, e di Camilla Crociani, erede della società di alta tecnologia Vitrociset, fondata dal padre Camillo Crociani. Ha una sorella più giovane di due anni, Maria Chiara.
(da agenzie)

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LE SCORTE ALIMENTARI E I BUONI PASTO CHE SCHIZZANO, LE BOLLETTE LUCE E GAS CHE ESPLODONO E LA BENZINA PIU’CARA

Gennaio 18th, 2026 Riccardo Fucile

NEL 2026 GIORGIA MELONI A PALAZZO CHIGI COSTA SEMPRE DI PIU’

Le scorte alimentari e i buoni pasto che schizzano, le bollette luce e gas che esplodono e la benzina più cara: ecco perché nel 2026 Giorgia Meloni a Palazzo Chigi costa più di sempre. Nonostante la spending review imposta da Giorgetti sale la spesa ordinaria della presidenza del Consiglio dei ministri. Il curioso euro in più assegnato al Commissario per l’emergenza idrica
L’aumento più inspiegabile è quello per le spese della struttura di missione per il contrasto alla scarsità idrica. Nel bilancio della presidenza del Consiglio dei ministri pubblicato a metà gennaio da Giorgia Meloni erano indicati 252.352 euro nel 2025. La previsione per il 2026 è invece di 252.353 euro, un euro in più (il prezzo di una bottiglietta d’acqua).
È davvero difficile immaginare a chi sia venuto in mente di concedere quell’euro extra e perché. Non si sa nemmeno con chiarezza chi ne potrà beneficiare. Perché il commissario in carica, Nicola Dell’Acqua, che con quel cognome deve essere sembrato l’uomo giusto per combattere la siccità, era stato prorogato fino al 31 dicembre 2025. Ma alla vigilia di Natale il Consiglio dei ministri ha nominato Dell’Acqua alla guida di Arera, dove ha preso servizio dal primo gennaio scorso. E non è stato nominato ancora un suo successore all’emergenza idrica: sul sito del commissariato Dell’Acqua risulta ancora al suo vecchio posto, pronto a godersi quell’euro extra.
Il bilancio di Palazzo Chigi ammonta a circa 5,7 miliardi di euro, con un aumento di 331,7 milioni di euro rispetto all’anno precedente in gran parte dovuti ai maggiori investimenti in alcuni settori decisi dalla legge di bilancio. Così 19 milioni extra vanno a Casa Italia, mentre aumentano di 17,5 milioni i fondi per le pari opportunità, di 63,5 milioni alle politiche per la famiglia, di 47,2 milioni alle politiche giovanili, di 47,5 milioni allo sport, di 39,3 milioni alla Protezione civile e di poco meno di 10
milioni alle politiche del mare. In compenso vengono tagliati di 3,8 milioni i fondi per la funzione pubblica, di quasi 2 milioni di euro i fondi per gli affari regionali, di 14,78 milioni di euro quelli per l’innovazione tecnologica, di 29,8 milioni quelli per le politiche spaziali ed aerospaziali e di 30,5 milioni di euro.
A fare la parte del leone però è il segretariato generale di Palazzo Chigi, la struttura che sovrintende al personale, alle esigenze della Meloni e dei ministri e sottosegretari della presidenza del Consiglio, cui va nel 2026 uno stanziamento di 734,4 milioni di euro contro i 571,073 milioni del 2025. Gran parte di questa somma extra – 109 milioni di euro – è per interventi che seguono la legge di Bilancio, ma non è piccolo nemmeno l’aumento per le spese di funzionamento, che sono quelle tipiche della struttura di supporto alla premier, personale compreso: lo stanziamento per l’anno in corso è di 388,5 milioni di euro contro i 366,8 milioni del 2025, con un aumento quindi di 21,7 milioni di euro nonostante il taglio del 5% che il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, ha imposto alla spesa voluttuaria di tutti i ministri, Meloni compresa.
Aumenta il costo della struttura di vertice della presidenza Consiglio che per segretario generale e suoi vice passa da 476.491 a 610.881 euro. I 134.390 euro più dell’anno precedente si spiegano con il numero dei vicesegretari generali, passato da 3 a 4. Poi anche nel cuore del governo si sente il tema inflazione: le spese per utenze gas, acqua ed elettricità aumentano di 659.114 euro passando da 7,34 a 8 milioni di euro. In compenso scendono quelle telefoniche di 230 mila euro grazie a contratti meno onerosi sulla telefonia mobile. Sale però la spesa per carburante e pedaggi autostradali delle auto blu: passa da 135 mila a 175 mila euro (40 mila euro in più). E cresce un pochino (32.400 euro) anche quella per le pulizie del palazzo e per la derattizzazione.
Anche se si lamenta spesso dei giornalisti, la Meloni non si perde un loro articolo: la spesa per acquisto di giornali cartacei e per abbonamenti a testate on line lievita di 15 mila euro, passando da 90 mila a 105 mila euro. Se si pensa che era di 65 mila euro nel 2024, in due anni è lievitata del 61,53%.
Derrate alimentari e buoni pasto, a Palazzo «è tutto un magna-magna»
C’è poi un capitolo di spesa che letteralmente esplode, ed è quello per l’«acquisto di beni di consumo e servizi strumentali al funzionamento degli uffici e per le esigenze istituzionali e di decoro delle autorità politiche presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri», che passa da 1,450 a 2,7 milioni di euro con un aumento di 1,250 milioni di euro che si somma ai 250 mila euro di aumento dell’anno precedente.
La ragione non è spiegata nella nota che accompagna il bilancio, ed è difficile da comprendere anche perché questo era il capitolo di spesa per eccellenza sottoposto alla spending review di Giorgetti, e quindi avrebbe dovuto essere tagliato del 5%. Dentro però c’è un po’ di tutto: dalle derrate alimentari per i frigo bar, alle capsule di caffè per le macchinette, agli arredi degli uffici. Certo il costo dei beni alimentari è esplodo in questi anni, ma non spiega questo scostamento. E visto che sale di 500 mila euro anche la spesa per i buoni pasto del personale, che passa da 4,5 a 5 milioni di euro (erano 3,8 nel 2024), non ci si deve sorprendere
se poi si rafforza l’antico detto secondo cui a Palazzo «è tutto un magna-magna».
(da agenzie)

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UE-MERCOSUR, FIRMATO DOPO 26 ANNI L’ACCORDO DI LIBERO SCAMBIO: “ALTRI CREANO BARRIERE, NOI PONTI”

Gennaio 18th, 2026 Riccardo Fucile

COSA PREVEDE E PERCHE’ E’ CONTESTATO DAGLI AGRICOLTORI

«Preferiamo il commercio equo ai dazi, ora opportunità incalcolabili per 700 milioni di cittadini», sottolinea Ursula von der Leyen dal Paraguay. E Milei ringrazia Meloni per aver sbloccato l’intesa
Dopo 26 anni di negoziati, Unione europea e Mercosur hanno firmato oggi ufficialmente ad Asunciòn, in Paraguay, l’accordo
commerciale bilaterale che promette di creare la più vasta area di libero scambio al mondo: oltre 700 milioni di cittadini/consumatori, sommando il mercato Ue con quello di Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay.
«Questo accordo invia un segnale forte al mondo. Riflette una scelta chiara e deliberata. Preferiamo il commercio equo ai dazi doganali, scegliamo una partnership produttiva e a lungo termine e, soprattutto, intendiamo offrire vantaggi reali e tangibili ai nostri cittadini e alle nostre aziende», ha detto la presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen alla cerimonia di firma dell’accordo, ricordando come la zona di libero scambio che esso crea «vale quasi il 20% del Pil globale, con opportunità incalcolabili ai nostri 700 milioni di cittadini». «La rilevanza di questo accordo va al di là delle cifre. Lanciamo un messaggio sull’essenza del commercio libero, del multilateralismo e del diritto internazionale come base nel rapporto tra le regioni, invece che arma geopolitica», le ha fatto eco il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa, volato anch’egli ad Asuncion, inviando un messaggio implicito agli Usa di Donald Trump. «Non vogliamo creare sfere d’influenza ma zone di prosperità condivisa, non vogliamo né dominare né imporre, ma rafforzare i legami tra i cittadini e le nostre imprese: mentre c’è chi che crea barriere, noi lanciamo ponti».
Le speranze del Sudamerica
Ad apporre la firma al trattato quale presidente di turno del Mercosur è invece il presidente del Paraguay Santiago Peña, che ha parlato di giornata storica e «pietra miliare» nelle relazioni tra le due aree del mondo. «Possiamo dire che ora il Sudamerica e
l’Europa sono più vicini: dobbiamo unirci per camminare verso un futuro diverso. In uno scenario segnato da tensioni lanciamo un segnale chiaro a favore del commercio internazionale». E se l’accordo, come hanno chiarito ieri fonti dell’Amministrazione Usa, non sembra piacere per nulla a Donald Trump, a sostenerlo apertamente un po’ a sorpresa sono invece alcuni dei suoi più cari alleati sulla scena globale. «Voglio ringraziare in particolare il contributo della mia amica, la premier italiana Giorgia Meloni: il suo impegno è stato cruciale per il successo di questo negoziato», ha detto il presidente argentino Javier Milei intervenendo alla cerimonia di firma dell’intesa ad Asuncion. «Questo accordo non è un punto di arrivo ma di partenza, speriamo che il Parlamento europeo dia il suo via libera», ha aggiunto Milei.
Il pendolo dell’Italia: perché Meloni ha cambiato idea
L’Italia di Giorgia Meloni ha avuto in effetti nelle ultime settimane a cavallo tra il 2025 e il 2026 un ruolo da ago della bilancia per il destino dell’accordo predisposto dai negoziatori della Commissione europea. Prima, al vertice Ue di dicembre, facendo asse con la Francia di Emmanuel Macron per bloccare la firma in attesa di assicurare più solide garanzie per gli agricoltori europei, infuriati per l’accordo. Poi, alla ripresa post-vacanze, trasformando lo stop in via libera dopo aver valutato positivamente le ulteriore concessioni garantite dalla Commissione. Il 9 gennaio l’accordo è infatti stato approvato dal Consiglio, l’organo che rappresenta i 27 governi Ue, ma solo grazie a un voto a maggioranza qualificata. Francia, Polonia, Austria, Irlanda e Ungheria hanno reiterato il loro voto contrario,
mentre il Belgio si è astenuto. Determinante è stato quindi il sì dell’Italia, promesso da Meloni a von der Leyen e – appare oggi chiaro – anche all’amico/alleato Javier Milei. Sebbene le organizzazioni che rappresentano gli agricoltori in Italia e nel resto d’Europa non siano certo persuase dell’intesa e promettano ancora battaglia, portando ancora una volta in strada i trattori già la prossima settimana davanti al Parlamento Ue di Strasburgo.
Cosa prevede l’accordo
Rimasto in naftalina per anni, l’accordo di libero scambio con il Mercosur è stato rilanciato dall’Ue dopo il ritorno alla Casa Bianca di Donald Trump per rispondere alla sua guerra di dazi. Fa parte in tal senso dello sforzo europeo in opera in questi mesi per tentare di allargare e consolidare i rapporti, commerciali e non solo, ad altre aree del mondo al di fuori del compianto “Occidente”. Sudamerica certo, ma anche India e Asia centrale, ad esempio. I negoziati tra i due blocchi sul nuovo testo sono stati portati a termine oltre un anno fa, il 10 dicembre 2024. Il nuovo accordo punta a creare come detto una colossale area di libero scambio, eliminando dunque progressivamente i dazi sul 90% delle merci scambiate, ma anche rimuovendo altri ostacoli non tariffari al commercio: procedure burocratiche pesanti e complesse, regolamenti o standard tecnici differenti o frammentati, divieti d’accesso a operatori stranieri di certa tipologia, dimensione o settore. Attualmente, per avere un’idea, i dazi Ue su prodotti sudamericani sono al 27% per il vino, al 14-20% per i macchinari, al 18% per i prodotti chimici e al 35% per le auto. Bruxelles stima che grazie all’accordo le esportazioni europee verso il Mercosur cresceranno di 50 miliardi di euro. Ma
se l’industria farmaceutica o dell’automotive europee non vedono l’ora che l’intesa entri in vigore, chi la teme come il diavolo sono gli agricoltori nostrani, preoccupati da una prossima «invasione» di carni, formaggi ed altri prodotti alimentari sudamericani più competitivi.
I timori degli agricoltori e le tutele previste nell’accordo
Consapevole dei timori, la Commissione ha in realtà previsto fin dall’inizio, e poi rafforzato, le tutele per gli agricoltori europei. Intanto tutte le merci in arrivo in Ue dovranno superare meticolosi controlli sul rispetto delle condizioni fito-sanitarie, tali e quali a quelle che devono rispettare i produttori europei. Per una serie di categorie di prodotti agricoli la liberalizzazione poi non sarà in realtà completa, ma vincolata ad un tetto massimo di importazioni. Per le carni bovine, ad esempio, s’è concordato un massimale di 99mila tonnellate di importazioni l’anno, quota che comprende sia il fresco che il surgelato. Ci sono nel trattato garanzie specifiche a tutela di 350 diversi prodotti con Indicazione Geografica, vietando imitazioni esplicite o surrettizie e proteggendo i relativi marchi: vale anche per le tentate truffe di Italian sounding su prodotti come Parmigiano Reggiano o Prosciutto di Parma. L’accordo prevede inoltre la possibilità (tanto per l’Ue quanto per il Mercosur) di sospendere il libero scambio attivando le cosiddette “clausole di salvaguardia” qualora si valuti che le importazioni di una certa merce stanno creando un serio danno al proprio mercato. L’ulteriore pressing italiano a cavallo tra il 2025 e il 2026 ha portato all’abbassamento della soglia necessaria a far scattare le indagini su possibili turbamenti del mercato dall’8 al 5% di calo
dei prezzi. Oltre che all’impegno da parte della Commissione Ue ad anticipare al 2028 l’esborso di altri 45 miliardi di euro per la Politica agricola comune Ue (Pac) e quello a non aumentare i costi dei fertilizzanti.
Cosa succede ora
Concessioni che hanno convinto infine il governo Meloni. Non la Francia di Emmanuel Macron, con un esecutivo fragilissimo assediato dalle proteste degli agricoltori. Ora, dopo la firma in Paraguay, resta lo scoglio delle ratifiche. Già la prossima settimana il Parlamento europeo dovrebbe votare sul testo, in un clima che si prevede arroventato dalle proteste dei trattori a Strasburgo. Infine alcune parti dell’accordo, quelle che vanno oltre la politica commerciale di esclusiva competenza Ue, dovranno essere approvate anche dai singoli Parlamenti nazionali prima di poter entrare in vigore.
(da Open)

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L’AIRBUS A340 DI STATO VENDUTO PER UN EURO: SI CHIUDE IL CASO DELL’AIR FORCE RENZI

Gennaio 18th, 2026 Riccardo Fucile

IL QUADRIMOTORE SARA’ VENDUTO A PEZZI

L’Airbus A340 — il quadrimotore utilizzato (poco) dallo Stato italiano per le missioni all’estero, citato (molto) a livello politico e ribattezzato, malignamente, «Air Force Renzi» (anche se l’ex premier non ci è mai salito) — è stato venduto da Etihad Airways ai commissari straordinari di Alitalia alla cifra, simbolica, di appena un euro. È quanto può svelare in esclusiva il Corriere della Sera dopo essere entrato in possesso sia dell’atto di compravendita sia della visura presso l’Ente nazionale per l’aviazione civile.
Il passaggio di proprietà, di fatto a titolo gratuito, avviene nell’ambito del maxi-accordo della primavera del 2023 tra Etihad (che aveva investito senza successo in Alitalia) e i commissari dell’ex vettore tricolore (Gabriele Fava — poi andato a guidare l’Inps —, Giuseppe Leogrande e Daniele Santosuosso). Un’intesa, approvata anche a livello politico, che, come è stato svelato nei giorni scorsi, ha previsto anche l’erogazione di «centinaia di milioni» di euro a favore dell’amministrazione straordinaria.
L’Airbus A340 non decolla più dall’estate del 2018, è parcheggiato a poca distanza dagli hangar di Atitech all’aeroporto di Roma Fiumicino e ha perso le abilitazioni per volare. Nelle prossime settimane sarà venduto, a pezzi, ai migliori offerenti, spiegano due fonti a conoscenza delle intenzioni dei commissari. Non è escluso che sia anche l’ultimo asset di Alitalia ad essere dismesso, chiudendo così uno dei capitoli più discussi, tortuosi e drammatici dell’ex compagnia di bandiera del nostro Paese. I commissari, contattati, non hanno risposto alle domande. Etihad non ha commentato.
Ma come si è arrivati a questo punto? È il 2014 e a Roma da tempo cercano un velivolo in grado di coprire lunghe distanze senza dover fare soste intermedie per il rifornimento di carburante. Gli Airbus A319 — in dotazione all’Aeronautica Militare — non possono volare da Roma all’Asia o al Sud America senza uno scalo tecnico. Viene così scelto un quadrimotore, l’Airbus A340-500, di Etihad Airways, che intanto è entrata in Alitalia con il 49% e prova a rilanciare il vettore tricolore.
Lo Stato però non può firmare un contratto di leasing con una società extra-Ue e così nascono due accordi. Il primo, il numero 808, siglato tra Alitalia e il ministero della Difesa il 17 maggio 2016 (durante il governo Renzi). Si tratta di un «sub-noleggio» e include diverse prestazioni accessorie, come la manutenzione, l’addestramento dei piloti, l’intrattenimento di bordo, per una spesa di 168 milioni di euro in otto anni
Poi c’è il secondo contratto, tra Alitalia ed Etihad, firmato il 9 giugno 2016 a Dublino e impostato su quattro grandi blocchi di spesa: il leasing (81 milioni), la manutenzione (31 milioni), l’handling (12 milioni) e l’addestramento dei piloti (quasi 4 milioni), per un costo complessivo intorno ai 150 milioni. Per il noleggio dell’Airbus A340 Alitalia dava a Etihad 512.198 dollari ogni mese, ma ne riceveva 590.889,60 dalla Direzione degli armamenti aeronautici e per l’aeronavigabilità (Armaereo), il settore del ministero della Difesa che si occupa anche degli aerei di Stato.
Il governo Conte I decide di fermare tutto. Il 22 agosto 2018 i commissari straordinari annullano l’accordo con Etihad. Il 31 agosto lo fa il dicastero con Alitalia. Dopo 88 voli istituzionali
l’A340 deve essere riportato ad Abu Dhabi. Ma il velivolo — lungo 67 metri — resta parcheggiato a Fiumicino. Intanto Etihad si rivolge ai tribunali (italiani) per opporsi allo scioglimento unilaterale del contratto. Il Tar del Lazio respinge il ricorso nel gennaio 2019. Il 7 dicembre 2022, sempre il Tar, dichiara «estinto» il giudizio anche per il venir meno dell’interesse di Etihad.
Secondo i dati forniti al Corriere da Collateral Verifications attraverso la piattaforma ch-aviation, quando smette di volare (il 7 giugno 2018) l’A340 ha un valore di mercato di 3,43 milioni di euro. Oggi, in teoria, quel valore è pari a zero. Ma dalla dismissione dei pezzi la terna commissariale potrebbe comunque ricavare qualcosa, in particolare se si pensa alle parti di ricambio che servono rapidamente e non sono trovabili sul mercato.
Dopo cinque anni di parcheggio, senza sapere il suo destino, i commissari sbloccano la situazione all’interno del maxi-accordo complessivo. Alle 14:30 del 17 maggio 2023, a Roma, di fronte al notaio Lorenzo Cavalaglio, Fava e Santosuosso firmano con la legale rappresentante in Italia di Etihad l’«atto di compravendita» del velivolo con marche di registrazione I-TALY, stando al documento recuperato dal Corriere.
Il jet viene venduto «unitamente a quattro motori Rolls-Royce Trent, nonché alle apparecchiature, agli strumenti, agli accessori, all’equipaggiamento, alle pertinenze, ai log books, ai manuali di volo, alla documentazione, al manuale di manutenzione del costruttore e a ogni altro documento e manuale». A quanto? «Il prezzo della compravendita dell’aeromobile — viene messo nero su bianco — è stato pattuito tra venditore e acquirente nella
somma complessiva simbolica di euro 1,00».
L’aereo è ancora oggi tra gli asset di Alitalia in amministrazione straordinaria, come conferma la visura presente all’Ente nazionale per l’aviazione civile, che reca come momento del passaggio di proprietà, a livello aeronautico, il 3 aprile 2024. Nei circuiti dell’Agenzia delle Entrate il trasferimento è avvenuto il 19 maggio 2023. La cessione non è costata alla collettività, e infatti dai bilanci depositati dai commissari non emerge più alcuna posta passiva legata al noleggio. E nei prossimi mesi l’A340 verrà venduto a pezzi.
(da corriere.it)

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MELONI L’EQUILIBRISTA E LA FUNE REFERENDUM

Gennaio 18th, 2026 Riccardo Fucile

ASSECONDARE LO SPIRITO DEL TEMPO PER MANTENERE IL CONSENSO: MA GLI STATISTI SONO ALTRO

Anche stavolta il governo di Giorgia Meloni riesce a sfuggire alla stretta della storia. La linea prescelta sulla questione dell’Artico (“In Groenlandia ma con la Nato”) magari significa poco ma salva l’Italia dalle ritorsioni di Donald Trump contro chi ostacola la sua missione di conquista, evita lo scontro con gli alleati europei colpiti dai nuovi dazi di Washington, tutela gli assetti interni della maggioranza. Dire “il solito equilibrismo” non basta più. C’è dell’altro, qualcosa di più consistente che emerge dall’intreccio delle vicende internazionali e nazionali: c’è la scelta di assecondare, seppure con modi felpati, lo spirito del tempo che soffia dall’America immaginando di raccoglierne i frutti in patria, magari nella prossima legislatura. Meloni non può impugnare il trumpismo come un’alabarda, nei modi sguaiati di un Viktor Orban, né può affrontarlo con la sottomissione un po’ patetica della signora Maria Corina Machado, e tuttavia ha trovato la strada per mettersi in scia alla modalità trumpiana di intendere la politica, le relazioni istituzionali, la questione immigrazione, il rapporto tra potere e giustizia e soprattutto tra Stati e diritto internazionale.
Quella modalità apre la strada a strappi che i conservatori e i sovranisti italiani hanno a lungo teorizzato senza mai riuscire a realizzarli nella pratica quando sono stati al governo. Breve elenco: le ronde leghiste contro gli stranieri, la riforma berlusconiana della giustizia, l’idea di un esecutivo e di un premier sovraordinati rispetto alle autorità di garanzia sanitarie o monetarie, i diritti del più forte (elettoralmente, ma non solo), la sicurezza affidata alla legittima difesa dei cittadini senza l’impiccio di indagini e controversie, la garanzia di impunità per chi indossa una divisa, la remigrazione volontaria o coatta.
Sono tutte battaglie perse dalla destra nell’arco di un ventennio dove ha governato, sì, ma non è stata assistita dallo spirito del tempo. La presidenza Trump le ha sdoganate una ad una, le ha normalizzate e messe a terra con una serie di eclatanti strappi. Ed è in questo solco che la destra immagina di potersi muovere in futuro con maggiore efficacia. Pensiamo a cosa sarebbe successo se due anni fa la maggioranza avesse proposto l’introduzione del fermo preventivo contro soggetti giudicati a rischio: nessuno l’avrebbe salvata dall’accusa di deriva cilena ma adesso, con gli agenti dell’Ice abilitati a sparare a cittadini renitenti agli ordini,
quell’idea sembra addirittura poca cosa: una misura modesta, persino gentile, per tutelare l’ordine pubblico.
Lo stesso vale per la riforma del Csm, che fu terreno di acerrima battaglia (persa) ai tempi del berlusconismo ma ora non sembra scaldare più di tanto gli italiani, malgrado l’imminente referendum: se paragonata a Pam Bondi che licenzia i procuratori indisponibili a scudare le violenze dell’Ice, a molti sembra davvero di scarso rilievo, minestrina. E tuttavia la scommessa di Giorgia Meloni resta rischiosa. La destra che fa la destra fino in fondo di solito non ha successo, e talvolta provoca reazioni di rigetto. Vedere l’esperienza dell’utraliberal inglese Liz Truss, restata in sella appena cinque settimane, o lo stesso declino del consenso di Trump che elettrizza una minoranza ma spaventa molti che lo hanno votato con convinzione. La prova referendaria indicherà tra le altre cose se allinearsi allo spirito del tempo che soffia dagli Usa, seppure in modo soft e senza rivendicarlo troppo, è stata una buona idea oppure no.
(da lastampa.it)

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UN UFFICIO STAMPA DEL CAMPO LARGO

Gennaio 18th, 2026 Riccardo Fucile

LA FATICA CON CUI L’OPPOSIZIONE COMUNICA SE STESSA

La lettera di Giuseppe Conte al Corriere della sera, nella quale spiega la posizione dei cinquestelle sull’Iran, avrebbe potuto essere controfirmata da Schlein. Nonché dalla grande maggioranza degli elettori di centrosinistra. Diceva (mi scuso per l’estrema sintesi): siamo contro gli ayatollah e al fianco dei ragazzi iraniani, ma consideriamo rovinosa la sola ipotesi di un intervento militare americano.
Nei giorni precedenti una lettura distratta, ma anche meno distratta, dei media italiani, non aveva dato questa impressione. Prevaleva un’idea di divisione quasi insanabile “a sinistra” a proposito dell’Iran. Certo, questa impressione era influenzata anche dall’astensione dei cinquestelle, in Senato, sulla mozione “bipartisan” dei partiti, che non includeva anche la contrarietà preventiva a un intervento armato americano.
E non c’è dubbio che sulla questione gravano anche vecchie sclerosi della sinistra sedicente antagonista che dove vede nemici dell’America si entusiasma anche se si tratta di dittature assassine e di preti invasati. Ma alla fine dei conti, e con due giorni di tempo per metterlo in chiaro, sulla questione Iran non c’erano voragini e barriere, a dividere l’opposizione.
Quello che colpisce è la fatica enorme, spesso la goffaggine, con la quale l’opposizione comunica se stessa. Sarà anche colpa dei media, che sorvolano sulle divisioni (enormi) in politica estera dei partiti di governo e gradiscono indugiare su ogni increspatura interna all’opposizione. Ma visto che la situazione è questa, diventare un poco più scafati, più precisi e più puntuali nella comunicazione, non aiuterebbe? Come prova di campo largo, un ufficio-stampa largo, volendo anche clandestino, che provi a dare qualche buon consiglio?
(da Repubblica)

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