Febbraio 12th, 2026 Riccardo Fucile
“DOMANI”: “L’ECONOMIA RUSSA PUÒ SOPPORTARE SOLAMENTE UN ALTRO ANNO DI GUERRA, A COSTO DI UN ULTERIORE DETERIORAMENTO E DI UN ABBASSAMENTO DEL TENORE DI VITA”
Sono passati quasi sei mesi dall’incontro di Donald Trump e Vladimir Putin ad Anchorage in
Alaska, e, mai come in questi giorni, diversi commentatori e politici sottolineano l’esistenza di un accordo implicito tra Mosca e Washington sulla fine della guerra in Ucraina.
Mentre Volodomyr Zelensky abilmente cerca di rimanere politicamente “a galla” dopo gli scandali di corruzione e il ricatto/disimpegno di Trump, in questi giorni un evento significativo ha attirato l’attenzione di molti analisti.
Il costo dei cetrioli
La notizia proviene direttamente dalla pubblicistica russa che evidenzia i problemi dello stato dell’economia russa ed è stata diffusa nei social dal corrispondente inglese della Bbc, Steve Rosenberg.
Dal Moskovskij Komsomolets che scrive di un aumento del 42,8 per cento del prezzo dei cetrioli e del 27 per cento dei pomodori al giornale governativo Rossijskaja Gazeta che riprende le statistiche ufficiali, si evince, ad esempio, che dall’inizio del 2026 al 2 febbraio i prezzi al consumo sono aumentati del 2,1 per cento, il valore più alto degli ultimi anni.
A ciò si aggiunga la Nezavisimaja Gazeta con il trafiletto sulle pensioni che sono scese al di sotto del 24 per cento della retribuzione media. Sempre in base alle statistiche ufficiali, negli ultimi nove mesi del 2025 le perdite delle compagnie
russe sono aumentate del 25 per cento, raggiungendo i 77 miliardi di dollari e sono aumentate le retribuzioni arretrate del 14,5 per cento.
Secondo l’ultimo aggiornamento del Fondo monetario internazionale, la crescita del Pil russo nel 2026 è stata nuovamente rivista al ribasso intorno allo 0,8 per cento (0,5-0,6 per gli analisti russi), con una decelerazione netta rispetto al +4,3 per cento registrato nel 2024, mentre i tassi di interesse sono al 16 per cento per evitare un incontrollato aumento dei prezzi.
La Banca centrale russa ha applicato politiche restrittive per contrastare l’inflazione, soffocando, però, la domanda e gli investimenti e de facto deve affrontare i segnali inequivocabili di una stagnazione economica.
In sostanza, la spesa militare, che ha avuto effetti molto positivi nei primi anni della guerra in Ucraina sta esaurendo la capacità produttiva civile, spostando risorse critiche dal settore privato a quello bellico: nel 2026 quasi la metà della spesa federale sarà destinata alla guerra e alle agenzie di sicurezza (38 per cento) o al servizio del debito pubblico (8 per cento).
Il deficit di bilancio ha raggiunto livelli record (48,9 miliardi pari all’1,6 per cento del Pil) con la diminuzione delle riserve e l’aumento del debito pubblico mentre i ricavi derivanti dal petrolio e dal gas stanno diminuendo a causa del calo dei prezzi del petrolio, ma non del volume dell’esportazione nonostante le sanzioni statunitensi contro Lukoil e Rosneft, il nuovo accordo commerciale Usa-India e le restrizioni sulle importazioni nel mercato europeo.
Stagnazione strutturale
Se la rapida crescita nel settore militare nel biennio 2023-2024 aveva consentito un aumento del Pil pari al 4 per cento, i dati sull’economia civile relativi al tasso di disoccupazione (2,2 per cento), ai cali nel settore manifatturiero, nei materiali da costruzione, nel settore dei trasporti e la recessione nell’industria automobilistica dimostrano che dall’inizio della guerra in Ucraina, per la prima volta, il Cremlino si trova in una stagnazione strutturale e potenzialmente in recessione tecnica nei prossimi mesi con ricadute politiche inevitabili sull’andamento del conflitto.
Putin monitora costantemente l’opinione pubblica per evitare di rompere quel “patto sociale” basato sull’offerta statale di stabilità politica ed economica in cambio della totale sottomissione del popolo alla volontà del presidente
Se è vero che l’economia russa può sopportare solamente un altro anno di guerra, a costo di un ulteriore deterioramento e di un abbassamento del tenore di vita, ma non del collasso totale impropriamente annunciato sin dal marzo 2022 a causa delle sanzioni, è plausibile ritenere che Putin e Trump abbiano trovato l’intesa per evitare che il 2026 diventi il loro annus horribilis.
Mosca prende fiato economicamente per scongiurare il peggio mentre Washington “chiude” un’altra guerra prima delle elezioni del prossimo novembre.
(da agenzie)
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Febbraio 12th, 2026 Riccardo Fucile
ALDO CAZZULLO: “ROBERTACCIO HA SEMPRE PRESO IN GIRO LA SINISTRA. NON VEDO ANDREA PUCCI FARE LO STESSO CON GIORGIA MELONI, MA TROVO IL SUO LINGUAGGIO E I SUOI ARGOMENTI BECERI, VOLGARI, PIÙ SPAVENTOSI CHE RIDICOLI. SOSTENERE CHE GLI OMOSESSUALI ABBIANO IL LORO MODO DI FARE I TAMPONI ANTICOVID, DEFINIRE ZECCHE COLORO CHE NON LA PENSANO COME LUI, IRRIDERE L’ASPETTO FISICO DI SCHLEIN NON MI SEMBRANO UNA DIMOSTRAZIONE DI LIBERTÀ, E NEPPURE DI SATIRA, BENSÌ DI CONFORMISMO”
L’accostamento tra Andrea Pucci e Roberto Benigni, proposto anche dal presidente del Senato Ignazio La Russa in una conversazione con il nostro giornale, mi sembra un po’ fuori luogo. Non è questione di giudizio di valore, che è sempre libero e opinabile.
Uno può sempre pensare che Teomondo Scrofalo, l’autore di croste inventato da Antonio Ricci, sia un pittore più bravo di Raffaello. Ma Benigni è sempre stato critico verso la sua parte politica. Ha sempre preso in giro la sinistra. Ieri sul Giornale Luigi Mascheroni, nella sua rubrica che si legge sempre volentieri, ricordava una filastrocca contro Almirante scritta da Benigni 51 anni fa, con termini che probabilmente oggi l’artista non riscriverebbe.
Tuttavia Benigni non è diventato famoso per quella filastrocca, ma per il ruolo di Cioni Mario che si faceva apertamente beffe delle velleità rivoluzionarie del Partito Comunista e financo del suo mitico segretario Enrico Berlinguer: «L’unica cosa che dovrebbe fare Berlinguer è quella di darci il via». «Ma perché non ci dà il via?».
«Perché c’ha da fare, c’ha famiglia…». Ora, non soltanto non mi vedo Andrea Pucci prendere in giro Giorgia Meloni, ma trovo il suo linguaggio e i suoi argomenti beceri, volgari, più spaventosi che ridicoli.
Non vedo ironia e neanche sarcasmo, vedo un compiacimento truce che sui social si ritrova fin troppo facilmente. Sostenere che gli omosessuali abbiano il loro modo di fare i tamponi antiCovid, definire zecche cioè insetti coloro che non la pensano come lui, irridere l’aspetto fisico della segretaria del principale partito di opposizione non mi sembrano una dimostrazione di libertà, e neppure di satira, bensì di conformismo. Di quel conformismo che si respira oggi in Italia come a mia memoria non era mai accaduto.
(da Corriere della Sera)
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Febbraio 12th, 2026 Riccardo Fucile
I NUOVI BARBARI CHE SFILANO A SIRENE SPIEGATE BEN PROTETTI DA OLTRE SEIMILA ADDETTI ALLA SICUREZZA. IN CITTÀ CI SONO ANCORA CANTIERI APERTI, I RISTORANTI SONO VUOTI E I TURISTI LATITANO: 7 MILIARDI BUTTATI
Lavoro a un chilometro dall’arena delle gare olimpiche a milano. Ieri il ristorante era vuoto
almeno al 60 per cento. Le persone sono in smartworking, mi ha detto il cameriere. In città sono Giochi surreali per chiunque non vada da spettatore alle gare o non si incolli alla tv. Quello che vedi sono cantieri aperti.
Pare anche a Cortina. Il vero metaverso è quello formato dai discorsi, dalle parole, che sono più reali di quel che vediamo, le parole sono più forti degli occhi. Lo dicevo già dieci anni fa quando si parlava di “innovation “ digitale ma il paesaggio di milano era punteggiati di gru di cantieri edili. Quella era la vera new economy della città. Guarda!, poi pensa. Qui, foto di Cortina, Villaggio Olimpico, Arena Santa Giulia, San Siro.
Si spengono le luci su San Siro per l’ultimo evento-baraccone di una Olimpiade invernale che ha messo a dura prova i nervi di una città il cui cuore, già sofferente, ha rischiato l’infarto. Si chiude così una settimana da incubo per i milanesi, ostaggio delle “zone rosse”.
All’improvviso, i milanesi si sono trovati a vestire i panni del parente povero che assiste dalla finestra ai (finti) giochi geo politici (non quelli sportivi) dei potenti della Terra. I nuovi barbari che a sirene spiegate scorrazzano nelle vie con le loro auto blindate. Ai più (s)fortunati è stato offerto l’infinito caravanserraglio dei tedofori con la torcia accesa (dagli sponsor) riservata a Vip e morti di fama.
“Guardel ben, guardel tutt, L’omm senza danée come l’è brütt”, torna alla mente il detto che fa da epigrafe al libro di Alberto Savinio sul fascino e le illusioni sulla Milano del dopoguerra: “Ascolto il tuo cuore, città”. Ma il battito cardiaco del “Sindaco del rione Vanità”, Beppe Sala, dopo dieci anni incollato alla sedia di Palazzo Marino non è più in concordanza neppure con chi l’ha votato.
Anche per la restituzione dei cassonetti dei rifiuti, l’Amsa fa sapere ai contribuenti che saranno riportati sulle strade interessate solo dopo il 20 febbraio. Quanto alle centinaia di vigili spuntati nella sei giorni olimpica, come le lucciole pasoliniane sono scomparsi all’alba di una metropoli tornata a vivere senza “zone rosse”.
E quanta nostalgia si può leggere ancora nelle cronache-ritratto genuine negli anni Sessanta dello scrittore bellunese, Dino Buzzati raccolte in “Scusi da che parte, per piazza Duomo?”.
Una tavolozza variopinta sulla sua Milano anni Sessanta – con pregi e difetti, compresa l’assenza dei parcheggi in città -, senza le sfumature bavose dei vari (e avariati) mini-fondisti dell’ex Corrierone. I Postiglione e i Severgnini, che pastrocchiano nell’affrescare di rosa un evento (para) sportivo. Lì dove il nero non difetta e ne oscura le magagne. Mentre, come nel passato, si annuncia un’altra olimpiade degli sprechi e degli inganni.
Già, ma cosa hanno da lamentarsi, soprattutto i milanesi, se “la festa” è stata goduta in mondovisione da 2 miliardi persone? Si chiede il saccente anglista “alle vongole”, Beppe Severgnini, che forse non segue i social o le lettere nella rubrica del suo giornale di tono assai diverso dal suo suonar la gran cassa dei leccaculo.
Ed è un peccato, aggiungiamo noi, che i “fortunati” non abbiamo potuto godere della telecronaca in italiano del gaffeur, Patacca-Petracca, che avrebbe fatto capire
meglio al mondo la miseria del servizio pubblico offerto dalla Rai e sullo stesso stato di salute dell’Italia Trump-meloniana. Della serie: Pucci pucci sento odor di fascistucci… E che “festa”, o sagra paesana che sia, anche se non invitati agli eventi sportivi e mondani, non brontolino i meneghini accigliati, a “ripagarli” è stata “la fiamma accesa sotto l’Arco della Pace” (sic), ci tranquillizza ancora il tele-imbonitore alla Crema (montata).
Il tutto in nome di quello spirito dilettantistico: “L’importante non è vincere, ma partecipare”, attribuito al fondatore del Cio, Pierre de Coubertin (1863-1937).
Una massima ormai screditata da un professionismo rapace e corruttore. Peccato che a Milano, a parte il pattinaggio e le competizioni di hockey nel nuovo Palaghiaccio (costo superiore ai 180 milioni di euro), sono state le uniche gare agonistiche usufruibili (pagando caro il biglietto) dalla gente comune.
Ecco, i primi effetti delle olimpiadi “diffuse” (e senza ritorni economici) decantate da Giovanni Malagò. Il presidente, della Fondazione che nelle cronache milanesi “fru fru” del quotidiano – in versione Oh Bej! Oh Bej! nei giorni olimpici -, è stato ammirato pure per la sua giacca doppiopetto “magistrale”. Non a caso al Circolo romano dei Canottieri Aniene il nostro è stato ribattezzato Giovanni Megalò.
Allora, il “monster show” (Aldo Grasso), non è stata la rappresentazione al “Meazza”, 68 milioni di costi su un budget di 1,6 miliardi. Una esibizione pacchiana costruita su misura, come il cardigan blu di Malagò, per la tv e i suoi sponsor. Forse immaginando una futura Dubai sui Navigli che già sta crescendo tra scandali e inchieste giudiziarie.
Macché “monster show”! In realtà, abbiamo assistito a un “road movie” mozzafiato della serie “Milano calibro 9” tratto dai racconti di Giorgio Scerbanenco.
Con il carosello delle auto blindate dei nuovi conquistatori della città del Manzoni e di Leonardo, che sfilano a sirene spiegate nella bolla surreale di una metropoli sospesa. Ben protetti da oltre seimila addetti alla sicurezza, armati fino ai denti anche per attovagliarsi alla serata mondana all’ombra dei cipressi del Monumentale cimitero
A salvare la dignità di Milano, e il Paese delle occasioni perse, è stato soltanto il docu-film del viaggio del Capo dello Stato, Sergio Mattarella, che su un vecchio tram ha attraversato la città guidato “a manetta” dall’ex asso del motociclismo, il giovane Valentino Rossi. Ah, nostalgia canaglia.
(da Dagoreport)
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Febbraio 12th, 2026 Riccardo Fucile
I VOLTI DEI MARTIRI UCRAINI SUL CASCO NON ERANO POLITICA, MA UMANITA’
Il rapporto tra politica e sport è claustrofobico da sempre, gestito con sotterfugi, ammiccamenti e compromessi a volte squallidi, ma in questi anni è diventato particolarmente tossico. Da una parte c’è chi tutto vede attraverso l’ottica della dicotomia politica dei nostri anni, progressisti contro nazionalisti, unico modo di chiamare i trumpisti vari di tutto il mondo che ormai non sono più nemmeno conservatori. Loro vogliono dichiaratamente un altro mondo, diverso da tutto quello che abbiamo visto fino a oggi. Dall’altra parte poi c’è chi mette la testa sono un paio di metri di sabbia e continua a ripetere a pappagallo: “La politica non deve entrare nello sport”.
Entrambe le posizioni sono assurde e appunto tossiche, perché nel primo caso ogni presa di posizione sembra un atto di sfida nazionale a qualcun altro, come se uno che vince la medaglia d’oro olimpico nello short track e si gira per esultare voglia fare la guerra al Canada e al Belgio. La seconda posizione poi è quella che ha scelto il CIO nei confronti di Vladyslav Heraskevych, skeletonista ucraino, che aveva deciso di onorare 21 atlete e atleti ucraini uccisi dalla Russia durante la guerra. Lo voleva fare mostrando i loro volti sul suo casco, quel casco ben in vista nello
skeleton perché si scende a 100 all’ora e più proprio con la faccia in avanti. Imprimersi quelle facce nella memoria era un monito che tutti gli schermi del pianeta avrebbero riverberato.
Con la sua idea Vladyslav Heraskevych voleva in qualche modo dire: noi siamo rimasti ma loro ci guidano e guidano la mia folle discesa, in uno sport considerato da tutti come folle. Ma tutte queste follie al CIO non sono piaciute. E quando qualcuno va oltre il consueto, si mette mano alle carte e in base alla regola 50 della Carta Olimpica, che proibisce “ogni tipo di manifestazione o propaganda politica, religiosa o razziale”, l’atleta è stato squalificato e non ha potuto partecipare oggi alle prime due discese.
Ricordare un popolo attaccato con le armi è propaganda? Ricordare le proprie sorelle e i propri fratelli “in sport” ammazzati è propaganda? Ricordare che c’è una nazione sotto bombardamenti da quattro anni è propaganda? Ricordare il proprio Paese distrutto è propaganda?
Se è propaganda, come il CIO ha confermato oggi squalificando Heraskevych, allora anche il dolore è propaganda e tutti gli atleti da oggi in poi devono zittire ogni emozione legata alla realtà e ufficialmente prendere la carta d’identità di un mondo parallelo, dove non esiste il male inflitto agli innocenti.
Il CIO crede che esista questo mondo e le atlete e gli atleti devono pensarlo obbligatoriamente anche loro, se poi a casa qualcuno muore per una bomba arrivata chissà dove e da chissà quale altra realtà bisogna tacere e sciare, scendere, correre, pattinare, saltare, tirare, calciare. L’ipocrisia profonda di tutte le istituzioni sportive negli ultimi anni (anche prima non brillavano di sicuro per coraggio) si è ulteriormente accentuata perché molto spesso da stati dittatoriali (lo diciamo per brevità ma anche per verità) può venire quella che è considerata la salvezza dello sport, ovvero una vagonata di soldi senza senso che muove economie pulite e sommerse e che fa bene a pochi, ma che, guarda caso, sono spesso quei pochi che devono decidere dove si devono tenere i tornei e le manifestazioni internazionali.
Scegliere uno stato rispetto a un altro, fare delle dichiarazioni a favore di questo o quel rappresentante, incontrare o non incontrare una delegazione è già pienamente politica e il CIO che ferma un dolore da voler mostrare al mondo è l’operazione più ipocrita che si possa immaginare. Lo sport è tutto politica, ora bisogna scegliere se
farlo diventare uno strumento fondamentale di buona politica oppure no, non ci si può nascondere nell’idea dei due mondi diversi e lontani.
Heraskevych non voleva urlare contro qualcuno, non cercava vendetta, non si lanciava contro i nemici, si sarebbe lanciato invece con la testa in avanti verso il desiderio di ricordare, strisciando onde di dolore del suo popolo per quattro lunghi anni assediato e continuare a dire al mondo che gli ucraini esistono e sono dentro una guerra terribile. Quelle facce non erano politica, erano umanità: il CIO ha voluto cancellarle, cancellando quella scintilla di umanità che lo sport dovrebbe sempre esprimere. Gli atleti-macchine andranno bene per chi non vuole pensieri, gli atleti-uomini sono quelli che fanno la storia.
(da Fanpage)
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Febbraio 12th, 2026 Riccardo Fucile
ERA PRESIDENTE DELLA FONDAZIONE FERRERO, IL SUO MOTTO: “LAVORARE, CREARE, DONARE”
Addio a Maria Franca Fissolo Ferrero. La presidente onoraria della holding Ferrero
International S.A. e presidente della Fondazione Ferrero si è spenta alle 5,30 nella sua casa di località Altavilla, la prima collina di Alba. Aveva da poco compiuto 87 anni: era nata a Savigliano il 21 gennaio 1939, sette anni prima della fabbrica albese con cui ha intrecciato tutta la sua vita, ricoprendo un ruolo tanto discreto quanto fondamentale nelle scelte a fianco del marito Michele Ferrero, il patriarca del gruppo dolciario ora guidato dal figlio Giovanni.
L’amore a prima vista con Michele Ferrero
Dopo il ginnasio e il liceo, aveva frequentato la Scuola per Interpreti a Milano e nel 1961 era stata assunta come traduttrice e interprete nella fabbrica del cioccolato di Alba che stava già per diventare una multinazionale. «Anche se è stato scritto decine di volte, non sono mai stata la segretaria di Michele Ferrero – aveva precisato in un’occasione la signora Maria Franca -. Quel che è vero è che con lui fu il classico colpo di fulmine, un amore a prima vista».
Maria Franca Fissolo e Michele Ferrero si sposarono nel 1962. Nel 1963 ebbero il loro primogenito Pietro, scomparso per un malore in Sudafrica il 18 aprile 2011. Nel 1964 nacque Giovanni, attuale presidente del gruppo dolciario che può contare su 36 stabilimenti produttivi e una presenza in più di 170 Paesi. Pur senza mai abbandonare Alba e quella villa nascosta dalle siepi sulla prima collina della città, la famiglia Ferrero ha vissuto a lungo a Bruxelles e poi a Monaco.
La scelta di tornare a vivere ad Alba
Negli ultimi anni la signora Maria Franca aveva deciso di ritornare a risiedere ad Alba, rafforzando così la sua presenza e il suo impegno nella capitale delle Langhe, quasi a voler confermare anche fisicamente l’importanza e il ruolo delle radici albesi in una multinazionale sempre più proiettata nel mondo. Con il figlio Giovanni, lascia le nuore Paola e Luisa e cinque nipoti.
L’impegno sociale e il motto “Lavorare, creare, donare”
Sebbene ogni anno le riviste si ostinassero a collocare la signora Ferrero in cima alla classifica delle persone più ricche d’Italia, di quella ricchezza non c’è quasi traccia.
Le sue poche apparizioni pubbliche erano riservate a partecipare ai principali eventi istituzionali cittadini, a quelli della Fondazione Ospedale di Verduno, intitolato alla memoria di Michele e Pietro Ferrero, e soprattutto alle innumerevoli iniziative sociali e culturali della Fondazione Ferrero che la signora Maria Franca ha presieduto con generosa lungimiranza seguendo il motto «Lavorare, creare, donare»
(da La Stampa)
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