Febbraio 14th, 2026 Riccardo Fucile
“IL POTERE DISCIPILNARE NON PUO’ DIVENTARE UNO STRUMENTO DI PRESSIONE SULLE INDAGINI”
La riforma costituzionale della giustizia torna al centro del confronto pubblico, in vista del referendum che propone di modificare l’assetto dell’autogoverno della magistratura e della sua responsabilità disciplinare. Tra i nodi più discussi c’è l’istituzione di un’Alta Corte disciplinare separata dal Csm, chiamata a giudicare i magistrati. Un cambiamento che, secondo una parte della magistratura associata, incide direttamente sugli equilibri tra poteri dello Stato. Fanpage.it ne ha parlato con Annamaria Frustaci, Sostituta Procuratrice della Direzione Distrettuale Antimafia di Catanzaro (UNICOST) e co-segretaria di Unità per la Costituzione. Per Frustaci, il punto centrale non è la polemica politica di questi giorni, ma la sostanza della riforma: “Il potere disciplinare è il cuore dell’indipendenza della
magistratura. Se viene sottratto all’autogoverno e reso più permeabile alla politica, la minaccia del procedimento disciplinare può trasformarsi in uno strumento di influenza sulle indagini più sensibili”. La pm calabrese, impegnata da anni nei processi contro la ‘ndrangheta, sottolinea come il rischio non sia astratto: “Quando le inchieste toccano centri di potere e interessi forti, autonomia e indipendenza non sono privilegi dei magistrati, ma garanzie per i cittadini”
Dottoressa Frustaci, in questi giorni il dibattito sul referendum sulla giustizia si è riacceso anche dopo alcune dichiarazioni del procuratore di Napoli, Nicola Gratteri. Lei come ha letto quelle parole? E che effetto pensa possano avere in una fase così delicata?
Sono parole importanti, pronunciate da un magistrato che sta dedicando la sua vita al servizio delle istituzioni e al contrasto delle mafie. Come Unità per la Costituzione, di cui sono co-segretaria, riteniamo si sia costruita una polemica su frasi riprese in modo parziale e decontestualizzato. In una fase così delicata occorre restare nel merito. In un Paese come il nostro, è doveroso interrogarsi su eventuali interessi opachi che possono muoversi attorno a una riforma della giustizia. L’assetto costituzionale degli ultimi decenni ha consentito di contrastare terrorismo e criminalità organizzata anche grazie all’indipendenza della magistratura. Per questo il referendum merita un confronto serio e rispettoso, senza attacchi personali, a partire dal rispetto per chi è al servizio dello Stato.
Dopo quelle dichiarazioni è stata aperta una pratica al CSM? Questo episodio dimostra che gli strumenti per valutare eventuali eccessi o sconfinamenti esistono già e funzionano oppure rafforza l’idea che l’attuale sistema disciplinare sia inadeguato e debba essere cambiato?
I titoli di stampa sono stati fuorvianti. Un consigliere laico ha annunciato l’intenzione di chiedere l’apertura di una pratica, ma ciò è ben diverso dal dire che il CSM l’abbia aperta. Per avviarla serve una proposta della Commissione competente e il voto del plenum. Inoltre, i profili disciplinari spettano al Ministro o al Procuratore Generale presso la Cassazione. Il CSM giudica, non promuove l’azione. L’episodio non dimostra l’inadeguatezza del sistema. Al contrario, quello italiano è tra i più rigorosi in Europa: negli ultimi quindici anni il CSM ha deciso centinaia di procedimenti, con una media di 42 condanne disciplinari l’anno, più che in Francia e Spagna. Anche il vicepresidente del CSM, Fabio Pinelli (Consigliere laico eletto in quota Lega), ha recentemente difeso l’operato della Sezione disciplinare, ricordando che le impugnazioni del Ministro Nordio sono state pochissime rispetto alle decisioni adottate (6 su 159 al 31 dicembre 2025).
Entrando nel merito della riforma: il testo modifica le regole costituzionali che oggi disciplinano l’autogoverno e la responsabilità disciplinare dei magistrati, istituendo una nuova Alta Corte separata dal CSM. Per chi non è un tecnico del diritto, che cosa cambia concretamente rispetto al sistema attuale? E perché lei ritiene che questo passaggio incida sull’indipendenza della magistratura?
Il potere disciplinare nei confronti dei magistrati è il cuore della riforma: viene strappato al CSM e affidato all’Alta Corte. Tre parole ne rivelano e riassumono i rischi: “composizione” dei collegi, “rappresentatività” e “impugnazione” delle decisioni disciplinari. Termini che rischiano di spalancare le porte della magistratura alla politica. Il potere viene attribuito a un tribunale speciale – previsto solo per la magistratura ordinaria – di cui conosciamo soltanto la composizione: quindici membri, nove magistrati e sei laici. Anche qui ai magistrati è sottratto l’elettorato attivo e passivo. Nulla sappiamo, però, su collegi e funzionamento: una delega in bianco alla maggioranza politica del momento. Il potere disciplinare non serve solo a garantire il corretto esercizio della funzione giudiziaria, ma anche a tutelare l’autonomia e l’indipendenza da pressioni esterne. Con queste regole, la minaccia del procedimento disciplinare potrebbe diventare uno strumento di influenza sulle indagini più delicate.
Oggi il Consiglio superiore della magistratura è presieduto dal Presidente della Repubblica, figura di garanzia e super partes. Con la riforma, invece, il presidente dell’Alta Corte disciplinare sarebbe sempre un componente laico, cioè di nomina politica. Perché questo elemento, che può sembrare formale, è in realtà così delicato nel rapporto tra magistratura e potere politico?
Il nuovo testo dell’art. 105 della Costituzione prevede che il presidente dell’Alta Corte sia sempre un componente laico e mai un magistrato. Anche questo elemento, inciso direttamente nella norma costituzionale, sembra segnare una supremazia della componente politica su quella togata. Naturalmente sarà decisivo verificare, in concreto, chi verrà designato a ricoprire questo ruolo di garanzia e come lo interpreterà. Solo allora si potrà comprendere il peso dell’indirizzo che il presidente potrà esercitare.
Anche nei collegi disciplinari dell’Alta Corte la componente laica potrebbe essere maggioritaria. Che cosa comporta, in concreto, per un pubblico ministero sottoposto a procedimento disciplinare? Può incidere sul modo in cui un magistrato esercita le proprie funzioni, soprattutto nei casi più sensibili?
L’Alta Corte sarà composta da 15 membri: tre laici nominati dal Presidente della Repubblica, tre laici sorteggiati da una lista preconfezionata dal Parlamento e nove togati (sei giudici e tre PM) estratti tra magistrati con funzioni di legittimità. Sulla composizione dei collegi disciplinari, però, la norma tace e rinvia a una legge ordinaria, limitandosi a parlare di “rappresentatività dei giudicanti o dei requirenti”. In concreto, sarà la maggioranza politica di turno a stabilire – e poter modificare – le regole, con il rischio che nei collegi prevalga la componente laica su quella togata. La congiunzione “o” apre inoltre due scenari, entrambi problematici: o giudici e PM siedono insieme nei procedimenti disciplinari, nonostante la separazione delle carriere; oppure si giudicano separatamente. In questo secondo caso, nei collegi sui giudici ci sarebbe parità (sei togati e sei laici), mentre in quelli sui PM i togati sarebbero in minoranza (tre contro sei laici). Se il PM fosse esposto a una pressione politica prevalente, il rischio sarebbe quello di condizionare a monte l’esercizio dell’azione penale, incidendo sull’avvio stesso delle indagini e dei processi più delicati.
Le decisioni dell’Alta Corte non sarebbero più impugnabili davanti alla Corte di Cassazione, ma solo davanti alla stessa Alta Corte in diversa composizione. Perché questo punto è così rilevante sotto il profilo delle garanzie? È corretto dire che si tratterebbe di un’eccezione rispetto al sistema di tutele riconosciute normalmente ai cittadini
Ai magistrati viene tolto anche il diritto di ricorrere in Cassazione contro le decisioni dell’Alta Corte per violazione di legge. Un diritto che la Costituzione riconosce a tutti i cittadini viene così escluso proprio per chi esercita la funzione giudiziaria. L’unica impugnazione possibile sarà davanti alla stessa Alta Corte. Ed è difficile immaginare che lo stesso organo possa smentire sé stesso in appello. Paradossalmente, qualunque cittadino può ricorrere in Cassazione per una multa o per reati gravissimi; ai magistrati questo diritto viene negato.
Lei lavora da anni in Calabria occupandosi di processi contro la ‘ndrangheta. In un territorio in cui il rapporto tra poteri criminali, economia e istituzioni è particolarmente delicato, che cosa significa avere un pubblico ministero potenzialmente più esposto al potere disciplinare? Può avere effetti anche sulla libertà di avviare o portare avanti determinate indagini?
In Calabria le indagini sulla ‘ndrangheta hanno spesso coinvolto “colletti bianchi”, portando al commissariamento di aziende sanitarie e allo scioglimento di numerosi comuni per infiltrazioni mafiose – circa 130 dal 1991, soprattutto tra Reggio Calabria e Vibo Valentia. Si procede anche per concorso esterno contro esponenti della cosiddetta “zona grigia”, talvolta vicini al mondo politico. È evidente che indagini di questo tipo, che toccano centri di potere e interessi sensibili, richiedono piena autonomia e indipendenza. Un pubblico ministero più esposto alla minaccia disciplinare potrebbe incontrare maggiori difficoltà nell’avviare o proseguire procedimenti delicati. Già oggi non mancano pressioni sulle inchieste in corso. Con l’Alta Corte il rischio di un effetto condizionante sarebbe tutt’altro che teorico.
La scorsa estate lei ha scritto una lettera pubblica in cui diceva che questa non è una battaglia “dei magistrati”, ma dei cittadini. In che modo l’assetto dell’autogoverno e della disciplina può incidere concretamente sulla vita di chi denuncia, di chi si costituisce parte civile, di chi chiede giustizia contro poteri forti
Non è una battaglia dei magistrati, ma dei cittadini, si. Autonomia e indipendenza non sono privilegi corporativi. Un magistrato libero decide senza guardare al peso economico o politico delle parti. Questo vale nei processi penali con parti civili fragili, ma anche nei giudizi civili o del lavoro, quando un cittadino si trova contro un ministero o una grande amministrazione. Se si indebolisce l’autogoverno e si espone il magistrato a pressioni disciplinari, si indebolisce la tutela di chi denuncia, di chi si costituisce parte civile, di chi chiede giustizia.
Un’ultima domanda, di rito. Qual è secondo lei lo scenario peggiore se vincesse il Sì? E avesse davanti un cittadino indeciso, cosa gli direbbe per convincerlo a votare No?
Il rischio concreto è quello di avere un nuovo equilibrio tra i poteri dello Stato in cui la politica possa interferire nell’attività dei magistrati, con un arretramento delle garanzie per i cittadini e un aumento delle disuguaglianze. C’è poi un altro rischio: la frammentazione dell’attuale CSM in tre organi distinti comporterebbe maggiore spesa pubblica e sottrarrebbe risorse a priorità come personale della giustizia, forze dell’ordine, servizi e infrastrutture. Il referendum di marzo riguarda sette articoli della Costituzione. È un appuntamento con la storia del nostro Paese. Non è solo un passaggio tecnico. A un cittadino indeciso dico questo: quando si toccano le regole che garantiscono la libertà e l’uguaglianza davanti alla legge, la prudenza è un dovere. Se c’è il rischio di indebolire l’indipendenza della giustizia, il voto più sicuro per difendere i propri diritti è il No.
(da Fanpage)
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Febbraio 14th, 2026 Riccardo Fucile
PER GIUSTIFICARE IL RICORSO A PROFESSIONISTE ESTERNE PARLAVA DI “PHYSIQUE DU ROLE”
Non si placa la tensione in Rai dopo la telecronaca colma di gaffe della cerimonia inaugurale
delle Olimpiadi di Milano-Cortina, firmata dal direttore di Rai Sport Paolo Petrecca. Venerdì 13 febbraio, i giornalisti dell’emittente pubblica hanno aderito a uno sciopero delle firme in segno di solidarietà con la redazione sportiva. Una presa di posizione che, secondo il sindacato Usigrai, ha potuto contare su un’adesione «massiccia».
Le richieste dei giornalisti Rai
L’obiettivo della protesta, si legge in una nota di Usigrai, è «ristabilire con decisioni chiare la credibilità dell’azienda». E la risposta alle criticità emerse non può certo essere il silenzio. Sulla stessa linea anche il comitato di redazione di Rai Sport, con Fabrizio Tumbarello che rivendica il dovere di segnalare i problemi e sollecitare soluzioni: «Finora l’azienda non ne ha avanzate. Andiamo avanti con la nostra protesta». Anche Unirai, sindacato minoritario nato a fine 2023, chiede all’azienda di farsi carico delle questioni editoriali e organizzative, pur prendendo le distanze da quelle che definisce «proteste strumentali».
L’ipotesi di dimissioni dopo le Olimpiadi e i tagli a Rai Sport
Nelle redazioni – scrive il Corriere della Sera – si dà per probabile un cambio alla guida di Rai Sport al termine dei Giochi Invernali. Anche perché tra marzo e aprile si decidono le linee di spesa più rilevanti, con Rai Sport che rischia tagli superiori al 20%, una percentuale doppia rispetto alle altre testate. In una riunione di inizio febbraio, il direttore avrebbe annunciato la riduzione dei secondi commentatori nelle telecronache e il taglio degli inviati sul campo per gli sport minori, da seguire solo a distanza. Scelte che avrebbero inasprito il clima interno, anche alla luce dell’aumento della spesa per le collaborazioni esterne, passata nel 2025 da 1,7 a 2,34 milioni di euro.
La polemica sulle collaboratrici estern
Proprio il tema delle collaborazioni è stato al centro delle assemblee di redazione che hanno portato a una doppia sfiducia nei confronti di Petrecca. In un incontro del
20 gennaio, i giornalisti di Rai Sport hanno contestato l’impiego massiccio di collaboratrici esterne in ruoli di conduzione e nella squadra destinata ai Giochi invernali, oltre che in occasioni ufficiali. Alla richiesta di chiarimenti, il direttore avrebbe risposto parlando di «physique du rôle», una frase poi ridimensionata, ma che gli è valsa il deferimento alla commissione Pari opportunità dell’Usigrai.
La «formula magica» di Petrecca
Sulla gestione dell’immagine femminile in video era intervenuta già la scorsa estate anche Paola Ferrari, storica conduttrice de La Domenica Sportiva e oggi volto di Processo al 90°. In un’assemblea dai toni accesi, scrive ancora il Corriere della Sera, Ferrari avrebbe accusato il direttore di aver privilegiato figure esterne rispetto alle professioniste interne, criticando anche una presunta «formula magica» per le trasmissioni di successo: «Mettiamo sempre un giornalista, una donna e degli opinionisti».
(da agenzie)
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Febbraio 14th, 2026 Riccardo Fucile
PERCHE’ SOLO AI MAGISTRATI? ALLARGHIAMO LA PLATEA AI MINISTRI DI GOVERNO, A COMINCIARE DA NORDIO
Si potrebbe raccogliere la provocazione (che poi è una brutta copia dell’originale berlusconiano) del ministro Nordio sui test psico-attitudinali per i magistrati. Anzi, volendo si potrebbe fare di più, allargando la platea dei testati ai rappresentanti di governo e a tutta la classe dirigente politica italiana
Si potrebbe per esempio sottoporre a test una ministra al Turismo plurindagata anche per reati di truffa ai danni dello Stato. Così il test potrebbe finalmente dirci
per quale arcano motivo vorrebbe essere una presenza rassicurante nel suo ruolo di garanzia verso i cittadini.
Si potrebbe testare un ministro ai Trasporti che rivendica credibilità pur avendo avuto in diversi campi (giustizia, ponte, rapporti internazionali solo per citarne qualcuno) una posizione e poi il suo contrario.
Si potrebbe testare un ministro della Giustizia, sì lo stesso Nordio, per verificare come sia possibile alzare i toni di una campagna referendaria mentre se ne denunciano i toni troppo alti. Oppure il test attitudinale potrebbe dirci come sia possibile che il ministro neghi che qualcuno del governo abbia mai detto che la riforma “velocizzerà la giustizia” proprio mentre il partito della sua presidente del Consiglio scrive letteralmente “Domenica 22 e lunedì 23 marzo 2026 vota Sì per una giustizia più efficace, veloce, giusta”.
Si potrebbe testare il ministro degli Esteri, quello che parla di “diritto internazionale fino a un certo punto” per sapere una volta per tutte di quale punto stiamo parlando, dove sia esattamente, se appena dopo un genocidio oppure due metri prima della polizia americana che spara ai cittadini americani per difendere i confini americani.
Pensandoci bene si potrebbe testare anche la catena di comando della Rai. Potremmo sapere finalmente che sindrome sia quella di fare di tutto per perdere autorevolezza, spettatori, credibilità a danno dei giornalisti che ci lavorano, degli italiani che la guardano e di quelli che la pagano.
Oppure potremmo testare proprio lei, la presidente del Consiglio, per comprendere come classifichi le priorità del Paese e degli italiani, sorvolando sulla povertà che cresce e sul lavoro che si impoverisce per ossessionarsi (e ossessionarci) sui prossimi ospiti di Sanremo.
Ha ragione Nordio, via con i test.
(da lanotiziagiornale.it)
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Febbraio 14th, 2026 Riccardo Fucile
“SIAMO PARTITI IN QUARTA E ADESSO SCENDIAMO A PATTI CON LA REALTA’”
“Siamo partiti in quarta e adesso scendiamo a patti con la realtà”, dice un dirigente di Fratelli
d’Italia in vista della direzione nazionale convocata per oggi, che avrà un punto principale all’ordine del giorno: il referendum sulla giustizia del 22-23 marzo. La preoccupazione, nel partito, aumenta. Il comitato del “Sì” supervisionato
da Palazzo Chigi e guidato da Nicolò Zanon e Alessandro Sallusti non sta funzionando, i sondaggi mostrano una tendenza verso il pareggio tra “Sì” e “No”, la comunicazione non è efficace e ai piani alti del governo si sta iniziando a valutare quali siano gli effetti politici di una possibile sconfitta.
In queste ore sulle scrivanie dei dirigenti di via della Scrofa è arrivato un sondaggio commissionato dal partito che dà il “Sì” in vantaggio, ma più moderato rispetto a due mesi fa: 7-8 punti avanti. Un margine che inizia a far preoccupare i vertici del partito che a fine anno fotografavano un distacco di 20 punti tra il “Sì” e il “No”. Ed è per questo che questa mattina, durante la direzione nazionale, la principale richiesta che arriverà a dirigenti e parlamentari sarà quella di mobilitarsi sul territorio come già scritto dal responsabile organizzazione del partito Giovanni Donzelli in una circolare inviata il 3 febbraio agli iscritti. “Il nostro problema non è che i nostri votino Sì, ma che vadano a votare”, è il senso del ragionamento ai piani alti di FdI ipotizzando una mobilitazione massiccia dopo le Olimpiadi e Sanremo.
Questa mattina, invece, non si dovrebbe parlare dell’impegno diretto della premier Giorgia Meloni (che non sarà presente perché in missione in Etiopia) negli ultimi giorni della campagna: gli alleati, a partire dal leader di Forza Italia Antonio Tajani, vorrebbero organizzare due comizi comuni del centrodestra, ma il partito è diviso sull’opportunità o meno che la presidente del Consiglio scenda in campo direttamente. A favore sono il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida (che lo ha detto due giorni fa al Foglio) e il presidente del Senato Ignazio La Russa, che avrebbe chiesto alla premier di fare un comizio nella sua Milano. Ci sono già due date segnate in rosso: il 13 marzo nel capoluogo lombardo e il 18 in quello campano. Più dubbiosi il ministro della Difesa Guido Crosetto, ma anche i dioscuri di Meloni a Palazzo Chigi, Giovanbattista Fazzolari (responsabile della comunicazione del governo) e Alfredo Mantovano, che vedrebbero più rischi che benefici dalla politicizzazione del referendum. Ieri intanto è scesa in campo direttamente la sorella della premier, Arianna Meloni, con un’intervista al Corriere.
Parallelamente il comitato del “Sì” non sta funzionando come previsto. Palazzo Chigi non apprezza una comunicazione basata solo sul tentativo di provare a “smontare” le uscite del “No” e ha chiesto un cambio di passo, anche se le parole di
Nicola Gratteri hanno dato un po’ di linfa comunicativa al comitato. Eppure l’obiettivo è quello di provare a tentare una comunicazione più aggressiva, oltre alla collaborazione con il profilo social Welcome to Favelas (che brandizza con un grosso “Sì” tutti i post).
Resta però il problema delle iniziative e dei dibattiti. Martedì a Milano il comitato organizzerà un evento dal titolo “Giuristi per il Sì” nell’aula magna del Tribunale di Milano con figure importanti dell’avvocatura milanese tra cui l’ex legale di Silvio Berlusconi, Gaetano Pecorella. L’idea era quella anche di invitare il ministro della Giustizia Carlo Nordio, ma alla fine si è preferito evitare, nonostante il ministro inizierà a breve un tour in giro per l’Italia oltre a moltiplicare la sua presenza in televisione.
Più difficile, invece, organizzare dibattiti con esponenti del “No”. In queste ore al comitato del “Sì” si sente il bisogno spasmodico di organizzare confronti pubblici e in tv con i testimonial contrari alla riforma costituzionale sulla separazione delle carriere. Una condizione che certifica la difficoltà da parte di chi, di solito, è in svantaggio e cerca di recuperare. Il tentativo è stato fatto anche direttamente con alcuni frontman del “No”, tra cui Gratteri, ma senza fortuna.
(da ilfattoquotidiano.it)
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Febbraio 14th, 2026 Riccardo Fucile
IL MONDO NON E’ PIU’ QUELLO DI YALTA, L’ATLANTISMO NON E’ PIU’ UN “OBBLIGO DEMOCRATICO”, L’EUROPA IMPARI A VOLARE ALTO, NON VOGLIAMO MORIRE SERVI DEGLI USA (A PARTE I LACCHE’ SOVRANISTI)
Dalla fine della seconda guerra mondiale sono passati ottantuno anni. In termini antropologici, tre generazioni. In termini politici, un evo intero. Nel frattempo è nata l’Unione Europea, è sprofondata l’Unione Sovietica, la Cina da paese poverissimo è diventata la prima potenza mondiale, la Persia è una teocrazia, l’Africa subsahariana conosce una crescita demografica ed economica semplicemente inimmaginabile nello scorso millennio; e una lunga lista di altri mutamenti e sconquassi.
Chi ancora evoca l’atlantismo come una specie di “obbligo democratico” forse non riesce a mettere a fuoco che il mondo non è più quello di Jalta e non è più quello della bipolarità comunismo/capitalismo. Nemmeno più quello di un’economia forte concentrata in America ed Europa, e di un altrove “in via di sviluppo” (sembrano trascorsi secoli da quando si parlava di “Paesi del terzo mondo”).
Dal vertice di Monaco arriva qualche segnale confortante: come se il mondo nuovo cominciasse a sembrare più determinante di quello vecchio. Quando il cancelliere tedesco Merz dice che «l’Europa deve risolvere il problema della sua dipendenza autoinflitta dagli Stati Uniti», prende atto non solamente della nuova ostilità di Trump; anche della vecchia e pigra abitudine di vivere sotto la protezione armata (e la vigilanza politica) degli americani, come se ancora fossimo l’Europa della ricostruzione, del piano Marshall, della guerra fredda e del muro di Berlino.
Tutto congiura nel “costringere” l’Unione Europea a una nuova autonomia politica, che vuol dire anche una nuova libertà di azione. E uno sguardo più largo sul mondo. Milioni di cittadini europei si sentono coinvolti nelle decisioni dei loro capi di governo (noi italiani con qualche illusione in meno). La speranza è che siano in arrivo tempi nuovi.
(da Repubblica)
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Febbraio 14th, 2026 Riccardo Fucile
I 18 MAGISTRATI E I 2 LAICI DIFENDONO IL PROCURATORE DI NAPOLI: “SI E’ COSTRUITA UNA POLEMICA SU SINGOLE FRASI”
Contro la pioggia di attacchi al procuratore Nicola Gratteri da parte di ministri del governo
Meloni, parlamentari di maggioranza e di alcuni consiglieri laici del Consiglio superiore della magistratura (in quota centrodestra), scendono in campo 20 consiglieri del Csm. “Nel pieno della campagna referendaria si è costruita una polemica su singole frasi del Procuratore della Repubblica di Napoli, Nicola Gratteri”, scrivono i 18 magistrati e i due laici sottolineando che questo “è un metodo che non serve a nessuno: distorce il senso delle argomentazioni, alimenta contrapposizioni e distrae dal merito di scelte ordinamentali decisive”.
Una dichiarazione congiunta e bipartisan, stilata da Marco Bisogni di Unicost e sottoscritta dai togati Antonino Laganà, Michele Forziati, Roberto D’Auria (di Unità per la Costituzione); Marcello Basilico, Francesca Abenavoli, Maurizio Carbone, Antonello Cosentino, Tullio Morello, Genantonio Chiarelli (di Area); Mimma Miele (di Magistratura democratica); Maria Luisa Mazzola, Maria Vittoria
Marchianò, Paola D’Ovidio, Dario Scaletta, Edoardo Cilenti, Eligio Paolini (di Magistratura indipendente) e l’indipendente Roberto Fontana. Hanno firmato anche i consiglieri laici Roberto Romboli (Pd) ed Ernesto Carbone (Italia viva).
Sul merito delle dichiarazioni di Gratteri i membri del Csm evidenziano che “in un Paese come il nostro, segnato dal peso delle grandi organizzazioni criminali, interrogarsi su interessi e convenienze – anche criminali – che possono muoversi intorno a una riforma non è un’eresia: è un dovere di responsabilità per chi ricopre funzioni pubbliche. Anche se certamente ciò va fatto con rigore e misura, senza generalizzazioni e nel pieno rispetto della libertà del voto”, aggiungono.
I magistrati e i due laici ricordano anche un elemento di contesto: “L’assetto costituzionale e ordinamentale sviluppato nei decenni – si legge nel documento – ha consentito allo Stato di sconfiggere il terrorismo rosso e nero e di ridimensionare in modo significativo il potere delle mafie, anche grazie all’equilibrio tra indipendenza della magistratura, controlli di legalità e strumenti investigativi efficaci. Proprio per questo le riforme richiedono serietà, analisi e prudenza, non scorciatoie polemiche”.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Febbraio 14th, 2026 Riccardo Fucile
LA RELATRICE ONU: “SIAMO ALL’INQUISIZIONE”… L’ONU SOLIDALE CON ALBANESE: “ACCUSATA PER UNA FRASE CHE NON HA DETTO, UN COMPORTAMENTO VERGOGNOSO DI ALCUNI STATI”
Fratelli d’Italia lancia una petizione per chiedere che l’Onu revochi a Francesca Albanese l’incarico di relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati. Lo annuncia il partito della premier Giorgia Meloni sui social, aggiungendo che «ha superato ogni limite ed è diventata motivo di imbarazzo».Le critiche di Francia e Germania
Nei giorni scorsi, Austria, Francia e Germania hanno chiesto le dimissioni della relatrice speciale dell’Onu sui territori palestinesi occupati, accusandola di aver usato parole d’odio nei confronti dello Stato di Israele. Albanese si è difesa dicendo che le sue parole sono state prese fuori contesto. «Non ho definito né Israele né alcun altro Paese nemico dell’umanità», ha precisato la relatrice Onu.
La difesa della relatrice Onu: «L’Inquisizione è tornata»
Oggi, mentre la Repubblica Ceca si aggiunge alla lista di Paesi che chiedono le sue dimissioni, Albanese va al contrattacco: «Una menzogna è stata smascherata. Invece di ritrattarla, il SISTEMA che ha permesso il genocidio attacca il messaggero. La Francia sa di aver commesso un errore, ma l’orgoglio impedisce di correggere: gli archivi vengono saccheggiati alla ricerca di qualsiasi parola fuori
luogo. Altri ripetono la falsità. L’Inquisizione è tornata», scrive la relatrice Onu in un post pubblicato su X.
Albanese rilancia quindi un messaggio di Balakrishnan Rajagopal, relatore speciale delle Nazioni Unite sul diritto a un alloggio adeguato, che prende le sue difese: «L’Onu – scrive Rajagopal – difende giustamente Francesca Albanese, la mia collega, dagli attacchi di alcuni Stati europei per una dichiarazione che non ha rilasciato. Questo comportamento vergognoso deve cessare. Sicuramente questi Stati sono migliori di così».
(da agenzie)
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Febbraio 14th, 2026 Riccardo Fucile
NONOSTANTE GLI AUMENTI CONTRATTUALI E I TAGLI ALLE TASSE, NON SI È RIUSCITI A COPRIRE TUTTO L’AUMENTO DEI PREZZI. NON SOLO: CON L’INFLAZIONE IL REDDITO NOMINALE CRESCE, MA SCAGLIONI E DETRAZIONI IRPEF NON SONO INDICIZZATI IN AUTOMATICO, COSÌ SI PAGANO PIÙ IMPOSTE ANCHE SENZA UN AUMENTO DEL POTERE D’ACQUISTO
Un insegnante perde 2.308 euro l’anno. Un collaboratore scolastico 1.756 euro. Nonostante gli
aumenti contrattuali e i tagli alle tasse.
È il doppio effetto di inflazione e fiscal drag raccontato nel nuovo libro: Il prezzo nascosto. Lavoro, salari e fisco nell’Italia dell’inflazione di Marco Leonardi e Leonzio Rizzo (Egea, in uscita oggi). La stabilità dei conti pubblici è stata pagata da dipendenti e pensionati.
Il caso dell’insegnante, 18-24 anni di anzianità, è emblematico. Nel 2019 guadagnava 37.504 euro lordi, nel 2025 è a 40.872. Con un’inflazione cumulata del 20,6%, per mantenere il potere d’acquisto dovrebbe essere a 45.230 euro. Il netto 2025 è 28.786 euro: con pieno recupero dell’inflazione sarebbe 31.094. Differenza: 2.308 euro l’anno. Dentro quella perdita ci sono due componenti. La prima è salariale: il rinnovo contrattuale non ha coperto tutto l’aumento dei prezzi.
La seconda è fiscale: il fiscal drag. Con l’inflazione il reddito nominale cresce, ma scaglioni e detrazioni Irpef non sono indicizzati in automatico, così si pagano più imposte anche senza un aumento del potere d’acquisto.
Il collaboratore scolastico, oltre 35 anni di servizio, conferma la diagnosi con numeri diversi. Il lordo passa da 24.931 a 27.217 euro, ma per recuperare l’inflazione dovrebbe arrivare a 30.067.
Il netto effettivo è 22.241 euro: con pieno recupero sarebbe a 23.998. Perdita: 1.756 euro.
Qui le riduzioni fiscali dei governi compensano e superano il fiscal drag, ma la perdita resta perché il salario non ha recuperato i prezzi.
Il libro inserisce questi casi in un quadro più ampio. Nel biennio di alta inflazione 2022-2023 quasi nessun contratto collettivo è stato rinnovato in Italia: su venti principali solo due nel 2022, nessuno nel 2023.
Gli altri dopo, con molto ritardo e quando l’inflazione era più bassa.
Nel frattempo il drenaggio ha prodotto un aumento strutturale del gettito Irpef di oltre 25 miliardi annui tra lavoro dipendente e pensioni.
«Il fiscal drag ha di fatto permesso di esibire a livello europeo dei conti in ordine che derivano però quasi interamente dall’aumento delle entrate», scrivono gli autori. «Il governo Meloni ha risanato le finanze pubbliche e addirittura anticipato l’obiettivo deficit/Pil sotto il 3%».
Senza quel drenaggio – è la tesi – il rientro sarebbe slittato di tre anni. Conclusione: «Il prezzo l’hanno pagato i redditi fissi».
Se quindi questa è stata la prima grande inflazione domata senza recessione e senza disoccupazione di massa, il costo è stato scaricato soprattutto su dipendenti e pensionati.
Ma il problema, sostengono Leonardi e Rizzo, è più profondo. Tra il 1991 e il 2024 i salari reali sono cresciuti del 32% in Francia, del 33 in Germania, del 48 nel Regno Unito e del 50 negli Usa. In Italia sono diminuiti del 2,4%. L’inflazione ha solo reso visibile una stagnazione trentennale. Per questo, concludono: «I soldi per il recupero del potere d’acquisto devono essere messi sul piatto dalle imprese, non dal governo». Il fisco può correggere il drenaggio. Ma deve scegliere: o più tasse per salvare i conti o più soldi nelle tasche dei lavoratori.
(da Repubblica)
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Febbraio 14th, 2026 Riccardo Fucile
LA LEGGE E’ UNA INFAMIA: GIORNATA LAVORATIVA FINO A 12 ORE, PIU’ FACILE LICENZIARE, LIMITAZIONE AL DIRITTO DI SCIOPERO E FAVORI AGLI IMPRENDITORI
La protesta, voluta da sindacati e organizzazioni sociali, ha portato in piazza migliaia di persone. Una parte del corteo ha cercato di forzare il cordone di sicurezza che bloccava l’accesso al Congresso: sono volate pietre, bengala e bottiglie incendiarie. La polizia ha risposto con idranti e gas lacrimogeni. Un giornalista dell’Agence France-Presse ha riferito di almeno due feriti, un poliziotto
e un manifestante. .
Al centro dello scontro c’è la cosiddetta legge di “modernizzazione del lavoro”, un disegno di legge di 213 articoli approvato dal Senato con 42 voti favorevoli e 30 contrari e ora atteso alla Camera. Il testo prevede un profondo riassetto delle norme sul lavoro: estensione della giornata lavorativa fino a 12 ore tramite maggiore flessibilità degli orari, ampliamento dei periodi di prova, riduzione degli oneri per le imprese e nuove regole sui licenziamenti che restringono i casi di reintegro e ridimensionano le indennità.
“Non possiamo credere che in Argentina si discuta una legge che ci farebbe tornare indietro di 100 anni”, ha detto all’agenzia Afp, nel mezzo degli scontri, l’avvocato Fabio Nunez.
Il provvedimento interviene anche sul diritto di sciopero, introducendo limitazioni nei servizi considerati essenziali, e apre alla contrattazione collettiva a livello aziendale, indebolendo il ruolo dei sindacati nazionali. Tra i punti più contestati c’è la revisione delle ferie e dei riposi: le opposizioni sostengono che la riforma metta in discussione l’impianto delle tutele storiche, comprese le ferie annuali e il pagamento degli straordinari, favorendo una maggiore discrezionalità delle aziende.
(da agenzie)
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