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L’ATTRICE NATALIE PORTMAN IN LACRIME AL SUNDANCE: “LA BRUTALITA’ DI TRUMP E DELL’ICE DEVONO FINIRE”

Gennaio 26th, 2026 Riccardo Fucile

SE NEGLI USA LA LEGGE FOSSE UGUALE PER TUTTI TRUMP SAREBBE GIA’ FINITO DA TEMPO SULLA SEDIA ELETTRICA

L’attrice Natalie Portman ha partecipato al Sundance Film Festival nello Utah indossando sul red carpet una spilletta con la scritta “Ice out”, simbolo di protesta contro l’operato dell’Immigration and Customs Enforcement negli Stati Uniti. Alla premiere mondiale del suo film The Gallerist, Portman si è commossa fino alle lacrime: «Oggi è stato un giorno orribile: tutto quello che Trump, Kristi Noem (segretario alla sicurezza interna, ndr) e l’Ice stanno facendo ai nostri cittadini e alle persone prive di documenti (arresti, aggressioni e uccisioni legate all’Ice a Minneapolis) è scandaloso e deve finire».
La denuncia delle attrici
Anche Olivia Wilde, alla premiere del suo film The Invite, ha espresso il suo sdegno per le violenze legate all’Ice. «L’uccisione di Alex Pretti è incomprensibile, forse – ha concluso – abbiamo un governo che in qualche modo cerca di trovare delle scuse e di legittimarlo, ma noi (americani) non lo facciamo».
(da agenzie)

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I VIDEO DEI CRIMINALI DELL’ICI CHE UCCIDONO ALEX PRETTI SENZA MOTIVO: “LA GUERRA CIVILE IN AMERICA E’ INIZIATA”

Gennaio 26th, 2026 Riccardo Fucile

I FILMATI SMENTISCONO GLI AGENTI, L’INFERMIERE NON AVEVA ARMI IN MANO

Tutti i filmati che mostrano l’omicidio di Alex Pretti a Minneapolis smentiscono gli agenti dell’Ice e il presidente Donald Trump. L’infermiere 37enne, esattamente come Renée Good, non ha minacciato in alcun modo la polizia dell’immigrazione. Stava soltanto filmando le azioni degli agenti con il suo cellulare. Il presidente ha mentito agli americani sull’omicidio, così come ha mentito la segretaria alla sicurezza interna Kristi Noem, che ha affermato che Pretti «voleva fare del male a quegli agenti, avanzando verso di loro e impugnandola (l’arma, ndr ) in quel modo».
Le bugie di Trump e il video di Pretti
A smentire le bugie di Trump e dei trumpiani sono i video girati sulla scena. Si vede Pretti con un giaccone, occhiali da sole e un cappello da baseball, che si trova da solo in mezzo alla strada. In una mano ha il telefono. L’altra è libera. Intanto uno degli agenti si avvicina a due donne che protestano. Spinge una delle due. Pretti le mette un braccio intorno alle spalle. Anche l’altra manifestante viene spinta e cade. Pretti si abbassa per aiutarla a rialzarsi. E a quel punto l’agente spruzza spray urticante all’infermiere. Arrivano altri agenti che lo atterrano. Nella mischia l’infermiere, steso a pancia in giù, viene picchiato. Poi un agente si allontana dal gruppo impugnando una pistola, forse proprio quella di Pretti.
L’agente e l’arma
Come ricostruisce oggi il Corriere della Sera, l’agente ha visto l’arma sulla cintola di Pretti e gliel’ha sottratta. Si sente anche uno degli agenti che grida: «Ha un’arma». E questo dimostra che l’infermiere non ha minacciato nessuno con la pistola prima di finire a terra. Un secondo dopo si sente uno sparo. Poi gli agenti si allontanano e sparano ancora contro l’uomo a terra. Si sentono dieci colpi in cinque
secondi. E Pretti muore senza aver mai toccato l’arma che poteva portare con sé in base alla Costituzione americana.
(da agenzie)

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USA, GIORNALISTI RAI FERMATI E MINACCIATI DALL’ICE: “APRITE O SPACCHIAMO IL FINESTRINO”

Gennaio 26th, 2026 Riccardo Fucile

LE OPPOSIZIONI: “MELONI PROTESTI CON TRUMP”,,, QUANDO MAI, NOI RICHIAMIAMO L’AMBASCIATORE SOLO CON LA SVIZZERA

Due inviati a Minneapolis della trasmissione Rai In mezz’ora sono stati fermati e minacciati dagli agenti federali dell’Ice che pattugliano la città dopo l’omicidio di Alex Pretti. Le intimidazioni sono registrate in un video mandato in onda oggi dalla
trasmissione condotta da Monica Maggioni. Laura Cappon e Daniele Babbo, i due inviati della Rai nella città Usa, erano a bordo dell’auto che li stava portando sui luoghi del loro reportage, quando il veicolo è stato fermato in malo modo da una squadra dell’ICE. «Uno è davanti a me e l’altro dietro. Sembra un convoglio», dice la donna al volante dell’auto su cui viaggiano i due giornalisti italiani: «Ci hanno intrappolato». A quel punto l’auto davanti si ferma, un agente esce dal veicolo e si avvicina alla macchina dei giornalisti chiedendo di abbassare il finestrino. «No, non abbasso il finestrino, non stiamo facendo nulla di male, solo guidando nella mia città», gli risponde la donna alla guida. «Spacchiamo il finestrino e ti trasciniamo fuori dall’auto», risponde a muso duro l’agente. «Press! We are press, Italian!», provano a darle manforte Laura Cappon. Ma gli agenti federali, che a quel punto hanno accerchiato l’auto, proseguono con le minacce. «Questo è l’unico avvertimento, se continuate a filmarci e a seguirci, spacchiamo il finestrino e vi tiriamo fuori dall’auto». A quel punto gli agenti sembrano tornare al loro veicolo, e il video s’interrompe.
Pd e Renzi: «Intervenga Meloni»
Nel giro di poche ore in Italia esplode il caso politico attorno all’agguato dell’ICE contro gli inviati della Rai. Le opposizioni all’unisono chiedono al governo di prendere una posizione netta e a Giorgia Meloni in persona di protestare con gli Usa per quanto accaduto. «Le minacce ai giornalisti italiani, a cui va la nostra solidarietà, da parte dell’Ice sono inaccettabili e vanno respinte con forza. Aspettiamo un’immediata presa di posizione della presidente del Consiglio e del ministro Tajani», scrive su X il leader di Italia Viva Matteo Renzi. «Al Governo Meloni, se ha un minimo di orgoglio nazionale, chiediamo di protestare formalmente e prendere le distanze una volta per tutte. E chiarire come intende proteggere i nostri connazionali che vivono e lavorano nei luoghi in cui sta operando l’Ice da questo clima di intimidazioni e violenze. Chissà se ora il Ministro Piantedosi, dopo aver visto le immagini di Minneapolis, o magari dopo aver letto le parole dei genitori di Alex Pretti, abbia capito il problema e provato un po’ di vergogna», dichiara il responsabile Esteri del Pd Peppe Provenzano.
Bonelli: «Deriva autoritaria negli Usa, basta sudditanza politica a Trump»
Toni ancor più accesi quelli del leader dei Verdi Angelo Bonelli, che parla di «salto di qualità inquietante» nell’assalto dell’ICE ai giornalisti italiani, con «intimidazioni mafiose contro la stampa nel cuore degli Stati Uniti». «Siamo
davanti a una deriva autoritaria alimentata dall’amministrazione Donald Trump, che tra violenze, repressione e minacce ai giornalisti sta spingendo l’America verso una frattura da guerra civile strisciante. Di fronte a tutto questo – aggiunge – Giorgia Meloni deve condannare immediatamente quanto accaduto. Basta con la sudditanza politica verso Trump: dalla grottesca proposta di candidatura al Nobel per la pace fino al silenzio sulle offese rivolte ai militari italiani impegnati in Afghanistan. La libertà di stampa e la dignità dell’Italia vengono prima di ogni alleanza ideologica».
(da agenzie)

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DIETRO ALLE MANIE DI POTENZA DI TRUMP C’È L’ANSIA DI UN PAESE IN DECLINO. SECONDO IL “FINANCIAL TIMES”, LA RAGIONE DEL BULLISMO DEL TYCOON VA CERCATA NELL’INESORABILE DECLINO DELLA SUPER-POTENZA AMERICANA

Gennaio 26th, 2026 Riccardo Fucile

“DIFFIDATE SEMPRE DI CHI SCENDE DI RANGO. NOI CHE VIVIAMO UNA VITA MIGLIORE DI QUELLA IN CUI SIAMO NATI NON POSSIAMO NEMMENO IMMAGINARE IL TRAUMA DI CHI VA NELLA DIREZIONE OPPOSTA. UN PICCOLO CALO DI STATUS PUÒ FAR PERDERE LA BUSSOLA, ANCHE SE LA POSIZIONE ASSOLUTA RESTA BUONA”

Settant’anni fa, Gran Bretagna e Francia, partner in declino, tentarono di impadronirsi con la forza del Canale di Suez. La cosa curiosa è che nessuno dei due Paesi era guidato da uno fanatico sciovinista.
Anthony Eden, studioso di arabo e persiano, resta il più colto occupante di Downing Street dell’era postbellica. È solo che l’ansia da status spinge persone ragionevoli a fare cose avventate.
La Francia avrebbe combattuto una guerra senza speranza in Algeria e la Gran Bretagna sarebbe rimasta fuori da un progetto euro-federalista che riteneva privo di futuro: errori di valutazione che pesano su entrambe le nazioni ancora oggi.
Il declino dell’America non è così brusco come lo fu allora per loro, ovviamente. Resta il Paese più forte del mondo, seppure con un margine ridotto. Ma, sotto un altro profilo, il declino americano è peggiore.
La Gran Bretagna poteva sempre consolarsi pensando di passare il testimone a una superpotenza democratica, anglofona e in gran parte bianca. Al contrario, gli Stati Uniti hanno perso terreno a favore della Cina, con la quale non condividono nessuna di queste caratteristiche.
E così il deterioramento del loro status, pur oggettivamente molto meno ripido di quello britannico, potrebbe essere soggettivamente più lacerante. Conta eccome contro quale Paese stai declinando.
Se a questa equazione aggiungi qualcuno ossessionato dalle gerarchie come Donald Trump — con il suo senso quasi geologico degli strati — ottieni il maltrattamento della Groenlandia, la diplomazia delle cannoniere nei Caraibi e altri tentativi in stile Suez di recuperare prestigio perduto. (Forse con maggior successo.)
Ma anche sotto un presidente “normale”, gli Stati Uniti potrebbero comportarsi male proprio adesso. I Paesi in preda all’ansia da status devono gonfiarsi il petto. È raro che una superpotenza accetti serenamente il declino.
A dimostrazione che qui c’è qualcosa che va oltre Trump, basta ricordare che l’America di George W. Bush già mal sopportava l’“ordine liberale basato sulle regole”, come quasi nessuno lo chiamava all’epoca.
Anche al di là dell’invasione dell’Iraq, Bush mostrava un disprezzo estremo per la Corte penale internazionale. Non è un atto d’accusa contro di lui. C’era e c’è molta fuffa globale più di sinistra che propriamente liberale.
Bush, filoccidentale nel profondo, aveva ragione a diffidarne. Il punto più ampio è che il distacco dell’America dall’ordine mondiale legalistico precede Trump. Deve esserci qualcosa di strutturale che tormenta gli Stati Uniti, e quel qualcosa potrebbe essere il declino.
Poiché la performance degli Stati Uniti in questo secolo è stata così straordinaria in termini assoluti — economicamente, tecnologicamente — il loro declino relativo può essere difficile da visualizzare. Ma c’è: nell’efficacia limitata delle sanzioni statunitensi negli ultimi anni, nella lotta per restare in testa sull’intelligenza artificiale, e negli asset strategici che la Cina osa possedere nell’emisfero occidentale.
Il divario militare con la Cina non è più quello di inizio millennio. Anche un presidente repubblicano di ordinaria amministrazione reagirebbe in modo aggressivo in queste circostanze, seppure non in maniera così sconsiderata come Trump.
Diffidate sempre di chi scende di rango. Noi che viviamo una vita migliore di quella in cui siamo nati non possiamo nemmeno immaginare il trauma di chi va nella direzione opposta.
Un piccolo calo di status può far perdere la bussola, anche se la posizione assoluta resta buona. Furono le classi medie della Repubblica di Weimar, impoverite dall’inflazione che divorò i risparmi durante la crisi, a votare per i nazionalsocialisti, non necessariamente i più poveri. In geopolitica, lo stesso processo si riproduce alla massima scala. Cos’è la guerra della Russia in Ucraina se non una protesta contro il suo status ridotto dopo il crollo sovietico?
L’individuo conta, senza dubbio. Anzi, Trump mi ha quasi convertito alla teoria del “Grande Uomo” nella storia. Ma alcuni schemi sembrano valere al di là del tempo, delle persone e dei luoghi. Se è mai esistita una potenza in declino che non si sia comportata in modo erratico mentre si assestava nel suo nuovo status, io non la conosco. Il comportamento di Trump è una versione estrema di qualcosa che potrebbe accadere comunque, che è accaduto nel passato recente e che è destinato ad accadere anche dopo di lui
La frase di Tucidide, «i forti fanno ciò che possono e i deboli subiscono ciò che devono», circola molto di recente. Si dovrebbe annuire con gravità, come se esprimesse una verità amara ma universale sulle relazioni internazionali.
Ma è davvero così? L’espressione implica che un Paese diventi più aggressivo man mano che cresce in potenza. Eppure gli Stati Uniti non furono mai più potenti di quanto lo fossero intorno alla nascita di Trump, nel 1946, quando producevano metà dei beni manifatturieri del mondo e detenevano anche il monopolio nucleare.
Con tutto questo potere, gli Stati Uniti non “fecero ciò che potevano” ai danni dei deboli. Al contrario, vararono il Piano Marshall e la Nato, capolavori di interesse illuminato. Ricostruirono Giappone e Germania come democrazie pacifiste. La svolta bellicosa del comportamento americano è arrivata, in realtà, durante il suo declino relativo.
La leadership spiega una parte di tutto questo, nel senso che Harry Truman era “migliore” di Trump, ma solo in parte. Il resto è strutturale. È più facile per una nazione essere magnanima quando sta in alto. Paranoia e aggressività subentrano quando quella posizione scivola. Perciò dovremmo aspettarci degli Stati Uniti volatili finché non si abitueranno al ruolo di una, e non più la, superpotenza. Gran Bretagna e Francia alla fine ci sono arrivate, pur dovendo cadere molto più in basso.
Nessuno cita mai l’altra parte della famosa poesia di Dylan Thomas sul declino. Dopo aver esortato il lettore a «infuriarsi contro il morire della luce», concede che arrendersi ha più senso: «i saggi, alla fine, sanno che il buio è giusto».
Trump preferisce la furia, ma probabilmente lo farebbero anche altri leader al suo posto
(da agenzie)

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DAVID, IL PUGILE CHE HA SALVATO UNA DONNA DAL SUICIDIO: “SENTIVO LA SUA TRISTEZZA, L’HO ASCOLTATA SENZA GIUDICARE”

Gennaio 26th, 2026 Riccardo Fucile

DAVID, 24 ANNI, HA SALVATO UNA DONNA CHE VOLEVA GETTARSI SOTTO IL TRENO NELLA STAZIONE DI JESI… IL RAGAZZO E’ STATO PREMIATO DALLA POLIZIA: “VORREI CHE L’ALTRUISMO SI DIFFONDESSE”

“Quando l’ho guardata, mi trasmetteva una tristezza molto grande. Abbiamo parlato un po’, lei era vicina al binario del treno e ho pensato: ‘Vuole fare qualcosa di brutto‘, ma non ci potevo credere”.
A parlare è David, 24enne italiano, originario della Nigeria e residente nell’Anconetano dal 2022, che nella serata dello scorso 16 gennaio, mentre si trovava alla stazione di Jesi, ha salvato una donna che voleva togliersi la vita, gettandosi sotto un treno.
“È arrivato un mio amico, ci siamo salutati e poco dopo hanno annunciato il treno. In quel momento ho capito che la signora voleva proprio farlo. Ho spiegato al mio amico cosa pensavo che sarebbe successo e intanto ho chiamato la Polizia”, ha spiegato il giovane.
Come riferito dalla Questura di Ancona in una nota, l’operatrice della Centrale Operativa della Polfer di Ancona immediatamente ha contattato RFI disponendo il blocco della circolazione ferroviaria ed è rimasta in contatto con David.
Il 24enne, aiutato anche da altre persone presenti in stazione, compreso un capotreno di FS in servizio, è riuscito a mettere in sicurezza la donna e a scongiurare un ulteriore tentativo di autolesionismo che ha tentato di compiere con la montatura degli occhiali che aveva volutamente rotto.
“Gli agenti al telefono mi dicevano cosa fare, mi dicevano di cercare di distrarla dai suoi intenti. Sono riuscito a calmarla fino al loro arrivo, ma anche in loro presenza lei ha provato a togliersi la vita. – ha aggiunto – Con tutte le altre persone che erano in stazione, abbiamo tentato di consolarla. L’ho tenuta tra le braccia, sentivo la tristezza che provava”.
“Sono intervenuto anche grazie alla scuola perché avevano organizzato un corso per affrontare questi eventi. Prima di tutto, non ho cercato di fermare direttamente la signora, ma di farla parlare della sua tristezza. E l’ho ascoltata senza giudicare. Le persone sul treno, il capotreno, io, tutti eravamo scioccati”, ha raccontato.
Michele De Tullio, dirigente del Compartimento di Polizia Ferroviaria per le Marche, l’Umbria e l’Abruzzo, ha voluto incontrare e premiare il 24enne “evidenziando l’altissimo senso civico dimostrato ed il coraggio evidenziato nel mettere a repentaglio la propria incolumità per trarre in salvo una vita umana”.
“La Polizia mi ha chiesto se potevano divulgare la mia storia e io ho accettato perché vorrei che l’altruismo si diffondesse. Non mi aspettavo mi premiassero, sono rimasto veramente sorpreso dal fatto che abbiaNo trovato del tempo per me”, ha aggiunto.
David è un giovane pugile che si allena presso la Pugilistica Jesina. Fanpage.it ha contattato il suo maestro, Lorenzo Alessandrini, a cui ha chiesto di parlare del 24enne.
“Si allena da noi da qualche tempo, desidera tanto diventare un pugile
professionista. Noi siamo a Jesi, lui abita a qualche chilometro di distanza ma arriva sempre puntuale. Prende la sua bici, va in stazione, prende il treno e raggiunge la palestra. E così fa per tornare a casa”, ha raccontato.
“Quel venerdì stava rientrando e in stazione si è accorto di questa situazione. – ha aggiunto – E solo una persona con la sua grande sensibilità avrebbe capito cosa stava accadendo”.
“Mi ha detto di aver visto questa donna molto triste fare una telefonata con cui dava l’addio all’interlocutore e sistemare le cose a terra accanto a lei. – prosegue – Ha capito che stava ideando un gesto estremo”.
“David è un ragazzo educatissimo, umile e non mi sorprende che abbia fatto questo. – conclude – Anche quando si allena è sempre attento ai suoi compagni ed è una persona davvero empatica”.
(da Fanpage)

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