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CASAPOUND, MILITANTI CONDANNATI PER RIORGANIZZAZIONE DEL PARTITO FASCISTA A BARI, PENE FINO A 2 ANNI E SEI MESI, SETTE CONDANNATI ANCHE PER LESIONI

Febbraio 12th, 2026 Riccardo Fucile

AVEVANO AGGREDITO MANIFESTANTI CHE PROTESTAVANO PER IL COMIZIO DI SALVINI A BARI, IL MASSIMO DELLA CONFUSIONE IDEOLOGICA DIVENTARE LE GUARDIE BIANCHE DEI RAZZISTI

Il Tribunale di Bari ha condannato 12 militanti baresi di CasaPound per i reati di riorganizzazione del disciolto partito fascista e manifestazione fascista con privazione dei diritti politici per cinque anni. Sette di loro sono stati condannati anche per lesioni. Ai primi cinque è stata inflitta la pena di 1 anno e 6 mesi di reclusione, agli altri sette 2 anni e 6 mesi di reclusione. Il processo riguarda
l’aggressione del 21 settembre 2018 nel quartiere Libertà di Bari ai danni di alcuni manifestanti antifascisti di ritorno da un corteo organizzato otto giorni dopo la visita dell’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini.
L’aggressione del 2018
All’epoca nel pestaggio erano stati feriti in due: l’assistente dell’eurodeputata Eleonora Forenza, Antonio Perillo, E un’altra persona. Perillo era stato trasportato al pronto soccorso della clinica Mater Dei con una ferita alla testa. Nell’aggressione era stato coinvolto anche Claudio Riccio, candidato alle politiche di marzo alla Camera dei deputati per Liberi e Uguali e componente di Sinistra Italiana. I due feriti avevano raccontato di essere stati aggrediti in un agguato squadrista. I militanti di Casapound sostenevano di aver reagito dopo aver ricevuto insulti. Gli isolati attorno alla sede del movimento di estrema destra erano presidiati dalle camionette della polizia fin dal pomeriggio, proprio per prevenire eventuali momenti di tensione.
Le condanne
Ai manifestanti non era stato neppure consentito di passare in corteo da quella via, deviando il percorso. L’aggressione, però, è avvenuta quando la manifestazione era ormai terminata proprio nel quartiere.
(da agenzie)

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VOLTAGABBANA A CORRENTE ALTERNATA

Febbraio 12th, 2026 Riccardo Fucile

RIEMERGONO ALLA BISOGNA QUANDO IL NUMERO SI ASSOTTIGLIA

Quando i partiti italiani riscoprono l’articolo 67 della Costituzione? Ogni volta che perdono un parlamentare. In quel preciso istante il cambio di gruppo diventa “tradimento”. Il seggio si trasforma in proprietà collettiva. La parola “voltagabbana” torna di moda. Parte la richiesta di introdurre il vincolo di mandato, con decadenza automatica per chi lascia. Poi accade qualcosa di curioso. Lo stesso meccanismo, a parti invertite, cambia significato.
Matteo Salvini, dopo le tensioni interne esplose con il caso Vannacci, ha rilanciato l’idea di modificare la Costituzione per fermare i “traditori” e difendere la volontà popolare. La proposta è semplice: chi cambia gruppo deve perdere il seggio. Torniamo indietro. Dicembre 2019. Tre senatori eletti con il Movimento 5 Stelle – Ugo Grassi, Francesco Urraro, Stefano Lucidi – passano alla Lega. Salvini li accoglie con un “benvenuto nella grande famiglia della Lega” e parla di scelta coerente contro un partito che aveva smarrito i propri ideali. In quel caso il passaggio di gruppo non altera la volontà degli elettori. Anzi, addirittura la interpreta meglio. Ancora: Andrea De Bertoldi lascia Fratelli d’Italia e approda alla Lega nel 2023. Nessuna richiesta di dimissioni. Anche lì nessuna evocazione del vincolo.
Fratelli d’Italia ha denunciato per anni i “giochi di palazzo” e i cambi di maggioranza come offesa agli elettori. Durante i governi Conte e Draghi il trasformismo era la prova di una politica distante dal voto. Nella XVIII legislatura però Fratelli d’Italia cresce anche grazie a ingressi da altri gruppi. Cambia tutto: in quel caso si parla di adesione a un progetto credibile. I numeri spiegano che non si tratta di episodi isolati. Nella XVIII legislatura si contano 456 cambi di gruppo e 304 parlamentari coinvolti. Quasi un parlamentare su tre ha cambiato collocazione almeno una volta tra il 2018 e il 2022. Il Movimento 5 Stelle, alla Camera, chiude quella fase con un saldo di meno 127 parlamentari rispetto alla partenza. Fratelli d’Italia registra un saldo positivo. La Lega alterna ingressi e uscite. Forza Italia recupera nella legislatura successiva.
Il mandato parlamentare, per la Costituzione, appartiene al rappresentante della Nazione. Senza vincolo. La Corte costituzionale ha già chiarito che dal dissenso rispetto alla linea del partito non possono derivare conseguenze giuridiche sul seggio. Il rapporto con la segreteria è politico. L’eventuale sanzione è elettorale. Così il vincolo di mandato riemerge solo quando conviene. Quando i numeri si assottigliano diventa una battaglia di principio. Quando i numeri crescono torna a essere un dettaglio. La Costituzione resta ferma. Oscillano le convenienze.
(da lanotiziagiornale.it)

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SCHIAFFO DELLA CAMERA USA A TRUMP: STOP AI DAZI PER IL CANADA, SEI REPUBBLICANI VOTANO CON I DEMOCRATICI

Febbraio 12th, 2026 Riccardo Fucile

LA MOZIONE PASSA CON 219 VOTI CONTRO 211, IL PRESIDENTE IMPORRA’ IL VETO… IL FOLLE CRIMINALE MINACCIA I DISSIDENTI: “SIUBIRETE GRAVI CONSEGUENZE”

Sei deputati repubblicani della Camera del Congresso americano si sono uniti ai democratici per approvare una risoluzione che punta a cancellare i dazi del presidente Donald Trump sul Canada. Questo colpo di mano rappresenta uno schiaffo sia per il tycoon sia per lo Speaker della Camera, Mike Johnson, mentre gli Stati Uniti attendono da settimane il pronunciamento della Corte Suprema che deve
stabilire se i dazi imposti senza passare dal Congresso siano legittimi. Il voto, 219 a 211, è arrivato dopo una rivolta interna al partito di maggioranza sulla gestione della politica commerciale da parte dell’amministrazione.
I ribelli sono tutti moderati: Don Bacon (deputato del Nebraska), Kevin Kiley (California), Thomas Massie (Kentucky) – ormai nel mirino di Trump per essere stato l’unico a schierarsi con i democratici per chiedere trasparenza sui file Epstein – Jeff Hurd (Colorado), Brian Fitzpatrick (Pennsylvania) e Dan Newhouse (Washington). Solo il democratico del Maine, Jared Golden, ha votato no.
Il testo era stato proposto dal deputato progressista di New York Gregory Meeks, capogruppo di minoranza della commissione Esteri. «Abbiamo un accordo commerciale con i canadesi, e penso che siano stati un buon alleato, e siano stati attaccati ingiustamente dall’amministrazione, quindi mi opporrò ai dazi», aveva dichiarato il centrista Bacon a The Hill prima del voto. Sul social X Massie ha sostenuto che «il potere di imporre tasse spetta alla Camera, non al ramo esecutivo».
In teoria il testo, che potrebbe passare anche al Senato, pone fine all’uso da parte di Trump dello stato di emergenza nazionale per imporre misure punitive contro il Canada, e di riflesso incide anche sull’intera guerra commerciale che il presidente ha dichiarato al mondo, Unione Europea compresa. Ma è improbabile che il Congresso possa votare compatto con i due terzi dei voti per annullare, in un secondo momento, il prevedibile veto che Trump metterà al testo. I democratici cercheranno di sfruttare politicamente lo strappo che il presidente deve affrontare. Ma intanto Trump ha minacciato i ribelli. “Qualsiasi repubblicano, alla Camera o al Senato – ha scritto sul social Truth – che voti contro i dazi subirà gravi conseguenze al momento delle elezioni, e questo include anche le primarie”. “Il nostro deficit commerciale – ha aggiunto – è` stato ridotto del 78% per cento, i dazi ci hanno garantito una grande sicurezza nazionale”. Trump è tornato poi ad attaccare il Canada, accusandolo di “essersi approfittato degli Stati Uniti per molti anni”. “E’ tra i peggiori al mondo con cui avere a che fare”, ha aggiunto.
(da agenzie)

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POLTRONIFICIO RAI. AL SERVIZIO PUBBLICO, TRA UN DISASTRO E L’ALTRO, L’UNICA COSA DI CUI SI OCCUPA VERAMENTE GIAMPAOLO ROSSI SONO LE POLTRONE: PAOLO PETRECCA, DOPO LA FIGURACCIA DELLA TELECRONACA, POTREBBE ESSERE RICOLLOCATO ALLA FINE DELLE OLIMPIADI INVERNALI

Febbraio 12th, 2026 Riccardo Fucile

SECONDO I VERTICI RAI NON SI PUÒ CAMBIARE IL DIRETTORE DURANTE I GIOCHI. IL COMMENTO DELLA CERIMONIA DI CHIUSURA SARÀ PERÒ AFFIDATO A UN ALTRO GIORNALISTA – A RAI SPORT POTREBBE APPRODARE MARCO LOLLOBRIGIDA MENTRE RESTA APERTA L’INCOGNITA TG1: SE GIAN MARCO CHIOCCI DOVESSE FARE LE VALIGIE, PER UNA SUCCESSIONE SI STANNO VALUTANDO NICOLA RAO DAL GR, TOMMASO CERNO E MARIO SECHI

«Magari lo mandano a Parigi, lì c’è un posto scoperto». Come sempre in Rai la situazione è grave ma non è seria, e ormai sul futuro del direttore di Rai Sport Paolo Petrecca, per cui al momento il destino più probabile è una ricollocazione alla fine dei Giochi, si consumano suggestioni e battute. Qualcun altro ha ipotizzato che possa prendere il posto di Simona Martorelli, direttrice delle relazioni internazionali, che a breve andrà in pensione
«Ma anche in quel caso, ci vogliono capacità particolari». Che Petrecca non ha, è il non detto. Certo, non sarebbe il primo promoveatur ut admoveatur in azienda e non sarà l’ultimo: lo stesso direttore Petrecca, finito al centro delle polemiche dopo la disastrosa telecronaca della cerimonia di apertura, è arrivato a Rai Sport dopo una difficilissima direzione di RaiNews. E ora, dopo la tirata d’orecchi da parte dell’ad Giampaolo Rossi, c’è chi prospetta la via che già fu percorsa da un altro
“promosso” eccellente come Gennaro Sangiuliano, che era rientrato in azienda dopo le dimissioni da ministro.
In ogni caso, il trasloco di Petrecca darebbe il via a un domino. A Rai Sport potrebbe subentrargli Marco Lollobrigida, considerato vicino a Fratelli d’Italia. […]
C’è poi la solita incognita Tg1. Se Gian Marco Chiocci dovesse davvero fare le valigie, FdI dovrà vedersela con una Lega agguerrita che ha già dato filo da torcere all’ad con il presidente “FF”, come viene chiamato in azienda, abbreviazione di “facente funzione”, Antonio Marano.
Improbabile però che i meloniani cedano il timone del telegiornale della rete ammiraglia: i nomi che circolano per un’eventuale successione sono sempre gli stessi, Nicola Rao dal Gr, Tommaso Cerno e Mario Sechi se palazzo Chigi volesse scegliere un’altra soluzione esterna all’azienda
Se davvero dovesse liberarsi il Gr, si fa il nomi di Incoronata Boccia, che in estate è passata dalla vicedirezione del Tg1 alla direzione dell’ufficio stampa. Chi pure non vedrebbe l’ora di lasciare la poltrona bollente su cui siede adesso è Paolo Corsini: il direttore degli Approfondimenti ha pagato la sua promozione con un incarico che gli regala una pena al giorno.
Con un trasferimento alla radio si lascerebbe alle spalle gli infiniti duelli con Sigfrido Ranucci e i sabati passati a rivedere puntate di Report che gli hanno provocato telefonate infuocate dalla maggioranza.
Ma il premio vero è altrove. In primavera vanno infatti rinnovati i vertici di Rai Way, Rai Cinema e Rai Fiction. Veri gioielli di famiglia: Rai Way sarà centrale nel possibile progetto di fusione (appena tornato in auge) con Ei Towers, la società che gestisce le infrastrutture di Mediaset. Tutto da definire
A Rai Cinema, un fatturato da oltre 250 milioni di euro, sembra improbabile possa rimanere Paolo Del Brocco, che è ad dell’azienda dal 2010: il più titolato dentro la Rai a succedergli, in quota FdI, è Angelo Mellone.
Rossi avrà altre tre gatte da pelare. A maggio scadono anche le direzioni di Rai Parlamento, RaiNews e Tg2. Giuseppe Carboni, che guida Rai Parlamento e ha una causa aperta con l’azienda, non ha intenzione di rendere la vita semplice all’ad e il suo caso è da maneggiare con cura per evitare di peggiorare la situazione davanti al giudice del lavoro che sta decidendo sul suo caso di presunto demansionamento.
Federico Zurzolo invece lascerà il canale all news per la pensione: sulla carta, una casella di Forza Italia.
Va trovata una collocazione al direttore di “TgTajani”, com’è soprannominato con perfidia il telegiornale di Antonio Preziosi. Il Tg2 naviga in acque tempestose e ormai viaggia su ascolti sotto il 5 per cento per l’edizione delle 20.30. A rianimare quella pomeridiana è stato chiamato Cerno con una striscia che migliori il traino: l’ultimo precedente è quello di Filippo Facci. Non particolarmente fortunato, considerato che la striscia fu chiusa prima di andare in onda dopo le posizioni che il giornalista aveva preso su Libero a proposto delle accuse di stupro nei confronti del figlio di Ignazio La Russa. Epoche fa.
Per quanto riguarda Preziosi, invece, è prevista una soluzione “stile Petrecca”: Oltretevere sta per liberarsi la guida di Rai Vaticano, fatta quasi su misura per un direttore dotato di una grande affinità con le vicende ecclesiastiche. Chi meglio di lui per ricoprire quel ruolo (e liberare la plancia di comando del Tg2)?
(da Domani)

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LA CRISI DELL’ECONOMIA RUSSA E’SEMPRE PIÙ EVIDENTE: I PREZZI SONO IN DRASTICO AUMENTO, IL DEFICIT DI BILANCIO È A LIVELLI RECORD, I SALARI E LE PENSIONI SONO IN CALO E IL PIL È STATO RIVISTO DI NUOVO AL RIBASSO

Febbraio 12th, 2026 Riccardo Fucile

“DOMANI”: “L’ECONOMIA RUSSA PUÒ SOPPORTARE SOLAMENTE UN ALTRO ANNO DI GUERRA, A COSTO DI UN ULTERIORE DETERIORAMENTO E DI UN ABBASSAMENTO DEL TENORE DI VITA”

Sono passati quasi sei mesi dall’incontro di Donald Trump e Vladimir Putin ad Anchorage in Alaska, e, mai come in questi giorni, diversi commentatori e politici sottolineano l’esistenza di un accordo implicito tra Mosca e Washington sulla fine della guerra in Ucraina.
Mentre Volodomyr Zelensky abilmente cerca di rimanere politicamente “a galla” dopo gli scandali di corruzione e il ricatto/disimpegno di Trump, in questi giorni un evento significativo ha attirato l’attenzione di molti analisti.
Il costo dei cetrioli
La notizia proviene direttamente dalla pubblicistica russa che evidenzia i problemi dello stato dell’economia russa ed è stata diffusa nei social dal corrispondente inglese della Bbc, Steve Rosenberg.
Dal Moskovskij Komsomolets che scrive di un aumento del 42,8 per cento del prezzo dei cetrioli e del 27 per cento dei pomodori al giornale governativo Rossijskaja Gazeta che riprende le statistiche ufficiali, si evince, ad esempio, che dall’inizio del 2026 al 2 febbraio i prezzi al consumo sono aumentati del 2,1 per cento, il valore più alto degli ultimi anni.
A ciò si aggiunga la Nezavisimaja Gazeta con il trafiletto sulle pensioni che sono scese al di sotto del 24 per cento della retribuzione media. Sempre in base alle statistiche ufficiali, negli ultimi nove mesi del 2025 le perdite delle compagnie
russe sono aumentate del 25 per cento, raggiungendo i 77 miliardi di dollari e sono aumentate le retribuzioni arretrate del 14,5 per cento.
Secondo l’ultimo aggiornamento del Fondo monetario internazionale, la crescita del Pil russo nel 2026 è stata nuovamente rivista al ribasso intorno allo 0,8 per cento (0,5-0,6 per gli analisti russi), con una decelerazione netta rispetto al +4,3 per cento registrato nel 2024, mentre i tassi di interesse sono al 16 per cento per evitare un incontrollato aumento dei prezzi.
La Banca centrale russa ha applicato politiche restrittive per contrastare l’inflazione, soffocando, però, la domanda e gli investimenti e de facto deve affrontare i segnali inequivocabili di una stagnazione economica.
In sostanza, la spesa militare, che ha avuto effetti molto positivi nei primi anni della guerra in Ucraina sta esaurendo la capacità produttiva civile, spostando risorse critiche dal settore privato a quello bellico: nel 2026 quasi la metà della spesa federale sarà destinata alla guerra e alle agenzie di sicurezza (38 per cento) o al servizio del debito pubblico (8 per cento).
Il deficit di bilancio ha raggiunto livelli record (48,9 miliardi pari all’1,6 per cento del Pil) con la diminuzione delle riserve e l’aumento del debito pubblico mentre i ricavi derivanti dal petrolio e dal gas stanno diminuendo a causa del calo dei prezzi del petrolio, ma non del volume dell’esportazione nonostante le sanzioni statunitensi contro Lukoil e Rosneft, il nuovo accordo commerciale Usa-India e le restrizioni sulle importazioni nel mercato europeo.
Stagnazione strutturale
Se la rapida crescita nel settore militare nel biennio 2023-2024 aveva consentito un aumento del Pil pari al 4 per cento, i dati sull’economia civile relativi al tasso di disoccupazione (2,2 per cento), ai cali nel settore manifatturiero, nei materiali da costruzione, nel settore dei trasporti e la recessione nell’industria automobilistica dimostrano che dall’inizio della guerra in Ucraina, per la prima volta, il Cremlino si trova in una stagnazione strutturale e potenzialmente in recessione tecnica nei prossimi mesi con ricadute politiche inevitabili sull’andamento del conflitto.
Putin monitora costantemente l’opinione pubblica per evitare di rompere quel “patto sociale” basato sull’offerta statale di stabilità politica ed economica in cambio della totale sottomissione del popolo alla volontà del presidente
Se è vero che l’economia russa può sopportare solamente un altro anno di guerra, a costo di un ulteriore deterioramento e di un abbassamento del tenore di vita, ma non del collasso totale impropriamente annunciato sin dal marzo 2022 a causa delle sanzioni, è plausibile ritenere che Putin e Trump abbiano trovato l’intesa per evitare che il 2026 diventi il loro annus horribilis.
Mosca prende fiato economicamente per scongiurare il peggio mentre Washington “chiude” un’altra guerra prima delle elezioni del prossimo novembre.
(da agenzie)

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“L’ACCOSTAMENTO TRA ANDREA PUCCI E ROBERTO BENIGNI, PROPOSTO ANCHE DA LA RUSSA, È FUORI LUOGO”

Febbraio 12th, 2026 Riccardo Fucile

ALDO CAZZULLO: “ROBERTACCIO HA SEMPRE PRESO IN GIRO LA SINISTRA. NON VEDO ANDREA PUCCI FARE LO STESSO CON GIORGIA MELONI, MA TROVO IL SUO LINGUAGGIO E I SUOI ARGOMENTI BECERI, VOLGARI, PIÙ SPAVENTOSI CHE RIDICOLI. SOSTENERE CHE GLI OMOSESSUALI ABBIANO IL LORO MODO DI FARE I TAMPONI ANTICOVID, DEFINIRE ZECCHE COLORO CHE NON LA PENSANO COME LUI, IRRIDERE L’ASPETTO FISICO DI SCHLEIN NON MI SEMBRANO UNA DIMOSTRAZIONE DI LIBERTÀ, E NEPPURE DI SATIRA, BENSÌ DI CONFORMISMO”

L’accostamento tra Andrea Pucci e Roberto Benigni, proposto anche dal presidente del Senato Ignazio La Russa in una conversazione con il nostro giornale, mi sembra un po’ fuori luogo. Non è questione di giudizio di valore, che è sempre libero e opinabile.
Uno può sempre pensare che Teomondo Scrofalo, l’autore di croste inventato da Antonio Ricci, sia un pittore più bravo di Raffaello. Ma Benigni è sempre stato critico verso la sua parte politica. Ha sempre preso in giro la sinistra. Ieri sul Giornale Luigi Mascheroni, nella sua rubrica che si legge sempre volentieri, ricordava una filastrocca contro Almirante scritta da Benigni 51 anni fa, con termini che probabilmente oggi l’artista non riscriverebbe.
Tuttavia Benigni non è diventato famoso per quella filastrocca, ma per il ruolo di Cioni Mario che si faceva apertamente beffe delle velleità rivoluzionarie del Partito Comunista e financo del suo mitico segretario Enrico Berlinguer: «L’unica cosa che dovrebbe fare Berlinguer è quella di darci il via». «Ma perché non ci dà il via?».
«Perché c’ha da fare, c’ha famiglia…». Ora, non soltanto non mi vedo Andrea Pucci prendere in giro Giorgia Meloni, ma trovo il suo linguaggio e i suoi argomenti beceri, volgari, più spaventosi che ridicoli.
Non vedo ironia e neanche sarcasmo, vedo un compiacimento truce che sui social si ritrova fin troppo facilmente. Sostenere che gli omosessuali abbiano il loro modo di fare i tamponi antiCovid, definire zecche cioè insetti coloro che non la pensano come lui, irridere l’aspetto fisico della segretaria del principale partito di opposizione non mi sembrano una dimostrazione di libertà, e neppure di satira, bensì di conformismo. Di quel conformismo che si respira oggi in Italia come a mia memoria non era mai accaduto.
(da Corriere della Sera)

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L’OLIMPIADE INVERNALE HA MESSO A DURA PROVA I NERVI DEI MILANESI CHE SI SONO TROVATI A VESTIRE I PANNI DEL PARENTE POVERO CHE ASSISTE DALLA FINESTRA AI (FINTI) GIOCHI GEO POLITICI (NON QUELLI SPORTIVI) DEI POTENTI DELLA TERRA

Febbraio 12th, 2026 Riccardo Fucile

I NUOVI BARBARI CHE SFILANO A SIRENE SPIEGATE BEN PROTETTI DA OLTRE SEIMILA ADDETTI ALLA SICUREZZA. IN CITTÀ CI SONO ANCORA CANTIERI APERTI, I RISTORANTI SONO VUOTI E I TURISTI LATITANO: 7 MILIARDI BUTTATI

Lavoro a un chilometro dall’arena delle gare olimpiche a milano. Ieri il ristorante era vuoto almeno al 60 per cento. Le persone sono in smartworking, mi ha detto il cameriere. In città sono Giochi surreali per chiunque non vada da spettatore alle gare o non si incolli alla tv. Quello che vedi sono cantieri aperti.
Pare anche a Cortina. Il vero metaverso è quello formato dai discorsi, dalle parole, che sono più reali di quel che vediamo, le parole sono più forti degli occhi. Lo dicevo già dieci anni fa quando si parlava di “innovation “ digitale ma il paesaggio di milano era punteggiati di gru di cantieri edili. Quella era la vera new economy della città. Guarda!, poi pensa. Qui, foto di Cortina, Villaggio Olimpico, Arena Santa Giulia, San Siro.
Si spengono le luci su San Siro per l’ultimo evento-baraccone di una Olimpiade invernale che ha messo a dura prova i nervi di una città il cui cuore, già sofferente, ha rischiato l’infarto. Si chiude così una settimana da incubo per i milanesi, ostaggio delle “zone rosse”.
All’improvviso, i milanesi si sono trovati a vestire i panni del parente povero che assiste dalla finestra ai (finti) giochi geo politici (non quelli sportivi) dei potenti della Terra. I nuovi barbari che a sirene spiegate scorrazzano nelle vie con le loro auto blindate. Ai più (s)fortunati è stato offerto l’infinito caravanserraglio dei tedofori con la torcia accesa (dagli sponsor) riservata a Vip e morti di fama.
“Guardel ben, guardel tutt, L’omm senza danée come l’è brütt”, torna alla mente il detto che fa da epigrafe al libro di Alberto Savinio sul fascino e le illusioni sulla Milano del dopoguerra: “Ascolto il tuo cuore, città”. Ma il battito cardiaco del “Sindaco del rione Vanità”, Beppe Sala, dopo dieci anni incollato alla sedia di Palazzo Marino non è più in concordanza neppure con chi l’ha votato.
Anche per la restituzione dei cassonetti dei rifiuti, l’Amsa fa sapere ai contribuenti che saranno riportati sulle strade interessate solo dopo il 20 febbraio. Quanto alle centinaia di vigili spuntati nella sei giorni olimpica, come le lucciole pasoliniane sono scomparsi all’alba di una metropoli tornata a vivere senza “zone rosse”.
E quanta nostalgia si può leggere ancora nelle cronache-ritratto genuine negli anni Sessanta dello scrittore bellunese, Dino Buzzati raccolte in “Scusi da che parte, per piazza Duomo?”.
Una tavolozza variopinta sulla sua Milano anni Sessanta – con pregi e difetti, compresa l’assenza dei parcheggi in città -, senza le sfumature bavose dei vari (e avariati) mini-fondisti dell’ex Corrierone. I Postiglione e i Severgnini, che pastrocchiano nell’affrescare di rosa un evento (para) sportivo. Lì dove il nero non difetta e ne oscura le magagne. Mentre, come nel passato, si annuncia un’altra olimpiade degli sprechi e degli inganni.
Già, ma cosa hanno da lamentarsi, soprattutto i milanesi, se “la festa” è stata goduta in mondovisione da 2 miliardi persone? Si chiede il saccente anglista “alle vongole”, Beppe Severgnini, che forse non segue i social o le lettere nella rubrica del suo giornale di tono assai diverso dal suo suonar la gran cassa dei leccaculo.
Ed è un peccato, aggiungiamo noi, che i “fortunati” non abbiamo potuto godere della telecronaca in italiano del gaffeur, Patacca-Petracca, che avrebbe fatto capire
meglio al mondo la miseria del servizio pubblico offerto dalla Rai e sullo stesso stato di salute dell’Italia Trump-meloniana. Della serie: Pucci pucci sento odor di fascistucci… E che “festa”, o sagra paesana che sia, anche se non invitati agli eventi sportivi e mondani, non brontolino i meneghini accigliati, a “ripagarli” è stata “la fiamma accesa sotto l’Arco della Pace” (sic), ci tranquillizza ancora il tele-imbonitore alla Crema (montata).
Il tutto in nome di quello spirito dilettantistico: “L’importante non è vincere, ma partecipare”, attribuito al fondatore del Cio, Pierre de Coubertin (1863-1937).
Una massima ormai screditata da un professionismo rapace e corruttore. Peccato che a Milano, a parte il pattinaggio e le competizioni di hockey nel nuovo Palaghiaccio (costo superiore ai 180 milioni di euro), sono state le uniche gare agonistiche usufruibili (pagando caro il biglietto) dalla gente comune.
Ecco, i primi effetti delle olimpiadi “diffuse” (e senza ritorni economici) decantate da Giovanni Malagò. Il presidente, della Fondazione che nelle cronache milanesi “fru fru” del quotidiano – in versione Oh Bej! Oh Bej! nei giorni olimpici -, è stato ammirato pure per la sua giacca doppiopetto “magistrale”. Non a caso al Circolo romano dei Canottieri Aniene il nostro è stato ribattezzato Giovanni Megalò.
Allora, il “monster show” (Aldo Grasso), non è stata la rappresentazione al “Meazza”, 68 milioni di costi su un budget di 1,6 miliardi. Una esibizione pacchiana costruita su misura, come il cardigan blu di Malagò, per la tv e i suoi sponsor. Forse immaginando una futura Dubai sui Navigli che già sta crescendo tra scandali e inchieste giudiziarie.
Macché “monster show”! In realtà, abbiamo assistito a un “road movie” mozzafiato della serie “Milano calibro 9” tratto dai racconti di Giorgio Scerbanenco.
Con il carosello delle auto blindate dei nuovi conquistatori della città del Manzoni e di Leonardo, che sfilano a sirene spiegate nella bolla surreale di una metropoli sospesa. Ben protetti da oltre seimila addetti alla sicurezza, armati fino ai denti anche per attovagliarsi alla serata mondana all’ombra dei cipressi del Monumentale cimitero
A salvare la dignità di Milano, e il Paese delle occasioni perse, è stato soltanto il docu-film del viaggio del Capo dello Stato, Sergio Mattarella, che su un vecchio tram ha attraversato la città guidato “a manetta” dall’ex asso del motociclismo, il giovane Valentino Rossi. Ah, nostalgia canaglia.
(da Dagoreport)

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L’INDEGNA SQUALIFICA DI GERASKEVYCH ALLE OLIMPIADI E’ LA MOSSA PIU’ IPOCRITA CHE IL CIO POTESSE FARE

Febbraio 12th, 2026 Riccardo Fucile

I VOLTI DEI MARTIRI UCRAINI SUL CASCO NON ERANO POLITICA, MA UMANITA’

Il rapporto tra politica e sport è claustrofobico da sempre, gestito con sotterfugi, ammiccamenti e compromessi a volte squallidi, ma in questi anni è diventato particolarmente tossico. Da una parte c’è chi tutto vede attraverso l’ottica della dicotomia politica dei nostri anni, progressisti contro nazionalisti, unico modo di chiamare i trumpisti vari di tutto il mondo che ormai non sono più nemmeno conservatori. Loro vogliono dichiaratamente un altro mondo, diverso da tutto quello che abbiamo visto fino a oggi. Dall’altra parte poi c’è chi mette la testa sono un paio di metri di sabbia e continua a ripetere a pappagallo: “La politica non deve entrare nello sport”.
Entrambe le posizioni sono assurde e appunto tossiche, perché nel primo caso ogni presa di posizione sembra un atto di sfida nazionale a qualcun altro, come se uno che vince la medaglia d’oro olimpico nello short track e si gira per esultare voglia fare la guerra al Canada e al Belgio. La seconda posizione poi è quella che ha scelto il CIO nei confronti di Vladyslav Heraskevych, skeletonista ucraino, che aveva deciso di onorare 21 atlete e atleti ucraini uccisi dalla Russia durante la guerra. Lo voleva fare mostrando i loro volti sul suo casco, quel casco ben in vista nello
skeleton perché si scende a 100 all’ora e più proprio con la faccia in avanti. Imprimersi quelle facce nella memoria era un monito che tutti gli schermi del pianeta avrebbero riverberato.
Con la sua idea Vladyslav Heraskevych voleva in qualche modo dire: noi siamo rimasti ma loro ci guidano e guidano la mia folle discesa, in uno sport considerato da tutti come folle. Ma tutte queste follie al CIO non sono piaciute. E quando qualcuno va oltre il consueto, si mette mano alle carte e in base alla regola 50 della Carta Olimpica, che proibisce “ogni tipo di manifestazione o propaganda politica, religiosa o razziale”, l’atleta è stato squalificato e non ha potuto partecipare oggi alle prime due discese.
Ricordare un popolo attaccato con le armi è propaganda? Ricordare le proprie sorelle e i propri fratelli “in sport” ammazzati è propaganda? Ricordare che c’è una nazione sotto bombardamenti da quattro anni è propaganda? Ricordare il proprio Paese distrutto è propaganda?
Se è propaganda, come il CIO ha confermato oggi squalificando Heraskevych, allora anche il dolore è propaganda e tutti gli atleti da oggi in poi devono zittire ogni emozione legata alla realtà e ufficialmente prendere la carta d’identità di un mondo parallelo, dove non esiste il male inflitto agli innocenti.
Il CIO crede che esista questo mondo e le atlete e gli atleti devono pensarlo obbligatoriamente anche loro, se poi a casa qualcuno muore per una bomba arrivata chissà dove e da chissà quale altra realtà bisogna tacere e sciare, scendere, correre, pattinare, saltare, tirare, calciare. L’ipocrisia profonda di tutte le istituzioni sportive negli ultimi anni (anche prima non brillavano di sicuro per coraggio) si è ulteriormente accentuata perché molto spesso da stati dittatoriali (lo diciamo per brevità ma anche per verità) può venire quella che è considerata la salvezza dello sport, ovvero una vagonata di soldi senza senso che muove economie pulite e sommerse e che fa bene a pochi, ma che, guarda caso, sono spesso quei pochi che devono decidere dove si devono tenere i tornei e le manifestazioni internazionali.
Scegliere uno stato rispetto a un altro, fare delle dichiarazioni a favore di questo o quel rappresentante, incontrare o non incontrare una delegazione è già pienamente politica e il CIO che ferma un dolore da voler mostrare al mondo è l’operazione più ipocrita che si possa immaginare. Lo sport è tutto politica, ora bisogna scegliere se
farlo diventare uno strumento fondamentale di buona politica oppure no, non ci si può nascondere nell’idea dei due mondi diversi e lontani.
Heraskevych non voleva urlare contro qualcuno, non cercava vendetta, non si lanciava contro i nemici, si sarebbe lanciato invece con la testa in avanti verso il desiderio di ricordare, strisciando onde di dolore del suo popolo per quattro lunghi anni assediato e continuare a dire al mondo che gli ucraini esistono e sono dentro una guerra terribile. Quelle facce non erano politica, erano umanità: il CIO ha voluto cancellarle, cancellando quella scintilla di umanità che lo sport dovrebbe sempre esprimere. Gli atleti-macchine andranno bene per chi non vuole pensieri, gli atleti-uomini sono quelli che fanno la storia.
(da Fanpage)

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ADDIO A MARIA FRANCA FERRERO, VEDOVA DEL FONDATORE DELL’AZIENDA DOLCIARIA DI ALBA, UN ESEMPIO UNICO DI GRANDE IMPRENDITORE ATTENTO AL SOCIALE

Febbraio 12th, 2026 Riccardo Fucile

ERA PRESIDENTE DELLA FONDAZIONE FERRERO, IL SUO MOTTO: “LAVORARE, CREARE, DONARE”

Addio a Maria Franca Fissolo Ferrero. La presidente onoraria della holding Ferrero International S.A. e presidente della Fondazione Ferrero si è spenta alle 5,30 nella sua casa di località Altavilla, la prima collina di Alba. Aveva da poco compiuto 87 anni: era nata a Savigliano il 21 gennaio 1939, sette anni prima della fabbrica albese con cui ha intrecciato tutta la sua vita, ricoprendo un ruolo tanto discreto quanto fondamentale nelle scelte a fianco del marito Michele Ferrero, il patriarca del gruppo dolciario ora guidato dal figlio Giovanni.
L’amore a prima vista con Michele Ferrero
Dopo il ginnasio e il liceo, aveva frequentato la Scuola per Interpreti a Milano e nel 1961 era stata assunta come traduttrice e interprete nella fabbrica del cioccolato di Alba che stava già per diventare una multinazionale. «Anche se è stato scritto decine di volte, non sono mai stata la segretaria di Michele Ferrero – aveva precisato in un’occasione la signora Maria Franca -. Quel che è vero è che con lui fu il classico colpo di fulmine, un amore a prima vista».
Maria Franca Fissolo e Michele Ferrero si sposarono nel 1962. Nel 1963 ebbero il loro primogenito Pietro, scomparso per un malore in Sudafrica il 18 aprile 2011. Nel 1964 nacque Giovanni, attuale presidente del gruppo dolciario che può contare su 36 stabilimenti produttivi e una presenza in più di 170 Paesi. Pur senza mai abbandonare Alba e quella villa nascosta dalle siepi sulla prima collina della città, la famiglia Ferrero ha vissuto a lungo a Bruxelles e poi a Monaco.
La scelta di tornare a vivere ad Alba
Negli ultimi anni la signora Maria Franca aveva deciso di ritornare a risiedere ad Alba, rafforzando così la sua presenza e il suo impegno nella capitale delle Langhe, quasi a voler confermare anche fisicamente l’importanza e il ruolo delle radici albesi in una multinazionale sempre più proiettata nel mondo. Con il figlio Giovanni, lascia le nuore Paola e Luisa e cinque nipoti.
L’impegno sociale e il motto “Lavorare, creare, donare”
Sebbene ogni anno le riviste si ostinassero a collocare la signora Ferrero in cima alla classifica delle persone più ricche d’Italia, di quella ricchezza non c’è quasi traccia.
Le sue poche apparizioni pubbliche erano riservate a partecipare ai principali eventi istituzionali cittadini, a quelli della Fondazione Ospedale di Verduno, intitolato alla memoria di Michele e Pietro Ferrero, e soprattutto alle innumerevoli iniziative sociali e culturali della Fondazione Ferrero che la signora Maria Franca ha presieduto con generosa lungimiranza seguendo il motto «Lavorare, creare, donare»
(da La Stampa)

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