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GIORGIA, CHE BEI TIPINI DEMOCRATICI FREQUENTI! VIKTOR ORBÁN SENZA FRENI NEL SUO DISCORSO SULLO STATO DELLA NAZIONE: HA PROMESSO DI “ELIMINARE LE PSEUDO ORGANIZZAZIONI DELLA SOCIETÀ CIVILE” E DI CONTINUARE L’OFFENSIVA CONTRO “I GIORNALISTI, I GIUDICI E I POLITICI COMPRATI”

Febbraio 15th, 2026 Riccardo Fucile

PUNTANDO SULLA RICONFERMA NELLE PROSSIME ELEZIONI DI APRILE (NON SCONTATA, STANDO AI SONDAGGI), IL PREMIER UNGHERESE HA DETTO CHE IL SUO LAVORO È SOLO “A METÀ” – IL MESE SCORSO MELONI HA PARTECIPATO A UN VIDEO DI SOSTEGNO A ORBAN, INSIEME A WEIDEL, LE PEN, ABASCAL

Il primo ministro ungherese Viktor Orbán ha promesso ieri di «eliminare le pseudo organizzazioni della società civile» e di continuare la sua offensiva contro «i giornalisti, i giudici e i politici comprati».
Contando sulla riconferma nelle prossime elezioni di aprile (in realtà non scontata, almeno stando a quanto indicato dai sondaggi), Orbán ha detto che il suo lavoro è solo «a metà»
Nel suo discorso annuale sullo stato della nazione, pronunciato ieri a Budapest, Orban è tornato ad attaccare l’Unione europea, affermando che «la macchina oppressiva di Bruxelles è ancora in funzione in Ungheria: ma dopo il voto di aprile riusciremo a spazzarla via».
(da agenzie)

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PREPARATE POP CORN E XANAX, CI ASPETTA UN FINALE DI CAMPAGNA REFERENDARIA BOLLENTE: VISTI I SONDAGGI CHE CERTIFICANO LA RIMONTA DEL FRONTE CONTRARIO ALLA RIFORMA DELLA GIUSTIZIA, MELONI È COSTRETTA A SCENDERE IN CAMPO E METTERCI DEFINITIVAMENTE LA FACCIA

Febbraio 15th, 2026 Riccardo Fucile

PER ISPOS IL “NO” È IN VANTAGGIO CON IL 50,6% CONTRO IL 49,4%. E PER RIPORTARE AVANTI IL “SÌ” È NECESSARIO CHE L’AFFLUENZA RAGGIUNGA ALMENO IL 46% … MARCELLO SORGI: “IL CENTRODESTRA È COSTRETTO A SPARARE LA CARTUCCIA PIÙ FORTE CHE SA DI AVERE: UNA MELONI NON TANTO IN VERSIONE PREMIER INTERNAZIONALE, MA LEADER COMIZIANTE

La domanda che tutti si fanno, nel governo e nel centrodestra, è non se, ma quando “Giorgia”, come la chiamano loro, si deciderà a scendere in campo nella campagna per il referendum del 22 e 23 marzo. Al momento, si valutano due scenari e si fanno i conti con una realtà in cui ancora, sia pure non di molto, il “sì” è in vantaggio. In termini percentuali di un punto, 38 a 37. Ma se si estende questo 75 per cento al 100, il “sì” ha 350 mila voti in più.
Primo scenario: Meloni entra nella campagna per consolidare questo dato e rafforzarlo, dandosi l’obiettivo di vincere con quasi un milione di voti in più. Un traguardo impossibile, e lei è la prima a saperlo.
E allora, scenario numero due, Meloni stavolta è obbligata a muoversi in prima persona per far sì che il vantaggio non si assottigli o che addirittura la situazione si capovolga, con il “no” che va in vantaggio.
Al momento, sono 17-18 milioni gli elettori disposti ad andare alle urne su un argomento “freddo” come la riforma della separazione delle carriere.
Per il “sì”, (inutile negarlo, la campagna si presenta più difficile: i problemi che la gente ha di fronte nella vita di tutti i giorni sono diversi, e il governo lo sa bene. Altro che i magistrati e la giustizia. Di qui la necessità di sparare la cartuccia più forte che il centrodestra sa di avere: una Meloni non tanto in versione premier internazionale, ma leader comiziante, pronta a mettersi di fronte l’intero schieramento avversario e a spiegare ai cittadini che perdere questa sfida vuol di
giocarsi tutto quel che il governo ha fatto finora. Ecco perché gli ultimi quindici giorni di campagna saranno esplosivi.
(da agenzie)

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SONDAGGIO EMG, DESTRA E SINISTRA QUASI PARI

Febbraio 15th, 2026 Riccardo Fucile

TRA I DUE SCHIERAMENTI SOLO LO 0,6%

Con un’affluenza stimata al 58%, le prossime elezioni politiche potrebbero essere quelle meno partecipate di sempre. Ma potrebbero essere anche tra le più contese, stando ai nuovi risultati del sondaggio politico dell’Osservatorio Emg. Tra le due coalizioni di centrodestra e di centrosinistra, per come sono composte attualmente (da una parte FdI, FI, Lega e Noi moderati; dall’altra Pd, M5s, Avs, Italia viva e +Europa), corre mezzo punto di distanza. Un distacco che è virtualmente un pareggio, considerando il margine di errore statistico. Fuori dalle coalizioni ci sono forze come Futuro nazionale e Azione che potrebbero avere un peso decisivo. E manca poco più di un anno all’appuntamento con le urne.
Fratelli d’Italia è al 26,9% dei voti. Certo, si parla comunque della prima forza politica in Italia con un certo margine. I meloniani non devono certo temere, nell’immediato, la concorrenza diretta del Pd. Tuttavia, è tra i risultati più bassi che il partito della presidente del Consiglio ha raggiunto negli ultimi anni. È paradossalmente migliore di quello ottenuto nel 2022, quando il 26% bastò per trionfare e portare il centrodestra al governo. Ma la situazione è cambiata.
Anche perché il resto della coalizione vede alti e bassi molto significativi. Forza Italia è al 9%, e nonostante i possibili tumulti interni che si intravedono all’orizzonte per ora i forzisti sono in linea con gli ultimi anni. Invece la Lega è al 7,8%. Un calo netto per il partito di Matteo Salvini, scivolato anche al di sotto del risultato (già deludente) ottenuto alle ultime elezioni politiche.
La coalizione è completata da Noi moderati con l’1,3%. Numeri alla mano, quindi, il centrodestra oggi prenderebbe il 45% dei voti. È un calo, ma non una crisi. Nel 2022 vinse con un punto in meno, contro un’opposizione che si presentava divisa e litigiosa.
La differenza potrebbe farla – condizionale d’obbligo – proprio l’opposizione. Oggi il Partito democratico è al 22,2%, in linea con l’oscillazione tra il 21 e il 23% in molte rilevazioni negli ultimi mesi (e in lieve calo rispetto al 24% delle europee). Per i democratici, confermare questo risultato alle urne sarebbe comunque un passo avanti rispetto alle ultime elezioni, quando non raggiunsero il 19%
Il Movimento 5 stelle è al 12,1%. Alleanza Verdi-Sinistra invece al 6,1%, decisamente più alto del 3,5% preso nel 2022. Soprattutto, la differenza è che
queste forze potrebbero presentarsi in una coalizione unitaria, come non avvenne tre anni e mezzo fa. Insieme a Italia viva di Matteo Renzi (al 2,4%) e +Europa (all’1,6%), la coalizione raggiungerebbe il 44,4%. Circa mezzo punto di distanza, come detto.
Ci sono anche delle forze politiche che si considerano fuori dalle coalizioni, al momento. Azione di Carlo Calenda è stabile al 3%, e sempre nell’area centrista il Partito liberaldemocratico di Luigi Marattin è all’1,8%. La novità delle ultime settimane è Futuro nazionale di Roberto Vannacci: prende il 2,9% dei voti, secondo il sondaggio.
È interessante notare che i consensi di Vannacci vengono per l’1,1% da Fratelli d’Italia e ‘solo’ per lo 0,7% dalla Lega, il suo ex partito. Mezzo punto da altri partiti e mezzo punto dagli astenuti. È una platea interessante, anche se manca più di un anno al voto. E c’è da vedere se il generale proverà a piazzarsi nella maggioranza di centrodestra (con una manovra che al momento appare quasi impensabile) o correrà da solo, con il rischio di non raggiungere la soglia di sbarramento.
(da Fanpage)

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KAJA KALLAS E LA BORDATA ALLA RUSSIA: “PERCHE’ LA SUA ECONOMIA E’ A PEZZI”

Febbraio 15th, 2026 Riccardo Fucile

LA RISPOSTA SULLA ”CIVILTA’ EUROPEA CHE RISCHIA DI SPARIRE”

Kaja Kallas è tra le protagoniste della giornata conclusiva della Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, insieme alla presidente della Bce Christine Lagarde. L’Alto rappresentante Ue ha dedicato buona parte del suo intervento alla Russia, invitando a una lettura lucida della situazione: «Non è una superpotenza. Dopo oltre un decennio di conflitti, inclusi quattro anni di guerra su vasta scala, la Russia ha avanzato di poco rispetto alle linee del 2014. Il costo? 1,2 milioni di vittime». Per Kallas, Mosca è oggi «distrutta, la sua economia è a pezzi, scollegata dai mercati energetici europei», e la vera minaccia è un’altra: «Ottenere più risultati al tavolo delle trattative di quanti ne abbia ottenuti sul campo di battaglia».
Kallas: «Non siamo davanti alla cancellazione della nostra civiltà»
L’Alto rappresentante ha respinto la narrativa di un’Europa in declino: «Contrariamente a quanto alcuni potrebbero dire, l’Europa woke e decadente non sta vivendo la cancellazione della sua civiltà. Anzi, le persone vogliono ancora unirsi al nostro club». Ha citato i sondaggi secondo cui i cittadini europei chiedono all’Unione «un ruolo più forte nel mondo» e ripreso le parole di Macron a Davos: «L’Europa a volte è troppo lenta e ha bisogno di essere riformata. Ma sappiamo assolutamente chi siamo e ciò per cui ci battiamo». Non è mancato un riferimento all’universo Marvel: «Gli eroi sono plasmati dai percorsi che scelgono, non dai poteri di cui sono dotati. Il percorso dell’Europa è chiaro: difendere l’Europa, garantire la sicurezza dei nostri vicini e costruire partnership in tutto il mondo».
Kallas replica a Rubio sulla libertà di stampa
Kallas ha commentato anche il discorso del segretario di Stato americano Marco Rubio, distinguendo tra messaggi rivolti all’Europa e messaggi destinati all’elettorato interno: «Credo che ci fossero messaggi per noi e messaggi per il pubblico americano, soprattutto per i suoi elettori». Sulle critiche alla libertà di stampa europea, la risposta è stata diretta: «Venendo da un Paese che è al secondo posto nell’Indice della Libertà di Stampa, sentire critiche alla libertà di stampa da un Paese che è al 58esimo posto in questa lista, è interessante». Ha comunque riconosciuto un terreno comune: «Il messaggio che abbiamo recepito è che America ed Europa sono interconnesse, lo sono state in passato e lo saranno in futuro. Credo che possiamo lavorare partendo da lì».
L’allargamento Ue come antidoto all’imperialismo russo
Sul fronte orientale, Kallas ha indicato l’allargamento dell’Unione Europea come priorità strategica e «antidoto all’imperialismo russo». A supporto della tesi, ha citato un dato economico: «Nel 1990 i russi erano due volte più ricchi dei polacchi. Oggi i polacchi sono circa il 70% più ricchi dei russi». I Paesi che dal 1990 si sono liberati dal dominio sovietico e hanno aderito all’Ue, ha aggiunto, «sono cresciuti a un ritmo più che doppio rispetto alla Russia».
(da agenzie)

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L’ESPORTAZIONE E IL FUTURO DELL’ITALIA

Febbraio 15th, 2026 Riccardo Fucile

SIAMO IN QUARTO PAESE ESPORTATORE AL MONDO MA NON PARTECIPIAMO AI PROGETTI, LI SUBIAMO

L’Italia è il quarto paese esportatore al mondo, davanti al Giappone e dietro a Cina, Stati Uniti e Germania. Performance tanto più notevole in quanto disponiamo di scarsissime materie prime, che dobbiamo importare dall’estero lontano, specie da Asia e Africa. L’alta classifica dell’export nostrano è ancora più apprezzabile considerando i limiti della nostra logistica, incomparabile con quella di paesi anche meno industrializzati del nostro. Carenze che diventeranno più gravi in prospettiva perché il clima bellico che ci avvolge sta spingendo buona parte dei paesi europei ad ammodernare le rispettive infrastrutture per contenere la Russia e riorientare le loro priorità industriali.
Esempio di logistica duale, a un tempo militare e civile, con accento pubblico sul lato gentile, riservato su quello strategico. Prevalente. La cifra di questi progetti è la connessione latitudinale. Esemplare la strategia dei Tre Mari, di marca polacca, che
riproduce la visione della Polonia imperiale aggiornata dal maresciallo Piłsudski fra le due guerre mondiali, dedicata a delimitare l’appendice europea dell’Eurasia dalla Russia. Lanciata su impulso americano nel 2017 per connettere Baltico, Adriatico e Nero, in prospettiva anche Egeo e Mediterraneo orientale. Di fatto in allargamento alla Scandinavia per toccare il Mar Glaciale Artico, faglia dove si incrociano russi e nordatlantici a guida americana, con i cinesi in avvicinamento. Resta la centralità della Polonia — “siamo gli scandinavi del Sud”, scherzano ma non troppo a Varsavia — vedremo fino a che punto supportata dagli Stati Uniti in fase di riavvicinamento alla Russia in funzione anti-cinese. L’esito della guerra di Ucraina sarà decisiva per lo sviluppo o meno di questa traiettoria infrastrutturale, fatta di ferrovie, strade, porti, aeroporti e interporti, cavi Internet, connessioni satellitari, data center, condotte energetiche.
Il problema dell’Italia è che non partecipa a questi progetti. Quindi li subisce. La rete delle infrastrutture paneuropee che si sta allestendo o ammodernando attorno a noi sembra non interessarci. Esempio: quando al momento del varo dei Tre Mari si trattò di stabilire quale fosse il pivot dell’Adriatico Washington e Varsavia scelsero la Croazia, con il Baltico appaltato alla Polonia e il Nero alla Romania. D’accordo, l’impero di Venezia è crollato da qualche secolo, ma che Roma non si curi del mare che ci lega ai Balcani — o ce ne separa — è singolare. Tanto più che il perno strategico meridionale dei Tre Mari — e non solo — sarebbe Trieste. Ma noi continuiamo a trattare quel porto, e quella città, da apolide.
Scontiamo poi l’arretratezza dei corridoi europei disegnati allo scadere del secolo scorso. Del tutto superati. Infatti non se n’è completato nemmeno uno. L’ormai mitica tav Torino-Lione è cantiere secondario, quasi in stallo, di scarsissimo interesse per la Francia e noto alle cronache di casa solo per i periodici moti in Val di Susa. Avrebbe avuto gran senso nell’Europa che si immaginava destinata a integrare Est e Ovest, giacché avrebbe attraversato il nostro Nord industriale per collegare Lisbona a Kiev, e forse a Mosca. Sarà per dopodomani? Restano sulla carta gli ambiziosi progetti di connessione fra India ed Europa via Medio Oriente, sponsorizzati dagli Stati Uniti, cui pure abbiamo aderito. Ma finché le guerre di Israele non saranno sedate e la rivalità fra Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti riportata sotto controllo, immaginare un corridoio Mumbai-Dubai-Haifa-Trieste, come originariamente proposto dall’amministrazione Biden, è miraggio.
Non c’è tempo da perdere se vogliamo strutturare il nostro rango di grande nazione esportatrice (e importatrice di materie prime). Le rendite sono scadute. Infuria una competizione mondiale che verte sulle nuove tecnologie e abbisogna di robusti investimenti nazionali e internazionali. Urge riconnettere l’Italia con sé stessa, non solo fra Alpi, Mezzogiorno e isole ma anche fra Tirreno e Adriatico, per prolungarne lo slancio verso l’estero vicino e lontano. La direzione di marcia ce la indica la geografia dei commerci e della sicurezza: dallo Stivale agli oceani, passando per lo stretto atlantico (Gibilterra), verso l’America, e sempre più per i passaggi verso l’Oriente Estremo (Suez, Mar Rosso, Bab al-Mandab). Qui si gioca il futuro dell’Italia.
(da repubblica.it)

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MORTO LO STUDENTE SOVRANISTA AGGREDITO A LIONE: FACEVA PARTE DEL GRUPPO ESTREMISTA NEMESIS CHE CONTESTAVA UN CONVEGNO DI FRANCE INSOUMISE

Febbraio 15th, 2026 Riccardo Fucile

MACRON INVITA ALLA CALMA E AL RISPETTO

Un militante nazionalista 23enne – identificato negli ultimi giorni con il nome Quentin – è morto dopo le gravi ferite riportate in un violento scontro avvenuto giovedì sera a Lione, dove era stato trovato dai soccorritori con un grave trauma cranico e ricoverato in condizioni disperate.
L’aggressione si è verificata a margine di una conferenza dell’eurodeputata della France Insoumise, Rima Hassan, all’Istituto di studi politici (Iep) di Lione, dedicata alle relazioni tra l’Unione europea e i governi europei nel contesto del conflitto in Medio Oriente.
Il collettivo identitario di estrema destra Nemesis aveva organizzato una protesta davanti all’istituto, con la partecipazione di alcune militanti e di un gruppo di nazionalisti locali incaricati del servizio d’ordine.
Secondo fonti di polizia, intorno alle 18.30 sarebbe scoppiata una prima rissa tra militanti di estrema sinistra e membri del collettivo Nemesis, coinvolgendo circa cinquanta persone.
Successivamente, una corsa all’inseguimento nelle strade vicine avrebbe portato a un secondo scontro tra due gruppi rivali, avvenuto a circa due chilometri di distanza, lungo il quai Fulchiron. È in questa fase che Quentin sarebbe stato colpito violentemente alla testa in circostanze ancora da chiarire. Non è noto chi lo abbia aggredito, se vi fossero più assalitori o dove esattamente si sia verificato il pestaggio.
(da agenzie)

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LA LEGA SENZA VANNACCI SI RISCOPRE EUROPEISTA: “RIPARTIAMO DA QUI”

Febbraio 15th, 2026 Riccardo Fucile

DALLA MANIFESTAZIONE DEL PROSSIMO 18 APRILE IN PIAZZA DUOMO A MILANO, CON ORBAN E MARINE LE PEN, SPARISCE OGNI RIFERIMENTO ALLA “REMIGRAZIONE”, TEMA CARO A VANNACCI: L’APPUNTAMENTO SARÀ CENTRATO “SULL’ORGOGLIO EUROPEO, L’IDENTITÀ E LA DIFESA DEL TERRITORIO”

Si è concluso il primo consiglio federale della Lega dopo la rottura con il generale Roberto Vannacci. Oltre a Matteo Salvini che ha presieduto la riunione, nella sede di via Bellerio a Milano sono arrivati diversi parlamentari leghisti, compresi i due capigruppo Massimiliano Romeo e Riccardo Molinari.
Proprio Molinari a margine del consiglio ha spiegato i temi toccati: oltre la campagna referendaria, si è parlato dell’organizzazione di una manifestazione proprio a Milano il 18 aprile. L’iniziativa sarà incentrata «sull’orgoglio europeo, sull’identità e sulla difesa del territorio». E non sul tema della remigrazione, come si era vociferato: «Noi non ne abbiamo mai parlato. È sempre stata un’iniziativa del gruppo dei Patrioti per la difesa dell’Europa», spiega Molinari.
Sarà l’effetto della devannaccizzazione del partito, ma il primo consiglio federale della Lega senza l’ex vicesegretario riscrive la natura della manifestazione di Milano in piazza Duomo, il 18 aprile. Matteo Salvini alla festa della Lega Lombarda in provincia di Brescia, prima di Natale, aveva parlato di una manifestazione «per la remigrazione»
Invece no, uscendo da via Bellerio il capogruppo alla Camera Riccardo Molinari aggiusta il tiro: «Noi non abbiamo mai parlato di remigrazione». Segretario federale a parte, bisognava aggiungere. Ci saranno Viktor Orbán e Marine le Pen e sarà un po’ il solito schema: la sicurezza, come l’Europa dovrebbe tornare a difendere i propri confini, contro «l’avanzare dell’islamizzazione». Una Pontida metropolitana.
La ciccia vera è rimandata: ci sono potenzialmente due posti in segreteria, come vice, da riassegnare e Salvini decide di non decidere. Frena ancora su Luca Zaia: «È un grande, ma ogni cosa a suo tempo».
Il ragionamento sulle caselle interne da rivedere sarebbe bello ampio, anche perché il Carroccio sta lavorando per chiudere il dossier sulle suppletive del 22 e 23 marzo: entro lunedì andranno sciolte le ultime riserve sui nomi da indicare per la coalizione. L’addio alla Camera di Alberto Stefani e Massimo Bitonci ha prodotto un effetto a catena, lasciando scoperti due ruoli di peso: il posto di sottosegretario al Mise, che faceva capo a Bitonci, e la presidenza della commissione parlamentare sul federalismo fiscale, che era guidata da Stefani.
Tutti incarichi che insistono su un perimetro politico ben definito, quello veneto, e che ora richiedono una nuova redistribuzione degli equilibri. Una casella potrebbe andare al tesoriere, Alberto Di Rubba, che però è un lumbard. L’altra se la giocano Giuseppe Paolin, ex deputato, Giulio Centenaro, consigliere regionale che rischia di venire bruciato dalla sua eccessiva vicinanza con Vannacci, e Giuseppe Pan. […]
Al federale si è discusso «in modo approfondito», recita la nota del partito, anche il tema autonomia. Il ministro Roberto Calderoli ha fatto il punto della situazione spiegando che oggi il testo d’intesa preliminare su quattro materie è stato inviato alle quattro Regioni, sulla base delle pre-intese già sottoscritte tra Liguria, Lombardia, Piemonte e Veneto e lo stesso Calderoli a nome del governo, per proseguire l’iter istituzionale.
Lunedì il ministro incontrerà i quattro presidenti e in caso di esito positivo le proposte verranno portate nel cdm della prossima settimana. «L’autonomia è un tema su cui la Lega intende proseguire con la massima determinazione e compattezza», spiega il ministro.
«Auspico che venga rilanciato il discorso legato ai valori del nostro movimento, i valori del territorio e dell’autonomia», dice intanto Attilio Fontana, il presidente della Lombardia che assieme a Zaia, Massimiliano Fedriga e Massimiliano Romeo incarna l’anima nordista. La quale ha vinto la battaglia per portare Vannacci alla porta. Ma che per ora si limita a questo
(da agenzie)

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NIENTE INCONTRO A SCUOLA SUL NAUFRAGIO DI CUTRO, PERCHE’ “MANCA IL CONTRADDITTORIO”: L’ASSURDA MOTIVAZIONE DELLA DIRIGENZA

Febbraio 15th, 2026 Riccardo Fucile

CHI DOVREBBE ESSERE IL “CONTRADDITTORE”?

La denuncia del sindacato Flc Cgil sulla decisione del preside del Barlacchi: «Era un momento di riflessione civile, non politica. La scuola ci ripensi»
Una scuola di Crotone ha vietato un’iniziativa per ricordare la strage di Cutro, il naufragio del 26 febbraio 2023 in cui morirono oltre 90 persone migranti, tra cui decine di bambini. La motivazione fornita dalla dirigenza è la «mancanza di
contraddittorio». La decisione riguarda l’Istituto polo tecnico professionale Barlacchi, dove era in programma un incontro dal titolo «Steccato di Cutro, una ferita aperta – il valore dell’umanità», fissato per il 25 febbraio alle 11 del mattino. L’iniziativa, ora annullata, avrebbe coinvolto studenti, docenti ed educatori, con la partecipazione di alcuni rappresentanti sindacali della Flc Cgil. Tra i momenti previsti c’erano anche la testimonianza di Rosa Maria Riente, educatrice dell’associazione Agorà Kroton, la presentazione degli elaborati realizzati dalle classi quarte e quinte e l’assegnazione di una borsa di studio agli studenti per i lavori dedicati al naufragio. Nessun esponente politico, invece, era stato invitato.
Il sindacato: «L’istituto ci ripensi»
A denunciare pubblicamente l’annullamento è proprio il sindacato della scuola Flc Cgil, che contesta apertamente la motivazione fornita dalla dirigenza. «La motivazione del mancato contraddittorio solleva interrogativi che non possono essere elusi. Di fronte a una tragedia umana di tale portata, chi dovrebbe o potrebbe rappresentare il contraddittorio? Chi potrebbe legittimamente porsi in opposizione al ricordo di 94 persone morte in mare, tra cui decine di bambini?», afferma la Flc Cgil. Nel ricostruire il senso dell’iniziativa, il sindacato spiega che l’obiettivo era quello di offrire uno spazio di riflessione civile, non un dibattito politico. «Nasceva con l’intento di offrire alla comunità scolastica un momento di riflessione civile e umana su una delle più dolorose tragedie che hanno colpito il nostro territorio e l’intero Paese: 94 vittime accertate, tra cui 34 minori. Numeri che non sono statistiche, ma vite spezzate, famiglie distrutte, diritti negati», si legge in una nota. «La memoria delle vittime del naufragio di Cutro non può essere oggetto di bilanciamenti formali che ne svuotino il significato». Il confronto auspicato, ribadisce la Cgil, era «sui valori della solidarietà, dell’accoglienza, del rispetto della vita umana», con l’auspicio che l’istituto possa tornare sui propri passi.
La decisione del preside fa discutere
Sul caso, per il momento, il dirigente scolastico Girolamo Arcuri ha scelto di non rilasciare dichiarazioni. Dura anche la reazione di Cosimo Scarinzi, coordinatore nazionale della Cub Scuola Università Ricerca. «Ha creato un notevole stupore, per non dire sconcerto la decisione del preside. Non si capisce infatti che
contraddittorio ci dovrebbe essere di fronte alla morte accertata di 94 persone, a decine di dispersi anch’essi morti con ogni evidenza, al fatto che non è stato garantito un soccorso adeguato alla gravità della situazione», afferma.
(da agenzie)

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FU TRASFERITO NEL CENTRO MIGRANTI IN ALBANIA, ORA IL GOVERNO LO DEVE RISARCIRE: LA PRIMA CONDANNA PER IL VIMINALE

Febbraio 15th, 2026 Riccardo Fucile

LA SENTENZA CHE HA DECISO DI RISARCIRE UN 50ENNE CHE VIVEVA IN ITALIA DA 19 ANNI

Il tribunale di Roma ha condannato il ministero dell’Interno a risarcire un migrante trasferito illegittimamente da un Centro di permanenza per il rimpatrio (Cpr) italiano alla struttura fatta costruire a Gjader, in Albania, dal governo Meloni. È la
prima volta, scrive Repubblica, che il Viminale è costretto a risarcire uno dei migranti trasferiti nel centro per i rimpatri situato fuori dai confini nazionali. La vicenda, inoltre, rischia di riaprire lo scontro fra governo e magistrati, già in piena campagna elettorale per il referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo.
Il trasferimento in Albania
Il 10 aprile scorso, il migrante in questione – un algerino di 50 anni e in quel momento trattenuto al Cpr di Gradisca d’Isonzo (Gorizia) – viene trasferito. All’uomo viene comunicato che la sua destinazione è il Cpr di Brindisi, ma in realtà viene portato in Albania. Soltanto 48 ore dopo il suo arrivo, il 50enne scopre dove si trova realmente. L’uomo, che vive in Italia da 19 anni, ha una compagna italiana e due figli minorenni, che però non riesce più a vedere.
Il risarcimento
A quel punto, come molti altri migranti, presenta una richiesta di asilo. Il ricorso presentato dal suo legale, Gennaro Santoro, viene accolto dai giudici, che ne dispongono la liberazione. Per quella vicenda ora il ministero dell’Interno è stato condannato a un risarcimento di 700 euro per il mese trascorso illegittimamente nel cdr di Gjader, in Albania.
(da agenzie)

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