Febbraio 10th, 2026 Riccardo Fucile
DA QUALCHE GIORNO BISOGNA CHIEDERE LA CHIAVE ALL’ADDETTO PER RITIRARE PACCHI E LETTERE
Niente lettere, pacchi, inviti o regali per i deputati. Gli onorevoli hanno una casella di posta dedicata alla Camera, ma da qualche giorno non possono più avvicinarcisi. O meglio: non possono farlo in totale libertà, ma devono essere accompagnati e controllati. Oppure chiedere la chiave all’addetto di poste. Il quale o presta loro le chiavi oppure apre il contenuto davanti ai colleghi. La misura, spiega Il Fatto Quotidiano, è stata introdotta per un motivo ben preciso. Ovvero perché continuavano ad arrivare segnalazioni di furti di oggetti o di lettere smarrite nelle ultime settimane.
I furti alla Camera
Diversi deputati hanno fatto sapere a Poste Italiane di aver perso lettere o oggetti ricevuti. Altri hanno detto che oggetti annunciati come in arrivo non erano mai approdati nelle caselle di posta. E allora è stato deciso di togliere le chiavi dalle cassette della posta. Per evitare che il primo che passi potesse aprirle e trafugrne il contenuto. Le chiavi venivano prima lasciate esposte all’interno già inserite nella toppa. Adesso saranno o restituite ai singoli parlamentari (che dovranno ricordarsele) oppure sarà il funzionario di Poste ad aprire il contenuto su richiesta.
(da agenzie)
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Febbraio 10th, 2026 Riccardo Fucile
“L’UE DECIDA SE DIVENTARE UNA POTENZA”
Un’Europa con maggiore autonomia, capace di agire come potenza economica, industriale e
militare. È questa la «dottrina economica europea» indicata dal presidente francese Emmanuel Macron nell’ampia intervista concessa a sette quotidiani europei, tra cui Le Monde e Il Sole 24 Ore, in vista delle prossime scadenze politiche a Bruxelles e del vertice sull’industria europea ad Anversa.
Al centro della proposta di Macron c’è un appello esplicito a un debito comune europeo per finanziare settori strategici come la difesa e l’intelligenza artificiale, strumenti ritenuti indispensabili per evitare il declino dell’Unione in un contesto globale sempre più competitivo. «Oggi, abbiamo tre battaglia da condurre – avverte Macron -, nella sicurezza e nella difesa, nelle tecnologie della transizione ecologica e nell’intelligenza artificiale e nel quantico».
Secondo il presidente francese, il quadro internazionale è profondamente cambiato rispetto a pochi anni fa. La Cina, sottolinea, ha accelerato enormemente, accumulando un surplus commerciale di circa 1.000 miliardi di euro con il resto del mondo. In questo scenario, l’Europa rischia di diventare «il fattore di aggiustamento del sistema globale», senza una vera capacità di influenza. «L’Europa deve decidere se vuole diventare una potenza – prosegue il leader di Parigi, ricordando il monito di Mario Draghi di pochi giorni fa – o restare un mercato aperto ai quattro venti, rischiando di essere spazzata via».
I quattro pilastri per rilanciare l’Unione
Macron articola la sua visione in quattro obiettivi strategici. Il primo è la semplificazione delle regole e il completamento del mercato unico, ritenuti essenziali per liberare il potenziale economico europeo. Il secondo riguarda la diversificazione commerciale e il de-risking dalle dipendenze accumulate negli ultimi anni, in particolare nei settori energetici e tecnologici.
Il terzo pilastro è la preferenza europea: dall’acciaio all’auto, dalla chimica alla difesa, l’Unione deve tutelare le proprie filiere produttive, anche attraverso clausole di salvaguardia e requisiti di contenuto europeo. Infine, l’innovazione, che per Macron richiede investimenti comuni e una strategia condivisa, inclusa la promozione internazionale dell’euro, lo sviluppo dell’euro digitale e di stablecoin denominate in valuta europea.
Difesa comune e asse franco-tedesco
Sul fronte industriale e militare, Macron difende con decisione i grandi progetti congiunti con Berlino, a partire dal futuro aereo da combattimento franco-tedesco, oggetto di recenti indiscrezioni su un possibile stop. «È un buon progetto e non ho ricevuto alcuna comunicazione tedesca in senso contrario», afferma, avvertendo però che una eventuale messa in discussione dell’aereo porterebbe Parigi a rivedere anche la cooperazione sul carro armato comune.
Rapporti con gli Stati Uniti: «Non piegare la schiena»
Infine, Macron affronta il tema dei rapporti transatlantici e del ritorno delle tensioni con Donald Trump. «Di fronte a un’aggressione non bisogna piegare la schiena né cercare accordi a ogni costo», sostiene, ricordando come i tentativi di compromesso dell’Ue con Washington sui dazi non abbiano prodotto risultati duraturi.
Il presidente francese mette in guardia da un falso senso di sicurezza: alle fasi di apparente distensione seguono nuove minacce, che oggi colpiscono settori chiave come il farmaceutico e il digitale. Inoltre, la strategia passata avrebbe aumentato le dipendenze europee, in particolare sul fronte energetico: «Abbiamo sostituito la dipendenza dalla Russia con una dipendenza dagli Stati Uniti, che oggi forniscono il 60% del nostro gas naturale liquido».
(da Il Sole24Ore)
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Febbraio 10th, 2026 Riccardo Fucile
IL POTERE IN MANO AGLI INCAPACI… A PALAZZO CHIGI SONO FURIOSI PER LA FIGURACCIA, CHIOCCI LA CARTA DEL FUTURO
Un’«assunzione di responsabilità». A tardo pomeriggio il mondo Rai si interpella sull’interpretazione autentica di un’espressione che in altri tempi avrebbe significato “dimissioni”: non è questo il caso. Ieri l’ad della Rai, Giampaolo Rossi, ha incontrato il direttore di Rai Sport, Paolo Petrecca, dopo la sua disastrosa
telecronaca della cerimonia d’apertura delle Olimpiadi, ma la ricostruzione che filtra a fine appuntamento restituisce un colpo al cerchio e uno alla botte: a Petrecca è stato chiesto di aprire un confronto con i giornalisti, ma l’assemblea non deve mettere in difficoltà l’azienda «sotto gli occhi del mondo».
Tutt’altro che un ramoscello d’ulivo. Il Comitato di redazione di Rai Sport ha ribattuto a stretto giro giudicando, insieme a Fnsi e Usigrai, la nota dell’azienda «irricevibile».
«Una supercazzola», commenta un dirigente in maniera schietta. Non succederà niente, almeno non per i prossimi quindici giorni: dopo le Olimpiadi, forse, si vedrà. Dimissioni per il momento non sono state né proposte da Petrecca né richieste da Rossi. Resta il fatto che la polemica continua a imperversare e neanche il presunto attacco politico ad Andrea Pucci, che lo avrebbe indotto al passo indietro dal palco di Sanremo, ha saputo distogliere l’attenzione dalla débâcle della telecronaca della serata inaugurale dei Giochi. Una soluzione per ora non è in vista. Si guadagna tempo. Dopo le Olimpiadi ci sono Sanremo e poi le Paralimpiadi.
Per ora vanno portati a casa i Giochi, è il ragionamento. La prossima grande prova per chi sarà al timone di Rai Sport in estate saranno i Mondiali di calcio. In azienda e dentro FdI non escludono che a gestirli potrebbe essere qualcun altro. Sarebbe la seconda exit strategy offerta a Petrecca, che già a RaiNews aveva creato diversi grattacapi ai vertici, tanto da dover essere spostato. Resta anche da vedere dove arriverà la trattativa con il Cdr. La redazione, al di là di pochi ancora fedeli al direttore, ieri ha proclamato uno sciopero delle firme e chiesto la lettura di un comunicato sindacale in cui si parla di «grave imbarazzo» e si certifica che «questa non è una questione politica». Alla fine dei Giochi, darà anche attuazione del pacchetto di tre giorni di sciopero già approvato in assemblea. Difficile che l’incontro con l’azienda, in programma a breve, possa risolvere una situazione così tesa.
Insoddisfazione
A palazzo Chigi il guaio grosso della tv di stato sta scaldando gli animi. Fin dall’inizio i destini della Rai non erano in cima alle priorità della presidente del Consiglio, ma quando una serie di gaffe, scelte infauste e valutazioni sbagliate hanno iniziato a trasformare viale Mazzini in un problema, Meloni è diventata furiosa. La responsabilità principale, ai suoi occhi, grava sull’ad, che non si è
saputo imporre. È stato fatto filtrare che Rossi avrebbe espresso dubbi sulla conduzione del direttore di Rai Sport. «Ma se è l’ad, non avrebbe dovuto dare seguito alle sue perplessità e intervenire?» si chiede un dirigente di primo piano. Lo stesso vale per la vicenda Pucci: anche in quel caso Rossi ha fatto ricadere le responsabilità sul direttore artistico di Sanremo. Effettivamente Carlo Conti ha voluto fortemente la sua presenza sul palco dell’Ariston, ma le battute omofobe e misogine del comico erano ben note.
La strategia degli ultimi giorni, con un grande dispiegamento di forze da parte della destra, intanto continua. A scomodarsi per chiedere che la governance domandi a Pucci di tornare sui suoi passi è addirittura Ignazio La Russa. «Fa morire dal ridere senza offendere mai nessuno. Io invito la Rai a chiedergli di cambiare idea» dice il presidente del Senato. Più in piccolo, il sindacato voluto dai dirigenti della Rai, Unirai, è uscito con una nota a sostegno dell’azienda (non di Petrecca). Nel frattempo, l’approfondimento – nello specifico XXI Secolo di Francesco Giorgino – offre ancora un palco a Nello Musumeci che difende l’azione del governo nel disastro di Niscemi.
Ma l’ospitata si incardina in una giornata nera per TeleMeloni e dimostra come la macchina di propaganda continui a incepparsi. Ad aggiungere rogne per Rossi è il Pd, che chiede lumi sulla nuova striscia informativa di Rai 2 affidata a Tommaso Cerno, ma anche l’ufficio diritti televisivi, che non è riuscito ad accaparrarsi i diretti per trasmettere le Atp Finals in un momento in cui il tennis italiano è sul tetto del mondo.
Strategia
Ogni giorno ha la sua gaffe, parrebbe. E così Meloni sarebbe consumata da un dissidio interno: da un lato il riflesso condizionato dei camerati a difendere fino all’ultimo i propri, anche quelli che compiono qualche passo falso di troppo come Petrecca; dall’altro il desiderio di affidare il carrozzone del servizio pubblico a un giornalista che ritiene più efficace dei dirigenti “neri” storici, tanto da avergli dato in mano il timone del Tg1. Gian Marco Chiocci è stato a più riprese tirato in ballo come possibile prossimo portavoce di palazzo Chigi, ma c’è chi ora fa il suo nome come alternativa a un Rossi che non sarebbe più tanto saldo nel suo mandato, che però dura un altro anno e mezzo. Un modo per risolvere il busillis ci sarebbe:
accelerare sulla riforma e includere una norma che provochi la decadenza anzitempo del Cda in carica.
Nel frattempo le scivolate dei Fratelli di Rai irritano anche gli alleati di governo. C’è chi cita a buon esempio Auro Bulbarelli, vicedirettore di Rai Sport considerato gradito alla Lega che si è giocato la telecronaca con la sua infausta anticipazione sul ruolo di Sergio Mattarella all’inaugurazione. La sintesi più azzeccata arriva da un dirigente di maggioranza: «Ha fatto una stupidaggine e ha accettato di tornare in panchina, nessuno ha parlato di attacco politico. Di qua c’è solo arroganza, che aspetta il Bussola (soprannome di Rossi ndr) a dare un segnale distensivo?»
(da editorialedomani.it)
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Febbraio 10th, 2026 Riccardo Fucile
“HO SUBITO UNA FRATTURA COMPLESSA DELLA TIBIA. DOVRÒ SOTTOPORMI AD ALTRI INTERVENTI. SONO CADUTA PERCHÉ ERO 5 POLLICI TROPPO STRETTA SULLA MIA LINEA QUANDO IL MIO BRACCIO DESTRO SI È AGGANCIATO ALL’INTERNO DELLA PORTA, PROVOCANDO LA MIA CADUTA. IL MIO CROCIATO ROTTO E GLI INFORTUNI PASSATI NON HANNO AVUTO NULLA A CHE FARE CON IL MIO INCIDENTE”
“Non è il finale di una favola. Non è una storia da libro illustrato. È la vita”, scrive Lindsey
Vonn in un lungo post su Instagram, dal letto d’ospedale, il giorno dopo la terribile caduta in discesa libera che ha tenuto tutto il mondo con il fiato sospeso. Una vita che sa essere spietata. Il suo sogno olimpico si è fermato così: non con un lieto fine, ma con una frattura scomposta della tibia e la consapevolezza che, nello sci alpino, bastano “cinque pollici” fuori linea per cambiare tutto.
“Ieri il mio sogno olimpico non è finito come avevo sognato”, così l’americana per la prima volta dall’incidente rompe il silenzio, affidando le sue parole ai social: “Non era il finale di un libro di fiabe o la coda di una favola, era semplicemente la vita. Ho osato sognare e ho lavorato così duramente per realizzarlo.
Nelle gare di sci alpino la differenza tra una linea strategica e un infortunio catastrofico può essere anche di soli cinque pollici (12,7 cm ndr)”. È lì che si spezza tutto. “Ero semplicemente cinque pollici troppo stretta sulla mia linea quando il mio braccio destro si è agganciato all’interno della porta, girandomi e provocando la mia caduta”. Nessuna scusa, a spegnere le voci e le polemiche sulla sua scelta di sciare dopo l’infortunio di Crans Montana: “Il mio crociato rotto e gli infortuni passati non hanno nulla a che fare con il mio incidente”.
L’esito è pesante: “Ho subito una frattura complessa della tibia che attualmente è stabile ma richiederà più interventi chirurgici per essere risolta correttamente”. Eppure, anche ora, dal post-operatorio, Vonn rifiuta la parola rimpianto:
“Nonostante l’intenso dolore fisico che ha causato, non ho rimpianti”. Tornare al cancelletto di partenza è stato qualcosa che va oltre il risultato: “Stare lì ieri è stata una sensazione incredibile che non dimenticherò mai”. Sapere di essere di nuovo in gara, con “la possibilità di vincere”, vale quanto una medaglia. Il rischio, del resto, faceva parte del patto.
“Sapevo che correre era un rischio. È sempre stato e sempre sarà uno sport incredibilmente pericoloso. Ma ci ho provato, ho sognato, mi sono buttata”. Una campionessa che ha osato sognare e che, ancora una volta, vuole essere d’ispirazione: “Spero che, se c’è qualcosa che potete imparare dal mio percorso, sia il coraggio di osare in grande. La vita è troppo breve per non correre dei rischi. Perché l’unico fallimento nella vita è non provarci. Credo in voi, proprio come voi avete creduto in me”.
(da Gazzetta)
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Febbraio 10th, 2026 Riccardo Fucile
LA LEGA CROLLA AL 6,6%… E AL REFERENDUM SULLA GIUSTIZIA E’ TESTA A TESTA: SI’ 38%, NO 37%, INDECISI 25%
Tsunami Vannacci su Meloni e Salvini. Futuro Nazionale, il nuovo partito fondato dall’ex generale, fuoriuscito dalla Lega nei giorni scorsi, toglie voti ai due partiti più a destra della compagine di governo e si attesta al 3,3%. Lo rivelano i sondaggi sugli orientamenti di voto di Swg per il Tg La 7. Nelle stime del 9 febbraio, Fratelli d’Italia scande dal 31,3 al 30,1%. La Lega scende dal 7,7 al 6,6%. Cresce invece Forza Italia, che si attesta all’8,4% (+0,2%).
Chi sale e chi scende tra le opposizioni
Tra le opposizioni, Pd e M5s perdono lo 0,3%, attestandosi rispettivamente al 22,2% e all’11,7%. Leggero calo per Alleanza Verdi-Sinistra, che perde un decimale e registra un 6,4% nelle preferenze di voto. Tra gli altri, stabili Azione (3,1%), Italia Viva (2,2%) e Noi Moderati (1,2%). Più Europa in leggero aumento, sale all’1,5%. La percentuale di chi non si esprime scende dal 32 al 28%, segno che il nuovo partito di Vannacci potrebbe aver pescato molti sostenitori anche tra indecisi e astenuti.
Come andrebbe se si votasse oggi
L’addio di Vannacci alla Lega cambia gli equilibri anche in vista delle elezioni politiche del 2027. Con gli attuali orientamenti di voto, la coalizione di centrodestra (FdI, Lega, Fi e Noi Moderati) sarebbe costretta di fatto a scegliere se affidarsi a Futuro Nazionale, e quindi spostarsi più a destra, oppure ad Azione, quindi spostandosi al centro. In questo modo, avrebbe una percentuale del 46,3%, mentre il centrosinistra (Pd, M5s, Avs, Italia Viva e Più Europa) avrebbe il 44%.
Testa a testa sul referendum
Niente sonni tranquilli per il governo Meloni anche per il referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo. Secondo il sondaggio di Swg, il «sì» è davanti solo per un soffio: 38%, contro il 37% del «no». A votare, però, sarà solo il 46-50% degli aventi diritto. E la percentuale di indecisi resta molto alta: 25%.
(da agenzie)
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Febbraio 10th, 2026 Riccardo Fucile
LA CLASSIFICA DI TRANSPARENCY INTERNATONAL
Il punteggio dell’Italia nell’Indice di percezione della corruzione (Cpi) nel settore pubblico
continua a calare: da 54, nel 2024, passa a 53 nell’edizione 2025 pubblicata oggi da Transparency International. Viene confermata, dunque, la
52esima posizione nella classifica globale che conta 182 Paesi/territori in tutto il mondo e la 19esima nell’Unione Europea dove il punteggio medio è di 62 su 100. Tra i Paesi Ocse è 31esima su 38.
Secondo Transparency International il sistema di prevenzione della corruzione italiano risente delle ripercussioni dell’indebolimento delle misure anticorruzione, tra cui la depenalizzazione dell’abuso di ufficio. Nel 2024 il punteggio nazionale aveva subito la prima inversione di tendenza dal 2012, dopo una crescita durata tredici anni con +14 punti.
A livello globale poi, al primo posto della classifica, con un punteggio di 89 – in una scala che va da 0 (alto livello di corruzione percepita) a 100 (basso livello) – c’è anche quest’anno la Danimarca, mentre all’ultima posizione si riconferma il Sud Sudan. In base a quanto emerge dal report, la corruzione sta peggiorando a livello mondiale con un aumento dei fenomeni corruttivi anche nelle democrazie consolidate.
I dati globali del Cpi 2025 mostrano che le democrazie, “solitamente più forti nella lotta alla corruzione rispetto alle autocrazie o alle democrazie imperfette, stanno registrando un preoccupante calo delle prestazioni”. Una tendenza che riguarda paesi come gli Stati Uniti (64), il Canada (75) e la Nuova Zelanda (81), nonché varie parti d’Europa, come il Regno Unito (70), la Francia (66) e la Svezia (80). In aumento poi “le restrizioni da parte di molti Stati alla libertà di espressione, di associazione e di riunione. Dal 2012, 36 dei 50 paesi con un calo significativo dei punteggi Cpi hanno anche registrato una riduzione dello spazio civico”.
(da agenzie)
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Febbraio 10th, 2026 Riccardo Fucile
IL GOVERNO E’ IN PANNE, COSI’ PUCCI DIVENTA UN’ARMA DI DISTRAZIONE DI MASSA
Nel paese sottosopra che è l’Italia, in un momento storico devastante, il presidente del Consiglio pensa bene di parlare e riparlare di tal Pucci, uno dei comici più deboli e scontati di questo paese (che proprio in quanto debole e scontato gode da anni di un discreto successo). Giorgia Meloni non parla mai di Gaza; non dice nulla sulle atrocità dell’Ice del suo amico Trump; si nasconde puntualmente tutte le volte che le chiedono dei disastri del suo governo su migrazione, sicurezza, lavoro, trasporti eccetera; ha impiegato giorni per profferire anche solo mezza parola sulle calamità in Sicilia. Poi però, non appena scopre che Pucci non andrà a Sanremo, scatta sull’attenti e blatera sproloqui a uso e consumo della sua claque più verbalmente violenta. Tale reazione, ovviamente, viene ricalcata anche dai giornali di destra, pronti a tratteggiare Pucci come martire della libertà di pensiero e vittima della dittatura del politically correct (ciao core). Deliri e disonestà intellettuali a raffica, di cui il primo a godere sarà proprio Pucci, pronto a riempire ancora di più i palazzetti, sfruttando quello stesso “effetto Vannacci” che portò il generale a stravendere il suo libro d’esordio. La litania del “povero martire di destra” è stata salmodiata anche da Salvini, incidentalmente vicepresidente del Consiglio e ministro; Tajani (idem come sopra); e La Russa, addirittura presidente del Senato e seconda carica dello stato, che ha trovato pure il tempo per telefonare a Pucci esortandolo a cambiare idea (per fortuna non l’ha cambiata).
Ora: restare seri in questo paese, dove tutto diventa farsa a partire dalla tragedia, risulta sempre più complicato. Però proviamoci. Prima di tutto, essendo stato tra i primi a criticare (artisticamente) la scelta di Carlo Conti di affidarsi a Pucci come uno dei co-conduttori sanremesi, ribadisco che su quel palco ce lo avrei voluto e non ho mai chiesto la sua censura. Quella la chiedono gli idoli di Pucci. Lui doveva andare eccome a Sanremo: è un comico debolissimo (vale se va bene un centesimo di Giorgio Montanini) e ha fatto body shaming spinto e battute da trivio su Schlein, Bindi, eccetera, ma se lo ha scelto il direttore artistico, lui a Sanremo ci va. Fine. Se poi ha ricevuto insulti e minacce, ha la mia solidarietà (quella solidarietà che Pucci mai ha dedicato alle sue vittime). Ciò detto e ribadito, l’idea che questa Italia con le pezze al culo (ops) perda tempo a parlare di Pucci, dà la misura di quanto siamo ridotti male. E qui la colpa è tutta di Meloni e derivati. La Meloni […] che adesso frigna per Pucci, è la stessa che due anni fa attaccava la sinistra perché “in un’Italia piena di problemi” parlava del monologo sul 25 aprile di Scurati? È la stessa che vuole la libertà per i comici, ma ha chiesto al satirico Daniele Fabbri 20 mila euro per danni psicologici con una querela temeraria? O è la stessa che, quando era all’opposizione, non voleva che Rula Jebreal facesse “un monologo senza contraddittorio” a Sanremo “a spese dei contribuenti”? Meloni parla ora – seriamente! – della cacciata di Pucci come prova di una “spaventosa deriva illiberale della sinistra” (e sì che il suo governo, di derive illiberali, pare intendersene parecchio). Lo fa per tre motivi, tutti banali e puerili come lei. Il primo è che Meloni soffre da morire il fatto che, negli ultimi ottant’anni, la destra non ha partorito culturalmente quasi nulla (infatti gli tocca celebrare un pesce piccolissimo come Pucci). E questo la manda proprio via di testa (da qui il suo continuo blaterare di “egemonia culturale di sinistra”). Il secondo motivo è che Meloni è una delle più grandi frignone del mondo e adora rifugiarsi nel vittimismo. Il terzo è che tutto (le) serve come arma di distrazione di massa. Tutto. Persino Pucci. L’importante è spostare l’attenzione dal sistematico e smisurato fallimento del suo governo. Che pena.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Febbraio 10th, 2026 Riccardo Fucile
L’OCCUPAZIONE MILITARE DELLA RAI HA PASSATO IL LIMITE
Non sapevo niente del comico Pucci. Leggendo le sue battute mi sembra che appartenga
all’ondata, piuttosto folta, di quelli che credono che per fare ridere basti essere “politicamente scorretti” (e no, che non basta). Ma al netto del suo calibro artistico, fa un certo effetto il numero esorbitante di dichiarazioni di esponenti politici su di lui, a partire da quella, autorevolissima, della prima ministra Meloni.
Sono fioccate tonanti prese di posizione prima sul reclutamento di Pucci a Sanremo, poi sul suo passo indietro a causa degli insulti ricevuti via social. Opposizione e governo si sono dunque scontrati sulla scaletta del Festival di Sanremo, e se non è certo una novità, è il segno perdurante di una patologia: il ruolo anomalo e nefasto dei partiti nella televisione pubblica italiana.
Con l’occupazione militare della Rai da parte di truppe governative incapaci di svestire la divisa di partito prima, durante e dopo la messa in onda, questa patologia è diventata devastante — oltre che ridicola, a causa della scadente qualità media degli occupanti. Forse spetterebbe all’opposizione cercare di dare il buon esempio opponendo un elegante “no comment” alla richiesta di esprimersi sulla scaletta di Sanremo.
Ognuno dovrebbe fare il suo mestiere. Sono ancora in vita, e in piena attività, alcuni critici televisivi. Qualcuno anche competente. Ho un’idea: vogliamo chiedere a loro se Pucci merita la prima serata o è solo un miracolato politico?
(da repubblica.it)
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Febbraio 10th, 2026 Riccardo Fucile
NON E’ LA PRIMA VOLTA CHE IL SEDICENTE COMICO CEDE DI FRONTE ALLE CRITICHE
Meglio vivere un giorno da leone, che cento da pecora. A patto di non morire sul palco di Sanremo. Quello di Andrea Pucci è un cabaret all’italiana, in cui l’orgoglio della nazione, e di uno che in passato si è fatto fotografare con Roberto Jonghi Lavarini – il “Barone nero”, neofascista dichiarato con le foto a Predappio -, si è andato a schiantare alla prima curva delle polemiche. Non ha retto, il comico accusato di battute sessiste, razziste e omofobe, o non l’hanno fatto reggere, poco importa.
Quello che sa del peggiore avanspettacolo è il coraggio mancato di chi si professa l’unico comico di destra, annuncia con una foto senza vestiti la sua presenza come co-conduttore del Festival di Sanremo e poi, al termine di 48 ore di critiche, molla la presa parlando di “insulti e minacce inaccettabili”. Dove è finito l’uomo molti nemici molto onore, capace di battute sui tamponi degli omosessuali? Andrea Pucci, la personificazione dell’uomo italico, il maschio etero che ride accostando le donne a un mix tra Alvaro Vitali e Pippo Franco – nello specifico, la segretaria Pd, Elly Schlein? Può “un’onda mediatica negativa” alterare davvero il “patto” con il suo pubblico, che pure riempie i teatri pur di assistere alle battute sulle donne che “nascono stitiche ma poi cagano il c..o”?
E dire che proprio una donna, Laura Pausini, ha resistito mesi alla pioggia di critiche piovute sul suo profilo (dopo di che ha chiuso i commenti) e sarà a testa alta sul palco dell’Ariston. Possibile che colui che sui social scriveva “spiace, zecche”, festeggiando la vittoria di Fratelli d’Italia, si sia fatto intimidire così?
Non solo è possibile, ma basta andare a leggere la sua storia per capire che il coraggio da branco si scioglie al sole delle responsabilità individuali. Nel 2023, Milano lo ha insignito dell’Ambrogino d’oro, il massimo riconoscimento per chi ha dato lustro alla città. In quell’occasione, due consiglieri del Pd avevano disertato l’aula e il sindaco Sala non aveva proferito il tradizionale discorso (ma non aveva neanche posto il veto sul riconoscimento). E già in quell’occasione, Andrea Pucci
aveva mollato delle scuse: “Se ho detto qualcosa involontariamente nei miei spettacoli, visto che faccio il comico, e posso avere offeso qualcuno, chiedo scusa”.
È vero, si dirà, anche negli Stati Uniti molti comici, di levatura sicuramente maggiore rispetto al Nostro, sono stati “costretti” a chiedere scusa per aver cominciato la carriera con la faccia dipinta di nero. Il politicamente corretto ha spesso ucciso la satira stessa e la censura si è sempre trasformata in un boomerang, per cui siamo certi che adesso Pucci vedrà triplicare le sue date in teatro e, tra qualche mese, le ospitate televisive.
Ma qui resta una constatazione di fondo, e ce ne vorrà l’ex tabaccaio lombardo se usiamo un’espressione tipicamente romana: è troppo facile fare i froci col culo degli altri.
(da ilfattoquotidiano.it)
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