Destra di Popolo.net

CONSULENZE, PROMOZIONI E BUDGET GONFIATI: LE SPESE PAZZE DI PETRECCA A CARICO DEI CONTRIBUENTI

Febbraio 13th, 2026 Riccardo Fucile

RAI IN SCIOPERO CONTRO LE MANCATE DIMISSIONI

Il direttore di Rai Sport Paolo Petrecca da giorni è nell’occhio del ciclone per le sue papere, finite pure sul New York Times, durante la telecronaca della cerimonia di inaugurazione delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026. Ma sul tavolo dei vertici Rai, oltre alla figuraccia che ha portato prima solo i giornalisti di Rai Sport, poi della Rai tutta a ritirare le firme da servizi e dirette, sono finite anche le spese d
Petrecca. E non sono leggere. Il 3 febbraio, nel corso di una riunione con il capo del personale, sono state segnalate le spese pazze del direttore: un’escalation fatta di assunzioni, promozioni e gratifiche come non se ne vedevano da tempo, ma soprattutto di un budget cresciuto in modo vistoso. Dall’arrivo di Petrecca sarebbero state autorizzate consulenze esterne per 640mila euro in più rispetto all’anno precedente. I conti delle rubriche parlano chiaro: nel 2024 i programmi storici — dalla Domenica sportiva a Dribbling, passando per Il 90° del sabato e Il processo del lunedì sera — costavano complessivamente 1,7 milioni di euro. Nel 2025, con la nuova gestione (da marzo), la cifra è salita a 2,34 milioni. Tutto a carico dei contribuenti.Lo sciopero contro Petrecca
È anche su questo sfondo che oggi in Rai va in scena lo sciopero bianco contro Petrecca. Una protesta decisa dall’Usigrai per chiedere all’azienda un intervento dopo l’imbarazzante telecronaca della cerimonia inaugurale dei Giochi invernali, finita nel mirino dei giornali di mezzo mondo. Per i vertici di Viale Mazzini, però, quella figuraccia non è bastata a giustificare le dimissioni del direttore di Rai Sport, invocate da più parti. Da questa mattina i giornalisti Rai realizzano servizi e dirette senza firma. L’informazione è garantita, su tg e web, ma senza “metterci la faccia”: una modalità già adottata dagli inviati della redazione sportiva a partire dalla scorsa settimana. A fine edizione, poi, arriva la lettura di due comunicati. Uno dell’Usigrai, che ha proclamato la protesta, l’altro di Unirai, il sindacato di destra che allo sciopero si è subito opposto. Una scena non inedita nella tv pubblica, dove anche le note sindacali diventano terreno di scontro.
Il comunicato dell’Usigrai e di Unirai
Il testo dell’Usigrai è secco e va dritto al punto: «Nonostante l’immagine di Rai Sport e della Rai siano state danneggiate, nulla è avvenuto. Continueremo a difendere l’autorevolezza dell’informazione Rai per garantire a voi cittadini un servizio pubblico di qualità». Di tutt’altro tono il comunicato di Unirai, con un incipit che pare già un manifesto: «Unirai crede nel servizio pubblico. Crede in una Rai capace di unire il Paese, di rappresentare l’Italia nel mondo». Nessun cenno alle gaffe del direttore, solo l’esaltazione degli ascolti olimpici. Tanto è bastato ai piani alti di Viale Mazzini per evitare repliche ufficiali: la linea è già rappresentata dagli “amici” del sindacato giallo.
/da agenzie)

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LA CAMPAGNA DI BALLE DELLA STAMPA ITALIANA CONTRO FRANCESCA ALBANESE

Febbraio 13th, 2026 Riccardo Fucile

SOTTO ACCUSA PER UNA FRASE MAI PRONUNCIATA,,, I SERVI DEL CRIMINALE NETANYAHU ATTACCANO UNA VOCE SCOMODA

Tutto nasce da una frase che Francesca Albanese non ha mai pronunciato. Al forum organizzato da Al Jazeera, ha parlato di “nemico comune dell’umanità” riferendosi a un sistema – potere politico, capitale finanziario, industria militare – che ha reso possibile il genocidio in Palestina. Non ha mai detto che il nemico fosse Israele come Stato, come popolo o come nazione. Ma su questa frase mai detta si è costruita un’altra offensiva mediatica.
Tra i giornali che l’hanno attaccata con riflessi pavloviani spicca il Corriere della Sera. Il commento di Antonio Polito è esemplare: “La militante (sempre più) pro-Pal che è riuscita nell’impresa di unire la Francia e l’America”. Se non bastasse,
nella versione online lo stesso articolo ha un titolo ancora più infamante: “Francesca Albanese, militante (sempre più) filo Hamas”§Ironicamente, è lo stesso Polito a scrivere che la ricostruzione è falsa. “Nel video dell’intervento – riconosce l’editorialista – (Albanese) in realtà sembra definire ‘nemico comune dell’umanità’ il sistema che in Occidente ha tollerato e aiutato ciò che lei ritiene essere il genocidio dei palestinesi”. Viene negata in premessa, quindi, la ragione per cui il commento è stato scritto, ma la smentita che non produce nessun effetto: né sul titolo, né sulla tesi, né sulla condanna complessiva. La correzione viene inglobata come sfumatura lessicale, come questione di wording. Rimane l’accusa falsa, necessaria a costruire il quadro politico e morale; le parole vere sono ridotte a nota a piè di pagina.
Quello del Corriere è solo l’ennesimo calcio dell’asino mediatico da parte di una stampa distratta sul genocidio palestinese, ma solerte nel sottolineare (o manipolare) le sfumature lessicali della relatrice dell’Onu. Solo ieri, sui quotidiani nazionali, sono fioccati articoli così. Il Messaggero, editoriale di Mario Ajello: “Albanese, se anche Parigi si accorge del bluff”. Ajello scrive di “culto albanese”, rigorosamente con la minuscola, e butta nel calderone tutto: “politicamente corretto, università ProPal, cortei saltellanti” aizzati da “una riverita sacerdotessa” che “accende ancora di più, in Italia, il sentimento di odio verso Israele”. A differenza di Polito, Ajello non si accorge che Albanese non ha mai detto quello di cui l’accusa: non gli interessa nemmeno. Poi c’è il Foglio, “Le parole di Albanese e un monito: l’antisionismo è antisemitismo”. E il Giornale: “Vada via dall’Onu. Anche Macron è stufo”.
E lo stesso riflesso, praticamente ogni volta che Albanese parla in pubblico. Il 30 novembre, dopo l’irruzione di manifestanti pro-palestinesi nella sede torinese de La Stampa, la relatrice condannò le violenze, ma aggiunse in un inciso che l’episodio doveva servire “anche come monito alla stampa” a raccontare i fatti nella loro interezza e nel loro contesto. Un’uscita discutibile nella forma, ma di tutto il suo discorso fu riportato solo “il monito” (oggetto anche di censura dalla Federazione della stampa italiana). Con lei non sono concepite sfumature, solo parole sbagliate.
(da agenzie)

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GRATTERI: “NON MI SI METTE A TACERE CON LE MINACCE”

Febbraio 13th, 2026 Riccardo Fucile

“IO IL SENSO DELLA PAURA L’HO SUPERATO 35 ANNI FA”

“Io il senso della paura l’ho superato 35 anni fa, non è con questi attacchi e con le minacce di interrogazioni parlamentari o procedimenti disciplinari che mi si mette a tacere”. Il procuratore Nicola Gratteri risponde così, a Piazzapulita su La7, agli attacchi dopo le sue dichiarazioni al Corriere della Calabria sul referendum.
“Non ho mai detto che i cittadini che voteranno Sì sono tutti appartenenti a centri di potere o a malavita e massoneria. Chi lo ripete è in malafede e vuole alzare lo scontro. Ma io non farò falli di reazione, e continuerò fino all’ultimo giorno la mia battaglia per il No”.
“I miei interventi – ripete Gratteri – non possono essere parcellizzati: ho detto che a mio parere voteranno Sì coloro che non vogliono essere controllati dalla magistratura, tra cui centri di potere, ‘ndrangheta e massoneria deviata.
Ma non ho mai detto che tutti quelli per il Sì appartengono a centri di potere”. “Continuerò a battermi per il No. Davanti a gente che scientificamente prende un pezzettino di intervista e la mette in rete pensando di scatenare chissà cosa, di intimidirmi o delegittimarmi dico che si sbagliano, stiano tranquilli”.
Al ministro Nordio, che parlando di lui ha fatto riferimento a “test psicoattitudinali per la fine della carriera” di un magistrato, il procuratore di Napoli Nicola Gratteri replica: “E che gli devo dire, si è fatto una domanda e dato una risposta”.
Intervistato a Piazzapulita su La7, Gratteri continua: “Nordio è il ministro che dice di non voler dare la mano al procuratore generale di Napoli, che i mafiosi non parlano al telefono, che Schlein sbaglia a non appoggiare la riforma perché in futuro potrebbe servire anche alla sinistra… possiamo raccontare per ore le frasi di Nordio. Le conclusioni spettano ai cittadini, non le devo fare io”.
Gratteri, rispondendo a Corrado Formigli, replica anche a Tajani, che lo ha accusato di attacco alla democrazia: “Tajani l’altro giorno ha detto che sta pensando di togliere la polizia giudiziaria al controllo della magistratura, penso che quello sarebbe un attacco alla democrazia”. Il procuratore di Napoli invita infine a esaminare le posizioni espresse sui social in merito al referendum e alle sue dichiarazioni: “Vediamo le persone che scrivono sotto chi sono, persone perbene, pregiudicati, parenti di pregiudicati. C’è di tutto, ma magari vediamo i numeri. E vediamo più avanti se serve altro”.
(da agenzie)

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SCENDO DAL MAS E TROVO FAMIGLIA

Febbraio 13th, 2026 Riccardo Fucile

L’ASSE CON ADINOLFI E IL POPOLO DELLE FAMIGLIE

Ammetto di seguire con un interesse sproporzionato all’importanza (politicamente minima) dell’evento la nascita del nuovo partito dell’ex generale Vannacci. C’è intanto una vera e propria curiosità scientifica per l’esperimento: per quanti partiti fascisti c’è posto, in Italia? Tre? Dieci? Venti? Si alleeranno tra loro? Si combatteranno, in gironi all’italiana o a eliminazione diretta? E come può accadere che esista un leader politico più a destra del Salvini? Non è come ammettere che esiste un luogo più settentrionale del Polo Nord?
Ma soprattutto contano gli aspetti, come dire, di costume. Il possibile accordo con il Popolo della Famiglia di Adinolfi già arricchisce e movimenta le cronache politiche dei giornali, all’audacia bellica della Decima Mas si sommerebbe la tetragona immutabilità della famiglia tradizionale, Vannacci fa l’impresa, rapido ed invisibile, Adinolfi lo aspetta a casa, solido e inamovibile.
Non parliamo poi delle voci (esaltanti) su possibili abboccamenti con Fabrizio Corona, forse sulla base del suo attaccamento proverbiale sia alla famiglia tradizionale, sia al valor militare. O sull’eventuale collaborazione con il comunista Rizzo, un tocco di Corea del Nord in una formazione politica altrimenti troppo casalinga.
Ammettiamolo: c’è una vocazione freak, nel nuovo partito di Vannacci, che accende la fantasia e porta a immaginare qualunque possibile configurazione, pescando anche nel mai visto, nel mai accaduto. “A me interessa l’idea di mettere insieme gli spuri”, dice Adinolfi. Ha solo l’imbarazzo della scelta. Noi aspettiamo con fiducia. Con i popcorn in mano, come si usa dire quando ci si arrende alla grandiosa ineluttabilità degli eventi.
(da Repubblica)

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ER PATACCA, MEDAGLIA D’ORO ALLE OLIMPIADI DEL MELONISMO IN RAI

Febbraio 13th, 2026 Riccardo Fucile

A RAINEWS (DOVE E’ STATO PIU’ VOLTE SFIDUCIATO) NELLA NOTTE ELETTORALE FRANCESE MANDO’ IN ONDA IL FESTIVAL DI POMEZIA CON LA MOGLIE ALMA MANERA

Per dire come siamo messi: in questo preciso istante quel signore laggiù, gonfio di zazzera, prepotenza e autostima – in arte Paolo Petrecca – è il giornalista italiano più famoso al mondo. “Er mejo”, direbbe lui. In una manciata di giorni l’hanno citato i giornali e le tv del pianeta Terra, dalle Piramidi al New York Times, dal Manzanarre all’Asahi Shimbun, per la sua stratosferica telecronaca d’apertura delle
Olimpiadi 2026, tre ore di scempiaggini e sfondoni, sbagliando lo stadio, gli atleti, la cantante, le squadre, l’attrice, per non dire della prosa, del tono, della pertinenza. E conquistando la prima meritatissima medaglia d’oro di conio italiano, quella intitolata alla farsa nazionale che – in sede storica – va da Roberto Farinacci ad Alvaro Vitali, passando per il Nando Mericoni di Alberto Sordi e i saluti romani di Colle Oppio
Non lo sapevate prima, ma il nostro Petrecca, rinominato a furor di popolo Patacca, da un annetto è direttore della benemerita Rai Sport, direttamente in quota Giorgia Meloni. E prima ancora è stato direttore di Rai News 24, direttamente in quota Giorgia Meloni. Sempre vantandosi di mangiare, respirare e spalare in quota Giorgia Meloni. Marciando in suo onore ogni volta che è sveglio, presentandole il libro Io sono Giorgia nella bella aula comunale di Civitavecchia, mandando in onda i suoi comizi in versione integrale: “Mbè? Nun ce vedo nulla de strano! È ’na notizia, no?”. Ignorando con una alzata di spalle i malumori e le sfiducie che a intervalli regolari le sue redazioni “a eggemonia zecche rosse” votano a maggioranza in coda ai suoi disastri. Come quando a Rai News 24, proibì di mettere in rete la notizia che Fabio Fazio stava lasciando la Rai dopo 39 anni di massimi ascolti e altrettanti tormenti. Era il 14 maggio 2023 e mentre tutti i siti battevano la notizia, Petrecca avvertì via mail i suoi “pennivendoli”: “Per me Fazio che va via dalla Rai non è nemmeno una notizia. Non vi azzardate a mettere pezzi sull’argomento senza informarmi. Perché prendo provvedimenti”. E quando hanno provato a spiegargli che tutte le agenzie strillavano la notizia, ha fatto scattare il serramanico del suo me-ne-frego.§Altro disastro quando lanciò il titolone: “Assolto il sottosegretario Del Mastro” processato per avere spifferato documenti coperti dal segreto sul caso dell’anarchico Alfredo Cospito, credendo che la richiesta dei pm fosse un anticipo della sentenza. E a chi gli consigliava prudenza, rispondeva: “Fidatevi ce vedo lungo io!”. Così lungo che la sentenza arrivò capovolta dopo poche ore, in forma di condanna per il sottosegretario e di figuraccia per il direttore. Che non contento, la sera delle elezioni in Francia, 8 luglio 2024, invece dello spoglio elettorale, che je frega de’ Macronne, manda in prima serata il Festival di Pomezia dove si esibisce Alma Manera, la “poliedrica artista” che è soprano, attrice, conduttrice, performer, giornalista. Ma soprattutto è la fidanzata (oggi sposa) der Petrecca che la applaude seduto e inquadrato in prima fila. Daje! Dopol’ennesima sfiducia votata dall’85% della redazione di Rai News, il suo sponsor aziendale, l’amministratore delegato Giampaolo Rossi – anche lui in quota Meloni, ci mancherebbe, nella nuova Rai conta solo il merito – lo manda a sbattere in cima a Rai Sport. Dove la redazione, nonostante d’abitudine navighi a destra, alza il sopracciglio e si mette in vigilante attesa, vista la fama del nostro Erostrato. L’approccio è una premessa: spostamenti, improvvise promozioni, amichettismo in purezza e nuovi collaboratori esterni scelti senza troppe spiegazioni. Anzi una sola: “Voi siete antichi, io so’ visionario!”. Talmente visionario che quando mette ai voti il suo primo piano editoriale, la redazione gli passa sopra con le ruote: 57 contrari 33 favorevoli. Riuscendo a fare pure peggio al secondo giro, un mese più tardi, quando i giornalisti respingono il nuovo piano editoriale, stavolta con i cingoli: contrari 70 voti, favorevoli 24.
Sembra spacciato. Invece no, lo protegge la rete dei camerati che hanno più di tutti a cuore il Servizio pubblico, da Maurizio Gasparri fino a Ignazio La Russa, e naturalmente a Giampaolo Rossi che fa il pesce in barile perché all’orizzonte ci sono le Olimpiadi che non vanno intralciate, meno che mai gli investimenti in cemento, gli incassi politici e quelli in pubblicità.
Passano le sue nomine, i suoi capricci, il suo contestatissimo ingaggio di Beatrice Pedrocchi, la nuova conduttrice di Il sabato al Novantesimo. Vengono autorizzati i contratti dei collaboratori anche quando si scopre che rispetto al 2024 le spese sono aumentate di 640 mila euro, non proprio noccioline, dopo i 2,5 milioni di tagli aziendali. Embè? “Io so’ l’direttore, voi no!”.
Paolo Petrecca, romano de Roma, 25 febbraio 1964, bazzica a destra da quando respira. È laziale militante. Da ragazzo si butta nelle tv locali, cominciando da Gbr. Prova a fare il radiocronista a Rtl 102.5. Nel 2001 entra in Rai, redattore al Tg2 in quota Alleanza nazionale. Scala qualche promozione per una ventina d’anni. Galleggia. Fino a quando – per equilibrare a destra le nomine – diventa direttore di Rai News, anno 2021, pescato da Carlo Fuortes, amministratore delegato Rai a sua volta uscito dalla famosa Agenda Draghi e oggi felicemente finito a dirigere il Maggio musicale a Firenze.
Petrecca battezza la propria nomina, 7 gennaio 2022, con un editoriale sul tricolore. Un capolavoro in prosa che ancora garrisce al vento digitale: “Siamo parte di un§tutto, siamo parte di una sola Patria, riunita sotto un’unica Bandiera, il Tricolore. Viva la Bandiera, viva l’Italia!”.
A marzo 2025 lo issano allo Sport. E a chi gli chiede come mai tanta fortuna, risponde: “Ho le spalle coperte”. Tanto coperte che quando salta il telecronista ufficiale delle Olimpiadi, Petrecca agguanta l’occasione della vita. Dice: “Ce penzo io!”. Provano a dissuaderlo, ma niente. Lo muove la vanteria di chi non sapendo nulla, crede sia tutto facile: che ci vuole? Non conosce le facce, le bandiere, i nomi delle delegazioni. Scambia Kirsty Coventry, la presidentessa del Comitato olimpico per la figlia di Mattarella; la squadra brasiliana per quella bulgara. E siccome non gli piace il rapper Ghali, proprio come non gli piaceva Fazio, neanche lo nomina. La figuraccia è mondiale. La redazione toglie le firme dai servizi e annuncia lo sciopero appena finiranno le Olimpiadi. L’azienda fa il mea culpa in sordina, mentre l’ad Rossi se ne sta prudentemente sotto le coperte. Dicono che la Rai abbia fatto fatica a convincere Er Patacca a rinunciare alla prossima telecronaca di chiusura. Ora che è famoso, devono avergli promesso la Cnn.
(da ilfattoquotidiano.it)

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IN RAI LO SCIOPERO BIANCO ANTI PETRECCA

Febbraio 13th, 2026 Riccardo Fucile

SERVIZI NON FIRMATI NEI TG DA OGGI CONTRO LE MANCATE DIMISSIONI DEL DIRETTORE DI RAISPORT… E SALTA FUORI IL CASO DELLE SPESE PAZZE

Si chiama sciopero bianco, e non per via della neve che tante gioie sta regalando agli atleti azzurri. È la forma di protesta decisa dall’UsigRai per spingere l’azienda a prendere provvedimenti contro Paolo Petrecca, il direttore meloniano di RaiSport artefice dell’imbarazzante telecronaca della cerimonia inaugurale dei Giochi invernali, sbertucciata dai giornali di mezzo mondo. Per i vertici Rai un motivo non sufficiente per prendere in considerazione la richiesta di dimissioni invocata da più parti.
Per tutta la giornata di oggi i giornalisti della Rai produrranno servizi e dirette senza firma. Un modo per garantire la copertura informativa su tg e web, come già da lunedì scorso fanno gli inviati della redazione sportiva, ma senza metterci la faccia. Inoltre, al termine di ogni edizione, verrà data lettura non di uno bensì di due comunicati per spiegare le ragioni del dissenso. Ché nella tv di Stato accade anche questo: la guerra delle note sindacali. La prima redatta dall’organizzazione più rappresentativa che ha proclamato lo sciopero; l’altra da UniRai, il piccolo sindacato di destra che lo ha subito.
Asciutto, di merito, per denunciare l’inerzia dei vertici dopo la figuraccia di Petrecca, il comunicato UsigRai: «Nonostante l’immagine di RaiSport e della Rai siano state danneggiate, nulla è avvenuto. Continueremo a difendere l’autorevolezza dell’informazione Rai per garantire a voi cittadini un servizio
pubblico di qualità». Fluviale e pomposo per proteggere chi comanda, il secondo. Basta scorrere l’incipit: «UniRai crede nel servizio pubblico. Crede in una Rai capace di unire il Paese, di rappresentare l’Italia nel mondo». Nessun riferimento alle gaffe del direttore. Solo la rivendicazione degli ottimi ascolti delle Olimpiadi. Non a caso i piani alti di Viale Mazzini hanno rinunciato alla replica: basta quella degli “amici” del sindacato giallo. Epilogo della battaglia che ha infuriato nelle redazioni e spaccato il Tg1, dove il Cdr a trazione FdI ha resistito a lungo prima di essere costretto — dalle forti pressioni interne — a esprimere solidarietà ai colleghi dello sport. Tant’è che oggi in tanti temono il sabotaggio della guida suprema, Gian Marco Chiocci, pronto ad affidare i servizi ai fedelissimi disposti a firmare.
Intanto però i guai di Petrecca non sembrano finiti. Il 3 febbraio, durante una riunione con il capo del personale, sono state segnalate le spese pazze del direttore di RaiSport. Non solo la valanga di assunzioni, promozioni e gratifiche distribuite come mai prima. Ma pure il budget lievitato a dismisura: dacché si è insediato Petrecca avrebbe in fatti autorizzato consulenze esterne per 640mila euro in più rispetto all’anno precedente. Nel 2024, il budget delle rubriche — dalla Domenica sportiva a Dribbling, passando per Il 90° del sabato e Il processo in onda lunedì sera — ammontava a 1,7 milioni. Nel 2025 (da marzo imputabile all’attuale gestione) è schizzato a 2,34 milioni. Tutti a spese dei contribuenti.
(DA La Repubblica)

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PERCHE’ QUELLO CHE VIENE SPACCIATO COME BLOCCO NAVALE E I DIVIETI AI CELLULARI NEL CPR NON C’ENTRANO UNA MAZZA CON LA SICUREZZA

Febbraio 13th, 2026 Riccardo Fucile

L’ENNESIMA PAGLIACCIATA DEGNA DI UN REGIME DOVE SI COLPISCONO SEMPRE I PIU’ DEBOLI E IL DIRITTO INTERNAZIONALE

Nonostante le frenate del Quirinale, nonostante lo scontro con i giudici negli ultimi anni, nonostante il fallimento dei centri in Albania, Giorgia Meloni alla fine ha messo a terra il suo tanto ambito blocco navale. Quello di cui ha parlato per anni, anche se all’epoca, ai giorni in cui era all’opposizione, lo immaginava un po’ diversamente. Immaginava di schierare le navi da guerra della Marina militare di fronte alle coste italiane, in modo da bloccare le imbarcazioni dei migranti. Una cosa che chiaramente è un po’ più difficile da proporre quando si è a capo di un governo europeo, perché appunto vorrebbe dire violare esplicitamente il diritto internazionale, potenzialmente dichiarare anche guerra a Paesi terzi nel caso in cui questa azione di respingimento sconfinasse in acque territoriali. Però l’escamotage si può trovare. E alla fine Meloni l’ha trovato.
Sui social ha scritto: “Oggi abbiamo potuto mantenere un altro impegno che avevamo preso con i cittadini nel nostro programma di governo del centrodestra, cioè la possibilità in caso di minaccia grave per l’ordine pubblico o la sicurezza nazionale come il rischio di terrorismo ma anche una pressione migratoria eccezionale di impedire l’attraversamento delle acque territoriali italiane e di condurre i migranti che sono a bordo di quelle imbarcazione sottoposte all’interdizione anche in paesi terzi. Un’opzione che è compatibile con le nuove regole europee che tra l’altro l’Italia ha contribuito a definire”.
Il blocco navale di Giorgia Meloni
Se nelle scorse settimane il discorso sulla sicurezza di Meloni e dei suoi si era tutto concentrato sulla lotta alla micro criminalità, sull’emergenza maranza, sulla repressione delle manifestazioni e del dissenso, con questo nuovo provvedimento il focus principale torna quello del contrasto all’immigrazione.
Andiamo a vedere nello specifico le misure principali, partendo appunto dal blocco navale. Non viene chiamato in questo modo, ma “interdizione temporanea dell’attraversamento del limite delle acque territoriali in presenza di una minaccia grave per l’ordine pubblico o la sicurezza nazionale”. Quindi, parafrasando: se il governo ha ragione di credere che quell’imbarcazione che si sta avvicinando alle acque territoriali italiane ponga una seria minaccia alla nostra sicurezza nazionale, può intimarle l’alt e impedirle il passaggio. Ma quali sarebbero queste minacce eccezionali? Si parla di rischio concreto di infiltrazione di terroristi, di emergenze sanitarie, ma anche di pressione migratoria eccezionale.
Cosa significa l’interdizione alle acque territoriali
L’impressione è che sia tutto molto discrezionale, cioè che il governo possa decidere arbitrariamente quando si profila una minaccia e quando no. Nel disegno
di legge non si parla solo di divieti, ma ovviamente anche di sanzioni: per i trasgressori, quindi potenzialmente anche per le navi delle Ong che non rispettano l’interdizione, è prevista una multa che va dai 10mila ai 50mila euro, e in caso di reiterazione si prevede anche il sequestro della barca.
Un’altra misura – che è la naturale conseguenza del nuovo Patto europeo sulla migrazione e asilo, che ha rivisto anche la lista dei Paesi considerati sicuri – stabilisce che i migranti a bordo di queste imbarcazioni bloccate potranno essere condotti anche in Paesi terzi, con cui l’Italia ha stipulato degli accordi. Per capirci, un migrante che arriva dal Bangladesh o dall’Africa subsahariana potrebbe essere deportato in Tunisia, unicamente sulla base di un accordo stretto tra Roma e Tunisi. Anche se quella persona non ha nessuno in Tunisia, non è il suo Paese di origine o un Paese di riferimento per lei. Anche se in Tunisia sono state documentate decine di terribili violazioni dei diritti umani, con persone abbandonate
La stretta alla protezione speciale
E ancora, richiedere la protezione speciale sarà molto più difficile con questo provvedimento. Serviranno requisiti più stringenti: un soggiorno regolare di almeno cinque anni, la conoscenza certificata della lingua italiana, la disponibilità di alloggio e finanziaria pari a quella richiesta per i ricongiungimenti familiari. Chi lavora nel campo dell’accoglienza sa bene che con questa stretta per tantissime persone sarà impossibile chiedere la protezione internazionale, e questo lascerà semplicemente più spazio alla marginalità e alla precarietà.
I divieti ai telefoni nei Cpr
Infine, un’altra misura è quella che vieta di avere un telefono per i migranti trattenuti all’interno dei Cpri (che sono sempre più assimilabili a dei carceri). I cellulari sono autorizzati solamente in alcune finestre orarie e secondo modalità prestabilite. Per tutto il resto del tempo i telefoni saranno sequestrati dal personale dei centri per il rimpatrio. Una norma assurda, che sembra solo volta a nascondere ancora di più cosa avviene all’interno di questi luoghi, in cui negli anni sono state documentate centinaia e centinaia di abusi e violazioni dei diritti umani.
Le Ong che soccorrono i migranti in mare in queste ore stanno denunciando l’ennesima deriva che punta a criminalizzare chi salva vite. Con conseguenze concrete sulla pelle delle persone migranti. Non c’é alcuna ambizione di gestire e regolare i flussi, è solo propaganda. Probabilmente volta anche ad alzare il livello
dello scontro con i giudici, perché è chiaro che alcune interdizioni verranno contrastate dai tribunali, porranno un tema di costituzionalità, di contrasto con il diritto internazionale.

(da Fanpage)

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TELEMELONI HA EVIRATO L’UOMO VETRUVIANO

Febbraio 13th, 2026 Riccardo Fucile

SPARITI I GENITALI DELL’UOMO VITRUVIANO, LA “CENSURA” DELLA RAI PER LE OLIMPIADI: IL CASO SUL DISEGNO DI LEONARDO…PUCCI CON IL CULO DI FUORI POTEVA ANDARE A SANREMO, MENTRE LEONARDO VIENE CENSURATO

Che fine hanno fatto i genitali dell’Uomo Vitruviano? Il celebre disegno di Leonardo da Vinci scorre da giorni, ripetutamente, sui canali Rai che trasmettono le gare delle Olimpiadi di Milano-Cortina.
Nella clip del servizio pubblico, l’uomo vitruviano si trasforma graficamente nel corpo degli atleti che disputano le varie discipline dei Giochi Invernali: pattinatrici, sciatori, giocatori di hockey e via dicendo
Del disegno di Leonardo da Vinci la grafica della Rai riporta quasi tutti i dettagli: muscoli, capelli, naso, orecchie e bocca. Tutti tranne uno: i genitali, appunto. Ad accorgersi di questa “mancanza” è il Corriere della Sera, che azzarda una possibile spiegazione. Dietro la scelta della Rai potrebbe esserci la volontà di essere inclusivi oppure di aderire in modo scrupoloso – forse anche troppo – al regolamento del Comitato internazionale olimpico, che stabilisce: «I contenuti sessuali espliciti sono severamente vietati».
“La Rai come gli Ayatollah: nell’era delle Olimpiadi di Milano-Cortina l’Uomo Vitruviano di Leonardo viene presentato… senza genitali. La genialità rinascimentale piegata alla più retriva censura da salotto, perché evidentemente i vertici della Rai temono che un pene possa turbare. E chi guida questa fiera dell’assurdo? Il direttore di Rai Sport, Petrecca, che colleziona figuracce olimpiche una dietro l’altra. Domanda semplice per la Rai: cosa c’è dietro questa censura così ridicola? Pucci con il culo di fuori poteva andare a Sanremo mentre Leonardo deve subire la scure di TeleMeloni?”. Così in una nota gli esponenti M5s in commissione di Vigilanza Rai
(da agenzie)

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BENVENUTI AL FESTIVAL DI ATREJU! “CI SIAMO PRESI FINALMENTE SANREMO”, GHIGNANO SODDISFATTI I CAPOCCIONI MELONIANI IN RAI: DOPO TRE ANNI E MEZZO DI OCCUPAZIONE FAMELICA DI POSTI DI POTERE, MANCAVA SOLO ESPUGNARE DEL TUTTO QUEL BARACCONE CANTERINO DIVENTATO UN DISTURBO MENTALE DI MASSA

Febbraio 13th, 2026 Riccardo Fucile

FINITO L’EFFETTO AMADEUS, CONTI SI RITROVA A SCODELLARE SUL PALCO DELL’ARISTON UN CAST DEBOLE, PIENO ZEPPO DI RELITTI E DI SCONOSCIUTI. BASTERÀ A RISOLLEVARE LO SHARE, MESSO A RISCHIO DA GERRY SCOTTI E DALLE PARTITE DI CHAMPIONS?

“Ci siamo presi finalmente Sanremo!”, ghignano soddisfatti i capoccioni meloniani nei corridoi Rai di via Asiago. D’altronde, dopo tre anni e mezzo di occupazione famelica dei posti di potere, mancava solo espugnare del tutto quel baraccone canterino che, anno dopo anno, ha sempre più assunto l’aspetto di un disturbo mentale di massa.
Ma per capire come si è arrivati al “Festival di Atreju” bisogna fare un passo indietro. Giorgia Meloni dopo l’edizione 2025 guidata da Carlo Conti si era accomodata nel salotto di “XXI Secolo”: “Non sono riuscita a vederlo tutto, ho visto la finale e una parte della serata della cover, ma mi è piaciuto quello che ho visto. Finalmente un Festival di Sanremo dove la musica è protagonista”.
Di fronte a lei il reggi-microfono Francesco Giorgino, la Premier non aveva nascosto il suo entusiasmo: “Finalmente un Festival di Sanremo dove non ti ritrovi questi soloni che devono fare il monologo mentre tu vuoi solo sentire della musica. Una scelta bella e anche condivisa, visto i dati sugli ascolti che sono andati molto bene”.
Per poi concludere: “Faccio i miei complimenti per questa edizione, o almeno per quello che ho visto di questa edizione. Faccio i miei complimenti a Carlo Conti, ho trovato della bella musica e un buono spettacolo”.
Una promozione piena, i complimenti per aver “anestetizzato” il viavai sul palco dell’Ariston, evirandolo di ogni personaggio portatore insano di polemiche politiche.
Tradotto: “l’Uomo nero” (come abbronzatura, sia chiaro) ha liberato Sanremo dallla spaventosa deriva dell’egemonia della sinistra.
Ed ecco a voi l’ex Robertaccio Benigni in versione “foglia di fico”, Cristicchi martire per permettere alla destra di frignare e vestire i panni delle vittime, mezzo salvato da un cast musicale forte portato all’Ariston sull’onda lunga dei Festival precedenti by Amadeus.
Troncare e sopire però non basta più a TeleMeloni. Così Carlo Conti, solitamente un mezzo Daniele Piombi democristiano e aziendalista, fa una scelta politica (o viene costretto a farla, decidete voi): lo scorso dicembre sale sul palco di Atreju, manifestazione politica di Fratelli d’Italia.
In prima fila applaude Arianna Meloni, subito dietro l’onnipresente l’ex autista di Celentano, oggi sottosegretario al dicastero della Cultura, Gianmarco Mazzi.
In Rai si limitano a far filtrare: “Ha parlato di tv e non di politica, in passato è stato alla Festa dell’Unità”.
Che non è la stessa cosa, non serve spiegarlo o forse sì. Atreju è il palco del primo partito di governo, quello che detta legge a Viale Mazzini.
Finito l’”effetto Amadeus”, Conti si ritrova a scodellare sul palco dell’Ariston un cast debole, pieno zeppo di relitti e di sconosciuti, e prova a bilanciare con lo spettacolo. Al suo fianco per cinque sere arriva la Diva (nel senso che ci si sente) Laura Pausini, tutta bizze e urla al microfono.
I “gerarchi delle sette note” tirano un sospiro di sollievo: non canta ‘’Bella Ciao’’ perché la considera una canzone divisiva (mica come quei “comunisti” di Mengoni e Amadeus, che l’avevano accennata in sala stampa). Si era pure schierata su Bibbiano. Il nome giusto.
Così Conti accoglie nel cast Fedez, quella “cima di rap” che si diverte in barca con La Russa e Santanché, apre le porte a Morgan (amico di Giorgia Meloni), alle prese con i suoi problemi con la giustizia.
Porta sul palco il filo putiniano Pupo nella serata cover e scivola sul caso Pucci. Sulla scelta del comico destrorso, che fa tanto sghignazzare Ignazio La Russa, la Rai alla deriva di Giampaolo Rossi scarica la responsabilità su Carlo Conti, che da Fiorello ammette di averlo scelto. Ma c’è chi assicura che l’ammissione sia arrivata dopo qualche telefonata…
E il caso Pucci, con la sua rinuncia ad affiancare Conti come co-conduttore di una serata sanremina, diventa un caso politico non certo per chissà quale
bombardamento di sberleffi e di insulti dei soliti imbecilli da tastiera, né tantomeno il comico è stato trafitto da una violenta campagna dei giornali di sinistra.
Ma ci vuole tanto per capire che alla propaganda dell’Armata Branca-Meloni, occorreva semplicemente un ‘’Pucci martire’’ della “spaventosa sinistra illiberale” (copy Ducetta) per tentar di coprire le deliranti disavventure in casa Rai del fratellino d’Italia, Patacca Petrecca?
E vai con i social meloniani scatenati per il novello “Giordano Bruno della Fiamma” mentre la Statista della Sgarbatella parte a tutto gas facendosi intervistare dal pronto soccorso del ‘’Corriere della Sera’’.
Sbuca pure ‘Gnazio La Russa che dallo scranno di seconda carica dello Stato si affanna a solidarizzare con il reietto Pucci che, grazie alla sua geniale comicità (“Le mogli sono stitiche ma cagano sempre il cazzo”, “Quando le mogli si vogliono accoppiare ti mettono il calcagno gelato sulle palle”), nel 2023 fu insignito dell’Ambrogino d’Oro, massima onorificenza civile del Comune di Milano.
Tra dodici giorni, martedì 24 febbraio, passato in soffitta il comico del Dolce Stil Novo caro a via della Scrofa, conterà solo lo share Auditel. E nella settimana di Sanremo, le sfide per Carlo Conti saranno diverse.
Ci sono innanzitutto le partite dei playoff di Champions, decisive: martedì 24 febbraio toccherà all’Inter affrontare il Bodo, e mercoledì la Juve incontrerà il Galatasaray.
La prima partita sarà trasmessa su Sky, la seconda su Prime video: piattaforme a pagamento, certo, ma a cui migliaia di tifosi delle due squadre (le prime due per numero di sostenitori in Italia) sono già abbonati.
Non sarà questa controprogrammazione da sola ad affossare il Festival. Le insidie più preoccupanti, per Conti e il baraccone Rai, come al solito, potrebbero arrivare da Mediaset.
Per esempio, da “La ruota della fortuna” di Gerry Scotti, che ogni giorno si sovrapporrà per quasi un’ora con il Festival: la trasmissione di Canale 5, infatti, parte alle 20.35 e arriva fino alle 21.48/21.50, a Sanremo inoltrato.
Il Biscione non ha intenzione di modificare la programmazione di Rete 4 e Italia 1: restano quindi i talk show di Berlinguer (martedì), Labate (mercoledì) Del Debbio (giovedì), e il crime “Quarto Grado” di Nuzzi (venerdì). L’unica serata che cambia,
per Mediaset, è il sabato, quando non andrà in onda “C’è posta per te”, di Maria De Filippi.
Non certo una controprogrammazione da fine del mondo, ma comunque in grado di disturbare il Sanremo “sovranista” di Conti. Con un cast depotenziato, zero ospiti di gran richiamo e il solito fritto misto da carrozzone Rai, potrebbe essere difficile eguagliare il record dello scorso anno (66% di media di share).
Ma il “vincerò”, raccontano alcune fonti interne, lo urlerà dal palco dell’Ariston nell’ultima serata Andrea Bocelli. Sarà contento Riccardo Muti che ha più volte fatto notare come il “Nessun dorma” ormai sia ovunque, come prezzemolo: “Se non siamo presi sul serio all’estero è anche colpa di noi italiani, che incoraggiamo questo modo circense di cantare. Tipo il “Vincerò” di cui non se ne piò più…”.
E possiamo svelarvi la reazione di Giorgia Meloni: apprezzerà perché è una grande fan, e amica, del tenore toscano. D’altronde ha trascorso più volte le vacanze al bagno Alpemare di Forte dei Marmi di proprietà di Veronica Berti, moglie di Bocelli.
(da Dagoreport)

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