Febbraio 9th, 2026 Riccardo Fucile
TELEMELONI VUOLE EVITARE UNA SECONDA DISFATTA, I GIORNALISTI DELLA REDAZIONE SPORTIVA AVEVANO MINACCIATO LO SCIOPERO IN CASO DI RICONFERMA DI PETRECCA
Dopo le polemiche per la telecronaca della cerimonia inaugurale delle Olimpiadi di
Milano-Cortina, Paolo Petrecca, direttore di Rai Sport, è stato convocato a Roma dai vertici Rai. Secondo quanto riferisce la Repubblica, in azienda sarebbe stata presa in considerazione l’ipotesi di revocargli la conduzione della cerimonia di chiusura dei Giochi, in programma il 22 febbraio a Verona. Una decisione sulla quale avrebbero pesato in modo significativo anche le critiche arrivate da Usigrai, furibonda per essersi vista negare la lettura di un comunicato a difesa dei giornalisti.
Oggi l’incontro con l’ad
Petrecca era atteso a Cortina, dove aveva in programma qualche giornata sugli sci con la moglie, da ritagliare tra gli impegni di supervisione dei servizi sulle gare olimpiche. La trasferta, però, è stata rinviata: ieri il direttore non si è presentato, bloccato da «ordini superiori». L’amministratore delegato Giampaolo Rossi lo ha infatti convocato a Roma per chiedergli una relazione dettagliata sulla telecronaca della cerimonia inaugurale, giudicata imbarazzante e capace di suscitare l’indignazione di una parte consistente dell’opinione pubblica e della politica, oltre al malumore dei vertici di Viale Mazzini.
Al centro delle contestazioni non ci sarebbe solo la gestione della diretta, ma anche la scelta del capo di Rai Sport di sostituire personalmente il commentatore designato, Auro Bulbarelli – ritiratosi dopo aver anticipato la sorpresa legata all’intervento del presidente Mattarella – invece di affidare il ruolo ad altri giornalisti della redazione, ritenuti più esperti e qualificati. Con la redazione sportiva che minaccia lo sciopero nel pieno dell’evento mondiale in assenza di provvedimenti, in Rai si starebbe quindi valutando la possibilità di togliere a Petrecca anche la telecronaca della cerimonia di chiusura.
(da agenzie)
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Febbraio 9th, 2026 Riccardo Fucile
PUCCI, IL SEDICENTE COMICO CHE SI CACCIA DA SOLO
Lo chiameremo auto-editto, che è l’editto bulgaro – cacciatelo! – di chi si caccia da solo, incassa martirio e solidarietà, poi forse torna – già piovono gli appelli – con l’aureola di vittima del pensiero unico riabilitata dalla storia. L’auto-editto di Andrea Pucci col gran rifiuto di Sanremo («troppi insulti e minacce, lascio») mostra quanto il mondo meloniano superi in astuzia il vecchio mondo berlusconiano e persino il trumpismo che i comici li fa licenziare, o li querela per miliardi, o (manca poco) gli manda l’Ice a casa. Quel tipo di interventismo pronuncia anatemi e chiude trasmissioni trasformando gli avversari in eroi della libera informazione, della libera satira, del libero discorso democratico.
La destra italiana è assai più astuta, occupa tutte le parti in commedia: è l’ente illuminato che assume Pucci (la Rai), è il licenziato (Pucci), è il licenziatore di se stesso (sempre Pucci), è l’indignato per il licenziamento (gli opinionisti amici di Pucci), è il paladino della libertà che chiede il reintegro (i politici amici di Pucci), e infine sarà, potrà essere, il generoso sovrano che recupera Pucci e gli restituisce Sanremo (la Rai, e il cerchio si chiude).
A quelli di sinistra resta il ruolo dei cattivi liberticidi ammazza-satira, anche se hanno fatto assai poco per meritarlo, qualche lamentela sui social, qualche valutazione di opportunità sulla foto a sedere nudo con cui Pucci ha annunciato il suo ingaggio a Sanremo, e si vorrebbe dire: in fondo è il minimo sindacale per un comico che li chiama abitualmente zecche e che si è fatto un seguito digitale (anche) bullizzando l’aspetto fisico di Elly Schlein e Rosy Bindi.
Chissà cosa avevano in mente. Forse di preparare il trampolino per l’ondata critica al Festival della Canzone, che in mancanza di meglio è da un pezzo la fatale parata dell’identità italiana, l’evento che mette in mostra chi ha l’egemonia e chi la subisce. E tuttavia se Pucci ri-assumerà se stesso come spalla comica di Carlo Conti, a questo punto, potrà fare quel che vuole: chiamare al sì referendario, inneggiare alla remigrazione, tirarsi giù i pantaloni come ha già fatto su Facebook. Ogni critica sarà «spaventosa deriva illiberale della sinistra», e amen.
Si vorrebbe suggerire all’opposizione: rinunciateci, sono troppo spregiudicati per voi. In cinque minuti il caso Pucci ha silenziato il processo al direttore di RaiSport Paolo Petrecca per la squinternata telecronaca dello show d’apertura delle Olimpiadi, e a render conto ora non ci sono i vertici Rai ma i loro critici e oppositori: violenti, censori, intolleranti! Che poi, a pensarci bene, il prevedibile monologo sanremese del comico su mogli rompiscatole e cani sodomizzati al parco sarebbe valso altre cretinate della stessa risma, il Pensati Libera di Chiara Ferragni o il bacio gay di suo marito, fuffa acchiappa-clic che dura una settimana. Forse sarebbe meglio recuperare il sano radicalscicchismo di una volta, quello che per tanti anni ha accomunato pezzi di destra e di sinistra nella frase «Sanremo? Non ne so niente, non lo guardo».
(da La Stampa)
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Febbraio 9th, 2026 Riccardo Fucile
IL GOVERNO PRIVO DI PROGETTUALITA’ INDUSTRIALE
La potenza di uno slogan può fare la fortuna di un prodotto. Funziona così in pubblicità
e spesso anche in altri settori, se il prodotto non è scadente. Nel 2022 il governo Meloni ha coniato il suo slogan ribattezzando il ministero dello Sviluppo economico, in ministero delle Imprese e del Made in Italy.
Il messaggio agli italiani è chiaro: intendiamo valorizzare il nostro marchio e blindare le nostre imprese. Un’ambizione che deve fare i conti con una crisi iniziata alla fine del 2007 e che ha portato il nostro Paese, nel giro di 18 anni, a perdere quasi un quarto della produzione industriale. Quindi prima di vedere come è andata dall’insediamento di Meloni in poi, occorre considerare la situazione ereditata dal governo a settembre 2022.
La fine di un ciclo
La globalizzazione dei mercati ha messo in difficoltà tutta l’industria europea. Ma il caso italiano ha tratti distintivi. Le nostre imprese familiari nate nel dopoguerra hanno capi-azienda di 70-80 anni che devono passare l’attività ai figli. Un passaggio che avviene in una fase di grandi innovazioni tecnologiche ed ha bisogno di capitali per stare sul mercato. Se guardiamo il volume dei prestiti alle imprese tra il dicembre 2011 e lo stesso mese del 2024, in Italia è sceso da 929 a 641 miliardi di euro (-31%), mentre in Francia è aumentato da 880 a 1.491 miliardi (+70%) e in
Germania da 910 a 1.391 miliardi (+53%). I capitali si possono trovare anche quotandosi in Borsa. Però anche qui qualcosa si è inceppato: nel solo 2025 si sono quotate una ventina di imprese, tutte piccole e medie, mentre gli addii a Piazza Affari sono stati 29, di cui 11 nel mercato principale. In questa cornice le nostre aziende vedono una opportunità nei capitali stranieri.
Secondo l’indagine annuale dell’area studi di Mediobanca, negli ultimi 3 anni le aziende medio-grandi a controllo estero hanno un peso sempre maggiore: a fine 2022 rappresentavano il 29,7% del fatturato, salito al 34,5% nel 2024. Kpmg inoltre rileva che nel solo 2024 le operazioni di fusione e acquisizione di realtà italiane da parte di fondi o imprese straniere sono state 429 per un valore record di 36,2 miliardi. Una parte importante, è realizzata da fondi di investimento, di solito interessati a restare 5-6 anni per poi vendere, spesso a proprietà industriali estere.
Tra le aziende più rappresentative del Made in Italy che in questi 3 anni sono passate o stanno passando in mani straniere troviamo Iveco group (veicoli commerciali): la divisione Difesa andrà all’italiana Leonardo, mentre tutto il resto è in corso la finalizzazione con gli indiani di Tata motors. Comau (sistemi di automazione industriale e robotica avanzata): il 51% è stato venduto da Stellantis al fondo di investimento Usa One equity partners. Piaggio Aerospace, storico costruttore aeronautico italiano è stato acquisito dalla società turca Baykar, specializzata in droni e sistemi aerospaziali.
Ip italiana petroli sta passando alla Socar (Azerbaigian). Perdere un operatore nazionale in un settore strategico come quello energetico, vuol dire perdere un po’ di sovranità, poiché la Socar risponderà agli interessi di Baku, non certo a quelli di Roma. Bialetti è stata acquisita dalla cinese Nuo capital.
Cvs Ferrari, produttrice di attrezzature industriali, è passata all’americano Taylor Group.
Il gruppo francese Axa ha acquisito la quota di controllo del 51% di Prima, compagnia italiana delle assicurazioni.
Sifi spa è stata venduta da 21 Invest alla spagnola Faes Farma.
Golden Goose, la società delle sneaker di lusso se la sono presa i fondi Hsg (cinese) e Temasek (Singapore) per un valore stimato di 2,5 miliardi: closing nel 2026.
Il gruppo della moda Etro è diventato al 100% straniero l’anno scorso con l’uscita della famiglia italiana che lo aveva fondato.
La quota di maggioranza della rete fissa Tim è passata al fondo americano Kkr.
E poi Ita Airways con il passaggio del 41% a Lufthansa (che salirà al 90% a giugno), mentre sull’ex Ilva ci sono trattative in corso per vendere al fondo americano Flacks.
Opportunità e rischi
Il fatto che la proprietà di un marchio italiano passi in mani straniere non è sempre negativo. Per le medie imprese a gestione familiare italiana l’ingresso di un investitore straniero può aprire prospettive che la famiglia non è in grado di realizzare. A condizione che vengano conservate le competenze produttive di cui l’acquirente straniero si appropria, e che i proventi vengano indirizzati all’interno del tessuto produttivo nazionale.
Ci sono numerosi casi di investitori stranieri che stanno valorizzando marchi del Made in Italy mantenendo la produzione in Italia, come Lamborghini (controllata da Audi), o la Hitachi rail con Ansaldo Breda. Ma ci sono anche casi negativi. Nella farmaceutica l’importante centro di ricerca oncologica Nerviano Medical Sciences (NMS), è stato acquisito per il 90% da un fondo cinese nel 2018, poi passata al 100% nel 2024 e nel 2025 ha aperto una filiale a Shanghai per rafforzare il mercato asiatico, e annunciato di mandare a casa i ricercatori italiani. Ora i licenziamenti sono stati congelati e si parla di un nuovo acquirente straniero. In sostanza il futuro è incerto.
Politiche industriali confuse
A fine gennaio Stellantis ha invitato i componentisti italiani a produrre in Algeria. E questo avviene mentre i primi 315 operatori italiani della componentistica hanno perso negli ultimi due anni il 15% del fatturato (studio Pwc Strategy&). Se l’obiettivo è quello di rilanciare la nostra industria, la domanda è: cosa si sta facendo per rendere vantaggioso investire e produrre a casa nostra?
L’energia è il primo costo di produzione per gran parte delle attività industriali. Secondo Confindustria in Italia si paga il 30% in più rispetto alla media europea. Le soluzioni possibili ballano sui tavoli da un paio d’anni: dal disaccoppiamento (convogliare sull’industria l’energia meno costosa prodotta con le rinnovabili, sulle quali peraltro le società energetiche stanno facendo margini enormi), all’eliminazione del sovraccosto del gas che in Italia costa 2-3 euro in più al Mwh
rispetto alla borsa di Amsterdam. Ma il decreto Energia, di cui tanto si parla, viene continuamente rinviato.
Automotive: qual è il piano?
Sappiamo che l’industria riparte se si rianima il settore strategico dell’auto. Il Mimit si è impegnato molto per allentare le regole europee sul motore endotermico dal 2035. Ma nello stesso tempo il governo ha drasticamente tagliato il fondo da 8,7 miliardi che Draghi aveva istituito a sostegno del comparto per il periodo 2022-2030. A fine 2024 in cassa sono rimasti 1,6 miliardi, che però ad oggi nessuno ha ancora potuto utilizzare perché manca il Dpcm che deve definire i requisiti dei progetti da finanziare. Sarebbe il caso di chiarirsi velocemente le idee. Come sarebbe utile adottare anche una logica più coerente sugli incentivi per chi acquista auto nuove: nel 2024 sono stati dati soprattutto alle ibride, poi sono stati tolti del tutto e il governo aveva dichiarato che non sarebbero più stati reintrodotti. Infine, a sorpresa, l’anno scorso sono stati messi 600 milioni del Pnrr sulle auto elettriche.
Incentivi metti e togli
Nel marzo 2024 viene creato il piano Transizione 5.0 da 6,3 miliardi con fondi del Pnrr: alle imprese si garantiscono compensazioni fino al 45% degli investimenti tramite credito d’imposta. A novembre 2025 i fondi vengono ridotti a 2,75 miliardi e si sono chiusi i rubinetti. Al 7 gennaio, fra investimenti già completati, progetti con versamento dell’acconto minimo del 20% , e progetti prenotati, risulta un totale di 4,76 miliardi. Però le imprese che hanno iniziato a fare gli investimenti sapranno se avranno i soldi soltanto dopo il 28 febbraio (termine per la comunicazione di completamento lavori). In compenso sono stati messi 1,3 miliardi sulla vecchia Industria 4.0, ed è stata introdotta per il 2026 una nuova Transizione 5.0 dove il credito d’imposta è stato sostituito con l’iperammortamento. Ma anche qui manca il decreto attuativo e pertanto la misura non è utilizzabile.
Finanziamenti a pioggia
Per i prossimi tre anni c’è la Zes Unica, una misura che deve favorire gli investimenti e lo sviluppo del Mezzogiorno. Il limite di spesa per le imprese che operano dalle Marche in giù è di 2,3 miliardi per il 2026, di 1 miliardo per il 2027, e di 750 milioni per il 2028. Stefano Firpo, direttore generale di Assonime, ed ex direttore generale del ministero dello Sviluppo fa notare che la Zes velocizza le autorizzazioni, ma:
1) i fondi disponibili vengono divisi fra tutti quelli che fanno domanda. Vuol dire che se le domande sono 100 incassi una cifra, se sono 1000 un’altra ben più bassa, e pertanto l’impresa non sa su quale cifra contare;
2) si finanzia un po’ di tutto, anche i capannoni, investimenti che di innovativo hanno ben poco e va a finire che si finanziano investimenti che si sarebbero fatti comunque. In sostanza: «Gli incentivi distribuiti in questo modo sembrano più un risarcimento per le difficoltà che incontra chi opera al Sud che un vero strumento di politica industriale».
Tirando le somme: in questi tre anni la produzione industriale – cioè «il fatto in Italia» da imprese sia italiane che straniere – si è ridotto del 3,8%.
Non si intravede una progettualità industriale, non si scelgono settori strategici su cui puntare, i finanziamenti non sono accompagnati da studi di impatto, nemmeno su industria 4.0 che esiste da 10 anni. E nel Libro Bianco appena presentato dal Mimit non si indica un cambio di passo. Troppi stop and go: prima il credito d’imposta e poi l’iperammortamento. Prima finanzio il fondo automotive e poi lo taglio. Ma le imprese hanno bisogno di certezze, e il nostro sistema produttivo meriterebbe politiche mirate a creare le condizioni per sostenere le aziende che si stanno giocando il tutto per tutto per stare sul mercato, crescere e creare lavoro meglio retribuito.
Milena Gabanelli e Rita Querzè
(da corriere.it)
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Febbraio 9th, 2026 Riccardo Fucile
TRASVERSALE LA PAURA DI NON POTERSI ESPRIMERE SENZA VINCOLI… ANCHE META’ DEGLI ELETTORI DI CENTRODESTRA CONTRO IL GOVERNO
Viviamo tempi “inquieti”, nel nostro Paese. Segnati da manifestazioni e proteste “inquietanti”, nelle ultime settimane. A Torino, per iniziativa del centro sociale Askatasuna. E a Milano, in questi giorni, contro i giochi di Milano-Cortina. In particolare, contro la presenza dell’Ice in città. Episodi che contribuiscono a accentuare il clima di insicurezza, che appare già presente e diffuso, come mostra il sondaggio condotto da LaPolis-Università di Urbino (con Avviso Pubblico), prima di questi eventi. E, quindi, non influenzato dalle proteste accese (talora violente) di questi giorni. Il primo dato che emerge dal sondaggio è chiaro. E evidente. Rileva, infatti, come i due terzi degli italiani (intervistati) si sentano preoccupati (minacciati) per quanto riguarda la “libertà di manifestare” e “protestare”. Quindi, per “la libertà”. “Di pensiero e di parola”.
Questi orientamenti riflettono, in particolare, la posizione politica degli intervistati. Il grado di preoccupazione, infatti, raggiunge i livelli più elevati – oltre l’80% – fra coloro che si collocano a sinistra, ma superano ampiamente il 70% anche nella base di centro-sinistra. Scendono, invece, in modo significativo, fra le persone che si dicono di centro, pur mantenendosi, comunque, ben oltre la metà. Mentre calano nella base di centro-destra e di destra. Dove, comunque, si mantengono intorno al 50%. E anche oltre.
Si ri-sollevano, infine, in misura rilevante, fra coloro che “si chiamano fuori”. E non accettano la distinzione storica e tradizionale fra destra e sinistra. Nell’area degli “esterni” allo spazio politico tradizionale, infatti, la preoccupazione per “la libertà di pensiero e di parola” risale sopra al 70% e raggiunge il 73%. Mentre il timore in merito alla “libertà di manifestare e di protestare” si pone comunque sopra al 60%: 62%.
La preoccupazione che attraversa l’Italia è, quindi, ampiamente condizionata da ragioni “politiche”. Dettate, soprattutto, dalla posizione rispetto al governo di centro-destra. E ai soggetti che ne fanno parte. Tuttavia, il senso di incertezza degli italiani appare trasversale. E attraversa in misura rilevante anche coloro che si dicono vicini al governo. Perché non si tratta di “un’ideologia”. Semmai, di una “patologia” sempre più diffusa. Condizionata dalla realtà. Dagli eventi “inquietanti” che la caratterizzano e incombono. Infatti, il sentimento di “inquietudine” riflette, in particolare, l’esperienza e la pratica “reale” della protesta politica e sociale. Accentuato, per questo motivo, soprattutto dalla partecipazione a manifestazioni pubbliche in diversi contesti. A iniziative di partito, sit-in. Anzitutto, a sostegno della Palestina. Una componente nella quale, come segnala il sondaggio di LaPolis-Università di Urbino, “la preoccupazione per la democrazia e per la libertà di contestazione” raggiunge l’80%.
È evidente che il clima d’opinione sia incerto e instabile perché condizionato dal mutamento profondo della comunicazione. Che ha globalizzato e im-mediatizzato la percezione degli eventi. In quanto, come ha osservato il sociologo inglese Antony Giddens, “tutto ciò che avviene dovunque nel mondo e in ogni momento, nello stesso momento ha influenza e effetto dovunque”. Quindi, su di noi. A maggior ragione nel nostro tempo. Nel quale il digitale ha accentuato questa tendenza. Annullato le distanze. Così, “il presente”, spesso “è già passato”. E la realtà evolve e si trasforma senza darci il tempo e la possibilità di adeguarci. Di affrontare i mutamenti che avvengono intorno a noi. Anche perché “il mondo intorno a noi”, ai nostri occhi e nella nostra percezione appare sempre più ampio. E si trasforma senza soluzione di continuità. Così dobbiamo rassegnarci. O meglio, adeguarci. Senza rinunciare ai nostri valori, alle nostre scelte.
(da Repubblica)
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Febbraio 9th, 2026 Riccardo Fucile
L’ACCUSA DEI MAGISTRATI MILANESI ALLA SOCIETA’ SPAGNOLA DI DELIVERY: CAPORALATO, ETERO-ORGANIZZAZIONE ALGORITMICA
Il pm di Milano Paolo Storari ha disposto in via d’urgenza il controllo giudiziario per
caporalato per Foodinho, la società di delivery del colosso spagnolo Glovo, nominando un amministratore giudiziario. Secondo gli accertamenti, ai rider, 40mila impiegati in tutta Italia, sarebbero state corrisposte paghe “sotto la soglia di povertà” e ci sarebbe dunque uno sfruttamento del lavoro.
Il decreto di controllo giudiziario urgente emesso dalla Direzione distrettuale antimafia è stato eseguito dai militari del Gruppo Carabinieri per la Tutela del Lavoro di Milano. L’amministratore di diritto della società risulta indagato per caporalato, spiega una nota, “poiché avrebbe impiegato manodopera in condizioni di sfruttamento, approfittando dello stato di bisogno dei lavoratori. In particolare, corrispondeva ai rider, in stato di bisogno e operanti sul territorio milanese e nazionale (rispettivamente pari a circa 2.000 e 40.000 lavoratori), una retribuzione (in alcuni casi inferiore fino al 76,95% rispetto alla soglia di povertà e inferiore fino al 81,62% rispetto alla contrattazione collettiva) non proporzionata né alla qualità né alla quantità del lavoro prestato al fine di garantire “una esistenza libera e dignitosa” (art. 36 Cost.) e palesemente difforme dai Contratti Collettivi Nazionali stipulati dalle organizzazioni sindacali più rappresentative a livello nazionale”.
Anche la Foodinho-Glovo risulta indagata per responsabilità amministrative degli enti poiché l’ad “avrebbe commesso il delitto di caporalato nell’interesse e a
vantaggio della propria azienda, adottando un modello organizzativo palesemente contrario al principio di legalità, inidoneo a prevenire situazioni di sfruttamento lavorativo al fine di trarne profitto economico”.
Diverse le contestazioni: in particolare il fatto che i lavoratori che in questi mesi sono stati ascoltati dalla procura risultano svolgere la loro attività con partita Iva autonoma in regime fiscale forfettario, ma di fatto sono utilizzati come dipendenti visto che le loro prestazioni sono gestite con una piattaforma che li geolocalizza costantemente, misura la disponibilità e la performance del lavoratore e collega tali indici alla retribuzione della prestazione. Parla, la procura, di “etero-organizzazione algoritmica della prestazione lavorativa compatibile con l’applicazione della disciplina del lavoro subordinato”. Ma nonostante questo i rider venivano pagati con cifre sotto le soglie di povertà lavorativa: “in particolare, del campione retributivo analizzato risultano sottosoglia di povertà il 75% dei ciclofattorini con uno scostamento medio di circa € 5.000 annui lordi, mentre rispetto ai CCNL di riferimento sono risultati sottopagati l’87,5% del campione con scostamenti massimi anche fino a 12.000 euro annui”.
(da Repubblica)
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Febbraio 9th, 2026 Riccardo Fucile
L’INDIGNAZIONE DEI PRESENTI
«Io non ho capito perché a Calenzano siamo sempre andati a trovare tutti questi disastri. Cioè, non si poteva fare un gemellaggio con l’Austria che sono ricchi, stanno bene, venivano qui, ci portavano qualche risorsa. Non ho capito perché noi ci andiamo sempre a far male, cioè noi dobbiamo andare da quelli poveretti, quelli storpi, tutti ridotti male, senza casa, senza nulla, non riconosciuti (il riferimento è ai palestinesi, ndr). Ditemi perché voi siete così?».
È stata travolta dalla bufera la consigliera comunale di Fratelli d’Italia Monica Castro, dopo le dichiarazioni pronunciate durante il consiglio comunale di Calenzano dello scorso 29 gennaio. Al centro delle polemiche, le frasi sui palestinesi e il gemellaggio tra il Comune alle porte di Firenze e la città di Jenin, che hanno suscitato reazioni durissime da parte dell’opposizione.
Le proteste e i tentativi di difesa: «Lo dico per ironizzare»
Le parole hanno provocato proteste immediate dai banchi dell’aula. A quel punto Castro ha tentato di ridimensionare il proprio intervento: «Sto parlando. Se non vi piace, è un discorso purtroppo scherzoso, faccio per ironizzare in una situazione dove alle otto di sera mi tocca parlare di Palestina e so a malapena dov’è».
La reazione del Pd
Ma le spiegazioni non hanno placato le critiche. Il Pd toscano ha definito le dichiarazioni «gravi, offensive e semplicemente inaccettabili». In una nota, i democratici sottolineano come «dire, riferendosi al patto di amicizia tra Calenzano e Jenin, che “si poteva fare un gemellaggio con l’Austria, che è ricca” e chiedere “perché dobbiamo andare da quelli storpi, ridotti male, senza casa” significa superare ogni limite del confronto politico e umano». Secondo il Pd, quelle frasi «non colpiscono solo una comunità, ma offendono persone che vivono una condizione di sofferenza estrema, privandole persino della dignità del linguaggio». E aggiunge: «Deridere chi non ha casa, chi vive sotto occupazione e violenza, chi subisce ogni giorno le conseguenze di un conflitto drammatico, è un atto di cinismo che nulla ha a che vedere con i valori delle istituzioni».
La richiesta di presa di distanza
Da qui la richiesta di un passo formale: «Chiediamo alla consigliera Castro di assumersi la responsabilità di quanto detto e di chiedere scusa – prosegue il Pd toscano –. E chiediamo a Fratelli d’Italia di prendere le distanze da dichiarazioni che alimentano disprezzo e disumanizzazione». Il partito richiama infine l’identità della regione: «La Toscana è terra di diritti, di accoglienza e di rispetto. Non permetteremo che venga trascinata in un linguaggio che nega i valori costituzionali, la solidarietà e il senso stesso di comunità».
(da agenzie)
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Febbraio 9th, 2026 Riccardo Fucile
IL RUOLO DELLA PIATTAFORMA SOCIAL “ESPERIA”… GLI INTRECCI CON FDI
Ci sono società schermate da fiduciarie e divulgatori del trumpismo dietro alcuni dei
comitati per il Sì al referendum sulla riforma della giustizia.
Lo racconta la puntata di Report dcon un’inchiesta di Luca Bertazzoni che accende un faro su Esperia, la piattaforma social nata pochi mesi fa proprio per supportare la campagna pro-riforma.
Tra i suoi volti Federica Ciampa, componente del centro studi Fdi, che è anche responsabile dei social della Fondazione Luigi Einaudi di Roma, fondata nel 1962, di cui faceva parte anche l’attuale ministro Carlo Nordio, generosamente finanziata dall’ultima legge di bilancio, che si sta spendendo molto per la riforma.
Esperia però è diretta da Gino Zavalani, uno che – come ricorda Report – posta su Instagram video di questo tenore: “Dio benedica l’Occidente. Donald Trump, Presidente degli Stati Uniti, l’uomo giusto nel periodo storico giusto: l’unico probabilmente capace oggi di intervenire con la forza e la lucidità necessarie per riportare la pace in Medio Oriente”.
L’editore di Esperia è la Dors Media, il cui amministratore unico è l’ex braccio destro di Gianroberto Casaleggio, Pietro Dettori, ex esponente di punta del Movimento 5 Stelle prima di passare dalla parte di Giorgia Meloni come responsabile social nella campagna per il sì al referendum.
Ma la proprietà è scudata da una fiduciaria di Milano, Fiditalia, del cui Cda è presidente l’avvocato Matteo Cassa, ex Maestro Venerabile della loggia massonica Avalon, costola del Grande Oriente d’Italia. Report ha provato a fare alcune domande sul punto a Dettori e Zavalani. Hanno fatto scena muta.
Hanno invece risposto alle domande del consorzio giornalistico Irpi e di Wireled: la proprietà di Dors Media schermata dalla fiduciaria sono detenute al 100% dalla società Eto detenuta al 40% dall’ex 5 stelle Pietro Dettori, per 30% da Zavalani e per il rimanente 30% da Lara Fanti, compagna di Tommaso Longobardi, capo della comunicazione social di Giorgia Meloni. Detto questo, perché schermare Esperia?
(da Il Fatto Quotidiano)
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Febbraio 9th, 2026 Riccardo Fucile
“PER 100 FERMATI CI VOGLIONO 400 AGENTI, SARANNO SOTTRATTI AL CONTROLLO DELLA MANIFESTAZIONE, SAI CHE GUADAGNO”… “INVECE CHE AIZZARE GLI ANIMI OCCORRE PLACARLI”
“Se non vuoi esacerbare gli animi l’ultima cosa che ti viene in mente è quella di andare a prendere uno che non ha fatto niente, di dirgli ‘ti porto dentro perché potresti fare qualcosa’. Questo lo facevano ai tempi del fascismo“. Così Marco Travaglio ad Accordi&Disaccordi, il talk condotto da Luca Sommi in onda ogni sabato sul Nove, sul fermo preventivo previsto dal nuovo Decreto Sicurezza. Il direttore del Fatto Quotidiano ha criticato duramente le soluzioni annunciate dal governo Meloni in tema di ordine pubblico: “Questi pensano che l’ordine pubblico lo si garantisca facendo degli spot e facendo la faccia feroce, digrignando i denti. Quando sgomberano un centro sociale, pensano di avere sgominato gli occupanti. Ma gli occupanti, a meno che non li stermini, continuano a esistere. Soltanto che invece di stare in un centro sociale che puoi controllare e che spesso la polizia o i servizi infiltrano per sapere che aria tira, che cosa si prepara, si sparpagliano finché non trovano un altro posto dove andare. Poi i poliziotti devono andarli a cercare di qua e di là perché non sanno più dove stanno. Ed è quello che è successo con Askatasuna“.
E ancora sul fermo preventivo: “Lo sanno quanto personale dovremo impiegare per trattenere per 12 ore in guardina o in caserma o in commissariato una persona? Se ne tratteniamo dieci abbiamo bisogno di quattro agenti per ognuno di loro, 40 agenti che naturalmente, se stanno lì a sorvegliare questi qua che non hanno fatto niente perché preventivo, non possono andare in strada. Intanto però in strada si sa che è stato fermato ingiustificatamente un certo numero di loro amici. Secondo te questo rasserena gli animi? No, questo raddoppia la violenza e l’ira di quelli che stanno in piazza, ma a gestire la piazza ci saranno molti meno agenti, perché se devi fermare 100 persone, 400 agenti devono stare lì a sorvegliarli con il via vai degli avvocati”. “Poi – ha continuato Travaglio – devi avvisare il Pm che deve interrogarli per capire se ci sono gli estremi per tenerli lì dentro o per mandarli fuori. Il risultato sarà il solito casino che indebolirà la sicurezza della piazza e aumenterà il volume di fuoco di quelli incazzati. Ecco, questo è il modo opposto a quello corretto per gestire l’ordine pubblico e placare gli animi“, ha concluso.
(da il Fatto Quotidiano)
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Febbraio 9th, 2026 Riccardo Fucile
SENZA CONNESSIONE INTERNET, L’ESERCITO DI MOSCA È “ACCECATO” E QUINDI PER OTTENERE GLI STESSI RISULTATI SUL CAMPO DEVE SACRIFICARE PIÙ UOMINI
L’avanzata russa segna il passo. Nei sogni di Vladimir Putin le sue unità a questo punto
avrebbero già dovuto occupare tutto il Donbass e forse anche accerchiare Zaporizhzhia per costringere Volodymyr Zelensky a chiedere il cessate il fuoco in ginocchio, ma le cose vanno molto peggio di quanto previsto a Mosca.
Dopo i relativi successi russi degli ultimi mesi del 2025, gli ucraini adesso stanno tenendo bene e in alcuni casi anche contrattaccando.
I dati forniti da Deep State , il sito di analisti militari ucraini che in genere non risparmia nulla ai comandi di Kiev ed è rispettato nelle accademie di tutto il mondo (Zelensky racconta di 55.000 soldati ucraini morti, gli esperti di Deep State ne stimano 170.000, secondo loro la metà di quelli russi), parlano chiaro: a novembre l’esercito russo aveva occupato 505 chilometri quadrati, a dicembre sono scesi a 445, ma a gennaio si fermano a 245.
E la cosa grave per lo stato maggiore di Mosca è che le perdite di uomini e materiali non sono affatto diminuite. Il che significa che nelle ultime settimane i comandi russi hanno utilizzato le stesse risorse di quelle precedenti, ottenendo però il 50 per cento dei risultati.
I motivi? Si possono spiegare con l’ondata di freddo eccezionale che penalizza anche le truppe all’assalto, costrette ad abbandonare il tepore dei bunker lungo le trincee per esporsi al gelo in campo aperto. Gli ucraini, arroccati in difesa, godono di vantaggi innegabili. Le loro unità inoltre sono spronate dal nuovo ministro della Difesa, il 35enne Mykhailo Fedorov, a utilizzare su larga scala i nuovi droni di cielo ma anche di terra, che si stanno rivelando molto efficaci per fare fronte alla carenza di fanteria.
C’è anche da aggiungere che la scelta di Elon Musk, su pressione di Kiev, di negare ai russi l’utilizzo del suo sistema di connessione satellitare Starlink ha di colpo «accecato» le unità sulle prime linee e i loro droni d’assalto. Secondo l’Institute for the Study of War di Washington, l’assenza di Starlink ha costretto i comandi russi a «ridurre il numero degli assalti» e in certi settori del fronte addirittura a bloccare qualsiasi tentativo significativo di avanzata.
Tali sviluppi spiegherebbero tra l’altro le piccole avanzate degli ucraini a Kupiansk e in alcune aree attorno a Pokrovsk, che già a novembre Putin considerava battaglie vinte. C’è però da aggiungere che parecchi comandanti russi stanno cercando di risparmiare le forze in vista della già annunciata offensiva di tarda primavera, quando sperano di poter dare la spallata decisiva contro il fronte ucraino tuttora carente di uomini e gravemente penalizzato dalla scelta di Donald Trump di bloccare gli aiuti Usa, se non quelli pagati dagli alleati europei.
Ancora gli analisti di Washington valutano però che l’Armata stia mostrando gravi carenze organizzative.
(da Corriere della Sera)
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