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GIORGIA, L’ULTIMO SOLDATO SOVRANISTA IN DIFESA DI TRUMP. IL CASO GROENLANDIA CREA IMBARAZZO TRA I SOVRANISTI EUROPEI, TRA CHI SI ALLINEA AL TRUMPISMO E CHI DIFENDE GLI INTERESSI NAZIONALI

Gennaio 22nd, 2026 Riccardo Fucile

IN FRANCIA IL LEPENISTA, JORDAN BARDELLA, È STATO NETTO: “LE MINACCE DI TRUMP ALLA SOVRANITÀ DI UNO STATO EUROPEO E IL RICATTO COMMERCIALE NON SONO TOLLERABILI” – PIERO IGNAZI: “SE SI CONFRONTANO QUESTE PAROLE CON I SUSSURRI IMBARAZZATI DI GIORGIA MELONI SI COMPRENDE QUANTO LA NOSTRA PREMIER SIA SUCCUBE AL PRESIDENTE AMERICANO, DEFINITO ‘UN AMICO CHE SBAGLIA’ (COME I CAMERATI DI UN TEMPO?). ANCORA UNA VOLTA IL GOVERNO SI TROVA AFFIANCATO DAL SOLO ORBÁN NEL FORMARE LA GUARDIA PRETORIANA DEL TYCOON IN EUROPA”

L’attacco alla Groenlandia e pioggia di dazi hanno scosso il mondo del populismo sovranista. Per molti di loro si tratta di un brusco risveglio, dovendo scegliere tra la fedeltà ossequiosa a Trump e il tradizionale riferimento nazionalista.
Allineamento ideologico al trumpismo o difesa degli interessi nazionali? Questo il dilemma che attraversa l’ambiente della destra radicale. In alcuni casi risuona in maniera più chiara l’impulso nazionalista, tanto da portare, addirittura, a una difesa dell’Unione europea: a leggere le dichiarazioni del presidente del Rassemblement National, Jordan Bardella, c’è da rimanere sbalorditi.
Testualmente: «Le minacce di Donald Trump alla sovranità di uno stato, e soprattutto di uno europeo, sono inaccettabili. Allo stesso tempo, il ricatto commerciale non è tollerabile. Invitiamo l’Ue a sospendere l’accordo di luglio sui dazi che non offre garanzie ai nostri interessi».
Se si confrontano queste parole con i sussurri imbarazzati di Giorgia Meloni si comprende quanto la nostra premier sia succube al presidente americano, definito amorevolmente «un amico che sbaglia» (come i camerati di un tempo?).
Meloni non parla di posizioni «inaccettabili» come Bardella: le considera alla stregua di un semplice malinteso, facilmente rimediabile. Se poi aggiungiamo l’entusiasmo filoamericano di Matteo Salvini, la curvatura trumpiana del governo italiano si accentua ancora di più. Una curvatura non raddrizzata dai pigolii di Forza Italia e del ministro degli Esteri.
Ancora una volta il governo Meloni si trova affiancato dal solo Orbán nel formare la guardia pretoriana del tycoon in Europa. Nemmeno i tedeschi dell’Afd, né i populisti del N-VA, alleati di Meloni in Ue e oggi al governo del Belgio, hanno mostrato compiacenza nei confronti del presidente americano, pur con sfumature diverse tra loro.
Anche l’araldo della Brexit, Nigel Farage, che era corso da Trump per ricevere la sua benedizione, si è allineato, obtorto collo, con il suo primo ministro; salvo poi ricordare che ci sono altre questioni di dissenso, come lo statuto dell’isoletta Diego Garcia nell’oceano indiano.
Il momento è decisivo non solo per i 27 governi ma anche per le forze euroscettiche
e sovraniste di destra. Possono agire da quinte colonne del presidente americano per infragilire la compattezza dell’ Ue e provocare un situazione di crisi complessiva, interna e internazionale: un humus fertile per attori estremisti. In questo modo, però, perdono una delle loro ragion d’essere, ovvero la difesa su ogni piano della sovranità nazionale.
E, ancor peggio per loro, se difendono i rispettivi interessi nazionali, oggi si trovano ad allinearsi su posizioni europeiste, perché i due contesti sono strettamente legati; di conseguenza entrano in contraddizione con tutto il loro armamentario politico-ideologico. Certo, della coerenza non se ne sono mai curati: pensiamo alle mille piroette di Giorgia Meloni.
Tuttavia, l’elettorato della destra, antiestablishment e protestatario, naturalmente attratto dall’irritualità e dall’esibizione di forza di Trump, dovrebbe d’un colpo riposizionarsi su un versante più filo-europeo e, implicitamente, espressione dell’establishment. Un corto circuito che può provocare incrinature nel consenso di queste forze.
(da Domani)

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A PROPOSITO DI ANTONIO DI PIETRO: L’EX PUBBLICO MINISTERO CHE OGGI SI BATTE PER IL “SÌ” SULLA SEPARAZIONE DELLE CARRIERE È LO STESSO PM CHE AI TEMPI DI MANI PULITE, AVEVA ANTICIPATO LA RIFORMA NORDIO, GODENDO DELLA MASSIMA AUTONOMIA E LIBERTÀ DI MANETTE AL TRIBUNALE DI MILANO?

Gennaio 22nd, 2026 Riccardo Fucile

NON ERA IL DI PIETRO CHE MANDAVA IN GALERA I POTENTI PER FARLI CONFESSARE E COSTRINGEVA ALL’ESILIO BETTINO CRAXI? LA COERENZA NON È DI QUESTO MONDO SE NEL PROSSIMO REFERENDUM TONINO IL MANETTARO È SULLA STESSA SPONDA DEL “SÌ”, INSIEME ALLA FIGLIA STEFANIA DELL’EX SEGRETARIO DEL PSI BETTINO

Trentatré anni dopo, abbandonato il trattore nei campi per impegnarsi con il “Sì” nel referendum sulla giustizia l’ex Grande Inquisitore di Mani pulite, Antonio Di Pietro, è tornato col pensiero sulla scena del suicidio di Raul Gardini in piazza Belgioioso a Milano per svelare che fu lui, a spostare la pistola Walther Ppk calibro 7,65, ritrovata dalla Scientifica sul secrétaire della camera da letto del Corsaro di Ravenna. Uno “sgoob”, per dirla con le parole del suo conterraneo, il giornalista sportivo Aldo Biscardi.
La notizia, raccolta in tv da Aldo Cazzullo su la7, è stata rilanciata dai media come la fine del “Giallo Gardini” nonostante le stesse carte giudiziarie, e un’ampia pubblicistica, avessero sempre sconfessato presunti complotti mafiosi (o meno).
Invece, senza uno straccio di verifica, grazie alle amnesie di Tonino Di Pietro, il caso è riapparso alla ribalta. Ma, ahimè, avrà il suo triste e farsesco epilogo nel giro di poche ore.
La “pistola fumante”, la prova decisiva nei noir classici, non l’ha spostata lui, è costretto a confessare poi il Maigret di Montenero di Bisaccia dopo il papocchio offerto davanti alle telecamere. Bensì il solito maggiordomo. Che ha pure un nome, Franco Brunetti. È lui, quel venerdì mattina del 23 luglio, sollecitato dalla
segretaria di Gardini, Alessandra Bizzarri, a trovare il padrone dell’impero Ferruzzi disteso sul letto con la testa insanguinata.
E sarà sempre il buon Brunetti, nel tentativo di soccorrerlo, spiegherà agli agenti della scientifica, a spostare la rivoltella.
Benché sia risaputo che l’ex poliziotto prestato alla giustizia ai tempi di Tangentopoli spesso incespicava sulle regole grammaticali, nessuno immaginava che oltre alla sintassi vacillasse pure la sua memoria (corta).
Già, “che c’azzeccava” poi la presenza in studio, ospite di Cazzullo sullo scandalo d’antan della Banca romana, di un pubblico ministero che oggi si batte per il “Sì” sulla separazione delle carriere?
Non è lo stesso Pm che ai tempi di Mani pulite, aveva anticipato la riforma Nordio godendo della massima autonomia e libertà di manette al Tribunale di Milano?
Non era il Di Pietro che mandava in galera i potenti per farli confessare e costringeva all’esilio Bettino Craxi?
La coerenza non è di questo mondo se nel prossimo referendum Tonino il manettaro è sulla stessa sponda referendaria del “Sì” insieme alla figlia Stefania dell’ex segretario del Psi Bettino.
Del resto, sosteneva l’aforista Stanislaw Jerzy Lec: “Dì la verità – gridano sempre gli inquisitori. Pretendono poi l’attestato di combattenti per la verità” (altrui nel caso del Tonino “Che c’azzecca?”).

(da Dagoreport)

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LA PROTESTA CONTRO LA NOMINA DI BEATRICE VENEZI ALLA FENICE ARRIVA ANCHE A PISA, DOVE DOMANI SERA LA “BACCHETTA NERA” DIRIGERÀ LA CARMEN

Gennaio 22nd, 2026 Riccardo Fucile

I DIPENDENTI DEL TEATRO VERDI INDOSSERANNO LE SPILLETTE GIALLE CON LA CHIAVE DI VIOLINO, IDEATE COME FORMA DI “PROTESTA SILENZIOSA” CONTRO LA DIRETTRICE D’ORCHESTRA MELONIANA

Spillette contro la direttrice. A più di quattro mesi dall’avvio della mobilitazione delle maestranze del Teatro La Fenice, la protesta contro la nomina di Beatrice Venezi esce da Venezia e approda a Pisa, dove domani sera, venerdì 23 gennaio, la direttrice d’orchestra debutta al Teatro Verdi dopo il suo ritorno in Italia.
In occasione della prima rappresentazione di “Carmen” di Georges Bizet, la stragrande maggioranza dei dipendenti del Teatro pisano indosserà le spillette gialle con la chiave di violino, ideate dai lavoratori della Fenice come forma di “protesta silenziosa”.
Le stesse spillette erano comparse per la prima volta durante il Concerto di Capodanno a Venezia e sono diventate nel tempo il simbolo del dissenso contro una nomina giudicata non adeguata al prestigio del teatro lagunare.
Proprio contro le spillette ha ironizzato martedì scorso Beatrice Venezi durante la conferenza stampa al Teatro Verdi per presentare “Carmen”: “personalmente le avrei fatte un pò più stilizzate, magari anche con uno Swarovski”, ha detto.
Secondo la Slc Cgil di Pisa, “Beatrice Venezi ha rilasciato dichiarazioni gravi e inappropriate, denigrando pubblicamente il ruolo dei sindacati e il lavoro delle maestranze. Inaccettabile che sia avvenuto al Teatro Verdi, che da sempre ha visto la Cgil portare avanti in maniera costruttiva il proprio futuro, e che sia accolto in un clima che sembra legittimare una posizione di superiorità rispetto a chi lavora ogni giorno per il funzionamento del teatro”.
“La vicenda – spiega la Slc Cgil pisana in una nota – evidenzia la distanza tra chi gestisce un teatro e chi lo mantiene vivo, e mette in luce come l’assegnazione di incarichi prestigiosi possa dipendere più da logiche politiche che dal merito, con ripercussioni sulla dignità e le condizioni del personale. Il Verdi non è un palcoscenico per esternazioni ideologiche o battute fuori luogo: è un luogo di lavoro pubblico, dove operano professionalità che affrontano precarietà, carichi crescenti e continui tagli ai finanziamenti decisi dal governo Meloni. Ridicolizzare il sindacato e le rivendicazioni dei lavoratori non è solo offensivo, ma profondamente irresponsabile”.
“Il rispetto per i lavoratori e le loro rappresentanze non è un’opzione, ma un dovere imprescindibile, soprattutto in un settore culturale sempre più fragile e sotto attacco e assecondare questa narrazione significa indebolire il ruolo critico e comunitario dei teatri italiani”, conclude la nota sindacale.
(da agenzie)

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UNA MAGISTRATA FRANCESE HA SVELATO DI ESSERE STATA CONTATTATA DA DUE EMISSARI DELL’AMMINISTRAZIONE USA, CHE VOLEVANO RACCOGLIERE ELEMENTI PER DIMOSTRARE CHE MARINE LE PEN SIA VITTIMA DI UN PROCESSO POLITICO

Gennaio 22nd, 2026 Riccardo Fucile

I DUE SONO SAMUEL SAMSON E CHRISTOPHER ANDERSON, CONSIGLIERI DEL DIPARTIMENTO DI STATO: L’INCONTRO DOVEVA ESSERE UNA CORTESIA ISTITUZIONALE, UNA DISCUSSIONE SUI DIRITTI UMANI. MA LA CONVERSAZIONE HA CAMBIATO TONO

Sospetti di ingerenze americane nel processo a Marine Le Pen. Il caso nasce dopo che la magistrata Magali Lafourcade ha svelato di essere stata contattata da due emissari del presidente Usa nel tentativo di raccogliere elementi in grado di dimostrare che Le Pen sia vittima di un processo politico.
La magistrata ha riferito di aver ricevuto nel maggio scorso due emissari dell’amministrazione Usa, su richiesta dell’ambasciata americana a Parigi. Si tratta di Samuel Samson e Christopher Anderson, consiglieri dell’ufficio per la democrazia, i diritti umani e il lavoro del Dipartimento di Stato.
Sulla scia del vicepresidente americano JD Vance, il consigliere Samson è noto per aver descritto il Vecchio continente come “un focolaio di censura digitale, migrazioni di massa, restrizioni alla libertà religiosa e numerose altre violazioni dell’autodeterminazione democratica”.
Nello stesso testo pubblicato sull’account Substack del Dipartimento di Stato e intitolato “La necessità di alleati civilizzazionali in Europa”, aveva criticato la condanna di Le Pen e la sua ineleggibilità.
L’incontro tra gli emissari dell’amministrazione Usa e la magistrata francese era previsto come una pura cortesia istituzionale. “Dovevamo avere una discussione sui diritti umani, come avviene regolarmente con i diplomatici dei Paesi alleati” ha ricordato Lafourcade.
“Molto rapidamente – ha aggiunto – la conversazione è girata intorno alla situazione penale di Le Pen”. Secondo la magistrata, i due diplomatici erano alla ricerca di
“elementi per avallare una teoria che avrebbe potuto servire da supporto a una disinformazione o a una manipolazione del dibattito pubblico francese” e “accreditare l’idea che si tratti di un processo puramente politico” per impedire una candidatura di Le Pen nella corsa all’Eliseo del 2027.
Alla fine dell’incontro la magistrata ha “allertato” il ministero degli Esteri della Francia, segnalando la visita dei due diplomatici e quelli che secondo lei sono chiari elementi di “ingerenza” nella vicenda giudiziaria intorno alla leader del Rassemblement National.
A inizio gennaio, prima dell’inizio del processo in appello di Le Pen, il presidente del tribunale di Parigi, Peimane Ghaleh-Marzban, aveva già messo in guardia da un’eventuale ingerenza degli Stati Uniti, dopo indiscrezioni pubblicate dal settimanale tedesco Der Spiegel, secondo cui diversi magistrati incaricati del dossier Rn potrebbero essere sottoposti a sanzioni da parte di Washington. In autunno Trump aveva criticato la condanna in primo grado di Le Pen, invocando la “liberazione” della dirigente dell’estrema destra, vittima a suo dire di una “caccia alle streghe”.
Le Pen è stata appena interrogata per due giorni nel processo in appello dopo la condanna in primo grado, con ineleggibilità. Durante le udienze è stata messa più volte in difficoltà dalle domande dei magistrati, non volendo cambiare strategia difensiva. “Non abbiamo commesso alcuna irregolarità” ha ripetuto davanti ai giudici

(da Repubblica)

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IL GOVERNO SI È DATO LA TASSA SUI PIEDI: IL BALZELLO DA DUE EURO SUI PICCOLI PACCHI EXTRA UE, SOTTO I 150 EURO DI VALORE, VOLUTA DA MELONI E GIORGETTI, RISCHIA DI TRASFORMARSI IN UN BOOMERANG

Gennaio 22nd, 2026 Riccardo Fucile

I COLOSSI DELL’E-COMMERCE COME SHEIN E TEMU FANNO ATTERRARE LA MERCE IN ALTRI AEROPORTI DELL’UE E POI LA TRASPORTANO CON I CAMION NEL NOSTRO PAESE .. COSÌ GLI SCALI ITALIANI PERDONO PARTE DEL TRAFFICO DI MERCI: SOLO MALPENSA DA INIZIO ANNO HA REGISTRATO TRENTA VOLI CARGO IN MENO – UN BEL GUAIO PER IL TESORO, CHE NELLA MANOVRA HA PREVISTO DALLA TASSA UN MAGGIOR GETTITO PARI A 122 MILIONI NEL 2026

Doveva frenare il fast fashion e portare risorse alla manovra. Ma la tassa da due euro in vigore dal primo gennaio sui piccoli pacchi extra Ue sotto i 150 euro di valore, voluta con forza dal governo Meloni e spuntata alla fine per coprire i saldi, rischia di trasformarsi in un boomerang. Traffici che si spostano in Paesi europei che non la applicano, merci sdoganate altrove che entrano in Italia evitando così il balzello e un gettito ora a rischio.
«La merce trova sempre la strada migliore», spiega Andrea Cappa, direttore generale di Confetra, la confederazione dei trasporti e della logistica che per prima ha lanciato l’allarme. Dall’inizio di gennaio l’aeroporto di Malpensa ha già perso «oltre trenta voli» cargo legati a questo tipo di spedizioni. I dirottamenti certi sono verso Liegi e Budapest, ma «non posso escludere gli aeroporti di Francoforte, Colonia e anche Parigi-Charles de Gaulle», aggiunge.
«Su un aereo con migliaia di pacchettini, due euro a spedizione diventano un costo enorme, anche fino a 20 mila euro. Un camion costa molto meno, sui 2.500 o 3mila euro a viaggio». E così i flussi si riorganizzano in poche ore: aereo su un hub Ue e poi camion verso l’Italia, sfruttando il mercato unico.
La relazione tecnica della manovra stima un maggior gettito della tassa pari a 122,45 milioni nel 2026 e 245 milioni a regime. Ma il punto, avverte Confetra, è che l’Italia – «insieme alla Romania» – è l’unico Paese ad aver anticipato una misura non coordinata. L’Unione europea invece si prepara ad adottare dal primo
luglio 2026 un dazio da 3 euro sui mini-pacchi: con regole comuni, il gioco delle triangolazioni sarà meno facile.
Nel frattempo colossi dell’e-commerce come Shein e Temu, capaci di muovere volumi enormi a margini minimi, si organizzano per aggirare la tassa. «In questo tipo di commercio anche due euro fanno la differenza», osserva Cappa. «I controlli doganali avvengono nel primo aeroporto di ingresso in Ue. Una volta sdoganata lì, la merce diventa comunitaria e arriva in Italia senza pagare più i due euro».
primi riscontri registrati dall’Agenzia delle Dogane confermerebbero l’elusione della norma, visto che nei primi quindici giorni dell’anno il traffico delle spedizioni sotto i 150 euro avrebbe registrato un calo attorno al 40% rispetto allo stesso periodo del 2025.
Un aereo cargo dalla Cina, ad esempio, che continua ad atterrare a Malpensa, ma la cui merce viene caricata sui camion, trasferita in un hub tedesco per lo sdoganamento e poi riportata in Italia per la distribuzione. Lo smacco è triplo: «Non incassiamo il contributo, le merci entrano comunque, aumentano i camion e l’inquinamento, e perdiamo traffici, occupazione e fatturato», dice Cappa.
Confetra ha chiesto al governo un emendamento al Milleproroghe per rinviare l’entrata in vigore a luglio della tassa e costruire un coordinamento europeo. Alla richiesta si associa Assaeroporti.
(da agenzie)

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PRECETTO LA QUALUNQUE : IL TAR DEL LAZIO HA STABILITO CHE LA PRECETTAZIONE DELLO SCIOPERO NAZIONALE DEI TRASPORTI DEL 17 NOVEMBRE 2023, IMPOSTO DAL MINISTRO SALVINI, ERA ILLEGITTIMO

Gennaio 22nd, 2026 Riccardo Fucile

PER I GIUDICI IL PROVVEDIMENTO, CHE AVEVA RIDOTTO A QUATTRO ORE LA PROTESTA, “NON APPARE CONGRUAMENTE MOTIVATO ED È STATO ADOTTATO IN CARENZA DEL FONDAMENTALE PRESUPPOSTO CHE SOLTANTO LO PUÒ GIUSTIFICARE”

Il provvedimento con il quale il ministero dei Trasporti ha imposto la precettazione e la riduzione a quattro ore dello sciopero nazionale di tutti i servizi pubblici e privati indetto per il 17 novembre 2023, “non appare congruamente motivato ed è stato adottato, nella specie, in carenza del fondamentale presupposto che soltanto lo può giustificare”, ovvero “senza la previa segnalazione” da parte della Commissione di Garanzia Sciopero nei Servizi Pubblici Essenziali.
Così il Tar del Lazio in una sentenza con la quale ha accolto la domanda di accertamento dell’illegittimità proposta da Cgil e Uil.
(da agenzie)

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“NON DARE TROPPE INFORMAZIONI. CE LO CHIEDE PALAZZO CHIGI…”: LE NUOVE RIVELAZIONI DI “REPORT” NEL CASO DEL SOFTWARE INSTALLATO SUI 40 MILA COMPUTER DI PROCURE E TRIBUNALI ITALIANI IN GRADO DI VIDEOSORVEGLIARE I MAGISTRATI

Gennaio 22nd, 2026 Riccardo Fucile

I DIALOGHI TRA GIUSEPPE TALERICO, DIRIGENTE DEL COORDINAMENTO DEI SISTEMI INFORMATICI DEL MINISTERO DELLA GIUSTIZIA, E UN TECNICO INFORMATICO, AVVENUTO NEL MAGGIO DEL 2024. I DUE PARLANO DELLA NECESSITA’ DI ISTALLARE IL PROGRAMMA “ECM ”SUI PC DELLE TOGHE: “SE TI DICO CHE C’È LA PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI CHE CI STA DICENDO DI FARE STE COSE NON POSSIAMO ESSERE NOI A METTERCI IN DIFFICOLTÀ DA SOLI. DOBBIAMO AVERE LA CONTROLLABILITÀ DI QUESSTI COMPUTER ATTRAVERSO ’STO ECM”… IERI LA PRESIDENZA DEL CONSIGLIO AVEVA RISPOSTO A “REPORT” CHE LA RESPONSABILITÀ DELLE INFRASTRUTTURE DIGITALI DEI COMPUTER È DEL MINISTERO DELLA GIUSTIZIA

Giuseppe Talerico, ingegnere informatico, dirigente di seconda fascia del ministero della Giustizia, è il responsabile del Cisia di Milano, il Coordinamento Interdistrettuale dei Sistemi informatici, cioè il braccio operativo del Ministero nel Nord-Ovest. Da lui dipende la rete dei Pc di tutte le Procure i Tribunali, gli uffici giudiziari del Nord-Ovest .
Talerico viene spedito a Torino dal Ministero per sedare la protesta dei tecnici locali supportata dalla Procura, dopo che era stata scoperta la possibilità di etrare sui pc dei magistrati attraverso ECM senza lasciare traccia.
Talarico in varie riunioni impone l’installazione del programma Ecm, lo fa con veemenza in una riunione con altri tecnici informatici locali e ministeriali avvenuta nel mese di maggio 2024 negli uffici del Palazzo di Giustizia di Torino.
Talerico: «Per le prossime si dice (riferito ai magistrati, ndr) sono direttive di DGSIA (la direzione informatica del ministero, ndr) in maniera molto più ermetica. Non dare troppe informazioni».
Talerico: «Certe volte noi facciamo le cose come amministrazione che ci vengono imposte da altre forze. Se ti dico che c’è la Presidenza del Consiglio dei ministri che
ci sta dicendo di fare ste cose non possiamo essere noi a metterci in difficoltà da soli»
Talerico: «se stiamo facendo sta riunione significa che siamo in difficoltà perché siamo ancora fermi con un aggiornamento che però ci ha chiesto la Presidenza del Consiglio dei Ministri»
Talerico: «non abbiamo messo ancora ECM in Procura»,
Tecnico informatico locale: «Io pensavo che l’attività fosse aggiornare i computer, perché in quel caso sono già aggiornati…».
Talerico: «Ma dobbiamo avere la controllabilità di sti computer attraverso sto ECM».
La Presidenza del Consiglio ieri in una nota di risposta a Report, ha detto che la responsabilità delle infrastrutture digitali dei computer è del Ministero della Giustizia.

(da Report)

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ZELENSKY PRENDE A SCHIAFFI L’EUROPA E USA PAROLE DURISSIME CONTRO I LEADER EUROPEI: “È IL GIORNO DELLA MARMOTTA. È PASSATO UN ANNO E NULLA È CAMBIATO. SUGLI ASSETT HA VINTO PUTIN”

Gennaio 22nd, 2026 Riccardo Fucile

“QUANDO È ARRIVATO IL MOMENTO DI UTILIZZARE I BENI RUSSI PER AIUTARE A DIFENDERE L’UCRAINA, LA DECISIONE È STATA BLOCCATA. L’EUROPA SEMBRA DIVISA E PERSA DI FRONTE A TRUMP”

Il presidente ucraino, in un discorso particolarmente critico verso l’Europa a Davos, accusa i Paesi europei di essere “divisi” e “persi di fronte a Trump”. Zelensky afferma che a Kiev viene consigliato di “non parlare dei Tomahawk agli americani, per non rovinare l’atmosfera”. E poi dichiara che gli è stato “detto di non parlare dei missili Taurus” e di evitare di offendere una nazione europea o l’altra.
“Non dovremmo accettare che l’Europa sia solo un’insalata di piccole e medie potenze condita con i nemici dell’Europa – sostiene – Quando siamo uniti siamo davvero invincibili e l’Europa può e deve essere una forza globale, non una forza che reagisce tardivamente, ma una forza che definisce il futuro”.
Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, nel suo discorso a Davos, deplora la mancanza di “volontà politica” dell’Ue nei confronti di Putin. Ringrazia l’Europa per aver congelato i beni russi ma afferma che “quando è arrivato il momento” di utilizzare tali beni per aiutare a difendere l’Ucraina, la decisione è stata “bloccata”.
Inoltre dichiara che non ci sono stati “veri progressi” sull’istituzione di un tribunale per l’aggressione russa. “E’ una questione di tempo o di volontà politica”, si chiede. “L’Europa sembra persa nel tentativo di convincere il presidente degli Stati Uniti a cambiare. Ma lui non cambierà”.
Volodymyr Zelensky inizia il suo discorso a Davos paragonando la situazione in Ucraina al film “Il giorno della Marmotta”. “Nessuno vorrebbe vivere così, ripetendo la stessa cosa per settimane, mesi e, naturalmente, quattro anni – afferma – È esattamente così che ci piace vivere adesso. Ed è la nostra vita. Proprio l’anno scorso, qui a Davos, ho concluso il mio discorso con le parole: l’Europa deve sapere come difendersi. È passato un anno e nulla è cambiato. Siamo ancora in una situazione in cui devo dire le stesse parole”.
(da agenzie)

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OCCHIUTO È STATO RICEVUTO DA MARINA BERLUSCONI NELLA SUA CASA DI MILANO. UN INCONTRO DI UN’ORA E MEZZA, DEFINITO DAL GOVERNATORE “INTERESSANTE E COSTRUTTIVO, ABBIAMO PARLATO DI TANTE COSE”

Gennaio 22nd, 2026 Riccardo Fucile

MARINA HA DECISO DI RINNOVARE FORZA ITALIA E DARE UNA SVOLTA LIBERALE. TRADOTTO: FARE FUORI QUEI “VECCHI ARNESI” DI TAJANI, GASPARRI & CO.

È durato circa un’ora e mezza l’incontro tra il governatore della Calabria e vicesegretario nazionale di Forza Italia, Roberto Occhiuto, e Marina Berlusconi, che si è tenuto nella residenza milanese della presidente Finivest e del Gruppo Mondadori.”Come al solito è stato un incontro interessante e costruttivo – ha dichiarato all’ANSA Occhiuto al termine dell’incontro -. Abbiamo parlato di tante cose”. Solo ieri il governatore ha partecipato a Milano alla presentazione del libro di Claudio Cerasa a Milano e, parlando con i giornalisti a margine dell’evento, ha chiarito di non volere dividere Forza Italia ma di voler lavorare con Antonio Tajani “per portarla al 20%”.
Il vicesegretario del partito ha però rimarcato che Forza Italia deve essere più “innovativa” e che il centrodestra va rafforzato proprio dal partito fondato da Silvio Berlusconi.
Occhiuto chiarisce: «Non mi candiderò al congresso nazionale di Forza Italia, c’è
Tajani e va benissimo. Non dividerò il partito. L’ultimo dei miei pensieri è dirigere Forza Italia o fare battaglie all’interno del partito», anche se propone per gli azzurri «un quid di liberismo e riformismo. So che la famiglia Berlusconi incontra moltissimi dirigenti di Forza Italia, non solo me. Guardano a Forza Italia come a quello che il loro papà ha creato con grande amore. Vorrebbero che restasse il partito innovativo che Berlusconi creò».
(da agenzie)

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